Il concetto di identità nelle scienze sociali

2 dicembre 2014 Share
   

Nella società in cui viviamo il concetto di identità ha due aspetti rilevanti.

Da una parte si riferisce al modo con cui l’individuo considera e “compone” se stesso come membro dei vari gruppi sociali a cui appartiene o fa riferimento, da quello etnico alla comunità, al cerchio dei conoscenti, amici e parenti con i quali vive, lavora, si confronta.

Dall’altra questo concetto riguarda le norme, gli usi, le abitudini che consentono a ciascun individuo di pensarsi, muoversi, relazionarsi rispetto a se stesso, agli altri, ai gruppi sociali che abita vivendo.

In altri termini, nel processo di formazione dell’identità si possono distinguere due componenti.

La prima che possiamo definire di identificazione. 

La seconda che possiamo definire di individuazione. 

Con la prima componente, quella di identificazione, il soggetto si immedesima con le figure con le quali si riconosce, si sente uguale, o con le quali crede di condividere uno o più caratteri.

L’identificazione, in pratica, genera un senso di appartenenza, crea la coscienza di appartenere ad un noi, vale a dire, a una comunità, a una famiglia, a un certo ambiente, come nel vostro caso è la scuola.

Con l’individuazione, invece, il soggetto si confronta con gli altri e si distingue o pensa di potersi distinguere dagl’altri per le proprie caratteristiche fisiche e morali, in particolare per la propria storia e il proprio vissuto.

Va ricordato che gli individui non sono figure astratte.  Essi mediano le loro relazioni con il mondo attraverso il corpo.

L’antropopoiesi (anthropos più poiesis) è una disciplina recente che studia il processo di costruzione e di definizione dell’identità umana attraverso la cultura.

A differenza degli animali, l’uomo alla nascita è un essere culturalmente incompleto.

L’uomo non possiede se non in minima parte le informazione genetiche per sopravvivere, quelle informazioni che costituiscono il patrimonio genetico delle specie viventi e consentono agli animali le risposte funzionali agli stimoli provenienti dall’ambiente in cui vivono.

In breve si può dire che la dimensione umana si completa soltanto con l’acquisizione della sua componente culturale.

Un processo che avviene soprattutto nell’infanzia e prosegue per tutta la vita in una sorta di opera aperta.

Attraverso la modificazione del corpo e i rituali (ad esempio le cerimonie d’iniziazione, maggiore età, laurea, matrimonio, lutti) l’individuo “modella” se stesso – o perlomeno crede di farlo – come essere umano e definisce la propria identità rispetto agli altri individui, siano essi uomini, donne, bambini, anziani.

In questo contesto va sottolineato che le differenze anatomiche tra maschio, femmina o di soggetti che si sentono terzi rispetto a questa dicotomia, sono la base classificatoria, ereditata dal passato, più utilizzata al mondo per la determinazione della differenziazione culturale e sociale.

La separazione, l’esclusione, la distinzione tra le forme di sesso è da tempo immemorabile realizzata attraverso simboli, pratiche e attribuzioni di ruoli, sia reali che immaginari.  Un tempo, forse, funzionali alle condizioni di vita primitive, oggi assolutamente anacronistiche.

C’è poi da considerare che dalla complessità dell’epoca che viviamo e dai diversi ruoli sociale che acquisiamo crescendo, ne discende che tutti noi, prima o poi, conseguiamo una sorta di identità multipla o polivalente che è considerata come la nostra identità socio-culturale. 

È evidente che gli aspetti emergenti e visibili di questa identità dipendono molto dal contesto in cui ci troviamo e dal ruolo che assumiamo o che ci viene attribuito.

Passando una dogana aereo-portuale quello che conta è la mia identità nazionale e non il fatto che io sia un insegnante di sociologia. 

Quando sono seduto dietro questa cattedra è il contrario.

Questo mostra come l’identità si esprime anche in base alle situazioni che si attraversano o si recitano vivendo. 

Ricordiamo, a questo proposito che il sociologo polacco Zygmunt Bauman – famoso per le sue tesi sulla modernità e le nuove forme di cittadinanza – ha introdotto negli studi di sociologia il concetto di identità fluida.

