Papin (Denis) – Patata |
|
| 30 novembre 2008 |
|
Papin (Denis), francese (1647-1712), fisico, medico, matematico e geniale inventore, dovette abbandonare la Francia dopo la revoca dell’editto di Nantes. Tra molte altre invenzioni, inventò la famosa marmitta che porta il suo nome, da lui battezzata digestore, e che rappresenta l’antesignana delle moderne autoclavi. Per mezzo d’un pistone trasformò il movimento rettilineo in uno rotatorio e costruì il primo battello a vapore, che doveva navigare sul fiume Fulda. Tuttavia i battellieri di Munden, preoccupati del loro pane quotidiano, distrussero il battello e Papin morì di crepacuore, esule a Londra.
Paprica, parola ungherese, plasmata sul piperlatino o sul nostro pepe, usata oramai in tutti i paesi per denotare il pepe rosso. Costituisce la base della cucina ungherese. È un pepe per modo di dire, perché è il semplice risultato di peperoni rossi, secchi e polverizzati. Acquistandola, sinceratevi della qualità: ce ne sono in commercio molte mediocri o scadenti. Dovrebbe essere molto profumata ed avere un colore rosa-rosso intenso. Abbiate cura di tenerla ermeticamente chiusa e lontana dall’umidità. Noi diciamo la paprica, i francesi lepaprika, gli inglesi, invece, chiamano la paprica anche Krona pepper.
Parc-aux-cerfs, una piccola proprietà che da il nome ad un quartiere di Versailles, ove Lebel, cameriere di Luigi XV, faceva alloggiare le amanti di passaggio del suo augusto sovrano. Il nome del Parc-aux-cerfsmerita d’essere menzionato in un sito di gastronomia, perché Madame de Pompadour prima e Madame Du Barry poi seppero far rivivere le sonnecchianti vitalità del loro amante con la cucina di vivande supposte afrodisiache di loro invenzione. Superflue, se guardiamo le grazie callipige di una ospite, Marie-Louise O’Morphy, dipinta da François Boucher.
Parmentier (Antonio Augustino), filantropo ed agronomo francese, nato a Montdidier nel 1727, morto a Parigi nel 1813. Iniziò la sua carriera come farmacista. La carestia del 1769 lo indusse a studiare la possibilità di mettere a disposizione del popolo nuovi elementi nutritivi e la sua attenzione si concentrò sulle patate, in uso da molti anni in Germania. Ottenne la protezione di Luigi XVI, al quale aveva presentato una memoria, dimostrante le qualità nutritive del miracoloso tubero. Il re gli concesse l’uso d’una vasta estensione di terreno nella pianura di Sablons per la nuova coltivazione, che ebbe pieno successo. A Parmentier spetta altresì il merito d’aver perfezionato l’uso dello sciroppo di vino, e i metodi praticati nella macinazione e nella panificazione. Fu nominato ispettore generale della Sanità nel 1803. La cucina francese immortalò il suo nome, chiamando à la Parmentier varie ricette gastronomiche, sempre a base di patate. (Cfr., sull’argomento, Katharina di Nieuwerve, Piccolo viaggio cucinario nell’immaginario materiale.)
