IED – Materiali del corso IV

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Passiamo ad esaminare altri due lemmi fondamentali del discorso sociologico. 
Il primo, sul quale non ci soffermeremo a lungo, è il tema delle strutture sociali.   
L’altro, è quello dell’interazione sociale, che ha numerose implicazioni e sottotemi di grande interesse.   
L’importanza dell’analisi delle strutture sociali, in sociologia, deriva dalla considerazione che non è mai possibile isolare una dimensione pura ed autonoma della soggettività, come se fosse un’identità sociale, perché gli attori sociali (individuali e collettivi) rappresentano, allo stesso tempo il motore e il prodotto che in qualche modo determinano queste strutture. 
Nel loro significato sociologico il termine fu coniato da Herbert Spencer nel 1858. 
Questo filosofo inglese di matrice positivista cercò di elaborare una teoria generale del progresso umano o meglio, si rese conto che la filosofia aveva ancora un compito da realizzare, quello di unificare i risultati delle scienze per farli progredire verso obiettivi più alti.  
In particolare, per Spencer il processo evolutivo consentiva un progresso perché permetteva di passare: 

  1. dall’incoerente al coerente. 
  2. dall’omogeneo all’eterogeneo. 
  3. dall’indefinito al definito.  

Egli mise il fatto che in una struttura sociale, le parti che la compongono s’identificano con le relazioni fra le persone,
e come,
l’insieme organizzato delle parti può essere inteso una rappresentazione della società nel suo complesso. 
Spencer, poi, identificò nel perdurare nel tempo (nella durata) una delle caratteristiche più importanti di una struttura sociale. 
Vale a dire, tutte le strutture sociali hanno una vita più o meno lunga e, in genere, la loro durata depone a favore della loro importanza. 
Ma per Spencer c’era un altro problema fondamentale. 
Le strutture sociali si basano sul consenso o sulla coercizione
Da convinto funzionalista la societàeraper lui un organismo vivente nel quale tutte le parti contribuiscono a mantenerlo in vita. 
In questo senso le strutture sociali non avrebbero dovuto produrre conflitti e non avrebbero dovuto fondarsi sulla coercizione. 
Di avviso diverso, tra i suoi contemporanei, erano i movimenti politici d’ispirazione socialista, per i quali, invece, la società è l’esito di un perenne conflitto tra le classi. 
Oggi, non si discute più di questo perché è più importante un altro aspetto del problema, vale a dire:  In che modo le strutture sociali sono in grado di favorire il mutamento sociale?
Una società che non muta, infatti, è una società che non cresce o cresce male finendo per ripiegarsi su se stessa o addirittura implodere. 
In questa analisi dobbiamo anche considerare il fatto che la società è condizionata dall’ambiente naturale e dalle forme di sociabilità che riesce a sviluppare. 
Così come le sue strutture sociali sono condizionate anche dalla storia sociale dei suoi attori, siano essi gli individui che i collettivi. 
Ne consegue che, le strutture organizzative e istituzionali nel loro evolversi normativo, nel loro essere legislatrici, sono il prodotto diretto dell’agire storico sociale, come delle rappresentazioni e delle credenze degli attori sociali.

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Spostiamo il tema.
Dell’importanza dell’ambiente naturale per lo sviluppo della società se ne sono occupati, in passato e a diverso titolo, molti autori, tra i quali Emile Durkheim, Max Weber e Georg Simmel
Oggi, le scienze sociali definiscono l’ambiente naturale come il complesso delle possibilità nei confronti delle quali si sviluppa l’azione degli uomini, sia come individui che intesi come gruppi agenti o comunità. 
In altri termini, non c’è nulla di pre-definito che è offerto dalla natura all’uomo, o, più generale, d’imposto.  C’è semplicemente la capacità dell’uomo all’adattamento naturale e alle sue capacità di agire su di esso.   
In breve non possiamo non tenere conto del fatto che le strutture pubbliche e politiche che contribuisco a disegnare le forme urbane e a tracciare le loro vie di comunicazione influiscono in maniera rilevante nel condizionare lo spazio sociale della persona, la sua libertà di scelta e di movimento e il suo grado d’interazione sociale. 

