IED – Materiali del corso III

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L’analisi del concetto di cultura, da un punto di vista storiografico, è poi diventata nel ‘900, tra gli anni ’30 e la fine della seconda guerra mondiale, uno dei dibattiti centrali dell’antropologia di lingua inglese, che ne sviluppò una forte ricerca sul campo.   
Uno dei libri più interessanti di questo periodo è Patterns of Culture, edito nel 1934 e scritto da Ruth Benedict, un’antropologa americana, allieva di Franz Boas (1858-1942), un etnologo tedesco che lavorò molto anche negli Stati Uniti, e che, con Edward Burnett Tylor, è considerato uno dei fondatori della moderna antropologia culturale. 
A quali risultati arrivò l’antropologia di questo periodo? 
- che il comportamento culturale è determinato socialmente.   
- che la natura umana non stabilisce in modo univoco le risposte che l’uomo da ai propri bisogni. 
- che la cultura è costituita non tanto da comportamenti individuali, quanto da comportamenti di gruppo, per cui è essenziale, per le scienze sociali, analizzare la struttura e il processo di formazione di questi comportamenti. 
La matrice di questa impostazione è evidentemente di tipo darwiniano,perché anche l’uomo, al pari delle altre specie viventi, deve adattarsi all’ambiente naturale e, tra le risposte a cui questo processo da luogo, si verifica sempre una selezione che induce ogni cultura ad accogliere certi modi di comportamento, così come a respingerne altri. 
È in questo contesto che Ruth Benedict nel 1929 definiva la cultura come “la totalità che include tutti gli abiti o i comportamenti acquisiti dall’uomo in quanto membro della società.” 
Piùsemplicementepossiamodireche la cultura è l’insieme degli stati mentali condivisi da un gruppo sufficientemente grande di individui. 
Oppure, sotto un’altra angolazione, la cultura definisce il complesso dei modi di vita ai quali viene attribuito un valore da parte di un gruppo d’individui o di una comunità
Praticamente è come se dicessimo che la cultura è un insieme di modelli normativi condivisi dai membri di un gruppo allo scopo di regolarne la condotta.  Modelli che sono spesso accompagnati da sanzioni. 
Ma affinché la cultura possa svolgere tale funzione è necessario che i modelli di comportamento che la costituiscono abbiano un certo grado non soltanto di compatibilità, ma anche di organizzazione.  Cosa vuol dire? 
Che, in pratica, essi devono avere a proprio fondamento un sistema di valori.       
 
