IED – Materiali del corso II
Torniamo, adesso, ad un protagonista del pensiero positivista, Emile Durkheim (1858-1917), uno studioso francese, considerato il fondatore della moderna sociologia.
In particolare, Durkheim conciliò la sociologia con l’antropologia culturale studiando le società primitive e le forme religiose. Possiamo dire che il tema dominante del suo lavoro fu la società considerata come una realtà sui generis, che trascende gli individui da cui è composta. Come è possibile tutto questo?
Durkheim per spiegarlo ricorre alla metallurgia. ”La durezza del bronzo non si trova né nel rame né nello stagno che sono serviti a formarlo, e che sono sostanze molli o flessibili. Essa si trova nella loro mescolanza”.
In altri termini, la società detta le sue leggi dall’alto ed attraverso un processo coercitivo costante costringe i suoi membri a conformarsi alle sue regole.
La caratteristica principale della scuola sociologica francese da lui fondata fu quella di considerare i fenomeni sociali come fatti aventi una vita propria, cioè, un’esistenza indipendente dall’apporto delle singole coscienze degli individui, capaci, in conseguenza di ciò, di esercitare una pressione costante sulla società.
Ora, se la società è un aggregato (sociale) di che tipo è la solidarietà, ossia, il grado di coesione esistente tra gli individui?
Per Durkheim è di due tipi. La solidarietà di tipo meccanico, che deriva dall’indifferenziazione tra gli individui, tipica delle società primitive.
La solidarietà di tipo organico, in cui ogni singolo membro assolve ad una particolare funzione, tipica delle società complesse in cui domina la divisione del lavoro.
Ad ogni modo, ogni società è, per Durkheim, caratterizzata da una coscienza collettiva, ossia da quel insieme di norme, credenze e sentimenti comuni alla media dei membri che la costituiscono. Da questa coscienza collettiva deriva la condotta degli individui in società e lo strutturarsi del consenso sociale.
In breve, per questo autore, l’individuo è un prodotto della società e non viceversa. Ogni azione che si compie in società è dunque, il risultato di una coscienza che ci è superiore e dalla quale dipendiamo.
Vediamo in pratica queste tesi applicate ad un tema di grande interesse, il suicidio.
Da tempo, come nella “Giornata di prevenzione al suicidio”, che si è tenuta a Roma nel Settembre del 2006, è emerso che il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gl’incidenti stradali. In Italia l’otto per cento di tutti i decessi tra i ragazzi dai dieci ai ventiquattro anni è determinata dalla scelta di togliersi la vita. Il quaranta per cento di chi non riesce nell’intento è portato a ripetere il gesto.
Come abbiamo detto il tema centrale delle ricerche di questo studioso è sempre stato il rapporto, spesso problematico, tra l’individuo e la società, tema anche di uno dei suoi libri più eruditi, quello sulla divisione sociale del lavoro, tuttavia, il suo studio più famoso, anche per la natura dell’argomento, rimane quello sul suicidio che pubblicò nel 1897.
In esso, fra l’altro, si riflettono anche tutte le problematiche di una società dominata dalla confusione ideologica, dall’instabilità politica e dalle incertezze economiche.
Ciò che rende questo lavoro importante sono soprattutto due motivi.
Un motivo di natura etica, perché Durkheim esamina il suicidio sotto l’aspetto di una disfunzione drammatica nel rapporto individuo-società.
Vale a dire, come la spia di una crisi nell’organizzazione sociale, affermando implicitamente che esistono sempre delle responsabilità nell’azione degli uomini che hanno degli effetti sul comportamento di altri uomini e della società nel suo insieme.
Come dire che, in un certo senso, tutti siamo compromessi.
Durkheim, per difendere le sue tesi, non esitò a studiare i dati di una scienza nascente, la statistica.
Con essi mise in evidenza il fatto che i tassi di suicidio mantengono, a livello statistico, valori costanti nel tempo e nei luoghi.
Da qui ne dedusse che il suicidio va considerato come un fatto sociale.