La fluidità dell’identità indica la progressiva perdita dei confini identitari (soprattutto culturali, religiosi, etnici) degli individui e delle collettività all’interno della società post-moderna.

Con questo concetto di identità fluida si possono spiegare anche alcuni aspetti del problema dei flussi migratori e delle identità fluide transnazionali che questi vengono a creare.

In ogni modo l’ identità può essere vissuta in positivo o in negativo.

Molti sono orgogliosi del gruppo in cui si identificano e che da loro la coscienza di un’appartenenza ad una comunità.

Altri tendono a rifiutare questa appartenenza e la relativa vicinanza che essa crea.

Naturalmente questi due atteggiamenti limite sono temperati da un’infinità di distinguo e entrambi possiedono pregi e difetti.

Per esempio, una visione eccessivamente positiva della propria identità può spingere il soggetto a chiudersi in sé fino a considerarsi migliore degl’altri.

Al contrario, una visione negativa, invece, può spingerlo ad attribuire agli altri le qualità o le caratteristiche che considera negative e non si apprezzano.

Definiamo ora l’identità soggettiva e quella oggettiva.   

Diciamo che l’identità soggettiva è l’insieme delle caratteristiche auto-percepite.

Come abbiamo visto nella contemporaneità è diventata un’identità fluida, difficile da circoscrivere, carica di luci e di ombre con la quale dobbiamo in continuazione misurarci e di fronte alla quale tendiamo a smarrirci.

D’altro canto è anche tutto ciò che ci caratterizza, ci rende inconfondibili, ci consente di dare un senso all’idea di “Io”.

In questo senso l’identità soggettiva contribuisce sia ad identificarci che a discriminarci. 

Il pericolo è quando questa identità produce degli stereotipi culturali che inevitabilmente alimentano il luogo comune e il pregiudizio.

Di contro l’identità oggettiva, che non necessariamente si sovrappone con quella soggettiva, è il punto in cui convergono almeno tre rappresentazioni di ciò che siamo:

- La nostra identità fisica, che si desume per consuetudine soprattutto dal volto. 

- La nostra identità sociale, ovvero l’insieme di alcune caratteristiche quali sono l’età, lo stato civile, la professione, la classe di reddito. 

- L’identità psicologica, rappresentata dalla propria personalità, la conoscenza di sé, lo stile di vita e di comportamento. 

Sono identità che variano più o meno rapidamente e più o meno coscientemente.

E, è bene precisarlo, variano anche indipendentemente da quello che noi vogliamo o siamo in grado di fare.    

Queste rappresentazioni dell’identità, poi, anche se non coincidono tra di loro sono profondamene intrecciate.

Per esempio, il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono gli altri e della maniera in cui io so che gli altri mi vedono.

Il risultato di questo processo è che molto spesso i giudizi che esprimiamo o riceviamo sono alterati dalla malafede o dalla cortesia oppure godono di una benevolenza parentale ed amicale.

Alle tre rappresentazioni dell’identità oggettiva da qualche tempo a questa parte si è aggiunta anche un’identità digitale.

Questa identità rimanda a una persona digitale che possiamo definire un modello di personalità pubblica basato su dati e costruito a partire da transazioni, modello destinato a essere utilizzato su delega dell’individuo.

In concreto, però, gli individui non hanno nessun controllo – fatta eccezione per coloro che conoscono il linguaggio digitale – sulla rappresentazione della propria identità digitale che il più delle volte viene imposta automaticamente.

L’imposizione di un’identità digitale, infatti, avviene mediante profili digitali creati automaticamente e basati su dati forniti da o carpiti all’individuo, ma soprattutto costruiti su algoritmi elaborati da società pubbliche o private che sfuggono al controllo dell’individuo.

Un algoritmo è un procedimento formale che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passaggi. 

Il termine deriva dalla trascrizione latina del nome di al-Khwarizmi che è considerato uno dei primi autori ad aver fatto riferimento a questo concetto.  

L’algoritmo è diventato  un concetto fondamentale dell’informatica soprattutto perché è alla base della nozione teorica di calcolabilità.  In altri termini, un problema è calcolabile quando è risolvibile mediante un algoritmo.  