In breve.  La cultura è appresa. È influenzata dalle componenti ambientali, comportamentali e storiche degli individui.  È strutturata.   
(Si può tracciare un profilo delle configurazioni che strutturano le forme culturali.  Vediamo le principali.  Esse sono: 
La cultura materiale e le sue forme di organizzazione:tecnologica ed economica.
Le istituzioni sociali, quali l’istruzione o le strutture politiche.
L’uomo (di per sé) è la mondanità, con il suo sistema di credenze e di controllo del potere.
Il dominio estetico, con le arti, il folclore, la musica, il teatro e la danza.
Il linguaggio.)
Ancora. La cultura ha una dimensione dinamica. Cioè, il continuo divenire (non crescita!)è una costante della cultura degli uomini. 
Un divenire che va poi traguardato sullo sfondo della stabilità sociale, che è tutta un’altra cosa. 
Il tema del mutamento delle forme culturali è molto delicato, perché coinvolge non solo quello che proviene dall’interno di una comunità, ma anche dal suo esterno. 
Lo sviluppo interno, in genere, è il risultato delle scoperte e delle invenzioni. 
Quello esterno, invece, è il risultato di un processo più o meno libero e consapevole di “adozione”. 
Per finire.  La cultura tende a strutturarsi in modelli di crescita che ne assicurano il mutamento. 
Apriamo adesso una parentesi su alcune distinzioni che possiamo fare all’interno del termine cultura.    
La prima è quella che distingue tra culturadominante, subcultura, controcultura
Se intendiamo per cultura dominante la cultura egemone in dato momento in una data area, la subcultura è un aggregato tendenzialmente omogeneo di conoscenze, valori, credenze, stili di vita e modelli di vita capaci di contraddistinguere un gruppo sociale. 
Fattori come la classe sociale, l’età, la provenienza etnica, la religione, la lingua, il luogo di residenza e perfino l’orientamento ideologico e politico possono, infatti, combinarsi tra di loro e creare identità culturali capaci di differenziarsi significativamente dalla cultura dominante. 
Gli studiosi delle subculture fanno notare che i membri di una subcultura usano spesso differenziarsi dal resto della società con uno stile di vita o un modo di vestire simbolici e alternativi a quelli dominanti. 
In questo senso lo studio delle subculture consiste nello studio dei simbolismi collegati a queste forme di espressione esteriore e nello studio di come queste vengono percepite dai membri della società dominante. 
Di fatto, tanto più una collettività è differenziata tanto più facilmente sarà possibile rintracciare al suo interno delle subculture che producono propri valori. 
Tuttavia, più questi valori sviluppandosi si strutturano, più si fa problematico e complesso il fenomeno dell’integrazione sociale, in sostanza, la ricerca di una stabilità e di una convivenza pacifica. 
In Europa fino a qualche tempo fa si distinguevano principalmente due modelli d’integrazione sociale, quello francese, fondato sui principi laici dell’illuminismo, e quello inglese, basato sul rispetto formale delle differenze.  
Negli Stati Uniti d’America, dove da tempo si mescolano subculture provenienti dalle più svariate parti del mondo, conseguenza dei numerosi processi migratori che hanno interessato questa nazione, si definisce meltingpot il fenomeno della convivenza che si è realizzata.      
Va notato che l’uso dell’espressione subcultura non implica necessariamente una situazione conflittuale con la cultura dominante, può infatti costituirne soltanto una variante o un elemento ereditato storicamente. 
L’espressione di controcultura è, invece, più recente, indica una radicalizzazione delle diversità, essa va intesa come un rifiuto etico e comportamentale dell’insieme dei valori e delle norme dominanti. 
Gli anglosassoni dicono del mainstream della società.
Un altro modo di dividere le varie componenti della cultura in sociologia è quello di distinguere tra cultura materiale e cultura non-materiale
 
