Topinambur – Tyrotarichus |
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| 21 ottobre 2009 |
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Topinambur (Helianthus tuberosus, fr. Topinambour, inglese Jerusalem artichoke, ted. Erdbirne, ol. Aardpeer, spagn. topinambur), genere delle Composite eliantee. È una pianta vivace, che raggiunge un’altezza di circa due metri e possiede rizomi, paragonabili a quelli della patata.
Qualcuno in Italia la chiama pera di terra, altri topo d’Amburgo. La pianta fu introdotta in Europa dal Brasile, nel diciassettesimo secolo e fu battezzata col nome d’una tribù degli indios, i topinambù, relegata ormai in un’isola delle Amazzoni. Per associazione fonetica i francesi chiamano topinambouuna persona sciocca. Così si era espresso il grande poeta Nicolas Boileau (1636-1711): Et l’Académie, entre nous,/ souffrant chez soi de si grands fous,/ me semble un peu topinamboue. Nel suolo è quanto mai resistente, mentre i tuberi non si mantengono a lungo nelle cantine. Abbondano di fecola e mancano di amido. Il loro sapore si avvicina a quello dei carciofi. Serve alla distillazione dell’alcool, foglie e tuberi per il foraggio ed i tuberi soltanto come alimento umano. Si possono bollire nell’acqua o nel latte, però, data la natura della polpa, è preferibile cuocerli al burro. Purée Palestine è la purea di topinambur. Per aumentare la confusione poi, molti in Francia chiamano i topinambur, carciofi d’inverno (artichauts d’hiver). Purée di topinambur. In genere si possono seguire per questo tubero le ricette delle patate, tuttavia, data la loro poca consistenza conviene aggiungere alla purea di topinambur anche un terzo in volume di patate. Fried Jerusalem artichokes (cucina inglese). Preparate e sobbollite i topinambur, affettati con uno spessore discreto e conditi di sale e pepe, ravvolgeteli d’una pastella uso inglese,friggete a frittura caldissima e, raggiunta la doratura, scolateli e serviteli caldissimi, cosparsi di prezzemolo fritto.
Tordo (lat. Turdus, fr. Grive, inglese thrust, ted. Drossel), della famiglia dei Passeracei, è un uccello di grandezza media, di cui si conoscono venti varietà. La specie tipo è il turdus viscivorus, così chiamato per la preferenza dell’animale, che può raggiungere i venticinque centimetri d’altezza, per le bacche del vischio. Ha il piumaggio rosso o grigio, che per vecchiezza tende al bianco. Il ventre è più chiaro, macchiettato di bruno. Ha il becco arcuato, ma non adunco. È il più grande degli uccelli canori. Il suo canto si chiama zifolare. La carne, delicatissima,era già nota ai Romani, come appare dal detto: Inter aves turdus primos sibi jactat honores. D’altro canto una altra rase d’origine ignota ne precisa le funzioni autosanitarie: Turdus sibi malum cacat. La superiorità della carne del tordo, in confronto a quella del merlo, risulta dal proverbio francese: Faute de grives, on mange de merles, significa che è necessario accontentarsi di poco. I tordi vanno spiumati, passati alla fiamma, aperti al dorso quel tanto che occorre per sventrarli, lavati ed asciugati. Arrostiti. Fissate intorno a ciascun tordo delle fette sottili di lardo, infilateli sullo spiedo ed arrostiteli a fuoco vivo. Serviteli su un crostone di pane, inzuppato del liquido di cottura raccolto e sgrassato. Al gratin (cucina francese). Nel ventre di ciascun tordo collocate una bacca di ginepro, le interiora tritate e mescolate ad un ripieno da gratin di selvaggina. Rosolate l’uccello al burro, rapidamente e a gran fuoco. Su una pirofila disponete uno strato di questo ripieno, adagiateci i tordi in modo che vi sprofondino leggermente. Mascherateli con una salsa densa Duxelles, polverizzateli di pane grattato, bagnateli di burro fuso e passateli al forno a gran calore, che deve non soltanto formare il gratin, ma altresì ultimare la cottura dei tordi, inizialmente appena rosolati. Tourte de grives à la périgourdine. Il Périgord è notoriamente la patria dei tartufi francesi. Dopo aver allestito i tordi, secondo i preliminari, togliete loro le ossa e sistemate nel ventre un ripieno da gratin di selvaggina con un po’ di fegato grasso in cui avete inserito un pezzetto di tartufo. Così preparato, fate brasare i tordi in un fondo di Madera, ma soltanto a metà cottura, lasciandoli poi raffreddare. Nel frattempo avrete preparato una sfoglia leggera (con uova e burro). Su questa prima collocherete uno strato di ripieno a chenelle, sullo strato i tordi, che, a loro volta, saranno coperti d’uno strato leggero di ripieno da gratin di selvaggina, nel quale sistemerete delle fette sottili di tartufi. Su tutto ciò stenderete un altro strato di pasta leggera, saldando i bordi ermeticamente, eventualmente con il concorso di bianco d’uova. Con i ritagli della pasta potete fare un’appropriata decorazione sullo strato superiore. Ungete il tutto con l’uovo sbattuto, servendovi d’un pennello. Passateli al forno per quaranta minuti a fuoco non eccessivo. Serviteli innaffiando la torta (o più esattamente il timballo) di qualche cucchiaiata di salsa salmì. Ricette a parte, anche se la vostra dieta è carnea, evitate di acquistare e cucinare uccelli o piccoli animali, prima o poi la natura si vendicherà dei golosi.