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Per completare questo punto, dobbiamo ricordare come in questi ultimi anni si è diffusa una nuova sensibilità per i problemi dell’equilibrio tra l’uomo e il mondo. 
Sensibilità che ha mostrato la grande rilevanza dell’azione umana sia nella conservazione che nella distruzione dell’ambiente. 
Da qui la constatazione che l’adattamento non può essere all’insegna del mero sfruttamento della natura, ma deve tener conto del fatto che gl’interessi dell’uomo non possono infliggere all’ambiente dei danni irreparabili o superiori ai vantaggi
Ma questa è un’altra storia ancora, che ha dato vita a tutta una serie di discipline specifiche che fanno capo all’ecologia.
Da un punto di vista storico le contraddizioni tra le strutture ambientali artificiali costruite dall’uomo e la natura sono state messe in evidenza, per la prima volta, da un famoso libro di GeorgSimmel, del 1903, intitolato, La metropoli e la vita dello spirito, in Italia, per chi volesse leggerlo è stato pubblicato per la prima volta integralmente nel 1995 ed è ancora in commercio. 

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Vediamo adesso qualcosa su un altro importante elemento che ci lega alla natura: il tempo
 
Esso, infatti, è una delle dimensioni della realtà che abitiamo o, se si preferisce, dello spazio sociale. 
Di conseguenza, la temporalità, che definiamo come ciò che è iscritto nel tempo, deve essere considerata come un carattere essenziale delle relazioni sociali. 
Il tempo, in pratica, è un’infrastruttura strategica dell’azione e dell’interazione sociale, ed esso rappresenta e rende visibile il carattere processuale e storico di ogni attività umana, spesso drammatizzandola, perché il tempo è irreversibile.   
In sociologia, il primo a parlare di tempo sociale è stato Durkheim nel 1912. 
Questa espressione esprime la dipendenza del tempo individuale da quello più ampio del gruppo o della comunità che funzionalmente lo comprende. 
Ma, qual è, in breve, la funzione del tempo sociale? 
Attraverso la sua periodizzazione gli uomini organizzano e ritmano la loro vita privata e collettiva, di più, questa periodizzazione ne assicura il suo coordinamento e la sua sincronizzazione. 
Nella ricerca empirica sul tempo una delle tecniche più utilizzate in sociologia è quella indicata con l’espressione di time-budget (bilanciodeltempo)
Storicamente, questa tecnica fu inizialmente elaborata dalla sociologia russa per studiare le problematiche della vita quotidiana degli operai. 
Oggi, invece, è adoperata per delineare i modi e gli stili di vita e per disegnare le cosiddette mappe dei comportamenti abituali
Attraverso il tempo o, meglio, attraverso l’esperienza del tempo, noi stabiliamo una continuità narrativa tra passato, presente e futuro e, come ha notato Alfred Schütz, un sociologo tedesco sul quale ritorneremo, il tempo è un fattore essenziale per la comprensione dell’agire umano. 
Il tempo, dunque, è una risorsa sociale, la cui disponibilità è diversa da individuo ad individuo e tra comunità e comunità. 
Che cosa significa? 
Che il tempo degli operai non è quello dei signori. 
Che il tempo di una comunità di monaci non è quello di un collegio universitario o di una squadra di calcio.  Eccetera.   
Ne consegue che il tempo è anche una risorsa, soprattutto economica, diversamente valutabile e valutata.
Per concludere questa parentesi ricordiamo che Karl Marxnei suoi studi definisce il tempo come qualcosa che possiede un valore. 
In altri termini, da un punto di vista macroscopico, è una variabile economica dei processi di produzione
Di conseguenza, esso costituisce un importante fattore nei processi di razionalizzazione della modernità. 
Ricordiamo tutto questo perché è proprio dalla distinzione marxiana tra tempo di lavoro, o tempo produttivo, e tempo extra-lavorativo che hanno preso l’avvio gli studi sociologici sul tempo libero,  inteso come la quota di tempo che nella vita quotidiana un individuo ha a sua disposizione per dedicarlo ad attività – anche passive, come dormire – scelte liberamente in base ai suoi interessi e alle condizioni psicofisiche del momento.  

