IED – Materiali del corso I
Fondamenti di Sociologia e
di Sociologia della comunicazione.
EXCERPT
Sapientia prima est stultitia caruisse.
Orazio.
Obiettivo del corso:
La sociologia, un tempo definita come una fisica dei fenomeni sociali, da un lato, rappresenta uno dei più efficaci paradigmi per la comprensione della complessità, che caratterizza il mondo moderno, dall’altro, costituisce uno degli strumenti più efficaci per conoscere il modo di formarsi della cultura, dei valori, degli stili di vita e dei nuovi mutamenti sociali, come sono la globalizzazione dei mercati, l’affermarsi delle società multietniche, l’incidenza dei mass-media sulle mode, i costumi e le abitudini. In questo senso, l’obiettivo principale del corso è di illustrare le dinamiche che conciliano e spiegano il vissuto, le passioni e il fare degli uomini con la cultura dei segni che domina la modernità e le sue rappresentazioni. Di imparare a cogliere i significati del reale dietro le apparenze e i simulacri ed essere capaci di governarli.
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(Quello che segue è un documento a circolazione interna, ad uso scolastico, non redazionato)
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La sociologia, oggi, è comunemente definita una scienza dei problemi sociali.
Nel linguaggio corrente il termine di sociale e di società hanno più di un significato.
Per esempio, è sociale tutto quello che fa problema, per fare qualche esempio, la povertà, la droga, il bullismo, le migrazioni, le pandemie, le conseguenze dei disastri ambientali e climatici.
L’idea di società, invece, rinvia sia alle contrapposizioni funzionali che si formano nel corso del tempo, soprattutto tra le libertà individuali confrontate con le limitazioni che derivano dalla convivenza collettiva, che all’insieme concreto delle persone, che formano le nazioni, i popoli, le etnie.
La sociologia oggi si occupa di analizzare, in particolare, anche di ciò che è critico e produce crisi, come la disoccupazione, così come di ciò che funziona, come il lavoro.
Studia i caratteri dell’individualismo come studia le nuove forme di collettività che non sono più limitate alla forma dello Stato-Nazione. Studia i gruppi come le storie individuali.
In breve, essa appare come un punto di vista particolare sulla realtà umana, come una ricerca sull’uomo in quanto individuo che vive in gruppo.
In questo senso, sempre a grandi linee, l’oggetto della moderna sociologia bascula tra i sistemi d’interazione e i modelli di comportamento degli uomini in società.
Più precisamente la sociologia si occupa della società come un prodotto umano e dell’uomo come un prodotto sociale.
Per punti potremmo dire che essa studia:
- il divenire della società.
- le relazioni e le correlazioni tra i fenomeni sociali.
- i rapporti tra le varie componenti che costituiscono i sistemi sociali.
- le interdipendenze tra i valori, i significati e i simboli che formano la cultura.
- i fattori e le modalità dell’azione sociale.
- il linguaggio condiviso che consente la costruzione di un senso e che orienta i comportamenti.
- la costituzione e il funzionamento dell’organizzazione sociale e delle forze che in qualche modo la determinano.
Questa disciplina, poi, ha uno statuto particolare:
– sia perché gli uomini conservano sempre il loro libero arbitrio è quindi possono agire anche contro la società.
– sia perché la società è un’entità notevolmente più complessa e articolata delle parti che compongono il campo di studi delle scienze dell’uomo.
E, in secondo luogo, perché chi la studia – il sociologo – fa parte di ciò che studia, dunque, non potrà mai essere assolutamente obiettivo.
C’è ancora un altro problema, perché ci sono tanti modi di parlare della sociologia e della sua storia quante sono le teorie sulla quale essa si fonda e, non da ultimo, ogni epoca elabora in continuazione quelle che meglio la rappresentano.
A grandi linee, nella stagione del positivismo, quando essa nasce, la sociologia si forma per accumulo di conoscenze oggettive, la sua storia corre parallela a quella dell’idea di progresso.
Segue una stagione in cui la sociologia si espande in tutte le direzioni della storia dell’uomo, c’è chi l’ha poeticamente definita la stagione del “campo fiorito”.
Ogni fiore è un argomento e da ogni argomento scaturiscono scuole e modelli di ricerca nei quali si accumula un’immensa riserva d’idee per l’interpretazione del mondo.
Verso la metà del Novecento, dopo la seconda guerra mondiale, nella sociologia si cominciano a formulare delle sintesi strutturali.
In altri termini, le scienze sociali di questo periodo definiscono il proprio paradigma sul quale convergono la tradizione e la ricerca.