La cultura materiale è la cultura delle cose. 
Essa è composta daoggetti, manufatti, prodotti diversi, merci, a cui si possono contrapporre i significati, i valori, i simboli, i linguaggi, e tutti quei prodotti umani non-materiali
Di fatto è una distinzione di comodo, perché sia le cose materiali che i valori immateriali hanno senso solo se è noto il significato culturale che viene loro attribuito. 
Possiamo poi parlare di cultura sostitutiva e cultura non sostitutiva.  
La cultura sostitutiva è formata da tutti quegli elementi culturali che nel tempo possono diventare obsoleti o perdere di valore e di utilità.  Dunque, finire per essere socialmente dimenticati. 
In genere è una conseguenza diretta dall’accumulazione dei saperi, delle tecniche e dell’esperienza. 
In questo quadro possiamo avere:
– degli elementi culturali materiali sostitutivi, come sono oggi, per fare un esempio, i televisori in bianco e nero, oppure le macchine per scrivere a tasti meccanici o la macchina fotografica a pellicola e sviluppo chimico. 
– degli elementi culturali materiali non-sostitutivi quando ci riferiamo a degli elementi culturali che non subiscono un processo d’invecchiamento e non possono essere messi in disuso, in pratica, che vengono continuamente richiamati come valori che superano il tempo.  Facciamo qualche esempio, il Partenone di Atene, il Colosseo, le ville del Palladio o l’architettura industriale inglese dell’Ottocento, le unità di abitazione di Le Corbusier a Marsiglia, eccetera. 
Allo stesso modo possiamo avere
– degli elementi culturali non-materiali sostitutivi, come sono, sempre per intenderci con un esempio, certi modelli della fisica o certe concezioni della tecnica che non servono più, oppure, certi cerimoniali o certe convenzioni comunicative, come il caso dell’alfabeto Morse o, più semplicemente, l’abitudine di cambiarsi prima di sedersi a tavola. 
– degli elementi culturali non-materiali non-sostitutivi, come la musica di Bach o di Eric Satie, la poesia di Omero o di Thomas Eliot, i romanzi di James Joyce o di Marcel Proust, le canzoni dei Rolling Stones o dei Pink Floyd, le sinfonie di Glenn Branca. 
Ritorniamo, adesso ad un compito importante che svolge la cultura dal punto di vista della sociologia e che possiamo definire una funzione di mediazione
Perché le forme espressive, che soprattutto attraverso il linguaggio, si configurano come rappresentazioni della realtà (siano esse rappresentazioni religiose, artistiche, scientifiche, filosofiche, giuridiche, o del comportamento) costituiscono altrettanti modi attraverso i quali l’individuo cosciente di sé riesce a mediare il rapporto con se stesso, gli altri, l’ambiente e le cose. 
Per la sociologia la mediazione è il processo con il quale il pensiero generalizza i dati dei sensi ed estrae dalla conoscenza sensoriale – che è una sorta di conoscenza immediata – una conoscenza astratta e intellettuale, che possiamo definire una conoscenza mediata. 
In questo senso la cultura ha anche una funzione implicita fondamentale, perché la mediazione  s’impone agli uomini come il fondamento della prevedibilità sociale  
Dobbiamo, a questo punto, fare attenzione a non confondere la cultura con un’altra espressione, che nel linguaggio comune è impiegata in modo analogo, quella di civiltà.    
Il termine civiltà deriva dal latino civilitas, che a sua volta deriva dall’aggettivo civilis, da civis che significa cittadino.
La nozione di civiltà in sociologia serve ad evocare soprattutto lo stato della tecnica o, se si vuole, il risultato di un processo in virtù del quale gli individui diventano capaci di vivere in società, va da sé che, questo risultato dipende da molti fattori, di cui decisivo è quello costituito dalla tecnica. 
Noi, a questo proposito, usiamo dire civiltà del bronzo, del ferro, civiltà del petrolio, civiltà atomica, civiltà dell’informazione. 
Storicamente, l’espressione di civiltà (Zivilisation/ civilisation), fino alla fine del ‘700, serviva a definire il processo in virtù del quale gli individui divenivano capaci di vivere in società. 
In questo senso, la civiltà tendeva a confondersi con l’atto di civilizzare
Di solito, poi, si distingue la civiltà dalla cultura in base a due considerazioni
Un’estensione più vasta in termini di territorio, una durata molto più lunga in termini temporali
In sub-ordine, poi, c’è il fatto che, in genere, le civiltà inglobano più culture. 
La civiltà europea comprende la cultura italiana, quella francese, quella tedesca e via dicendo. 
Per riassumere, diciamo che le tecniche costituiscono il corpo di una civiltà, la cultura la sua anima. 
   
Per concludere, dobbiamo sottolineare ancora qualche punto.  
La cultura è un prodottosociale che assicura la convivenza degli individui tra loro
La specie umana è l’unica capace di creare consapevolmente una cultura e di tramandarla socialmente da generazione a generazione. 
Ma come si acquisisce la cultura? 
Gli antropologi sostengono che le forme della cultura si acquisiscono principalmente per imitazione, in sub-ordine, per addestramento e per apprendimento, cioè, con le forme di educazione scolastica.  
Da questo punto di vista la cultura appare come l’insieme di tutte le attività e di tutti i prodotti della personalità umana che non siano automaticamente riflessi o pulsionali
O, in modo più semplice, l’insieme delle attività apprese e dei manufatti prodotti a seguito di questo apprendimento. 
Un altro grande lemma che s’intreccia con la nozione di cultura è quello di società.
Anche questo è un concetto importante, soprattutto nell’ambito delle scienze sociali che da molti sono anche definite come una scienza della società
Il primo passo, in questa direzione, è rappresentato dalla domanda, che cosa è la società, o meglio, come possiamo definire l’espressione di società.  
Fino a questo momento abbiamo usato questo termine in senso intuitivo, anche perché essa ci rimanda al concetto di associazione.   
Le difficoltà di definire che cos’è la società nascono dal fatto che non ci riferiamo ad un oggetto o ad un fenomeno fisico, ma al risultato di numerosi processi intersoggettivi di interpretazione e di comunicazione, ovvero, a qualcosa che sta essenzialmente nelle rappresentazioni mentali degli individui. 
Tali rappresentazioni, per lo più composte da credenze o convinzioni, sono poi intimamente legate all’esperienza soggettiva e all’agire degli individui. 
   