Torta pasqualina. È uno dei vanti della cucina genovese, e dovrebbe essere servita in occasione delle feste pasquali, da qui il suo nome. È tradizionalmente un ripieno di biètole (ora sono ammessi anche altri ortaggi), con cipolla, aglio, prezzemolo, latte quagliato (o ricotta o anche stracchino), ripieno ravvolto in una serie sovrapposta di fogli di pasta, che dovrebbero esser nel numero di trentatre, gli anni supposti del Cristo. Francesco Pastonchi (1874-1953), sedicente poeta, gran fascista e cuoco ligure, scrisse che ci si può accontentare di sedici. La torta va poi cotta al forno.
Tourin, voce della cucina francese, usata specialmente nel dipartimento della Gironda, per indicare una zuppa a base d’aglio e pomodoro.
Trauerweide, in tedesco significa salice piangente. È così chiamato in Germania un panino imbottito di prosciutto, le cui fette, di maggiori dimensioni del panino stesso, pendono da tutti i lati.
Tre-pang, e anche tri-pang, pietanza cinese di oloturie in conserva. Le oloturie sono strani animali marini, molli, cilindrici, talvolta sferici, che hanno un’abitudine curiosa: se inquietati, proiettano il loro tubo digestivo, che poi si riforma un’altra volta. È anche chiamato cetriolo di mare.
Trichterküchli (dolce a imbuto). È un dolce zurighese, in uso specialmente a carnevale. Consiste in una pasta a choux che viene messa in un imbuto e lasciata cadere in una frittura calda. In questo modo formerà dei disegni improvvisati che divertono i piccoli.
Triglia (fr. rouget, ingl. Mullet, ted. Rotbart), pesce marino dei Teleostei. La varietà comune nel Mediterraneo è la triglia rondine (Trigla hirundo), di color rosso con macchie bianche, con la testa schiacciata obliquamente e coperta di barbigli, ed il corpo coperto di squame, che si staccano facilmente. A titolo di curiosità citiamo un’altra varietà, la triglia bellicosa (Triglia Iura), indigena dei mari temperati, con corno bruno, munito di pinne pettorali, che permettono all’animale di spiccarsi fuori dell’acqua e di percorrere alcuni tratti volando, alla ricerca dì cibo. La triglia la troviamo nella vita di Cicerone, il quale aveva difeso Milone, imputato dì omicidio, ma senza troppo successo, giacché Milone fu condannato all’esilio. A Marsiglia dove si trovava dopo aver letto un’edizione riveduta e più efficace dell’arringa di Cicerone, avrebbe esclamato: O Cicero! si sic dixisses, non ego barbatos pisces Massiliae ederem! Nonostante la opinione di Milone, la triglia ha una carne delicatissima. Vi è chi preferisce consumare il pesce non vuotato e cuocerlo non squamato. Antipasto freddo. Si prepara con pesci di piccole dimensioni. Collocateli in un tegame, con una quantità non eccessiva di vino bianco, una presa di sale, della purea di pomodoro fresco, una punta di aglio, piante aromatiche del genere timo, lauro, finocchio, pepe e soprattutto zafferano. Dopo la prima ebollizione, abbassate la fiamma. Cotti i pesci, dopo circa una decina di minuti, lasciateli raffreddare nella loro salsa. Sistemateli in un piatto di servizio, mascherandoli leggermente con la loro salsa, sopra qualche fetta di limone senza acini. Se rimane della salsa, servitela a parte. Al pomodoro. Impastate aglio, prezzemolo, pangrattato, sale e pepe, con una quantità sufficiente d’olio, per farne un amalgama semidenso. A parte versate in un tegame qualche cucchiaio d’olio, poi dei pelati di pomodoro o dei pomodori freschi senza pelle, semi ed acqua di vegetazione, sopra di essi disponete le triglie di grandezza non eccessiva, lavate e vuotate (se sono piccole senza vuotarle), sopra ancora il vostro impasto, sopra ancora altro pomodoro, infine bagnate il tutto con un filo d’olio e fate cuocere a fiamma bassa. Alla livornese. Pulite, sciacquate ed asciugate le triglie. Infarinatele. Fatele friggere nell’olio caldo, con l’aggiunta di sale, una presina d’aglio raspato, altrettanto di pepe, lauro, timo, prezzemolo, il tutto ben tritato, aggiungeteci qualche anello di cipolla. Girate il pesce. Verso la fine di cottura aggiungeteci un po’ di passata di pomodoro non troppo densa. Lasciate che il pesce se ne insaporisca e servite. Alla molinara (à la