(Qui, paradigma sta per modello epistemologico accettato in un dato momento che la ricerca mette in discussione e che si trasforma nel tempo. Un esempio lo spiega bene. In astronomia il paradigma tolemaico fu rimpiazzato ad un certo punto da quello copernicano che consentì a questa scienza di continuare a svilupparsi.)
Seguì una stagione in cui si riscoprirono e si rivalutarono le preoccupazioni etiche e morali dei grandi padri fondatori di questa scienza. Sono gli anni che vanno tra il 1960 e il 1980 circa.
Oggi siamo in una fase che si definisce contestualistica.
Vale a dire le teorie sociologiche sono trattate come se fossero degli strumenti ideologici per comprendere e adattare ai bisogni dell’epoca.
In chiave politica è come se le diverse sociologie, in cui si divide lo studio della società, siano diventate dei mezzi con i quali si legittima l’ordine sociale, sia esso improntato alla conservazione, sia esso di natura progressista o innovatrice.
Ma usciamo dal campo delle definizioni e procediamo con ordine seguendo un filo storico.
Parte prima.
Per cominciare conviene, prima di tutto, definire il campo della disciplina che studieremo.
In pratica, significa rispondere ad alcune domande.
Che cos’è la sociologia? Come possiamo definirla?
Quando è nata?
Che cosa ne ha determinato la nascita e quali sono i suoi obiettivi?
Come questi si trasformano nel tempo.
In astratto la sociologia è la scienza che studia con i propri metodi e strumenti d’indagine i fondamenti, i fenomeni, i processi di strutturazione e destrutturazione, le manifestazioni della vita associata e le loro trasformazioni.
Per questo essa è anche definita come la scienza dei fenomeni sociali.
Per le scienze sociali un fenomeno sociale è caratterizzato dalla proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali, così gl’individui se li trovano di fronte come realtà che preesistono loro e che sono indifferenti alla loro presenza.
In secondo luogo,i fenomeni sociali sono anche dotati di un potere imperativo e coercitivo in forza del quale s’impongono agli individui con o senza il loro consenso.
La parola sociologia fu coniata nel 1824 dal filosofo francese Auguste Comte (1798-1857) che, nel suo Corso di filosofia positiva, pubblicato nel 1839, la impiegò al posto di un’espressione allora più popolare, fisica sociale.
Un’espressione divenuta d’uso corrente a partire dalla seconda metà del ‘700 per definire lo studio positivo dell’insieme delle leggi fondamentali proprie dei fenomeni sociali.
Questa idea di una fisica sociale, come strumento per studiare gli uomini, può sembrare bizzarra, ma nella seconda metà del Settecento serviva soprattutto, a rivoluzionare un certo modo di vedere il mondo, a capovolgere le sue fragili certezze centenarie, a seminare il dubbio là dove gli antichi saperi costituiti avevano i loro acritici capisaldi, costruiti sulla sabbia dei luoghi comuni.
Apriamo, ora, una piccola parentesi su cosa dobbiamo intendere per positivismo.
Il termine fu usato per la prima volta da Claude Henri conte di Saint-Simon (1760-1825) del quale, tra l’altro, Comte fu un collaboratore, per definire un metodo esatto, dal punto di vista scientifico, con il quale fosse possibile affrontare in modo razionale i grandi temi con i quali la società e gli uomini devono in continuazione misurarsi. L’idea di partenza, invece, affonda nelle tesi dell’illuminismo, in particolare di Jean-Baptiste d’Alambert (1717-1783) e Jacques Turgot (1727-1781).
In seguito questo termine fu ripreso da Comte e divenne una vera e propria corrente di pensiero che, a partire dalla metà dell’Ottocento, si diffuse dappertutto in Europa.
Il problema non era tanto quello di sottrarre alla filosofia alcune sue competenze, quanto quello di orientare le ricerche sulla società dando loro come punto di partenza la sua natura empirica, fondarle sui dati concreti della vita vissuta.
Alla filosofia si rimproverava di non saper andare oltre la proclamazione dei principi fondativi di una società giusta. Di riflettere sull’ordine sociale lasciandolo, però, nella sua astrattezza di principio, senza metterne in discussione il senso.
Da un punto di vista storico, possiamo dire che il positivismo contribuì ad affermare il principio di una organizzazione scientifica della società (soprattutto di quelle industriali, cioè delle più moderne) dando così senso ad un grandissimo fenomeno, sociale, politico ed economico:
la tecnica, intesa come una scienza dei mezzi, che si materializza nella tecnologia e da vita alla civiltà industriale.