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Vediamo altri due temi sensibili intorno alla relazione ambiente, individuo, natura. 
 
Uno di questi temi, che compare sempre più spesso nel capitolo dedicato alle condizioni dell’ambiente naturale, è la nozione di corpo.  
Oggi la sociologia del corpo è una disciplina indirizzata sia allo studio sistematico che alla costruzione di modelli esplicativi relativi al rapporto di reciproca determinazione (o restrizione) tra la società (ovvero i processisociali) e il corpo (o unitàpsicosomatica). 
I primi due autori che si sono occupati in modo specifico del corpo sono Georg Simmel e Marcel MaussLo hanno fatto in una prospettica culturalista creando i presupposto di una vera e propria sociologia del corpo o delle culture corporee successivamente elaborata anche da una grande antropologa inglese Mary Douglas (1921-2007).  
 Successivamente il corpo, come realtà fenomenologia, ha ricevuto, tra gli altri, una particolare attenzione nei lavori di Erving Goffman, Gregory Bateson e David Le Breton.  L’approccio in questi autori è essenzialmente di tipo strutturalista ed esso si è spinto fino a lambire il campo delle scienze bio-mediche. 
Viceversa l’analisi della relazione tra il vissuto (e la corporeità) con i processi socio-culturali è  centrale negli studi di due sociologi di origine austriaca, Thomas Lukmann (il cui libro più famoso è La realtà come costruzione sociale del 1966) e Alfred Schütz, che vedremo meglio più avanti per le sue ricerche sulla vita corrente è quello che la fenomenologia chiama Lebenswelt, cioè, mondi di vita. 
Sempre sul tema del corpo e di ciò che rappresenta sia come elemento del mondo sensibile che espressione dell’individualità ricordiamo almeno i due filosofi francesi Jean-Paul Sartre e Maurice Merleau-Ponty oltre che lo psichiatra inglese Roland Laing
Infine, da un punto di vista gnoseologico di grande importanza sono le riflessioni di altri due grandi pensatori francesi, George Bataille e Michel Foucault a cui dobbiamo la nozione di biopolitica.

Il corpo in molti di questi studi viene indicato soprattutto come una macchina comunicativa, inteso sia come corpo vestito che corpo nudo. 
Una macchina che si può costruire con l’attività fisica, si può modificare con una divisa, si può trasformare in un messaggio con un tatuaggio. 
Il discorso sociologico, poi, si espande anche alle cosiddette pratiche centrate sul corpo, perché servono a delineare, da una parte, gli stili di vita e, dall’altra, hanno un grosso risvolto economico, come sono le pratiche legate alla cosmesi, alla chirurgia plastica, alle diete, all’abbigliamento (…che fa il monaco!), eccetera. 

Sempre a proposito di ambiente un altro tema divenuto sensibile, che noi non tratteremo per ragioni di tempo, è costituito da quelle che sono chiamate le riserve materiali del pianeta.

Questo perché se ieri avevano una grande importanza nell’espansione dell’influenza umana sul territorio, oggi hanno, di contro, notevoli implicazioni industriali (basti pensare alle guerre in corso sul pianeta e alla questione delle fonti di energia non rinnovabili come il petrolio) come anche nel deterioramento dell’ambiente
In particolare, ci sono due nuove scienze che si occupano di questo, sono l’ecologia e la geopolitica