Sempre con l’ausilio delle tabelle statistiche Durkheim mise in luce che il suicidio varia in modo inversamente proporzionale al grado di socialità che l’individuo riesce a sviluppare, dunque, si presenta come un fenomeno che prescinde per buona parte dalla psicologia individuale.
(Un cruccio di Durkheim a questo proposito fu il fatto che non riuscì mai a spiegare perché il tasso di suicidio è più elevato tra le professioni liberali che tra gli operai, tra gli uomini che tra le donne, tra i protestasti che tra i cattolici…)
L’altro motivo importante è che con questo libro Durkheim sviluppa quella che oggi potremmo chiamare una “metodologia della ricerca sociale”.
Metodologia che, con grande intelligenza, egli elaborò a partire dal pensiero di John Stuart Mills, di cui abbiamo già ricordato le tesi sui meccanismi dell’induzione nella ricerca scientifica.
In sostanza, Durkheim, individua per il suicidio due cause, a ciascuna delle quali sono riconducibili due tipi diversi di suicidio.
Cioè, delinea quattro tipi di suicidio, a seconda della causa che lo scatena e del modo con cui essi si rapportano al tema dell’integrazione e della regolazione sociale, che coordina il rapporto dell’individuo con la società.
Ad una debole integrazione sociale corrisponde, per Durkheim, il suicidio egoistico, motivato da sensazioni di esclusioni, da una carente interazione con il proprio gruppo sociale di riferimento, in sostanza, con il proprio ambiente. Questo suicidio, in qualche modo, risponde ad una logica individuale che esclude il gruppo.
È una forma di suicidio che, per la psico-analisi, ha forti componenti narcisistiche. In termini psichiatrici lo si può definire un suicidio reattivo e d’impulso, nel senso che in esso c’è una causa molte volte improvvisa, scatenante e impossibile da controllare.
All’opposto c’è il suicidio altruistico. È una figura di suicidio a dire il vero molto rara, almeno nella cultura Occidentale. Si potrebbe dire che questo suicidio è la conseguenza di una integrazione sociale eccessiva.
Rappresenta un sacrificio personale in nome degli interessi del gruppo o di un’ideologia. Di fatto, però, questo suicido molto spesso discende da una patologica mancanza di un’autonomia personale.
Nelle sue forme eroiche è il caso del capitano che si lascia affondare con la sua nave. Del gruppo di soldati che si votano alla morte. Della madre che sceglie di morire per dare alla luce un figlio che altrimenti sarebbe nato morto o, per fare un esempio recente, di quei tecnici giapponesi che qualche anno fa entrarono in una centrale nucleare per raffreddarne il reattore che altrimenti sarebbe esploso, e così facendo si esposero ad una fortissima dose di radiazioni nucleari.
In altre parole è un suicidio con forti componenti di natura etica, che sono vissute come imperativi morali.
Il terzo tipo di suicidio è il suicidio fatalista. Spesso è la conseguenza di una forte pressione delle norme e dei valori del gruppo che risultano alla fine insopportabili per i più deboli.
Di una sopravalutazione dello spirito di disciplina. Questo suicidio indica sempre che la società in cui avviene ha una forte regolazione sociale.
Oggi le motivazioni per questo suicidio sono per lo più di natura economica o, in ogni caso, legate a dei fattori riconducibili alla sfera economica. In ogni caso è un suicidio che ha sempre attirato l’attenzione degli psichiatri perché è molto comune tra coloro che soffrono di depressione.
Il quarto suicidio è ilsuicidio anomico, (da a-nomos, cioè, senza leggi, qui, la “a” ha una funzione privativa), il suicidio di chi non vuole restare in balia delle leggi e dei costumi di una società che non accetta, di sottostare alle leggi, disposizioni o consuetudini che dirigono quella che i sociologi chiamano la “competizione sociale”.
Più in generale per Durkheim l’anomia è un fatto molto comune di ogni società in trasformazione che subisce importanti cambiamenti sul piano economico e più generalmente quando esiste uno scarto importante tra le teorie ideologiche e i valori comunemente insegnati nella pratica della vita quotidiana.