Non per caso nella cultura occidentale la nozione di società ha spesso oscillato tra una connotazione negativa ed una positiva.  
Nel primo caso, generalmente, la società si contrappone alla comunità
Nel secondo caso è associata alla nozione di Stato
Nel 1887, Ferdinand Tönnies (1855-1936), filosofo e sociologo tedesco, pubblico un libro intitolato Gemeinschaft und Gesellschaft (Comunità e società) dove appunto contrapponeva la comunità intesa in senso positivo, alla società considerata un insieme di relazioni di natura essenzialmente economiche e burocratiche. 
Per quanto ci riguarda diciamo che là dove c’è un territorio, un insieme d’individui in relazione reciproca tra di loro, una lingua o, un modo comune d’intendersi, là c’è una “unità sociale” o, meglio, una realtà sociale.
Ma come si costituiscono queste realtà? 
Essenzialmente con la coscienza di farne parte. 
Va da sé, questa coscienza di esserne parte o, come dicono i filosofi, questa coscienza dell’esserci, è legata strettamente anche al linguaggio, che consente di articolare delle domande complesse sul senso della propria esperienza e della vita. 
Il linguaggio, infatti, con le sue forme di rappresentazione di sé, della realtà e dell’esperienza, contiene l’insieme delle forme di mediazione simbolica che in qualche modo costituiscono la cultura.   
In questo senso possiamo anche dire che la complessità del linguaggio è un segnale della complessità culturale. 

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La mediazione simbolica possiamo intenderla un’interazione tra dei soggetti che mirano a raggiungere un accordo o un compromesso su un certo modo di risolvere dei conflitti o delle divisioni che hanno a che fare con il loro stare insieme. 
In parole povere è la capacità d’intendersi!

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Insomma la società appare come il risultato dei processi di conoscenza e di autocoscienza che si sviluppano nella comunicazione sociale, verbale e non-verbale.
Affrontiamo adesso un altro paradigma storico della sociologia, il concetto di massa
Questo concetto nella sua formulazione classica è per molti versi desueto, così come è molto importante nelle moderne analisi del comportamento collettivo.
Ne parleremo tenendo conto di due aspetti del problema. 
Perché ne necessario per poter procedere all’analisi di ciò che sono le comunicazioni di massa e perché, parlandone, possiamo continuare ad esaminare alcuni aspetti del discorso sociologico.    
Il termine massa nel Medioevo indicava le persone appartenenti alle corporazioni delle arti e dei mestieri. 
Nel Settecento indicava le classi più povere in opposizione ai nobili.
Nell’Ottocento i pensatori riformisti identificano la massa con la condizione del proletariato
Oggi, per la psicologia, la massa è un insieme di persone senza un ruolo e incapaci di agire autonomamente. 
Nelle società industriali l’espressione di massa si riferisce, in genere, a vasti insiemi d’individui coinvolti in fenomeni di natura dinamica, quali, l’urbanizzazione, le migrazioni, le comunicazioni, la scolarizzazione, la divisione del lavoro, il tempo libero, eccetera. 
Proviamo ad esaminare qualche definizione di massa attraverso gli autori che hanno studiato questo tema intrecciandolo con quello dell’analisi dell’azione collettiva, tutti argomenti complementari allo studio delle cosiddette società di massa
Con questa espressione s’intendono quelle società moderne in cui le forme di associazione tradizionali come la comunità, la classe, l’etnicità e la religione tendono a svalutarsi e, nelle quali, l’organizzazione sociale è allargata e burocratizzata fino al punto che le relazioni sociali appaiono di fatto impersonali, vuote, usurate. 
Per procedere partiamo dalle riflessioni di Gustave Le Bon (1841-1931), un eclettico studioso del comportamento collettivo che si dedicò a questo argomento dopo essersi dedicato allo studio della fisiologia, dell’antropologia e dell’archeologia. 
La sua opera più famosa s’intitola La psicologia delle folle, è del 1895. 
In breve, Le Bon intuisce l’importanza che nella massa rivestono:

  1. i comportamenti collettivi,
  2. le eventuali leadership, che in esso si formano,
  3. soprattutto, l’importanza di quel fenomeno che da lì a qualche anno sarà chiamato inconscio