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Passiamo adesso ad un rapido esame delle istituzioni e delle organizzazioniformaliche, in breve, possiamo definire come,
dei sistemi relativamente stabili di relazioni,
retti da norme specifiche,
che assolvono o dovrebbero assolvere a funzioni e interessi della vita sociale come tale. 
In altre parole le istituzioni sono organizzazioni o strutture sociali che amministrano e governano il comportamento degli individui. 
Esse, allo stesso tempo, materializzano, cioè, danno visibilità ai principi giuridici fondamentali della forma di Stato, identificandosi con gli organismi politico-costituzionali che ne sono l’espressione.  
Per esempio, sono istituzioni formali i parlamenti, le forze armate, i ministeri, le fondazioni, i tribunali, eccetera. 
Le organizzazione formali hanno, invece, una natura più privatistica, come sono un’azienda, una squadra di calcio, un club, un’associazione di volontariato, un partito politico… 
Delle istituzioni e delle organizzazioni formali quello che più le contraddistingue è il carattere della stabilità
Esse sono stabili nella misura in cui vengono codificate dagli usi, dal costume dalle norme. 
Poi, a misura in cui sono stabili, tendono a caricarsi di valori immateriali, come per esempio il prestigio o l’affidabilità. 
Sono valori che consentono loro una certa autonomia, ponendole al di sopra delle parti e degli interessi di parte. 
La loro stabilità e la loro autonomia, infatti, hanno il potere di agire con autorevolezza sugli attori sociali condizionandoli, educandoli o indirizzandoli nella loro vita sociale. 
Al limite, sanzionandoli.   
Va da sé, le istituzioni e le organizzazioni formali sono profondamente intrecciate al meccanismo dell’interazione sociale
Per definirle conviene partire dall’esperienza che ognuno di noi ha della società. 
Non è difficile constatare che questa esperienza si esprime concretamente come l’insieme dei rapporti che intratteniamo a diverso titolo nel nostro habitat sociale
Si tratta di un insieme di azioni e di reazioni  – da cui il termine interazione – mediante le quali gli individui entrano tra loro in contatto, comunicano, collaborano, giudicano…  
Con più precisione definiamo:
interazione sociale quella sequenza dinamica e mutevole di atti sociali fra individui o gruppi di individui che modificano le proprie azioni e reazioni a seconda delle azioni dei soggetti con cui interagiscono. 
Occorre sottolineare subito che l’interazione sociale non si esprime solo nelle situazioni di tipo ripetitivo, che riguardano la vita quotidiana, ma anche nelle situazioni che definiamo eccezionali o uniche. 
L’interazione, in sintesi, può essere allora intesa come il luogoprimario in cui si forma, si ratifica, si trasforma il legame sociale. 
Da qui si comprende come l’interazione sociale determina l’ordine sociale- 
Un ordine che non si manterrebbe in equilibrio senza una costante e spesso lunga e silenziosa rinegoziazione dei suoi valori, delle sue norme, dei suoi saperi o delle sue credenze
Perché l’interazione sociale è così importante? 
Perché essa rappresenta il nodo intorno al quale si sviluppano gli studi del comportamento sia collettivo che individuale. 
Questi studi, che confluiscono in quelle che oggi si chiamano le microsociologie, hanno come tema principale i cosiddetti rapporti face to face, nella definizione della sociologia anglosassone    

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Per definizione la microsociologie studiano i legami sociali elementari.  Il primo a rendersi conto dell’importanza di questi studi fu Georg Simmel che parla dell’importanza di certi fenomeni microscopici come i segreti, l’amicizia, l’ubbidienza, la lealtà, la fiducia.  Oggi le microsociologie hanno come campo d’interesse i comportamenti, i ruoli, le interazioni sociali, i conflitti, le identità e il modo di formarsi dei processi decisionali. 
Tra gli studiosi di queste microsociologie segnaliamo anche George Gurvitch (1894-1965), un sociologo russo, naturalizzato francese che studiò anche il diritto sociale e la funzione del fattore tempo nelle scienze sociali. 