Pastella per frittura (fr. pâte à frire): varia, secondo la natura degli elementi, che la pastella stessa è chiamata ad avviluppare. Per frittelle o beignets di carne o pesce. Disporre in una terrina centoventicinque grammi di farina setacciata, una presa di sale, due cucchiai d’olio d’oliva, oppure due noci di burro fuso, ed un quinto di litro d’acqua appena tiepida. Mischiare con un cucchiaio di legno, senza lavorare la pastella, se questa deve essere usata subito, per evitare che, troppo elastica, impedisca agli oggetti di attaccarvisi. Se invece è preparata in anticipo, può essere lavorata, giacché il riposo le fa perdere l’elasticità. Aggiungere, al momento di servirsene, due albumi montati a neve ferma. Per beignets di legumi (sedano, tuberine, scorzonere e simili). Stemperate in una terrina centoventicinque grammi di farina setacciata, una presa di sale, due noci di burro fuso, un uovo e la quantità d’acqua necessaria per preparare una pasta abbastanza molliccia, che deve essere usata solamente dopo un’ora. Per beignets di frutta e fiori non velati al forno. Centoventicinque grammi di farina setacciata, due grammi di sale, una noce di burro fuso, un decilitro scarso di birra, uno di acqua tiepida, una cucchiaiata da tè di cognac, un albume montata a neve ferma. Riunite in una terrina: farina, sale, burro, stemperate con la birra e l’acqua, aggiungendo poi il cognac, senza lavorare la pasta. All’ultimo momento aggiungete l’albume. Per beignets di frutta da velarsi (giacer) al forno. Centoventicinquegrammi di farina, una noce di burro fuso, una presina di sale, una presa di zucchero, mezzo uovo (intero), un litro scarso di birra ed un po’ d’acqua tiepida. Stemperate la farina, secondo le indicazioni della ricetta precedente, senza troppo lavorarla, e qualche tempo in anticipo, mantenendola in un posto tiepido perché possa fermentare. Al momento di servirvene, rompete la consistenza. A differenza della precedente ricetta, i beignets, dopo essere stati fritti scolati ed asciugati, vanno messi in un forno caldissimo, cosparsi di zucchero e velati (glacés).
Pasteur (Luigi), chimico francese, nato 1822, morto 1895. Non possiamo, in questo sito tracciare la biografia di questo grandissimo scienziato. Ma verremmo meno alla doverosa riconoscenza verso il creatore delle nuove teorie nella terapia, nell’industria, nell’agricoltura e nell’alimentazione, se non menzionassimo, il suo nome prima di parlare della pastorizzazione che direttamente ci riguarda.
Pastorizzare è un’azione di sterilizzazione per mezzo del calore di taluni liquidi fermentati, come il vino ed il latte principalmente, sopprimendo la vitalità di taluni germi o microorganismi. A seconda dei liquidi, il liquido è portato ad una temperatura che varia dai cinquantacinque ai settanta gradi, il latte, ad esempio, viene portato a settanta gradi e poi repentinamente raffreddato, il tutto con apparecchiature di varia costruzione. La pastorizzazione distrugge i microrganismi, ma non le loro spore, la cui eliminazione richiede un altro metodo di sterilizzazione introdotto dal fisico irlandese John Tyndall, un metodo che è oggi universalmente adottato, pur compreso nel termine generico di pastorizzazione.
Pasticcio, come termine cucinario italiano, indica una pietanza preparata o cotta al forno in una crosta di pasta, che formi un involucro e ne trattenga i principi nutritivi ed aromatici. In pari tempo si chiamano pasticciate le vivande a cui si sono aggiunti altri ingredienti, come carne sminuzzata, o fegatini di pollo, funghi, tartufi, e simili. La voce pasticcini si riferisce a dolci. Per evitare false interpretazioni, taluni cuochi ricorrono alla voce d’origine francese timballo per significare la preparazione in un involucro di pasta, sostituibile questa anche con una parola italiana, sformato.
(il timbal francese deriva dall’arabo at-tabl, una specie di tamburo. A sua volta la voce araba deriva dal persiano.)