Nel suo corso di filosofia positiva Comte sosteneva che lo spirito umano si è evoluto attraverso tre stadi.
– Nello stadio teologico i fenomeni vengono spiegati attraverso il ricorso a entità soprannaturali.
– Nello stadio metafisico o astratto attraverso il ricorso ad astrazioni filosofiche.
– Nello stadio scientifico o positivo la ricerca delle cause ultime è abbandonata in favore dell’indagine sulle leggi, cioè sulle relazioni invariabili di successione e di rassomiglianza che connettono i fenomeni tra di loro.
Comte, dunque, coniò il termine di sociologia per designare la scienza che avrebbe dovuto sintetizzare tutte le conoscenze positive, svelare il mistero degli aspetti statici e di quelli dinamici della società e guidare la formulazione di una politica positiva.
Nel suo complesso, le tesi fondamentali del positivismo si possono sintetizzare così:
Primo. La scienza è l’unica forma di conoscenza reale (dunque, possibile) del mondo. In altri termini, solo i principi scientifici e le cause analizzabili con il metodo delle scienze danno origine alla conoscenza.
Secondo. Il metodo scientifico, di per sé, è di natura descrittiva, delinea i fatti e mostra i rapporti che intercorrono tra di essi. Esso è capace di spiegare la genesi evolutiva dei fatti complessi a partire da quelli semplici.
Terzo. Il metodo scientifico può essere esteso a tutti i campi dell’attività degli uomini perché è l’unico che ha in sé i fondamenti della ragionevolezza e funziona come una guida per lo studio dell’evoluzione della società. Di fatto, oltre che nel discorso delle scienze dell’uomo, il paradigma del positivismo, nel corso dell’Ottocento, penetrò nella medicina, nella politica, nella giurisprudenza, nell’insegnamento, nell’economia, nella filosofia e in molte altre discipline ancora.
Dunque, la parola sociologia rimanda ad un discorso sull’individuo come membro della società, cioè, ad una disciplina che studia il fondamento dei rapporti intersoggettivi (cioè, tra soggetti) come se fossero una scienza.
Torniamo, ora, alla parola sociologia.
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Prima di procedere vediamo una definizione di essa che ne da un sociologo americano che fu a suo tempo definito un ribelle di questa disciplina, Charles Wright Mills (1916-1962).
Mills scrive, la sociologia è uno stato dello spirito o se si preferisce una forma d’immaginazione che mira essenzialmente a comprendere come la storia individuale di un individuo si articola alla storia generale del suo tempo, cioè, in pratica, come si costruisce la società intesa come prodotto umano.
Vi ho ricordato questo autore perché ebbe una storia singolare. I suoi due libri, L’immaginazione sociologica e Le élite del potere furono tradotte in russo, nonostante la “guerra fredda” e si racconta che furono studiate con molto interesse da Fidel Castro e Che Guevara. La cosa insospettì la CIA che nel 1968, nonostante fosse morto da sei anni, lo indicava come uno dei più influenti sobillatori degli studenti universitari americani.
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Vediamone l’etimo, esso è composto da due parole, una latina, socius (alleato) che sta ad indicare l’individuo in quanto membro della società, ed una di origine greca, logos, che qui sta a significare “un discorso su…(qualcosa)”
Dunque, la parola sociologia rimanda ad un discorso sull’individuo come membro della società, cioè, ad una disciplina che studia il fondamento dei rapporti intersoggettivi (cioè, tra soggetti) come se fossero una scienza.
A grandi linee sulla scia delle teorie di Auguste Comte troviamo Herbert Spencer (1820-1903), un filosofo inglese, di orientamento positivista, con grandi interessi per la psicologia, considerato il padre della filosofia evoluzionistica, autore di un trattato di sociologia in cui, per la prima volta, le teorie di Charles Darwin sull’evoluzione sono applicato alle scienze sociali.
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Notiamo, per curiosità che l’interesse di Spencer verso l’evoluzionismo nasceva da un sentimento antiautoritario, antidogmatico e antiaccademico della sua educazione. Oggi, diremmo che era un liberale e un libertario con un solo grande interesse, di elaborare una teoria generale del progresso umano.
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L’evoluzionismo, infatti, ha avuto il merito di focalizzare l’attenzione sul legame tra passato, presente e futuro, facendo del passato non una storia morta, ma il materiale vivente, o con un’immagine suggestiva, il materiale geologico con cui l’uomo costruisce il suo presente, cerca d’immaginare il suo avvenire e gli dà un senso.