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Uno dei primi studiosi che si pose il problema di indagare le relazioni tra gli individui, nell’ambito della vita quotidiana, fu un filosofo delle scienze sociali di formazione fenomenologia, una delle correnti filosofiche più importante del ventesimo secolo, Alfred Schütz (1899-1959). 
Schütz era austriaco, dovette emigrare in America a seguito delle leggi razziali e lì, anche per motivi personali, si dedicò allo studio del comportamento collettivo che illustro in moltissimi saggi critici. 
L’opera a cui noi faremo riferimento uscì nel 1932, s’intitola La fenomenologia del mondo sociale, è uno studio nel quale, partendo dalle ricerche di Max Weber, sviluppa le problematiche dell’agire sociale. 
Egli definì la vita quotidiana, come l’insieme di azioni, di rapporti, di conoscenze e di credenze familiari all’interno dei quali, per così dire, scorre ciò che conta, e segna con l’esperienza, dell’esistenza materiale degli individui.   
Si tratta di quel insieme di micro-relazioni che, il più delle volte si danno o passano per scontate, come salutare un conoscente, prendere un appuntamento, uscire in compagnia per una cena, telefonare per informarsi sulla salute di un parente ammalato, avvertire casa per un improvviso contrattempo, mettersi d’accordo per andare ad un concerto, eccetera…    
Come Alfred Schütz ebbe modo di dimostrare, proprio questi rapporti costituiscono il cemento dell’esperienza sociale.   
Esaminiamo allora, sotto questa luce, alcuni caratteri della vita quotidiana.   
Il primo di essi è la routine.   
Costituisce il carattere più evidente della vita quotidiana e, per molti versi, anche il più sorprendente quando lo andiamo a focalizzare. 
Questo carattere esprime la ripetitività e la prevedibilità delle azioni, dei comportamenti e dei pensieri
La prevedibilità, in particolare, agisce sul comportamento abbassando il livello d’interesse dell’osservatore e/o dell’attore sociale e, così agendo, favorisce soprattutto un risparmio di energie.  
Ma non è così semplice.    
La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti possono finire per stimolare risposte automatiche o stereotipate, che abbassano il nostro grado di attenzione verso ciò che ci circonda.   
Perché ripetizione e prevedibilità sono così importanti per la sociologia? 
Perché quando ripetitività e prevedibilità tendono ad occupare quasi per intero il tempo della vita quotidiana si può affermare di essere in presenza di vissuti che tendono a deteriorarsi
O, come dicono i filosofi sociali, siamo davanti ad una alterazione del qui-ora che induce ad una sorta di smarrimento sociale e, spesso, nei casi più gravi, a forme di angoscia e di disagio psichico.    
I processi interattivi, poi, generano anche un altro fenomeno, le tipizzazioni.   
La tipizzazione, in buona sostanza, agisce come uno strumento di previsione del comportamento
Vuol dire, capovolgendo un proverbio popolare che l’abito, a dispetto del nostro senso critico, fa spesso il monaco. 
La tipizzazione può essere involontaria, ma il più delle volte è il risultato di una scelta consapevole tra i vari modelli di comportamento che l’esperienza sociale ci fornisce. 
Perché affermiamo che è consapevole? 
Perché ciascuno di noi sa bene che ad ogni passo della nostra giornata come della nostra vita sociale siamo costantemente osservati, e qualche modo interpretati e giudicati
Perché ciascuno di noi sa bene che gli altri reagiscono nei nostri confronti secondo il loro modo di essere, che si esprime attraverso il loro modo di interpretare e vivere le situazioni sociali.      
Un altro aspetto importante dell’interazione e quello che la lega ai processi della rappresentazione sociale. 
Gli individui che vivono i processi d’interazione sociale, non solo sono coscienti delle azioni e delle reazioni che questi processi comportano, ma, in genere, sono consapevoli anche dei loro effetti.       
Secondo Erving Goffman (1922-1982) proprio a causa della consapevolezza che gli individui hanno di influenzare con le proprie azioni l’opinione che gli altri danno della situazione alla quale essi stanno partecipando, questi stessi individui finiscono (inevitabilmente) per comportarsi come se recitassero una parte, come se fossero attori su un palcoscenico.  