In tutti e quattro i casi per Durkheim c’è una compromissione della società nella storia e nelle ragioni dell’individuo che in essa vive e che, in qualche misura, la rende co-responsabile del suo stile di vita e del suo agire.
Come è facile capire, è proprio questa co-responsabilità che sollevò le polemiche più feroci contro questo autore, perché l’epoca non era ancora disposta, intrisa com’era di individualismi e di egoismi sociali, ad accettare delle responsabilità di questa natura, anche perché non voleva essere coinvolta nella ricerca dei rimedi.
Veniamo, adesso, all’ultimo dei sociologi che sono legati in qualche modo all’infanzia della sociologia e alla corrente positivista, Vilfredo Pareto, un italiano nato a Parigi nel 1848 e morto a Ginevra nel 1923.
Nei panni dell’economista, Pareto concepiva l’economia come una scienza che ha per oggetto le azioni logiche dell’uomo, quelle azioni che scelgono consapevolmente i mezzi obiettivamente adeguati al raggiungimento dei fini desiderati.
Per questo eccentrico sociologo ogni uomo, anzi, l’homo oeconomicus, è guidato dai fini, cioè, dai sui gusti, dalla sua educazione, dalle sue mete ed agisce quasi sempre entro degli ambiti determinati dai mezzi e dalle disponibilità.
Partendo da un modello di tipo meccanicistico dell’equilibrio economico generale, la sua sociologia si proponeva di trovare le condizioni che garantirebbero l’equilibrio del sistema sociale. Ma siccome, di fatto, nessun sistema sociale è costituito solo da azioni logiche, Pareto introdusse nelle sue riflessioni anche le cosiddette azioni non-logiche.
In altri termini, egli arrivò alla conclusione che l’uomo non ha sempre una grande consapevolezza di ciò che fa ed è proprio questo che inceppa il meccanismo di realizzazione dei fini.
Pareto, in sostanza, partì dall’osservazione che, in generale, le azioni logiche sono soprattutto quelle economiche.
C’è anche da rilevare, secondo Pareto, il fatto che l’individuo sociale, pur agendo in modo non-logico, cosa che lo fa assomigliare alla specie animale, rispetto a quest’ultima presenta la caratteristica di accompagnare i propri comportamenti con delle formulazioni verbali la cui funzione è quella di fornire un motivo tra virgolette logico del comportamento stesso.
Compito della sociologia, dunque, è di spiegare quali sono le costanti del comportamento sociale non-logico e quali sono le caratteristiche e la funzione del discorso sociale.
Ma cosa sono le azioni non-logiche?
Sono le azioni in cui i processi induttivi e deduttivi sono alterati da errori di giudizio.
Questi errori sono in genere individuali, ma possono riguardare e sono molto più gravi anche gruppi d’individui o intere classi sociali.
È facile constatare che questo problema, oggi, si è complicato con l’avvento dei sistemi mediali di comunicazione nei quali è riconosciuto un grande potere ai testimoni (in genere personaggi famosi) d’influenzare le masse o, come si dice oggi, l’opinione pubblica e di manovrare i consumi e i consensi politici.
Che cosa c’è di più illogico di comprare una determinata automobile perché ce lo suggerisce un giocatore di calcio o un frigorifero perché ce lo propone una bella attrice in mutandine?
Soprattutto, perché, a mente fredda ridiamo di queste cose e poi, al dunque, ci caschiamo?
Dall’analisi del pensiero di Pareto si deduce che egli considerasse come uno degli obiettivi principali della sociologia quello di analizzare ed interpretare quelle azioni e quei comportamenti collettivi che appaiono come irrazionali.
In conclusione, si può dire che, con le dovute approssimazioni, sono azioni-non logiche quelle che sfuggono allo schema mezzi-fini.
Per Pareto, dunque:
La scienza economica ci consente di conoscere il modo in cui operano gli individui in funzione dei fini che si danno.