Qui, dobbiamo ricordare anche John Stuart Mills (1806-1873), filosofo ed economista inglese, studioso di un particolare aspetto delle forme economiche, espresse dall’utilitarismo, che determinano i modelli delle scelte individuali.
Di per sé le tesi sull’utilitarismo sono antiche, si possono far risalire addirittura ad Epicuro, vale a dire, al 300 circa prima dell’era comune.
L’utilitarismo elaborato da Mills tende a legare il bene con l’utile e a trasformare l’etica e le forme della morale, in una scienza della condotta umana.
Mills in Inghilterra è ricordato con simpatia soprattutto dal femminismo perché fu uno strenuo partigiano del diritto delle donne al voto.
L’utilitarismo inglese ha un altro padre nobile in Jeremy Bentham (1748-1832).
Bentham è un filosofo riformatore fautore, in sede politica e legislativa, di un piano organico di riforme sociali eque per tutti.
Bentham è più conosciuto come il filosofo della felicità, avendo posto questo sentimento a guida e a motore dell’azione degli uomini.
Le sue tesi possono essere riassunte in questo principio:
Il dovere dei legislatori, dunque dei parlamenti e dei governi, è quello di assicurare il massimo della felicità possibile al maggior numero possibile di individui.
Bentham, alla sua morte, lasciò il suo corpo alla facoltà di medicina con la clausola che, dopo averlo usato, fosse imbalsamato per poter restare nell’università di Londra, in pratica la sua seconda casa. Oggi, per motivi d’igiene è stato spostato, ma fino a un paio d’anni fa se ne stava seduto su una sedia, chiuso in un armadio del dipartimento di filosofia.
Ogni anno i suoi numerosi ammiratori e discepoli aprivano l’armadio, lo spolveravano e brindavano al suo ricordo.
Tornando a Mills.
Per lui la sola conoscenza possibile è quella empirica ed è il metodo della logica che deve guidarla, cioè, un metodo per creare inferenze (cioè, per arrivare a determinate conclusioni)fondato sull’induzione e la deduzione e, in sub-ordine, sull’abduzione (che è una sorte di sillogismo debole, come lo si definisce in logica) in pratica, improntato ad un certo realismo metodologico.
(Mills, a questo proposito, è anche l’autore di un libro intitolato, Sistema della logica deduttiva e induttiva, uscito a Londra nel 1843. )
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Induzione. In filosofia si definisce induzione l’argomentare dal particolare al generale, più in generale, il risalire dalla conoscenza dei fatti alla conoscenza delle leggi che li regolano.
Questo processo, nel linguaggio comune, si chiama “congettura”. Possiamo aggiungere che, quando la congettura diventa particolarmente barocca e tende al delirio o si nutre di elementi soltanto immaginati, prende in psichiatria un altro nome, quello di paranoia. (La gelosia, per esempio, come la paura sono due grandi stimoli alla costruzione dei processi paranoici.)
Deduzione. La deduzione, invece, è il contrario dell’induzione. Vale a dire, è il processo logico con il quale si procede dal generale al particolare.
Induzione, deduzione ed abduzione costituiscono nella pratica scientifica tre degli strumenti più importanti del ragionamento scientifico e, in qualche misura, dialettico.
Possiamo definire l’abduzione anche come una sorta di deduzione probabilistica. Il suo concetto moderno è stato elaborato dal filosofo americano Charles Sanders Peirce (1839-1914).
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Nelle società primitive o tribali non esisteva il problema di dover conoscere e riflettere sui fondamenti dell’ordine sociale.
I rapporti sociali all’interno di queste società erano basati sui vincoli di sangue, di latte, di parentela e di natura magica o sacra.
Erano società semplici, con strutture organizzative elementari, poco dinamiche, con scambi e contatti ridotti con le realtà sociali esterne ad esse, spesso conflittuali.
Ad un certo punto, con la crescita demografica (che si ebbe grazie alla diffusione delle culture cerealicole a cominciare da quella regione che oggi viene definita della “mezzaluna fertile” e che corrisponde grossomodo al Medio-Oriente) e, di riflesso, della complessità sociale, con il diffondersi dei commerci e dei trasporti, le strutture di tipo ancestrale cominciano ad entrare in crisi e a collassare.
Questo collasso gli storici lo fanno risalire, per quanto riguarda l’area del Mediterraneo, al settimo/sesto secolo prima dell’era comune, a partire dalla Grecia, che allora esprimeva il modello di società più evoluta.
Sono gli anni che vedono nascere la forma della città-stato, delle polis.
città che, sia pure in modo embrionale, hanno inventato e sviluppato al loro interno delle configurazioni sociali diverse, in continuo movimento e spesso concorrenti tra di loro.