Per questo autore l’uniformità degli atteggiamenti individuali che si registrano nelle masse non sono tanto il frutto della vicinanza fisica tra gli individui, quanto il risultato di una modificazione del comportamento. 
Questa modificazione ha leggi proprie e spesso induce al prevalere nei singoli soggetti di pulsioni violente e incontrollabili rispetto al comportamento razionale individuale
Se si verificano determinate condizioni, osservò Le Bon, gli individui si trasformano in elementi della massa, assumono idee, atteggiamenti e comportamenti nei quali, presi singolarmente, non si riconoscerebbero. 
Ci sono delle circostante, insomma, in cui gli uomini appaiono impotenti, annullati nella loro individualità, accecati da una pulsione collettiva in grado di uniformare e in molti casi plagiare i loro comportamenti, demolendo il loro senso critico
Come è facile constatare questa analisi di Le Bon è una interpretazione negativa dei fenomeni di massa, che qualche decina di anni dopo fu condivisa anche da un altro studioso, spagnolo, José Ortega y Gasset (1883-1955). 
Qui, per ragioni di economia, non esamineremo gli altri molti autori, contemporanei di Le Bon, che hanno dedicato i loro studi al concetto di massa, come il criminologo italiano Scipio Sighele (1843-11913) e lo psicologo sociale francese Gabriel Tarde (1843-1904). 
Autore, quest’ultimo, riscoperto alla fine degli anni ’90 da Gilles Deleuze che in qualche modo ha rivalutato la sua “legge dell’imitazione”. Una legge che serve a spiegare alcuni fenomeni di devianza. 
Veniamo, invece, ad un libro di Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, i cui singoli capitoli uscirono, prima della stampa in volume, su alcune riviste politiche a partire dal 1927. 
In questo libro, in estrema sintesi, si sostiene che le masse sono una delle conseguenze dello sviluppo produttivo e tecnico della modernità.  
Questo sviluppo ha dato vita, tra le altre cose, alla nascita di enormi agglomerati sociali, cioè, ha concentrato, in modo assolutamente artificiale rispetto alla loro storia, grandi masse di individui, facilitando il formarsi di folle e generando delle condizioni di vita passiva sempre più uniformi e banali. 
Ortega y Gasset elabora anche alcune osservazioni che erano sfuggite a Le Bon
Per esempio, egli nota, come i fenomeni di massificazione possono risultare gratificanti per gl’individui che ne sono coinvolti. 
Di più, la massificazione consente anche un elevato soddisfacimento dei bisogni culturali e sociali primitivi, rozzi o d’impulso. 
In questo modo, conclude Ortega y Gasset, gl’individui non sono più stimolati a cercare una realizzazione sociale al di là degli standard di vita dominanti e finiscono inevitabilmente per coltivare un atteggiamento socialmente amorfo.  
Da questo meccanismo di formazione delle masse, osserva Ortega y Gasset, con una certa soddisfazione, quella di un conservatore, si staccano sovente delle minoranze, dei gruppi sociali che per cultura, moralità, formazione politica, riferimenti ideali non accettano di uniformarsi alle condizioni di appiattimento e di livellamento delle masse e rivendicano per sé un individualismo aristocratico. 
Individualismo che, per i tempi, si trovava spesso a cavallo tra anarchia e conservatorismo.     
Sono quelli che oggi potremmo chiamare gruppi di opinione o élites
Costituiscono delle realtà sociali studiate con attenzione dalla pubblicità e dagli istituti di ricerca sui comportamenti del consumatore, perché questi gruppi di opinione orientano, con le loro testimonianze, le maggioranze silenziose, invogliandole ai consumi di prestigio o “griffati”, agendo sulle politiche economiche, i meccanismi dell’emulazione sociale, la morale, le forme dell’etica e, in politica, sugli orientamenti di voto. 
Completamente diversa, invece, è la teoria delle masse che esce dall’analisi freudianao, più precisamente, dalla cosiddetta psicologia del profondo