La sociologia ci permette di entrare nelle ragioni che impediscono loro di agire o di non raggiungere gli obiettivi che vorrebbero.
Più semplicemente, la sociologia ci consente di mettere in evidenza i determinismi sociali, che limitano l’autonomia degli individui.
Per concludere una curiosità. Pareto studiando la distribuzione dei redditi dimostrò che in un dato territorio solo pochi individui possiedono la maggior parte della ricchezza. Questa osservazione lo portò a formulare la famosa legge del “80/20”. Possiamo sintetizzarla così, la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause.
Questa legge empirica è conosciuta anche come il principio di Pareto.
Dunque, in molti campi delle attività umane, l’ottanta per cento dei risultati dipende dal venti per cento delle cause. Nell’economia come nei processi industriali.
Facciamo un esempio, il venti per cento dei possibili tipi di errori in un processo produttivo genera l’ottanta per cento dei difetti totali.
Oppure, l’ottanta per cento dei reclami di un servizio proviene in genere dal venti per cento dei clienti insoddisfatti.
L’ottanta per cento dei ricavi di una compagnia aerea deriva dal venti per cento delle rotte non in perdita.
L’ottanta per cento delle perdite del servizio sanitario si concentrano in un venti per cento di ASL distribuite sul territorio.
Proviamo, adesso, a riassumere alcuni caratteri del discorso sociologico. Come tutte le discipline empiriche anche questa disciplina ha della variabili e delle invarianze.
Tra le invarianze ricordiamo:
L’interconnessione dei fenomeni sociali, da cui ne deriva la necessità di studiarli come un insieme di realtà correlate.
L’importanza dei dati oggettivi, i soli che possono confluire nell’elaborazione delle teorie e, i soli che contano nei confronti.
La tendenza, sviluppatasi nella modernità, alla razionalizzazione della vita sociale, che si riflette su una semplificazione pragmatica dei comportamenti sociali.
L’affermarsi del discorso scientifico come base per lo studio del consenso sociale e dunque, delle forme di evoluzione della socialità.
Da un punto di vista storiografico, invece, lo sviluppo della sociologia può essere per comodità distinto in quattro grandi fasi:
La prima fase va dalla sua nascita ai primi abbozzi di sistematizzazione del suo discorso specifico, grossomodo dalla fine del ‘700 ad oltre la metà dell’800.
La seconda fase è caratterizzata dall’emergere degli studispecifici, cioè, da un tentativo di circoscrivere i diversi aspetti di questa disciplina in funzione dei diversi modi di intendere la società nel suo complesso a partire dai fatti. Questa fase va dalla seconda metà dell’Ottocento al 1930 circa.
(Il libro di Durkheim sul suicidio è un esempio degli studi che caratterizzano questa fase.)
C’è poi una fase neo-sistematicache va dagli anni ’30, del Novecento, agl’anni ’50 circa. Sono gl’anni in cui si cercano le fondamenta specifiche della dottrina sociologica.
Infine c’è la stagione della sociologia critica, inaugurata dalla ricerca sulle teorie del conflitto sociale e successivamente estesa alla riconsiderazione dei suoi fondamenti ottocenteschi che, bene o male, arriva fino ai nostri giorni.
Per completare questa prima parte che, abbiamo visto, connette la storia della sociologia con le ragioni che l’hanno determinata e con i meccanismi cognitivi che la fanno funzionare, ritorniamo sul tema delle invarianze per vedere più da vicino alcuni autori che se ne sono interessati.
Queste invarianze furono l’oggetto di discussione di un grande filosofo della politica, un tedesco, un berlinese, come si definiva, ancora oggi molto apprezzato come giurista e studioso di economia politica, oltre che sociologo, Max Weber(1864-1920).
Per sintetizzare possiamo dire che l’obiettivo scientifico di Weber era di verificare se fosse possibile conciliare il capitalismo (come teoria economica) con la razionalizzazione delle forme sociali.