Da un punto di vista funzionale, in queste città-stato l’organizzazione comunitaria cominciò a formarsi principalmente intorno ai due temi contrapposti della solidarietà sociale e dell’interesse economico.
La considerazione più importante è che queste micro-società tesero a diventare dinamiche, tesero, cioè, ad un costante mutamento.
Le società primitive erano società statiche, lente, fondate su valori considerati divini, che si ritenevano eterni e indiscutibili.
La città-stato greca, invece, è estremamente articolata, fluida e in qualche misura laica.
Dalla polisè poi derivata la tàpolitikà, la scienza degli affari pubblici, la politica, che qui possiamo definire come l’insieme dei problemi che riguardano la polis dal punto di vista dell’esercizio del potere nel quadro della forma di Stato.
Problemi che, nella sostanza, erano il riflesso di due preoccupazioni principali.
Ricercare nuove forme di legittimazione e di delega per coloro che dovevano guidare la polis, in pratica, esercitarne il governo. È il c cosiddetto tema della rappresentanza.
Trovare e definire quelle regole che, se osservate da tutti, garantiscono la pace sociale e fanno prosperare il cosiddetto bene comune.
(Ricordiamo, a questo proposito, due grandi opere di filosofia politica di quel tempo, La Repubblica di Platone (427-347 a.c) e la Politica di Aristotele (384-322 a.c).
Va notato come questo antico pensiero politico veniva sviluppato soprattutto per via deduttiva, ovvero, come abbiamo visto, partiva da concezioni razionali astratte, di tipo divino e/o metafisico, dalle quali erano poi dedotti i principi che fissavano i criteri del buon governo.
In altri termini, possiamo affermare che a partire dal pensiero politico dell’antica Grecia, tra alti e bassi, comincia a farsi strada il criterio della razionalità, criterio che, con il crescere delle società antiche, finisce con l’emarginare sempre di più le concezioni di carattere idealistico.
Per riassumere, è dallo sviluppo di queste considerazioni che, sostanzialmente, nasce la teoria contrattualistica della società.
Ne fu uno degli artefici principali un filosofo inglese, Thomas Hobbes (1588-1679).
Il punto di partenza di questa teoria è che il mondo dell’agire umano è retto da leggi analoghe a quelle dell’ordine naturale.
In questo modo si può arrivare a sviluppare una scienza della società umana che ha la stessa oggettività della geometria o della fisica, anche se questo modo di procedere implica una concezione meccanicista della realtà e, di riflesso, il convincimento che la società e il potere politico non sono affatto naturali per l’uomo, ma costituiscono una convenzione (un compromesso) per mettere fine allo stato d’insicurezza permanente che caratterizza lo stato di natura.
Oggi è una teoria che può apparire ingenua, allora rifletteva abbastanza fedelmente il pensiero laico del Seicento.
Per Hobbes, dunque, le origini della società erano fondate su un patto, su di una specie di contratto liberamente espresso e, attraverso la rappresentanza politica, sottoscritto dai cittadini i quali, per sottrarsi al disordine dello stato di natura come stato a-sociale, caratterizzato dalla lotta di tutti contro tutti (homo hominis lupus), avrebbero convenuto(come male minore) di sottoporsi al governo di un sovrano assoluto.
Di fatto, è una teoria che non va sottovalutata, soprattutto per le implicazioni che ha avuto nel suo tempo.
Vediamo le due principali.
Pensata in questo modo la società diventa un prodotto storico, un prodotto convenzionale privo di una sua necessità ontologica o di un destino, cioè, di “un dover essere così”… per esempio, per volere di Dio o di un ente superiore.
Come sosterranno le correnti illuministiche settecentesche, se la società scaturisce da un patto tra gli uomini, questo patto si può anche rivedere e, magari, riformulare completamente.
Nulla esclude, poi, che la revisione di questo patto possa avvenire anche con una rivoluzione, come sogneranno molti uomini dell’Ottocento europeo e tutti i movimenti riformatori d’ispirazione socialista.
Il passaggio dal Seicento al Settecento delle teorie sulla società segna anche quello del passaggio dal modello matematico-deduttivo di Hobbes, che derivava dai principi universali le forme delle sue applicazioni pratiche, al metodo di analisi induttivo, che invece parte dall’osservazione dei fenomeni particolari per arrivare a determinare le leggi universali e i principi che sono loro sottese.
Ricordiamo, tra coloro che promossero questo progresso delle idee, il filosofo scozzese David Hume (1711-1776) e soprattutto Charles-Louis de Secondat, conte di Montesquieu (1689-1755), filosofo, giurista e saggista.