Muhamm ad ibn Mus a al-Khwarizmi è stato un astronomo e matematico persiano vissuto a Bagdad a cavallo tra il sesto e il settimo secolo.  Era responsabile di una grande biblioteca detta “Casa della Sapienza”, promosse la traduzione di molte opere della cultura greca, che senza di lui sarebbero andate perse, ma soprattutto è considerato l’inventore dell’algebra.  

In breve possiamo dire che esistono due rappresentazioni dell’identità digitale.  Quella progettata è quella imposta.

Quella progettata è quella creata dallo stesso individuo che la trasferisce a altri per mezzo di dati, creando, per esempio, un blog o una pagina su un social network.

Quella imposta è quella proiettata sulla persona per mezzo di dati da agenzie esterne come sono le società commerciali, le agenzie governative o le agenzie che studiano la nostra solvibilità, il nostro stato di salute a fini assicurativi, eccetera.

Chiudiamo ricordando che possiamo presentarci sul web con molte identità che possiamo scegliere di avere.

Va da sé, senza molti rischi dal punto di vista digitale, ma è così anche da un punto di vista psicologico?

Secondo alcuni ricercatori la tecnologia ci permette di ingannare noi stessi rendendo possibile delle vere e proprie operazioni cosmetiche della nostra identità digitale – truccandola, ritoccandola, falsificandola a nostro piacere – con il rischio, però, di sviluppare forme di dissociazione della personalità e di acquisire comportamenti paranoidi.

Vediamo adesso in modo più analitico l’identità personale.

L’identità personale è considerata un aspetto di quella soggettiva.

Essa mette in evidenza la capacità degli individui di aver coscienza – per usare un’espressione della filosofia tedesca – del proprio Dasein, cioè, del proprio esserci.

E questo esserci è ciò che ci consente di rimanere quello che siamo sia attraverso il tempo che attraverso tutte le frizioni e le fratture dell’esperienza.

Notiamo, en passant, che la malattia mentale è in qualche modo una perdita della coscienza dell’esserci, per questo essa si rappresenta sempre come uno smarrimento dell’Io e la condizione di una solitudine assoluta. 

Per completare questo punto osserviamo che nella storia delle idee è stato il filosofo inglese John Locke (1632- 1704), nel Saggio sull’intelligenza umana, a parlare per la prima volta di identità personale.

Locke è stato uno dei padri dell’empirismo inglese e un seguace della rivoluzione di Cromwell che portò all’impiccagione di Carlo primo d’Inghilterra nel 1649.

Questo filosofo e medico parlava dall’alto di un’epoca in cui era entrata in crisi la vecchia idea metafisica e religiosa dell’uomo come portatore di un’anima.

Un anima intesa come un sostrato (sostanza) unitario e indivisibile, come qualcosa che resta immutato nell’uomo e permette la permanenza delle nostre esperienze dando loro l’illusione di un senso.

In filosofia il concetto di sostrato ci è trasmesso da Aristotele

È ciò che sta sotto, è la materia rispetto alla forma. 

È la sostanza rispetto agli accidenti. 

È il soggetto rispetto ai predicati che lo definiscono.     

Stiamo parlando di un periodo storico in cui le nuove correnti filosofiche, come sono l’empirismo, l’illuminismo, il materialismo, cercavano di elaborare il lutto per questa perdita dell’anima.

L’anima infatti era considerata come un ponte gettato tra il tempo vissuto e l’eternità, una garanzia dell’immortalità di tutto ciò che è umano.

Ma, rivelatasi un errore della ragione obbligò gl’uomini a riconsiderare il proprio ruolo nel creato e a abituarsi a vivere nella caducità.

Dunque, in una prospettiva filosofica il concetto di identità personale, in qualunque modo lo si consideri, implica il riconoscimento da parte del soggetto di una fragilità della coscienza e di una serie di discontinuità del vissuto che devono essere superate e metabolizzate dall’Io. 

Apriamo una parentesi e vediamo brevemente qualcosa sul volto.

Perché lo prendiamo in considerazione?

Perché il volto è una sorta di leitmotiv della cultura visuale oltre naturalmente a essere lo specchio dell’anima.   