meunière). Pulite, condite, infarinate il pesce, fatelo cuocere nel burro caldo da ambedue le parti, aggiungendoci altro burro durante la cottura. Adagiatelo sul piatto di servizio, cospargetelo di prezzemolo tritato, bagnatelo con il succo di limone (attenzione agli acini). Aggiungete al burro di cottura del burro fresco in modo da ottenere un colore giallo chiaro e mascheratene leggermente il pesce, sul quale collocherete delle fette di limone. A la Côte d’Azur (cucina francese). Vuotatelo, asciugatelo senza lavarlo, fatelo marinare nell’olio d’oliva, sale, pepe e noce moscata. Passatelo alla graticola dai due lati. Disponete il pesce sul piatto di servizio, che terrete al caldo, all’angolo del fornello, oppure a bagnomaria. Fate un impasto di funghi, scalogno, cipolle, prezzemolo e pangrattato. Con questo impasto fateci un letto in un tegame a gratin, copriteci il pesce, bagnatelo di vino bianco secco e passatelo al forno per una decina di minuti a fuoco moderato. Se il pesce ha una certa dimensione, praticateci delle incisioni trasversali prima di marinarlo. Al cartoccio. Dopo aver cotto il pesce alla graticola, avviluppate la triglia nel cartoccio mettendoci sotto e sopra uno strato di salsa Duxelles. Ogni cartoccio deve contenere un solo pesce. Il cartoccio deve essere ampio, in modo che la carta non sia a contatto col pesce stesso. Passatelo al forno per farlo dorare. Red mullet à la maitre d’hotel (cucina inglese). È il metodo già descritto per la cottura alla graticola. Si serve su un piatto, con sotto e sopra del burro alla maître d’hotel, con prezzemolo fresco.
Trimalchione (la Cena, di)fa parte romanzo satirico, il Satyricon, attribuito a Petronio arbiter elegantiarum, un gaudente libertino romano di origine gallica, che si suicidò, per invito di Nerone. Lunghi frammenti sono pervenuti sino a noi, anche in versi, appaiono l’opera d’un grande scrittore. Negli episodi vi è la descrizione d’un banchetto, la Cena di Trimalchione, d’un nuovo ricco immaginario, in cui l’autore dipinge la prodigalità gastronomica della Roma imperiale. La descrizione, pur essendo tendenziosa — c’è chi vede in Trimalchione la figura di Nerone — è una fonte preziosa per lo studioso dei costumi dell’epoca.
Trota (fr. truite, ingl. trout, ted. Forelle), pesce di lago, di fiume, di mare, di peschiera, appartenente ai Salmonidi, da considerarsi una sottospecie del salmone di cui però non raggiunge le dimensioni. Tra le parecchie varietà ci limitiamo a descrivere quella comune, la Trutta fario, che ha mascella inferiore alquanto più lunga dell’altra, il corpo bruno scuro, con macchie rossicce, od anelli neri, circondati da un’aureola fosca e con squame deboli. Gastronomicamente parlando, le trote si suddividono in trote salmonate, quelle di maggior volume, e le trote di torrente, minori di dimensioni. Le une e le altre subiscono un trattamento differente. I francesi, dal sostantivo truite, hanno plasmato un aggettivo truité, che si applica particolarmente alla ceramica, quando, imitando la pelle della trota, la vernice porta reticelle poco profonde, ma abbastanza regolari, in seguito ad una fabbricazione imperfetta. I laghi svizzeri abbondano di trotelle, e non vi è albergo, per quanto piccolo sia, che non ostenti l’insegna: Lebendige Forellen, trotelle vive. Ricetta au bleu(formula classica). Il pesce va preso vivo, qualche minuto prima di essere servito, ucciso con un colpo sulla testa, vuotato, pulito, innaffiato di aceto ed immerso in un court bouillon, fortemente acetato. La cottura non dovrebbe durare più di otto minuti. Scolatelo e servitelo su una salvietta, coperto di prezzemolo fresco. A parte, serviteci del burro fuso o una salsa olandese. Au bleu (freddo). Lo stesso metodo e servizio. Il pesce, in attesa di essere servito, va conservato nella sua acqua di cottura. È ammessa anche una salsa ravigote. Alla molinara. Squamatele, vuotatele, praticateci un’incisione leggera, trasversale, sulle due parti, senza lavarle, infarinatele regolarmente e fatele saltare al burro caldo. Servitele su una salvietta, coperte di prezzemolo tritato e bagnate con il succo di limone. Nel burro di cottura aggiungeteci altro burro fresco, riscaldate