Weber, in beve, sosteneva che molte delle conclusioni che costituisco il corpo del discorso sociologico, non rappresentano delle verità, ma sono il frutto dei caratteri e dei criteri di ricerca che sono stati impiegati per studiare la società.
Per Weber le teorie sono le impalcature provvisorie per comprendere e catalogare i fatti. Esse costituiscono una sorta di rifugio temporaneo alla conoscenza in attesa di potersi orientare nel mare dei fatti empirici. In questo senso, si può dire che Weber ha introdotto nelle scienze sociali la discussione sulla forma di teoria.
Nei suoi studi, soprattutto quelli del periodo del suo insegnamento ad Heidelberg, egli si fece promotore di una sociologia fondata sulla comprensione della realtà umana più che sulla spiegazione delle sue istituzioni oggettive.
D’accordo con Georg Simmel (1858-1918), un altro sociologo tedesco di estrazione filosofica, Weber in qualche modo difende il carattere relativo della cultura e mette in luce i rischi di una sua razionalità esacerbata.
Una razionalità che per Weber, tende inevitabilmente a diventare un carattere formale che possiede un suo naturale terreno di diffusione nelle forme della burocrazia, in tutti i loro aspetti, dallo Stato alla famiglia.
La razionalità, per Weber, in determinate condizioni o in particolari momenti storici, può diventare impersonale, statica, ripetitiva e, alla fine, sostanzialmente repressiva rispetto alle esigenze di espressione spontanea o imprevedibili da parte dell’individuo.
Ma da dove hanno origine queste contraddizioni?
Dal fatto, dice Weber, che nella società moderna spesso i mezzi tendono a subire una metamorfosi, a diventare dei fini.
Così, quelle che fino ad un momento prima sembravano delle strutture sociali, create per facilitare la vita degli individui, si trasformano, per così dire, in strutture autonome, astratte, autoritarie, diventino delle gabbie dalle quali è spesso difficile liberarsi o non essere oppressi.
Siamo di fronte ad uno dei grandi temi della sociologia, quello della libertà. Non lo tratteremo in modo specifico, diciamo solo che per Weber spesso le competenze tendono a diventare normative e si trasformano in punti di vista vincolanti.
In questo modo gli aspetti soggettivi della vita finiscono per essere preda di quelli oggettivi e le regole generali e formali concorrono a condizionare la routine soggettiva del vivere.
Veniamo adesso ad un ultimo autore, Talcott Parsons (1902-1979), uno dei sociologi che hanno rinnovato la sociologia americana, nonostante abbia studiato in Europa. Era nato a Colorado Springs.
Il libro più importante di Parsons s’intitola: The Structure of Social Action, la cui prima edizione risale al 1937.
Il punto di vista di questo autore è di tipo funzionalistico. La sua teoria, non per caso, si definisce struttural-funzionalistica ed egli l’ha elaborata nel tentativo di riuscire a coniugare le scienze sociali con le scienze dell’agire umano, cercando una sintesi tra le idee di Durkheim, Pareto e Weber.
Il funzionalismo, dunque, come indica la parola, è una dottrina delle scienze sociali che fa uso del concetto di funzione, cioè, predilige la ricerca delle condizioni in cui un determinato fenomeno si manifesta invece di esaurirsi nella ricerca delle sue cause in senso stretto.
In parole più semplici, la ricerca di Parsons privilegia l’analisi delle conseguenze piuttosto che delle cause di un insieme dato di fenomeni empirici.
Per Parsons la ricerca sistematica delle conseguenze va poi distinta anche da un’altra nozione delle scienze sociali, quella di scopo.
Lo scopo, infatti, ha a che fare con le motivazioni coscienti degli attori sociali, mentre l’analisi delle conseguenze tiene conto anche delle motivazioni non-coscienti, non volute o inconsce.
In breve, La struttura dell’azione sociale di Parsons, parte da un assunto, che il comportamento individuale è il primo gradino di ogni ricerca sociologica, assolutamente necessario per arrivare a comprendere l’ordine sociale.
Appendice.