Pasticcio, pasticciato. Nella cucina italiana i termini hanno vari significati, che, tuttavia, si possono ridurre ad un denominatore comune: l’aggiunta di molteplici elementi alla vivanda principale. Così la polenta pasticciata milanese contiene intingoli, burro, carni, salumi, funghi, formaggio, con o senza tartufo. È cotta al forno, a fuoco moderato, sino a formare crosta. In quella bolognese domina il ragù di carne. Si chiamano poi pasticci le preparazioni, nelle quali l’elemento principale — fegato, maccheroni, maiale, gnocchi, pollo, piccioni — sempre pasticciato, è coperto da uno strato di pasta, briséeo frolla, il tutto passato al forno. Se il coperchio è costituito da pangrattato la preparazione dovrebbe chiamarsi gratin, (la denominazione pasticciata, usata spesso in questo caso, conduce in errare), mentre se lo involucro è completo, cioè costituito da una pasta corrispondente al fondo, alle pareti ed al coperchio, il nome di prammatica sarebbe timballo. Il nostro pasticcio (a solo coperchio di pasta) corrisponde al pie inglese, di cui si fa larghissimo uso nel mondo anglosassone, tanto per la carne, quanto come dolce. Troverete un esempio di preparazione nella voco piccioni, pigeon pie. Si preparano in modo analogo: il Chicken pie(pollo) caldo, o freddo in gelatina, lo steak and kidney (manzo e rognone) pie, il pork pie (maiale), il fish pie (pesce), il game pie (selvaggina), il lamb pie (agnello) ed il veal pie (vitello), per non citare che i principali. Poi viene la serie lunghissima dei piesa base di frutta; apricot(albicocche), plum(prugne), cherry (ciliege), peach(pesche), blackberry(more) ecc, spesso in combinazione tra di loro. I piesdolci sono particolarmente apprezzati in America.
Pastinaca (Pastinaca sativa, fr. panais, ingl. persi, ted. Pastinake, fiamm. Pastanaka, ol. pinktser nanel, dan. Pastinak, spagn. Chirivia, port. pastinaga), pianta erbacea del genere delle Ombrellifere, biannuale, alta da sessanta centimetri ad un metro, dal gambo scannellato, dalle foglie vellutate e composte di foglioline ovali e dai fiori gialli. È coltivata per la sua radice carnosa e pivotante, usata tanto in cucina quanto per foraggio. Da noi esistono due varietà, la lunga grossa e quella cosiddetta a trottola, che ha un sapore aromatico e zuccherino notevole. Con le foglie, tenere, si prepara un’ottima pietanza. Le radici novelle vanno raschiate e gettate nell’acqua fredda per evitare che scoloriscano. Le vecchie invece devono essere sbucciate e tagliate in quattro pezzi per il lungo. Iniziate la cottura in acqua bollente, sino al grado voluto d’intenerimento. Tempo: per le giovani tre quarti d’ora, per le vecchie una ora ed un quarto. Seguire le stesse ricette , valide per le carote.
Pastiti burrit, termine dialettale della cucina bearnese, per un genere di pasticceria, che si ottiene frullando una mezza dozzina d’uova con una cucchiaiata d’acqua di rose ed una di acquavite, aggiungendovi poi duecento grammi di zucchero in polvere, qualche goccia di latte, nonché cinquanta grammi di burro fuso. A questo composto si aggiungerà del lievito di pane ed una quantità sufficiente di farina, per rendere il tutto piuttosto denso, si lascia poi riposare una notte, accanto al fuoco. L’indomani in forno caldissimo in una teglia spalmata di burro.