In Psicologia ed analisi dell’Io, un testo del 1921, Sigmund Freud (1865-1939) nota come la massa costituisca per il singolo un’occasione nella quale questi può, in qualche modo, accostarsi o scontrarsi con il suo inconscio, entrare in relazione con esso. 
Occorre osservare che per Freud, tutta una serie di pulsioni sessuali infantili, allo stato latente nella personalità adulta, derivano dal fenomeno dell’infanzia protratta, cioè, dal lungo periodo di svezzamento che caratterizza la specie umana. 
Queste pulsioni, soprattutto quelle che non si sono risolte con la crescita o sono rimaste inibite, tendono a rivelarsi nel comportamento irrazionale delle masse e, di conseguenza, nei meccanismi di suggestione collettiva, nell’adesione emotiva a certi gruppi di riferimento, nell’identificazione con un leader, figura sostitutiva del padre e sublimabile nel concetto di autorità. 
Soprattutto l’identificazione con un leader (che per Freud, può essere reale o immaginaria) è sempre gravida di conseguenze importanti. 
In buona sostanza, per la psico-analisi l’individuo ricerca nelle masse non solo un capo, ma soprattutto la sublimazione alle sue pulsioni.   
In questo modo esse finiscono per deviare da quello che dovrebbe o potrebbe essere il loro carattere originario
In questo modo, la massa finisce, in molte occasione, per acquisire nei confronti degli individui una funzione liberatoria degli impulsi inconsci. 
Una concezione storica più positiva del concetto di massa è certamente quella elaborata dal materialismo storico, o meglio, dai movimenti riformatori e socialisti che si formarono lungo tutto l’800. 
Questi movimenti consideravano le masse come l’elemento centrale e allo stesso tempo contraddittorio del modo di produzione capitalista di cui le masse erano una conseguenza. 
Qui, usiamo la parola massa al plurale. 
L’espressione massa, al singolare è, da questi movimenti, considerata un’espressione astratta e in qualche modo,come avviene nel linguaggio comune, dispregiativa. 
Il suo plurale, masse, invece, rappresenta in qualche modo un riconoscessimo della loro identità storica e politica.      
Questi movimenti pensavano che era possibile agire sull’esperienza emotiva collettiva e sulle condizioni del vissuto individuale in modo tale da far maturare nelle masse una coscienza della loro condizione e della loro forza
Si riteneva, in sostanza, che le masse, in quanto moltitudini sfruttate, anche se incapaci di mobilitarsi fino in fondo come soggetti politici autonomi, erano comunque le protagoniste della questione sociale e potevano elaborare sviluppando una coscienza di classe le ragioni della loro emancipazione. 
Tra le due guerre mondiali il tema delle masse fu poi ripreso dalla Scuola di Francoforte, un istituto di ricerca tedesco che si occupava, sia dal punto di vista filosofico che storico, di quelle che
allora venivano chiamate le scienze dell’uomo
I loro studi, in particolare, si orientarono su un aspetto moderno e problematico dei fenomeni di massa, vale a dire, la loro responsabilità nel creare le condizioni della loro alienazione.  
Questa scuola, formata per lo più da filosofi e sociologi di origine ebraica nacque nel 1923 nell’ambito dell’Istituto per la Ricerca Sociale dell’università Wolfgang Goethe di Francoforte sul Meno. 
All’avvento del nazismo i professori di questa scuola emigrarono a New York dove continuarono la loro attività. 
Dopo la seconda guerra mondiale alcuni esponenti , tra cui Adorno, Horkheimer e Pollock, tornarono in Germania e fondarono un nuovo istituto per la ricerca sociale.  
In modo molto sommario potremmo dire che l’obiettivo di questa scuola era la fondazione di una teoria critica della società. 
I suoi esponenti più importanti sono stati
Theodor Adorno, Max Horkheimer, Friedrich Pollock, Erich Fromm, Jürgen Habermas ed Herbert Marcuse che, nel 1964, pubblicò un libro, L’uomo ad una dimensione in cui stigmatizzava la società opulenta dei paesi industrializzati caratterizzata dalla razionalità strumentale.  Una società, per questo autore, inevitabilmente autoritaria perché capace di condizionare ogni aspetto della vita corrente.    