Si deve osservare come, fino a quando la sociologia è stata la scienza delle spiegazioni dei fenomeni sociali e il suo oggetto è apparso astratto, le ricerche sono rimaste confinate nell’ambito della definizione delle sue metodologie.
Con il proseguire della ricerca empirica e l’affermarsi del fatto come il mattone del suo edificio formale, con il nascere di una certa domanda di risposte “sociali” da parte del mondo del lavoro, dell’imprenditoria o, più semplicemente, del tempo libero, la sociologia cominciò a specializzare i suoi strumenti d’indagine e il suo linguaggio dando vita a numerose “sociologie”.
Una delle prime sociologie fu quella dell’industrializzazione, il cui tema centrale sono i risvolti sociali della tecnica e delle relazioni umane nei luoghi di lavoro. Come si può intuire è una sociologia che ha molti punti in comune con la politica e la cultura.
Accanto a questa sociologia troviamo la sociologia delle classi sociali che si è successivamente evoluta verso i problemi dei consumi, della emulazione sociale e degli stili di vita, come fattore d’imprinting tra le classi.
Ricordiamo anche la sociologia del lavoro, che ha avuta grande diffusione soprattutto nei paesi di lingua inglese.
Complementare a queste due sociologie è la sociologia della famiglia, intesa come una delle istituzioni della società.
Per questa sociologia la famiglia è la fabbrica del privato.
Essa influenza la società nel suo insieme e, di riflesso, ne è influenzata.
Controllare ideologicamente la famiglia – infatti – significa controllare politicamente la società.
C’è poi la sociologia urbana, con i suoi studi sulla nascita delle metropoli e di molti fattori connessi, socialità, devianza, flussi migratori, eccetera.
Questa sociologia di recente è mutata in una sorta di sociologia dei sistemi, per sottolineare il passaggio da una sociologia descrittiva ad una sociologia critica, che studia le forme urbane come se fossero sistemi collegati a sottosistemi, eccetera.
Altre sociologie, tra di loro connesse da quella che si definisce l’astrazione argomentativa, sono la sociologia delle religioni, la sociologia del diritto, la sociologia delle forme di conoscenza.
Sono discipline che sconfinano in continuazione nella morale e nell’etica, sollevando ampi dibattiti, come quello, per esempio delle conseguenze di certi riti religiosi o legati alla tradizione tribale, che vengono a scontrarsi con le forme di morale del mondo occidentale.
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Per fare un esempio significativo prendiamo in considerazione la pratica dell’infibulazione e dell’escissione, cioè delle mutilazioni sessuali sulle donne.
Secondo dati recenti di alcuni osservatori internazionali nel mondo circa 150milioni di donne hanno subito una qualche mutilazione sessuale.
Queste mutilazioni si praticano ancora in circa 20 paesi africani e 4 asiatici (Yemen, Oman, Indonesia e Malesia). Si calcola che ogni giorno 6000 ragazze di età compresa tra i sei e i dodici anni subiscono mutilazioni genitali e che in Egitto, per fare un solo caso, l’80 per cento delle ragazze sono infibulate, anche se di recente questa pratica è stata messa fuori legge.
Con l’infibulazione e l’escissione – cioè con la rimozione della clitoride – le donne non possono più provare piacere sessuale.
A che scopo si fa tutto questo?
Di fatto non esistono a questo proposito precetti di natura religiosa, l’unico scopo ammesso è di tutelare quella stupida cosa che si chiama l’onore dei padri e dei mariti togliendo alle donne un motivo legittimo per essere libere nelle loro scelte sessuali.
La domanda appare semplice: Dobbiamo imporre la nostra morale, così come abbiamo imposto un po’ dappertutto nel mondo i nostri stili di vita o, dobbiamo rispettare le tradizioni locali che molte culture si tramandano da decine di secoli? E’ giusto o ingiusto mutilare delle bambinette e perché? Se i genitori di queste ragazze vivono in Italia sono liberi di mutilare le loro figlie o devono sottostare alle nostre leggi e alla nostra cultura, che di recente ha deciso di punire questa pratica?