Patata (Solanum tuberosam, fr. pomme de terre, ingl. potato, ted. Erdapfeloppure Kartoffel, fiamm. e ol. Aaedappel, dan. Jordepeeren, spagn. e port. papas), erbacea della famiglia delle Solanacee, di cui si conoscono più d’un migliaio di varietà. Le più apprezzate sono: la patata rosa, la bianca, la gialla lunga e la gialla tonda. Di provenienza cilena e peruviana, la pianta fu importata nel 1534 in Spagna, dove, all’inizio, suscitò solamente una certa curiosità. Nel 1588 furono inviati alcuni esemplari in Austria, allo scienziato Clusius, che ne comprese l’importanza nutritiva. La pianta si diffuse rapidamente, prima in Germania, poi in Svizzera. Lo sfortunato esploratore Sir Walter Raleigh la importò con buon successo in Inghilterra sin dal 1585. Il prezioso tubero, tuttavia, non vi fu accolto che come foraggio. Spetta al francese Parmentier il grande merito di aver rivelato al mondo intero il valore e le qualità nutritive della pianta. In Italia si preferisce la patata gialla grossa, la rosa Monti del Lario, a tubero grosso, polpa farinosa e pelle rugosa. È molto apprezzata all’estero la rossa lunga d’Olanda. La patata ha un nemico acerrimo, la Peronospora, che notoriamente si combatte con sali di rame od altri mezzi chimici anticrittogamici. Le parti verdi della pianta ed anche i tuberi in corso di germinazione (occhi) contengono un alcaloide pericoloso, la solanina, che produce effetti deleteri tanto all’uomo quanto agli animali, se introdotta nello stomaco. Le patate si possono conservare per lunghi anni, senza farle germinare usando la precauzione d’immergerle per qualche istante nell’acqua calda. Tuttavia non bisogna provocare screpolature. Sono ottime per tutte le ricette che seguiranno. Le patate vanno sempre lavate accuratamente e strofinate per togliere tracce di terra ed altre immondizie aderenti. La questione se convenga sbucciarle prima o dopo la bollitura è soggetta a controversie. Chi sostiene che, proprio al di sotto della buccia, si trovano sostanze nutritive di grande valore, che vanno perdute, se sbucciate preventivamente; chi, invece, afferma che le parti, eventualmente malate, possono essere rimosse utilmente prima della lessatura, evitando che, durante la cottura, i succhi amari penetrino nella parte sana. Vi è inoltre chi vede l’inconveniente della screpolatura della buccia durante la cottura, per effetto dell’aumento di volume dell’amido riscaldato, che rende la patata meno presentabile. È un disturbo facilmente rimediabile, con una leggera incisione preventiva a metà patata. Le patate novelle contengono pochissimo amido. Con queste l’inconveniente non si presenta. Un’ultima raccomandazione: fate bollire le patate aventi all’incirca le medesime dimensioni, altrimenti le piccole saranno stracotte e le grandi ancora dure.
Per quanto il tubero alimentare si avvicini alla patata, appartiene ad un altro genere, la batatas edilis, della specie delle Convolvolacee. È chiamata dai francesi patates douces, dagli inglesi sweet potatoes e dagli americani Southern sweet potatoes, data la provenienza dall’America del Sud. Esistono varietà bianche, gialle, rosse e violette. Seguono alcune ricette per le patate comuni, con quest’avvertenza: devono essere servite subito, appena pronte, perché tendono a rammollire rapidamente. Perciò il modo ideale è la cottura al forno, con la buccia, e burro fresco servito a parte. Come purea, può sostituire, ove occorra, quella di marroni, quale accompagnamento di selvaggina. Si chiama alla Parmentier una pietanza che abbia per contorno le patate. Le patate, come le uova, ammettono una varietà infinita di preparazioni e, per maggior chiarezza, enumereremo le ricette secondo il genere di cottura. Conviene iniziare la cottura con l’acqua fredda o con quella bollente? La vecchia scuola preferisce l’acqua fredda, la nuova quella bollente, affermando che la formazione immediata d’una crosta impedisce la penetrazione dell’acqua, rendendo la patata più secca ed appetitosa. In primo luogo lavatele in acqua corrente, asciugatele e pelatele a fior di pelle, se