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Una delle prime definizioni moderne di massa la si deve al sociologo americano Herbert Blumer (1900-1987) che la elabora contrapponendola ad altri aggregati come sono il gruppo, la folla, il pubblico e la usa soprattutto per studiare la massa che si crea a seguito degli strumenti di comunicazione di massa, come la radio, il cinema, o a seguito di certi fenomeni di mercato. 

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Abbiamo ricordato Herbert Blumer perché ci consente di ricordare un altro tema del discorso sociologico, l’interazionismo simbolico.  
L’interazionismo simbolico è un approccio teorico sviluppatosi negli Stati Uniti d’America.  Rappresenta una prosecuzione, nel campo delle scienze sociali, delle tesi di filosofia pragmatica di William James.  
Questo approccio pone l’accento sulla creazione dei significati nella vita e nelle azioni umane, sottolineando la natura pluralistica della società, il relativismo culturale e sociale delle norme e delle regole etiche e sociali e la visione del sé come socialmente strutturato. 
Esso si occupa soprattutto dell’interazione sociale che ha il suo centro nella vita quotidiana, in questo senso è una teoria microsociologica. 

Il pensiero interazionista è stato influenzato da Max Weber, Edmund Husserl e Alfred Schutz, ed esso rappresenta l’approccio teorico dominante negli studi della Scuola di Chicago.

L’espressione interazionismo simbolico fu coniata da Blumer nel 1937 e si fonda su tre principi: 

- gli esseri umani agiscono nei confronti delle "cose" (oggetti fisici, esseri umani, istituzioni) in base al significato che attribuiscono ad esse. 

- il significato attribuito a tali oggetti nasce dall’interazione gli individui ed è quindi condiviso da questi (il significato è un prodotto sociale). 

- tali significati sono costruiti e ricostruiti attraverso un "processo interpretativo messo in atto da una persona nell’affrontare le cose in cui si imbatte".  

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Proseguiamo. 
Un tempo, per il senso comune così come per le ideologie politiche, la cultura di massa era assimilata alla nozione di cultura delle masse. 
Una forma di cultura che appariva ricca di significati positivi per le sinistre e negativi per le destre, anche se entrambe le posizioni concordavano sul loro studio perché le masse, volenti o nolenti, costituivano la base e lo strumento, sia pure rozzo e per molti versi incontrollabile, di tutti i cambiamenti sociali
In questo senso, cultura di massa significava soprattutto cultura per il popolo
Nel linguaggio corrente questa espressione è spesso ritenuta offensiva perché sta ad indicare un mix di fattori che descrive le preferenze culturali delle persone semplici e grossolane.  
Molte volte l’espressione cultura per il popolo è stata usata anche per definire il carattere diretto, semplice e genuino delle culture popolari e contadine, come delle società tradizionali, non inquinate dalle logiche di mercato e dalla pubblicità. 
Ma qui si nasconde un equivoco, perché in questa accezione le culture popolari si identificavano con il folclore e/o le tradizioni localistiche.  
   
Agli occhi dei suoi detrattori il difetto principale della cultura di massa sta nel fatto che, per risultare accessibile alle masse più o meno incolte, è costretta a mettere l’accento sulle emozioni e i sentimenti meno nobili e più diffusi.  
Di conseguenza questa cultura appare come una cultura superficiale e sentimentale, piena di luoghi comuni. 
Un concetto che, una volta, veniva riassunto così: 
La cultura di massa esprime i pensieri più profondi degli individui più superficiali. 
Per coloro che invece rifiutano di assimilare la cultura popolare alla cultura di massa l’accento è posto sull’autonomia della cultura popolare, un’autonomia sempre più minacciata dalla produzione e dalla distribuzione della cultura ridotta a merce delle élite capitalistiche. 
Vediamo, adesso, come le diverse concezioni della cultura di massa si sono trasformate nel tempo. 
Nell’Ottocento la cultura popolare si esprimeva soprattutto nell’abbigliamento, nel canto collettivo, nella danza, nelle abitudini alimentari, nelle piccole cose di artigianato
Era una cultura che, sia pure involontariamente, aveva esercitato un grande fascino sul romanticismo, cioè su quel movimento artistico e letterario che rappresentò, per almeno un paio di generazioni, lo spirito più vivo della cultura europea dell’Ottocento. 
 