Possiamo dire che questi cento centimetri circa di superficie rappresentano la pagina visiva più esposta e predisposta alla lettura e all’interpretazione, nelle arti come in letteratura, in filosofia e in psicologia.

Da un punto di vista culturale è sullo sfiorire della stagione del Medioevo che il volto, per così dire, si apre a un suo aspetto fino a quel momento invisibile: il carattere della persona.

Prima di allora il volto era descrivibile, ma pochi ne tentavano un’interpretazione.

Di fatto era legato al corpo o meglio, alla persona, con cui faceva un tutt’uno.

Perché?

Perché nella cultura pre-umanistica, la letteratura, la poesia e la pittura, fuggono il corpo nudo e preferiscono soffermarsi alla superficie del corpo vestito.

Un corpo vestito che attraverso accurate cerimonie e pratiche riusciva a parlare all’Altro o agl’altri senza usare le parole.

Non per caso oggi noi definiamo casual non tanto il vestire trasandato, ma quello che tace e ci espone a ogni possibile sorpresa sull’identità che cela. 

In breve fino al sedicesimo secolo circa ci parlano e ci descrivono le sembianze, gli abiti che s’indossano, si parlano con non poca eloquenza i particolari, come sono gli occhi, la bocca, il colore della pelle, i capelli, la fronte, le guance rosate come le pesche in estate.

In sostanza possiamo dire che il volto era osservato come la parte di un tutto, ma non veniva interpretato.

Con la cultura umanistica ci fu una svolta.

L’apparenza fisica del volto si trasforma in un testo. 

Un testo sul quale si tenta di leggere l’anima.

Come abbiamo detto, un tentativo destinato a fallire dopo aver illuso.

In ogni modo questo tentativo di leggere il volto da vita anche a una nuova pseudo-disciplina, la fisiognomica e qualche tempo più tardi a un genere pittorico, il ritratto.

A questo proposito va osservato che il ritratto dipinto, prima dell’affermarsi della fotografia, era entrato da protagonista nella descrizione letteraria dei volti.

Un solo esempio. 

Honoré de Balzac ha usato in più occasioni le figure delle tele del fiammingo Rubens (Pieter Paul, 1577-1640) per descrivere i suoi personaggi.

Tecnicamente la fisiognomica è una disciplina che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico. 

Il termine deriva dalle parole greche natura (physis) e (gnosis) conoscenza. 

La fisiognomica, grazie alla curiosità che suscitava, fin dalla metà del ‘500, godette di una certa reputazione, tanto che fu persino insegnata nelle università. 

Da un punto di vista storico il primo a cercare in un volto, applicando una sorta di metodo scientifico, l’espressione fisica dell’anima fu Giambattista della Porta (1535-1615) che visse nel cuore del Cinquecento italiano, fu filosofo, commediografo, umanista e alchimista, 1497-1543)

Tuttavia bisognare aspettare Johann Kaspar Lavater (1741-1801), scrittore, filosofo e teologo svizzero, perché la fisiognomica cominciasse a diffondersi e a diventare un passatempo per i salotti aristocratici.

Nella collezione di Lavater, che costruì nel corso della vita, ci sono più di ventimila disegni, stampe e pitture di volti e di figure umane.

Per le sue indagini usava soprattutto le silhouette – gli Schattenriss  – per mettere in luce quello che lui chiamava la scienza del carattere o, meglio, la “tipologia fisico-caratteriale”.

Lavater usava soprattutto i profili perché, a differenza del volto visto frontalmente, essi permettono di meglio speculare sulle caratteristiche del cranio, della fronte e del mento.

L’espressione di silhouette deriva dal nome di un ministro delle finanze francesi, Etienne de Silhuette, famoso per la sua parsimonia nell’amministrazione delle ricchezze dello Stato. 

Silhouette indica ancora oggi la riproduzione bidimensionale del contorno di un oggetto o di una persona, così come serve a indicare qualcosa di particolarmente slanciato, sia esso un corpo o un oggetto.   

Attraverso i feste Tèile (fiesttaile) cioè i tratti fissi – a cui vanno aggiunti il contorno delle labbra, gli occhi e le sopracciglia – tentava di dedurre una somiglianza più o meno marcata della persona da un presunto ideale.