sono nuove, raschiatele. Forse il miglior sistema di cottura è quello a vapore. Le patate bollite senza buccia vanno presentate (e così già preventivamente lessate), in forma di grosse olive. L’acqua di cottura deve essere salata. Se, una volta allestite, le patate non vanno bollite subito, conservatele nell’acqua fredda salata, per evitare il loro annerimento. Dopo la cottura, in attesa di essere servite, collocatele in un tegame accanto al fuoco per mantenerle calde. È raccomandabile l’inizio della cottura in modo tale da farne coincidere l’ultimazione col momento di servire. Così lessate, si chiamano, un po’ abusivamente, all’inglese, se devono servire come contorno, seguite le rispettive ricette della pietanza principale. Costituiscono un contorno obbligatorio del pesce bollito. Si possono servire, coprendole di prezzemolo, od anche, bene asciugate, facendole rotolare nel burro fuso, contenente prezzemolo tritato. Se vanno ritagliate in fette, ad esempio per l’insalata, affettatele dopo la bollitura e non prima, risulterebbero altrimenti troppo acquose. Le patate bollite con la buccia sono chiamate da noi in camicia, dai Francesi en robe de champs (e non en robe de chambre)e degli Anglosassoni ancora più pudicamente in jackets. Bollite, possono servir di base alle seguenti preparazioni: Al latte, oppure alla panna. Scegliete patate di natura consistente, fatele bollire in camicia, secondo le indicazioni già date, pelatele, ritagliate in fette d’un buono spessore ed immergetele nel latte o nella panna bollente, condita con sale, una presa di noce moscata ed una presina di pepe: forzate la cottura, sino a quasi prosciugare il liquido. Servitele con panna fresca non cotta, coprendo leggermente le patate. Alla maggiordomo (o à la maître d’Hotel). Affettatele secondo la ricetta che precede, copritele d’un fondo bianco, conditele con sale e pepe bianco. Prosciugate il liquido a fuoco vivace, aggiungeteci all’ultimo momento una buona dose di burro e servite a cupola, cospargendo di prezzemolo tritato. Alla menta. Preferibilmente le patatine novelle, bollite con un mazzolino di menta. Servitele, coprendo ciascuna patata con una foglia di menta imbianchita. Purée. Non troppo bollite, passatele alla macchinetta, rimettete la purea sul fuoco, aggiungendo gradatamente del latte, per ottenere la voluta consistenza. Sale, pepe e noce moscata quanto bastano. Burro all’ultimo momento. Purée gratinata. Lisciate la superficie della purea, collocatela in una terrina da forno. Copritela di un miscuglio di pangrattato e formaggio, bagnatela leggermente di burro fuso ed infornate. Mousseline(chiamata anche Mousse Parmentier, cucina francese). Preparate una purea alquanto densa, secondo la ricetta della purea, aggiungeteci, per mezzo chilo di purea cinquantagrammi di parmigiano grattugiato, tre cucchiai di panna montata e tre albumi montati a neve ferma. Mescolate, lisciate, infarinate la superficie, dopo averla bagnata con un po’ di burro fuso. Sopra la farina uno strato sottilissimo di parmigiano. Al forno sul genere dei soufflés. Crocchette. Una purea piuttosto densa, alla quale aggiungerete, per mezzo chilo di patate, cinquanta grammi di burro, lontano dal fuoco, inoltre, tre uova intere, con sale, pepe e noce moscata grattugiata. Mescolate ed amalgamate. Dividete in tante parti, cui darete la forma voluta di pere, albicocche o simili, impanate all’inglese e tuffatele in una frittura caldissima. Croquettes Dauphine (cucina francese). La stessa preparazione con la medesima frittura ed il medesimo metodo d’impanare all’inglese, con la aggiunta tuttavia, per ogni mezzo chilo di purée e durante la preparazione dell’amalgama, di centocinquanta grammi d’una pastella, chiamata pâte à chou, non zuccherata (un quarto di litro d’acqua, cinquanta grammi di burro, tre di sale, che farete bollire, aggiungendo, lontano dal fuoco, centocinquanta grammi di farina setacciata. Mescolate e prosciugate a fuoco vivace. Terminate la cottura, consolidate il tutto con tre uova. La stessa ricetta vale anche per i gnocchi di