per rendere il tutto cremoso e servite come una salsa a parte. Sale e pepe a volontà, durante la cottura. Al cartoccio. Dopo aver pulite, vuotate ed inciso leggermente le trotelle, spalmatele abbondantemente di burro, conditele di sale e pepe, succo di limone e prezzemolo. Incartocciatele, ciascuna individualmente. La carta o l’alluminio devono essere bene oleati o imburrati. Al forno, a calore moderato. Servite nel cartoccio stesso, che non deve ammettere interstizi, con a parte del burro fuso color nocciola e patate cotte in acqua salata. Al vino (bianco o rosso, preferibilmente il secondo). Allestite le trotelle secondo le precedenti indicazioni. Fatele rosolare nel burro con della carota e delle cipolla affettate. Collocate nella stessa teglia le trotelle con un mazzolino aromatico, bagnatele a filo di vino. Coprite il recipiente e fatele cuocere sul fornello prima, al forno poi. Dieci minuti a fuoco vivace. Utilizzate il liquido di cottura come salsa, setacciandolo ed aggiungendoci del burro, per ammorbidirlo ed eventualmente restringerlo. Salmonate. Si chiamano così, per la rassomiglianza del color rosa della carne. Per altro la trota si può facilmente distinguere dal salmone, che è privo delle macchie nere sui fianchi, caratteristica della trota. In novembre e dicembre, al momento della fregola, la trota perde il color rosa, ciò che però non diminuisce il suo valore gastronomico. Tutte. le. ricette del salmone si applicano alla trota salmonata.
Trou normand è un liquore che in Normandia ed in altri paesi del Nord, in Svezia per esempio, viene servito per alleggerire lo stomaco, durante i pasti, generalmente prima dell’arrosto, per stuzzicare l’appetito. Oggi è stato sostituito dalla ridicola moda dei serbotti. Nella Roma antica, con la penna di pavone, si ricorreva a mezzi più radicali.
Tuberina (Stachys tuberi fera, fr. crosne(du Japon)oppure stachys), erbacea delle Labiate, dal gambo quadrangolare di circa trenta centimetri d’altezza, coperto di peli agli angoli. E nota in commercio anche col nome di stachis. I francesi attribuiscono il nome di Crosne al fatto che la pianta, originaria dal Giappone, sarebbe stata in un primo tempo coltivata a Crosne, cittadina nel Dipartimento della Somme. Contro quest’affermazione esiste il nome giapponese di Coro gi, di cui Crosne sembrerebbe una corruzione. Il rizoma, che è commestibile, è lungo circa quattro centimetri, ha come caratteristica una o più strozzature. Ogni pianta porta vari rizomi. È un legume invernale. S’impiega in cucina, nelle diverse forme, secondo le ricette. È conservato spesso sotto aceto, all’uso dei capperi. Fa parte dell’insalata giapponese. Questo tubero, se fresco, è bianco e saporito, mentre disseccato e rinfrescato perde il suo sapore caratteristico, ricorda quello della patata e del carciofo, e prende gradatamente un colorito brunastro. Sistemate le tuberine in uno strofinaccio con una manata di sale grosso, scuotendo fortemente, lavatele poi, sbarazzandole delle pellicole rimaste, imbiancatele leggermente con acqua salata. Rinfrescate ed asciugate. Rosolate al burro. Collocatele in una padella, contenente burro caldissimo, e rosolatele a gran fuoco, servendole, cosparse di qualche ciuffo di prezzemolo tritato. Purè di tuberine. Dopo aver compiuti i preparativi sopra accennati, fate bollire le tuberine, quattro parti delle medesime con una parte di patate, tagliando queste ultime in piccoli dadi, affinché non ritardi la loro bollitura. Cotto il tutto, asciugatelo, riducetelo a purea, che asciugherete a fuoco vivo. Aggiungeteci del latte, mescolando, e lontano dal fuoco un po’ di burro, sale e pepe quanto basta.
Turbante è una denominazione che indica la disposizione d’una pietanza in forma di cornice circolare con o senza l’uso di apposito stampo.
Tuvara, dies arenas è il nome sardo d’un tartufo che si trova sotto le sabbie del litorale d’Oristano.
Tvaroga (ortografìa fonetica), formaggio russo, bianco, salato, pepato, condensato con tuorli d’uova.
Tyrotarichus, una pietanza sarda a base di pesce salato, formaggio ed uova sode, cotta nel vino o nell’olio.


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