Va da sé, questo ideale in cui si realizza l’armonia etica e fisica sono la figura e il volto di Cristo. 

Ma qual è questa figura?

Soprattutto quelle dipinte da Hans Holbein il Giovane, il grande pittore e incisore tedesco vissuto nella prima parte del ‘500 e che per alcuni anni fu il ritrattista ufficiale della corte inglese.      

Oggi questa pseudo-scienza è anacronistica, ma Lavater ebbe i suoi estimatori, tra cui lo stesso Wolfgang Goethe.

Non possiamo, anche se di sfuggita, non accennare in questo contesto l’opera pittorica di William Hogarth (1697-1764) pittore, incisore e autore di stampe satiriche di estremo interesse anche sociale.

Egli stesso ha scritto della sua pittura:

“Il quadro che dipingo è il mio palcoscenico sul quale gli attori sono gli uomini e le donne che per mezzo di atti e di gesti vi recitano una pantomima”.  

Per concludere su questo tema del volto diciamo che non c’è museo o galleria d’arte al mondo il cui percorso – anche grazie alle illusioni generate dalla fisiognomica – non sia scandito da ritratti, soprattutto a partire dalla fine del Cinquecento.

Possiamo dire che questi ritratti disegnano, attraverso le sale dei musei, dei percorsi di vita scanditi dalle forme di decoro, dagli abiti e soprattutto dalle espressioni e dagli atteggiamenti che consentono, il più delle volte, di collocarli nel tempo storico in cui sono vissuti.

Il ritratto in sostanza si può considerare una costante dell’arte visiva e se tralasciamo la sua relazione con il volto, l’anima e i caratteri della persona, potremmo dire che esso si colloca all’origine stessa delle arti.

Racconta Plinio nella Naturalis Historia che fu Butate vasaio di Sicione, che lavorava a Corinto, a realizzare le prime immagini fedeli alla natura.

Siamo nel settimo/sesto secolo prima dell’era comune.

La leggenda racconta che Butade riempì e plasmò con l’argilla il profilo del volto di un giovane amato da sua figlia e disegnato da lei contornandone l’ombra gettata da una lucerna sulla parete.

In questo racconto ci sono alcuni temi interessanti.

Che – a livello dell’immaginario – fu una giovane donna a aver inventato l’arte del ritratto e che esso aveva lo scopo di ritrarre, cioè. trarre a sé un’impronta per catturare un ricordo, nella fattispecie del suo giovane amante che partiva per la guerra.

Trarre a sé la forma di ricordo in forma di rappresentazione.  

In questa veste il ritratto prese il posto, vuoto, della persona assente, divenendo un luogo di proiezioni di desideri.

Un’osservazione su questo punto.  La tecnica usata dal vasaio di Sicione ha dato vita a una tradizione che dura ancora oggi quella dei calchi del volto dei defunti. 

Questi calchi poi venivano riprodotti in positivo con il gesso, la cera, il metallo e in passato hanno avuto molti scopi, da quelli affettivi, a quelli celebrativi a quelli scientifici. 

Ciò che conta in un calco è la sua rassomiglianza da cui ne deriva anche il valore. 

Da cui il luogo comune che associa nelle arti e in particolare nella pittura la “somiglianza” al valore dell’opera, generando la convinzione che essa sia ciò che conta.   

Per tornare in argomento diciamo che da più di venticinque secoli a questa parte i ritratti hanno sempre conservato il loro fascino e la loro attualità.

Anche nell’arte contemporanea essi hanno una grande popolarità sia tra gli artisti che i collezionisti.

Anzi oggi i ritratti, come genere, sono stati spesso rivalutati rispetto alla stagione delle avanguardie storiche che vedevano nella ricerca della somiglianza un limite al potere dell’immaginazione.

Su questo tema abbiamo avuto anche molti casi al contrario, di artisti, soprattutto nel ‘600, che si specializzavano nel ritratto per dipingere una cosa e dirne un’altra.

A questo proposito Leonardo Da vinci scrisse che “ogni dipintore dipinge se stesso” convinto che in fondo ogni ritratto e un autoritratto.

 

 

 

 

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