Il Settecento, poi, fu il secolo dell’Illuminismo e degli enciclopedisti francesi che raccolsero l’eredità dell’empirismo inglese.
L’Illuminismo è un movimento di idee caratterizzato dalla convinzione di poter risolvere tutti problemi della società con i soli lumi della ragione e a dispetto di ogni rivelazione religiosa o di ogni tradizione.
È il secolo di Diderot, D’Alambert, Rousseau, Helvétius, Voltaire e dei primi filosofi materialisti come Paul-Henry barone d’Holbach.
Per semplificare, diciamo che gli illuministi rimproveravano ai filosofi che li avevano preceduti di non aver considerato con la dovuta importanza i fenomeni “fattuali”, ma di essersi inutilmente infatuati delle teorie astratte.
Ciò implica che, per gl’illuministi, e questo rappresenta una grossa novità metodologica, la spiegazione razionale non viene mai prima dell’osservazione, come se fosse una dote innata dell’individuo, ma è indissolubilmente legata al mondo dei fenomeni dei quali costituisce il nesso.
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Proviamo adesso, ad intrecciare la domanda relativa a quando è nata la sociologia con quella che s’interroga sulle ragioni della sua comparsa.
È essenziale capire, prima di procedere oltre, perché, la sociologia e, in generale, tutte le scienze sociali hanno avuto la loro culla nel corso dell’Ottocento.
Scienze come la psicologia, la psicanalisi, l’antropologia, l’etnologia, la pedagogia, la psichiatria, la criminologia, la biologia, eccetera, e come queste scienze, ognuna nel suo specifico campo di studi, erediti, in misura diversa, il patrimonio della filosofia classica e in un certo modo, i suoi progetti.
Tutte queste discipline rappresentano, sostanzialmente, il tentativo di reagire ad una crisi di portata epocale, la crisi della metafisica, cioè, di quel discorso delle cose del mondo che si pongono oltre la fisica, oltre gli aspetti materiali della mondanità.
La parola metafisica è di origine greca, indica, alla lettera, l’azione di pensiero che oltrepassa gli aspetti fisici del mondo: meta taphusika, dopo la fisica.
Nello specifico è un’espressione che si fa risalire ad un grande filosofo greco o, più correttamente, macedone, Aristotele (384-322 a.c.), con essa si indicano i suoi studi sulle cause prime e i principi che governano tutte le cose.
Meglio, raccoglie quegli studi che non si possono classificare né come logica,né come fisica, né come etica, i tre rami canonici che compongono la sapienza greca.
Poiché questo non è un corso di storia della filosofia, limitiamoci ad osservare che la crisi della metafisica corrisponde nella modernità ad un’altra grande crisi, la crisi della conoscenza.
La crisi di un pensiero che si credeva oggettivo e che aveva preteso di studiare le cause che muovono il mondo e che s’illudeva di essere al di sopra delle opinioni e delle credenze, così come, al di sopra delle osservazioni dell’esperienza pratica e sperimentale.
Questa crisi della conoscenza corre parallela alla nascita dell’idea di modernità che, per convenzione, la maggior parte degli storici fa risalire alla Rivoluzione francese, vale a dire al 1789.
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Il termine di modernità appare per la prima volta in un testo di Honoré de Balzac (1799-1850) per indicare la presa di coscienza della singolarità dell’epoca, in materia letteraria ed artistica, in rapporto al passato.
Per estensione è diventata il carattere proprio di un mondo, una società, un’epoca che sa che il passato non rinvia più a nulla.
Certi storici fanno risalire la modernità, come coscienza di un cambiamento irreversibile delle cose, al Rinascimento, altri al XVII secolo, cioè all’Illuminismo, altri ancora alla rivoluzione industriale del XIX secolo.
La data del 1789, quella della Rivoluzione Francese, è quella più accettata e, in qualche modo, la più suggestiva.
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Di fatto, la crisi della conoscenza classica si colloca tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, gli anni in cui si conclude anche la parabola dell’Illuminismo, che aveva mostrato come il mondo che abitiamo fosse più complesso di quello che sembrava e ancora per buona parte inspiegabile.
Una inspiegabilità che metteva in luce, di riflesso, come, con il proseguire della conoscenza sperimentale, tutte le idee semplici ed astratte e tutte le invocazioni della fede religiosa non servissero più a nulla.
Questa crisi, che parte dal dissolversi del pensiero della metafisica, può anche essere interpretata come una crisi dell’umanesimo e delle sue speranze e un grande impulso a ritornare ai fatti e alle loro logiche.
