Quarta Esercitazione 2007-08 |
| 7 aprile 2008 |
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“OBENTO”.
(Il mio pranzo in “scatola”)



Il bento (o obento) è uno degli esempi più popolari di come la cucina giapponese sappia “coniugare”, in una inedita sintesi, la sua millenaria tradizione e le influenze del mondo occidentale. Questa sintesi si sviluppa, allo stesso tempo, sia sul piano nutrizionale che estetico, fino al punto di coinvolgere colui-che-mangia e il mangiato in una unità di senso e di cultura che esprime uno stile di vita sentito ed originale.
Il bento, infatti, non è solo un pranzo in scatola, ma qualcosa che deve prima di tutto essere mangiato con lo sguardo.
Un pranzo che rispecchia una poetica che si traduce in codici,
quello che armonizza il piccolo, il separato e il frammentato,
quello che sviluppa una dialettica tra colore, forma e struttura degli alimenti,
quello che costruisce una continuità significante tra cibo e contenitore e, infine,
quello che accomuna nell’atto alimentare la personalità di chi mangia con il mangiato.


</p>Gli oggetti – al di là della loro sostanza – non sono, in chiave fenomenologica, che dei complessi di tendenze e dei reticolati di gesti su cui i processi simbolici trasferiscono gli embrici dell’immaginario, a cominciare, nella fattispecie dei bento, da quel processo di gulliverizzazione che consente alla cultura giapponese di sviluppare una convincente equazione estetica a partire dalla minuzia e dalla meticolosità. Per finire a quella equivalenza di contenuto e contenente che riflette il principio analitico del primato del significante sul significato.


In altri termini, come delle sorprese retoriche, i bento rivelano la capacità della poetica di “includere” la tecnica e diventare uno dei modi di quella poiesis della vita corrente che plasma la differenza culturale.
Il bento, dunque, come arte della sorpresa elude – qui è il mangiato – ciò che la linguistica definisce il denotato per diventare una irripetibile esperienza del contenuto alimentare e del linguaggio dell’arte a tutto vantaggio della jouissance.

Obiettivo dell’esercitazione è quello di realizzare un bento che esprima una di queste tre forme del sentire:
- Il cibo indimenticato della propria infanzia.
- Il cibo della propria terra di origine.
- Il cibo che vorremmo ricevere.
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(Questa esercitazione può essere realizzata e presentata in due modi.
Primo modo. Allestendo un bento (°) che sarà poi trasferito su un supporto digitale per essere mostrato.
Secondo modo. Allestendo un bento (°) – con cibi commestibili – che sarà portato in aula e commentato.
(°) – È essenziale la coerenza tra il contenitore e il contenuto.
***
(La prima prova vale due punti. La seconda vale tre punti. I punti si dimezzano se la prova è eseguita in squadra.)
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Articoli
10 aprile 2008 alle 4:35 pm
due haiku in merito (di qualche merito?)
ha nome bento
agguantare l’essenza
e al volo il quid
cibo estetico
che nutri l’ideale
e forzi il reale
un gentile saluto!
da papavero di campo