patate). Lasciate raffreddare la purea. Formate delle gallette appiattite dello spessore di due centimetri. In un tegame fate fondere del burro, fate dorare le gallette da un lato, poi capovolgetele dall’altro, servendole calde, cosparse di sale e prezzemolo fritto. Duchesse al Chester. Medesimo sistema, con l’aggiunta di Chester raspato durante l’amalgama e al momento di servire, coperta ogni galletta di una fettina di Chester. Croquette Berny (cucina francese). Secondo la ricetta delle crocchette come sopra, con queste differenze: aggiungete alle dosi indicate anche quaranta grammi di tartufi tritati ed anziché impanare la purea all’inglese, dopo averle data la forma di albicocche, tuffatele nell’uovo sbattuto e copritele di mandorle dolci tritate fini. Croquettes Saint Florentin (cucina francese). Sempre il sistema crocchette. Nell’amalgama prosciutto magro tritato e nell’impanatura all’inglese mescolate vermicelli sminuzzati. È consuetudine dare una forma rettangolare. Sotto la cenere. Patate intere, non sbucciate, lavate a varie acque correnti ed accuratamente asciugate. Sotto la cenere calda, coperta questa con brace ardente. Servite su una salvietta, con sale e burro a parte. Le patate così preparate sono gustosissime e non conviene turbarne il sapore con una salsa qualsiasi. Patate fritte: Chip. Affettate le patate in piccoli dischi sottilissimi. Ammorbiditeli tenendoli nell’acqua fredda per una decina di minuti, poi asciugateli tra due panni e fateli friggere in una gran frittura di olio o burro da renderli croccanti. Asciugateli e cospargeteli di sale. Caldi servono di contorno alla selvaggina, freddi per stuzzicare la sete al momento dell’aperitivo. Allumettes(fiammiferi) et paille(paglia). Strisce quadrate le prime, rotonde le seconde, entrambi molto sottili, sempre con lo stesso metodo di cottura. Vanno consumate calde, coperte di sale. Pont-Neuf. È questo il sistema classico della patata fritta. Sono bastoncini quadrati, d’un centimetro di lato, croccanti all’esterno e teneri all’interno. Il metodo di frittura non muta. Nidi. Fate uso d’uno stampo speciale, nel quale disporrete la patata ritagliata in forma di bastoncini a paglia, lavati ed asciugati, intrecciando uno nell’altro, col sistema dell’impagliatura di una seggiola. Fritti e quindi consolidati, tolti dallo stampo, serviranno da recipiente per contenere le patate fritte in genere. Pommes de terre soufflées (soffiate, da non confondersi col soufflé di patate). È un modo curioso di preparazione che esige qualche attenzione. Ritagliate la patata in dischi, che abbiano da tre a quattro millimetri di spessore. Asciugateli. Fateli friggere in una frittura ordinaria. Cotti, tuffateli in altra frittura fresca, cioè non ancora utilizzata, che deve essere caldissima. Vedrete che le patate si gonfieranno. Non mettete troppi dischi nella seconda frittura, né tardate a servirli, il gonfiore non si manterrebbe. Cospargeteli di sale fine. Questo genere di cottura ha la sua storia. Nel 1837 s’inaugurava a Parigi il primo tronco ferroviario che doveva congiungere la capitale a Saint-Germain-en-Laye, che dista da Parigi qualche decina di chilometri. L’inaugurazione doveva essere festeggiata con una colazione all’arrivo a Saint-Germain del primo treno, che portava autorità e costruttori. Il ristorante aveva tutto preparato, per la ora indicata, anche le patate fritte. Senonché il treno era in ritardo: gli ingegneri, ancora inesperti in materie di costruzioni ferroviarie, avevano forse mal calcolata la salita che conduce a Saint Germain. Finalmente il treno arrivò ed il ristoratore tuffò le sue patate in un’altra frittura, ed è così che nacquero le pommes soufflées, con lunghe dispute tra chimici e fisici, che vollero spiegare il singolare fenomeno. Pommes Chatouillard. Ritagliate a spirale, seguite la ricetta delle pommes de terre soufflées. Patate saltate. Château. Ritagliatele in forma di grosse olive e fatele saltare senza fretta in un burro chiarificato od in un buon grasso, scuotendo la padella di quando in quando. Asciugate, servite