(L’Italia di recente ha detto “no” ed è stata varata una legge che punisce ogni forma di mutilazione sessuale.)
In questo contesto la questione del velo femminile è analoga anche se è infinitamente meno drammatica, ma proprio per questa più subdola sul piano dell’affermazione dei principi sulla libertà della persona.
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Ci sono poi le sociologie minori, del turismo, del tempo libero, dell’abbigliamento e della moda. Così come ci sono sociologie nate da pochissimo, come quelle legate all’impatto ambientale delle biotecnologie o al formarsi di nuclei di realtà virtuali.
Possiamo fermarci qui, non senza aver ricordato la sociologia economica, quella della ricerca scientifica, la sociologia della comunicazione, alla quale dedicheremo metà di questo corso e, per finire la sociologia dei gruppi, che oggi sta diventando sempre più importante, sia per lo studio del mercato dei beni di largo consumo, sia per lo studio delle mode, delle opinioni, o delle élite, che condizionano le abitudini legate al tempo libero e al loisir.
C’è infine un ultimo punto, non certo minore, da considerare prima di lasciare questa sezione sulla nascita di questa disciplina.
Per la sociologia non tutti i problemi reali sono anche problemi veri e viceversa.
Un problema, per un sociologo, è reale se si può tradurre in termini tali da risultare verificabile sperimentalmente. Se può essere considerato un fatto… a prescindere dalla sua veridicità.
Per esempio, la sociologia può studiare le apparizioni degli UFO tra la gente, a prescindere dalla considerazione che gli oggetti volanti non-identificati siano navi spaziali aliene, esperimenti scientifici segreti o allucinazioni collettive.
Di contro, esistono anche problemi reali che per la sociologia sono insolubili perché non sono traducibili in termini operativi.
Non lo sono perché spesso ci sono delle volontà politiche che non vogliono affrontarli a causa delle conseguenze che potrebbero comportare o, più semplicemente, perché anche la sociologia è stata ed è ancora succube di volontà politiche forti.
Negli stati del Sud degli Stati Uniti, prima della guerra di secessione, i neri o, meglio i “negri” venivano quasi sempre tenuti alla catena mentre lavoravano nelle piantagioni di cotone. Perché? Perché alcuni cattedratici di alcune università del Sud avevano riscontrato in questi neri una propensione alla fuga dal lavoro e dalla fatica. In altri termini, a differenza dei bianchi, non amavamo lavorare, non avevano principi morali ed erano portati all’ozio, ai vizi, al bere e al fare l’amore.
In ogni modo, questa propensione alla fuga era stata classificata come una vera è propria patologia del comportamento a cui era stato dato il nome di dromomania o nevrosi da vagabondaggio, che colpiva i bianchi schizofrenici e tutti i neri, come malattia propria del carattere delle persone di colore…
Veniamo adesso al concetto di cultura.
Prima di esaminarlo in dettaglio, per l’importanza che ha un istituzione internazionale come l’UNESCO, vediamo come questa istituzione l’ha definita:
La cultura nel suo significato più ampio è considerata come l’insieme dei tratti distintivi, spirituali, materiali, intellettuali ed affettivi, che caratterizzano una società, un gruppo sociale o un individuo. Subordinata alla natura essa ingloba, oltre che l’ambiente, le arti e le lettere, i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valore, le tradizioni, le credenze e le scienze.
(Dichiarazione di Messico City sulle politiche culturali del luglio-agosto 1982.)
In breve, a livello internazionale si è voluto riconoscere che ogni società umana possiede una propria cultura, che si distingue dalle altre. Questa cultura deve saper ammettere l’esistenza delle altre culture e al limite accoglierle.
In questo ambito, il multiculturalismo è l’espressione di una speranza, che le culture siano riconosciute, s’incontrino, si mescolino, si misurino e, soprattutto, si trasformino e si evolvano.
Quello che è invece problematico è che in questa fase della mondializzazione nessuno sa ancora dire se questa evoluzione va verso una maggiore diversità, va verso delle nuove diversità o verso una standardizzazione più o meno importante.