In altre parole, con la Rivoluzionefrancese l’antico affresco del mondo, che era stato dipinto a cominciare dalla filosofia greca, va in pezzi dando vita a tutta una serie di tentativi per uscirne fuori.
Generalmente si chiamano conservatori o reazionari gli sforzi impiegati a ricomporlo e progressisti o rivoluzionari quelli impiegati per trovare dei nuovi e più avanzati equilibri.
Come abbiamo sommariamente visto, il positivismo e con esso l’empirismo logico o scientifico, lo storicismo, e il materialismo dialettico sono alcune delle correnti di pensiero che si formarono in questo periodo.
Pur con accenti diversi, in queste teorie la crisi della filosofia classica, e della metafisica in particolare, associata al progredire del pensiero scientifico, indusse molto presto all’affermarsi generale di una conoscenza fondata sui principi della razionalità invece che sui meccanismi della speculazione astratta.
Ma, c’è anche un fatto nuovo, decisivo per il mondo Occidentale, l’avanzare prepotente in tutti i campi della vita corrente, dagli affari alla politica, dalla morale al governo delle nazioni, di una nuova classe sociale, quella che aveva vinto la Rivoluzione francese e che adesso esigeva che le venissero riconosciuti quei diritti per i quali aveva preso le armi: la borghesia.
Bourgeois o Bürger, dal latino burgensis, erano detti nell’alto medioevo coloro che abitavano nei borghi anziché nel castello o nel contado. In genere svolgevano mestieri liberi anziché funzioni politiche, militari o religiose, oppure mansioni servili al servizio del castello. In questo modo per attività, luogo di abitazione e status, si differenziavano sia dai nobili che dal clero, per un lato, dai contadini e dai servi per l’altro.
Il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi assalta la Bastiglia, ma nel suo diario Luigi XVI, quello stesso giorno scrive una sola parola: Rien.
Dunque, siccome le idee non cascano dal cielo, ma si formano e si sviluppano tra gli uomini, una tale rottura epocale che da vita alla modernità e a tutte queste trasformazioni è soprattutto l’effetto di questa nuova classe in ascesa.
La sociologia, dunque, come scienza della società, non poteva nascere in un altro momento.
Essa era funzionale ad un nuovo modo di vedere il mondo, rispondeva alle aspettative di una classe sociale alla ricerca della sua identità, tanto che questa nuova disciplina non solo ne esprimeva i suoi punti di vista, ma la rafforzava nella sua consapevolezza e nelle sue determinazioni.
(Naturalmente, l’aver posto la data del 1789 come quella d’inizio della modernità non significa che la modernità è nata il 14 luglio di quel anno, giorno della presa della Bastiglia, ma che è maturata in un certo intervallo di tempo di cui quel anno è lo spartiacque.
Questa data è funzionale al paradigma delle scienze sociali e della sociologia in particolare. Per altri versi e nell’ambito di una storia più generale delle idee la modernità nasce con la scoperta dell’America, in pratica con il XVI secolo.)
La sociologia, soprattutto all’inizio, ha poi contribuito a diffondere, perlomeno tra le classi dominanti, due grandi miti dell’Ottocento: il mito della tecnica, più specificatamente, della macchina, e il mito del progresso, come speranza di un futuro radioso per un numero d’individui sempre più numeroso. Questo secondo mito rappresenta una piena fiducia nell’avanzamento continuo e instancabile della scienza e con essa delle condizioni materiali e spirituali dell’umanità.
Abbiamo velocemente visto come il positivismo abbia in qualche modo orientato, nel corso dell’Ottocento, le principali ricerche intorno al tema della società e delle sue leggi.
Lo ha fatto mentre alle sue spalle si scolorivano e si dissolvevano le strutture e i valori tradizionali dell’Ancien Régime.
Mentre si spegneva lo splendore effimero dei reami per volontà di dio, lasciando ai più l’impressione che si fosse creato un vuoto di valori che riapriva drammaticamente una nuova stagione di conflitti tra vecchie e nuove classi.
È in questo contesto che sono maturate molte ricerche e si aprirono in continuazione dibattiti su concetti, teorie o riflessioni che oggi sono popolari, ma che allora, agli occhi dell’opinione pubblica, sembravano irriverenti, improponibili, blasfemi o addirittura intoccabili.
Per esempio, si cominciarono ad affrontare i temi del rispetto culturale dell’altro, come individuo, e dei popoli come identità di un sentire condiviso.
Della cooperazione internazionale come strumento per un sentire comune delle differenze culturali, sociali e politiche.