Molti protagonisti di questa corrente letteraria, che il successo fece diventare anche una moda e uno stile di vita, si prodigarono per salvare la cultura popolare, nella sua originale genuinità, attraverso la promozione, soprattutto nella mitteleuropea delle scuole di arti e mestieri
Sono scuole che, in molti casi, finirono per alimentare una vera è propria ideologia del passato, in contrapposizione alla nascente industrializzazione, snaturando le premesse che avevano portato alla loro istituzione.   
In sostanza, la cultura popolare nell’Ottocento, a differenza di quella di massa, nasceva ancora in modo spontaneo, avvalendosi soprattutto di materiali e mezzi espressivi tradizionali.       
L’odierna cultura di massa, invece, tende a sfruttare il patrimonio delle culture popolari per farne dei prodotti di massa, da veicolare attraverso i mass-media e da vendere attraverso la grande distribuzione. 
Prodotti che sono stati prelevati un po’ dappertutto, nelle tradizioni contadine come nelle periferie urbane – vedi il caso di molte forme di musica giovanile – così come nelle etnie emigrate o emergenti. 
Sono prodotti sui quali si opera spesso quello che i professionisti del marketing chiamano oggi restyling, per essere poi venduti soprattutto a chi abita le aree urbane delle grandi metropoli. 
Oggi il concetto di cultura di massa è strettamente associato alla società dei consumi. 
Questo perché, nella modernità, una parte rilevante dei rapporti che intercorrono tra le persone sono di natura economica e i consumi sono diventati dei veri e propri fenomeni sociali primari. 
In questo senso, volenti o nolenti, la cultura di massa ha finito per istituzionalizzare la nostra vita su scala planetaria. 
Essa oggi coinvolge le forme della conoscenza artistica e letteraria, l’educazione, gli stili di comportamento, i modi di pensare, le proposte della politica traducendoli in atti di consumo e, di riflesso in codici di riconoscimento sociale. 
Proviamo ad entrare di più nei dettagli.
Una delle principali caratteristiche della cultura di massa è di strutturale, razionalizzandoli, i rapporti tra le persone attorno alla sfera economica. 
A questo proposito i critici della società di massa osservano come essa abbia finito per rattrappire il tempo libero sul tempo commerciale e di dominare con i media anche gli aspetti più privati ed emotivi della vita. 
Se consideriamo la cultura di massa dal punto di vista dei media possiamo dire, come abbiamo già visto, che essa è nata in Europa tra la metà e l’ultima decade dell’Ottocento con il diffondersi della carta stampata e dell’alfabetizzazione primaria. 
Si è rafforzata dopo la fine della prima guerra mondiale con l’avvento della radio e del cinema. 
Ed è diventata quello che è oggi soprattutto sulla falsariga di quel fenomeno di costume e di modelli di consumo che è l’american way of life
Se esaminiamo questo fenomeno della cultura di massa in filigrana con il tema della cultura popolare noi vediamo che essa ha integrato l’ambiente operaio, soprattutto delle periferie urbane, con il mondo contadino e, tutti e due, con alcuni stili di vita della borghesia. 
Un fenomeno che viene definito come una popolarizzazione dei valori borghesi, una sorta di scivolamento di questi valori verso le classi inferiori a cui non sono estranei l’economia, la divulgazione dei modelli scientifici e i media. 
Alla luce di queste osservazioni la cultura popolare, concepita per un pubblico di massa, appare come un utensile facile da usare, a buon mercato, producibile in serie, destinata soprattutto ad un pubblico giovanile perché seducente e niente affatto complicata. 
L’esempio che gli esperti fanno è quello della musica pop che domina gli schermi televisivi di tutto il mondo il cui contenuto estetico ed artistico viene preso come rappresentativo della società orientata al consumo di massa.   
C’è un altro punto da segnalare. 
La teoria sociologica ritiene c’è un pericolo nella trasformazione delle culture in prodotti di massa. 
Queste culture, infatti, quando sono manipolate, inevitabilmente si svalutano e si degradano ad un punto tale che la loro manipolazione produce inevitabilmente dei deficitculturali in continua e costante evoluzione. 
In altre parole, queste operazioni di trasformazione danneggiano irreparabilmente ciò che c’è di genuino in tutto ciò che nasce spontaneamente dal basso.