senza ritardo, cospargendo di sale e prezzemolo fritto. Fondantes. Secondo la ricetta precedente, con quest’aggiunta: cotte, schiacciatele leggermente con la forchetta, senza deformarle. Scolatele e rimettetele nuovamente in un tegame che contenga cinquanta grammi di burro per mezzo chilo di patate. Coprite il recipiente e riscaldate a fuoco lento sino al completo assorbimento del burro. À la Lyonnaise. Lessate le patate a tre quarti, affettatele, fatele saltare al burro, a parte fate rosolare dei cerchietti di cipolla, mescolate le prime con le seconde e fatele saltare assieme per qualche minuto. Noisettes. Con un apposito cucchiaio ricavate da una patata delle patatine, simili a quelle novelle, fatele saltare al burro, ed alla fine schiacciatele leggermente senza deformarle. Si possono servire, cosparse di sale fine, oppure anche, ancora calde, tuffarle in un sugo di carne caldissimo, servendole cosparse di sale e prezzemolo fritto. Patate al forno. Anna. Ritagliate le patate in forma di cilindri che affetterete, la forma a cilindro è necessaria affinché siano di uguale dimensione. Asciugatele. Ungete un tegame a gratin a bordi molto alti e collocatevi le fette a strati, cospargendo ciascuno strato di burro fuso. Fate in modo che ciascuno strato sia composto di fette a cavalcioni sulle fette sottostanti. Al forno molto caldo. A tre quarti di cottura, capovolgete il tutto, affinché si possano dorare anche le parti inferiori. Servite caldo, liberando le patate dal burro eccedente. Alla massaia. Scegliete patate di media grandezza, lavatele accuratamente in acqua fredda corrente, asciugatele e mettetele in forno caldissimo. Servitele calde, con burro a parte. Vi sono molti che, cotte le patate in questa forma, mangiano volentieri anche la buccia. Patate ripiene. Il metodo di cottura al forno delle varie ricette è sempre uguale. Non variano che la preparazione e la natura del ripieno. Vi è una cottura iniziale che taluni operano all’acqua salata, mentre è preferibile quella al forno, che conserva la consistenza della patata stessa. È altresì preferibile conservarne la buccia, che deve rimanere intatta. La cottura iniziale avviene a tre quarti, la patata divisa a metà nel senso della lunghezza, la polpa raccolta e preparata, rimessa nel vuoto, ricostruendo la patata, poi, terminate la cottura al forno. Nell’economia domestica si ricorre agli avanzi di carne della vigilia, tritata, mescolata alla polpa con un po’ di burro, sale, pepe, aglio e prezzemolo, il tutto ben consistente ed amalgamato. Potete eventualmente aggiungere un po’ di mollica di pane, inzuppata di latte o di brodo. Nella seconda ed ultima cottura al forno innaffiate le patate con un po’ di burro fuso o di sugo di carne, se disponibile. Naturalmente il sistema del ripieno varia all’infinito. Così si può costituire il ripieno col prosciutto, sminuzzato a dadi, a cui va aggiunta, in piccola dose, una purée di cipolla, il tutto innaffiato di latte, oppure ancora tartufi o fegato grasso, frammisti alla polpa, eccetera. Pomme de terre Suzette. Sbucciatele, datele la forma d’un grosso uovo, con un’estremità smussata per farle stare diritte e l’altra recisa a modo di coperchio. Mettetele al forno per ammorbidirle e togliere facilmente la polpa, cui aggiungerete burro, giallo di uovo, nonché panna ed infine lingua o/e tartufi o/e funghi sminuzzati, il tutto bene amalgamato, di cui riempirete il vuoto. Rimettete il coperchio e passate al forno per la cottura definitiva. Servite sul genere delle uova à la coque, innaffiando leggermente di burro fuso. Specialità anglo americana. Hashed hrown potatoes (patate triturate colore scuro). Tritate le patate ancora crude ed aggiungetevi una panna fresca. In una padella scaldate del burro e quando è fuso (prima di bruciare), travasatevi le patate, lisciando la superficie. Per cinque minuti fuoco intenso, poi moderatelo, coprendo la padella, in modo che il tutto sia ben cotto ed il fondo abbia preso un bel colore bruno. Piegate come un’omelette e servite. Conditele con sale e pepe all’inizio.


Articoli