Si cominciò a sviluppare l’idea di nazione e di solidarietà sociale.
Si diffuse il principio dell’assistenza agli indigenti e ai malati, l’idea di consenso come base di ogni democrazia, la pratica del suffragio elettorale per eleggere i parlamenti.
Si cominciò a riconoscere il diritto al voto delle donne.
Molti paesi introdussero il divorzio che, implicitamente, trasformava il matrimonio da sacramento divino a semplice contratto tra un uomo e una donna.
Si cominciò a parlare di controllo delle nascite.
In buona sostanza di temi che oggi costituiscono (o, dovrebbero costituire) la spina dorsale delle democrazie moderne.
Compare, in questi anni, anche una nuova filosofia sulla condizione sociale dell’uomo, il materialismo storico e dialettico.
Dal punto di vista della storia della filosofia è una costola del cosiddetto “hegelismo di sinistra”.
Nella realtà storica di quel periodo rappresentò una speranza per le classi sfruttate dalle nuove strategie dell’economia capitalistica, speranza che si trasformò quasi subito in un’idea politica fondata sull’analisi scientifica delle leggi che governano i rapporti di produzione e le forze che li gestiscono.
Nell’ambito del discorso sociologico il materialismo storico dialettico può, dunque, essere considerato come una teoria scientifica del conflitto di classe.
L’influenza del pensiero marxiano sulle scienze sociali, da cui discendono i capisaldi del materialismo, (perché è soprattutto a Karl Marx(1818-1883) che va riconosciuto il merito di aver elaborato questa dottrina) è stato determinante da molti punti di vista.
Ha consentito di elaborare una teoria critica delle ideologie come rappresentazioni illusorie della realtà materiale. Come sovrastrutture al servizio delle idee dominanti destinate a giustificare gli egoismi di classe, a razionalizzare le illusioni, a legittimare il potere costituito e a giustificarne le contraddizioni.
Ha rafforzato il discorso critico intorno alla scientificità del pensiero scientifico, procedendo ad una analisi delle condizioni che la determinano. Tema questo che ha poi dato vita a diverse specializzazioni della sociologia, come sono la sociologia della conoscenza, della tecnica, del pensiero scientifico.
Ha introdotto nell’analisi delle forme sociali il concetto di alienazione.
Questo concetto, di origine hegeliana, era stato, prima di Marx, elaborato in chiave di critica filosofica della religione da Ludwig Feuerbach (1804-1872) e prima ancora da Jean-Jacques Rousseau.
Secondo Marx è il processo per cui ciò che è proprio dell’uomo, in quanto prodotto del suo lavoro, gli diventa estraneo a causa del fenomeno di sfruttamento capitalista di questo lavoro. Oggi, nella cultura contemporanea, indica la condizione dell’uomo ridotto ad oggetto e dunque estraniato dalla sua identità.
Abbiamo visto come con la modernità i temi che dominano il mondo, intorno ai compiti e al destino degli uomini e delle nazioni, siano cambiati radicalmente.
Oggi si parla di società contemporanea.
Secondo i sociologi e i politologi essa si caratterizza per almeno tre aspetti:
- Una spinta globale all’interconnessione attraverso dei sistemi di rete sempre più estesi all’intero pianeta.
- Una evoluzione degli stili di vita sempre più rapidi e profondi che sono, per la prima volta nella storia dell’uomo direttamente legati all’innovazione tecnologica.
- Una trasformazione dell’ambiente e dell’habitat di un’ampiezza senza precedenti dovuta a dei fattori evolutivi di natura sociale, culturale, economica e tecnologica.
Quello che più conta, in sintesi, è però un’altra cosa ancora.
Si stima, infatti, che questi mutamenti siano di natura irreversibile e che coinvolgano direttamente tutti, sia pure in modi differenti, a partire dal quotidiano, cioè, dal nostro modo di concepire la convivenza umana.
Qualche dato. A livello dei mezzi di comunicazione i collegamenti via “internet” si sono diffusi con grande rapidità. Nel 2004 si valutavano 140 utenti ogni mille abitanti. Oggi sono arrivati al punto che costituiscono il più grande strumento di consenso mai visto, capace di trasformare i modelli della politica, della forma di Stato, dei modi di pensare le scelte.
Per poter comprendere la globalizzazione basta riflettere su questo semplice dato. Nel corso di questi ultimi cinquant’anni la produzione mondiale espressa dal prodotto interno lordo è aumentata di circa cinque volte.
Vedremo meglio in seguito l’importanza di questi fatti.


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