Se cerchiamo questa voce in un dizionario noi vediamo che essa ha, in generale, tre significati.
In senso fisico indica l’azione di lavorare la terra per ottenere dei prodotti che non avremmo spontaneamente.
Etimologicamente il termine cultura deriva dal latino “colere”, che indicava l’abitare, il coltivare e l’onorare. Un significato che in senso lato che ha conservato fino ad oggi.
In senso intellettuale – la metafora è di Cicerone (Marco Tullio 106 – 43 a.c.) – la cultura indica l’azione del lavoro intellettuale per ottenere dei risultati che non avremmo ottenuto diversamente.
(Per metonimia, poi, è anche l’insieme dei benefici così ottenuti.)
Cicerone fu il primo ad avere l’idea di stabilire un’analogia tra la cultura dell’anima, il lavoro della terra è l’insegnamento.
(La cultura dell’anima che traduce l’espressione greca di païdéia, indica l’azione di estirpare dall’anima i suoi vizi come il contadino estirpa le erbacce dai campi.)
In senso antropologico la cultura indica l’insieme delle produzioni materiali e immateriali (come sono i miti, le credenze, ecc…) proprie di un popolo. In questo senso si impiega in contrapposizione a natura.
Come si vede questo termine ha una lunga storia e un significato polisemico.
Nella tradizione classica, per riassumere, indicava il processo di formazione della personalità umana e delle sue capacità di progredire.
Il suo concetto scientifico, invece, è molto più recente, non ha più di un secolo, ed è più funzionale agli scopi delle scienze sociali.
Naturalmente, ogni definizione di cultura riflette gli orientamenti culturali e gli obiettivi di chi la propone, non per caso sono circa un centinaio quelle più conosciute.
La cultura, essendo acquisita e non trasmessa biologicamente, non può essere ricondotta ad una base biologica o psicologica, così come non può essere riportata ad una semplice dimensione sociale e questo perché non è tanto la socialità che contraddistingue l’uomo, ma il fatto culturale in sé o, se si preferisce, la sociabilità, che possiamo definire come l’attitudine a vivere in società.
Con la sociabilità, soprattutto in etologia, si studia il modo in cui gli individui della stessa specie si organizzano in società e sviluppano la socialità.
In antropologia la socializzazione è l’insieme dei processi grazie ai quali gli individui sono integrati nella società in modo tale da condividerne le norme e i valori.
In questa prospettiva l’acculturazione può anche essere definita un modo specifico dei processi di socializzazione.
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La socializzazione, in realtà, è un fenomeno più complesso.
Possiamo dire che è un processo di apprendimento che permette agli individui di acquisire i modelli culturali della società nella quale vive.
Di per sé, la socializzazione definisce l’insieme dei meccanismi attraverso i quali l’individuo interiorizza le norme e i valori del suo gruppo di appartenenza e costruisce la sua identità sociale.
Si può distinguere tra una socializzazione primaria ed una secondaria, la prima è quella che si elabora all’interno della famiglia, della scuola o con i mezzi di comunicazione. La seconda è quella che si sviluppa a partire dalle grandi tappe della vita, matrimonio, nascite, lutti, eccetera.
La socializzazione, poi, interferisce in modo notevole con i processi d’interazione sociale e quella che si chiama la riproduzione sociale.
La riproduzione sociale è quel meccanismo sociologico di mantenimento della posizione sociale e dei modi di agire, di pensare e di sentire di una famiglia o di un gruppo chiuso.
Esempio. I figli delle famiglie medio-basse hanno la tendenza a non intraprendere studi molto lunghi. Questo fenomeno di riproduzione sociale è favorito dalla ineguale ripartizione del capitale economico, culturale e sociale tra le classi. Di contro, le famiglie delle classi dominanti cercano di mantenere il loro posto nello spazio sociale e, di conseguenza, utilizzano la scuola al fine di riprodurre il loro capitale culturale.


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