Come se vivessero dentro una rappresentazione teatrale o uno spettacolo.   
Goffman è un sociologo di origine canadese, ma è vissuto negli Usa ed ha studiato a Chicago.  Lo diciamo perché a Chicago ha operato una delle scuole di sociologia urbana più prestigiose degli Stati Uniti.  
Uno degli scritti più importanti di questo studioso, uscito nel 1956, s’intitola, La vita quotidiana come rappresentazione.   
Con questa opera, Goffman, introduce nella sociologia il concetto di prospettiva drammaturgica
Il suo campo di ricerche principali sono stati gli aspetti trascurati della vita quotidiana, quelli che appaiono banali, ma che possiedono, in sé, una forte carica recitativa. 
Aspetti che, nelle società complesse, come sono quelle del mondo Occidentale, sono divenuti oscuri ed equivoci e che, sempre di più, vengono usati per offrire agli altri un’immagine in qualche modo valorizzata di noi stessi.  
I sociologi americani definiscono queste situazioni, come abbiamo detto, face to face, perché rappresentano le piccole situazioni della vita di tutti i giorni. 
Per analizzarle Goffman immaginò la vita quotidiana come se fosse un gioco di rappresentazioni.   
Un gioco nel quale l’identità dell’individuo – che nella lingua inglese è definita con l’espressione di self – coincide di volta in volta con le maschere che costui indossa sul palcoscenico della vita corrente. 
In questo quadro la vita di tutti i giorni è analizzata come una scena sulla quale si recita, una scena con i suoi attori, il suo pubblico, le sue quinte, dove spesso gli attori contraddicono quello che hanno detto davanti ai riflettori. 
Su questa scena gli attori si mettono in gioco, si presentano, si alleano, si scontrano s’ingannano, mostrano la loro capacità d’impersonare un ruolo, s’immergono o prendono le distanze dalle situazioni che li coinvolgono 
Occorre persi una domanda: Gli individui sono coscienti di recitare una parte sociale? 
Per Goffman lo sono sempre, anche se non sempre ne sono totalmente consapevoli.  
In certe occasioni questa recitazione è assolutamente partecipata, in altre è come una parte recitata mille volte, che diventa quasi automatica, in altre ancora è recitata di malavoglia.  
C’è poi da considerare ancora una cosa, come l’Altro o gli altri giudicano chi sta recitando. 
Questo perché, in base a come chi sta osservando valuta la spontaneità, o se volete, l’abilità, o la qualità della recitazione dell’altro o degli altri suoi interlocutori, ne tira delle conclusioni che, a sua volta, influenzeranno il suo modo di comportarsi. 
Come in una partita a ping-pong, ogni tiro a sua volta provoca una reazione di tiro, che a sua volta provoca una reazione… e così via….  

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Passiamo ora ad un altro paradigma chiave del discorso sociologico: i gruppi.  
Da qualche tempo a questa parte i gruppi sono studiati da una specifica disciplina chiamata analisi  gruppale
Il riconoscimento dell’importanza dello studio dei gruppi lo dobbiamo, per quanto ci riguarda, soprattutto ad uno psicanalista inglese, Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979), che a sua volta lo riprese dagli studi di Maxwell Jones (1907-1990) sulle piccole comunità terapeutiche.    
Come abbiamo visto per le masse, un gruppo non si riduce alla somma delle coscienze e delle volontà individuali che lo compongono, anzi, è più facile il contrario, che il gruppo trasformi l’individuo che ne fa parte. 
In sociologia si definisce gruppo sociale un insieme di persone che entrano in qualche modo in rapporto reciproco, sulla base di valori o interessi comuni
Oppure, in una forma più articolata:
Un gruppo è un insieme d’individui che interagiscono fra loro influenzandosi reciprocamente e che condividono, più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali. 
Che cosa distingue un gruppo da una folla o da una comunità di persone? 
Il fatto che nella folla, nella comunità o, più in generale, in un’aggregazione di persone, come è, per esempio, un grande ufficio, una scuola, un quartiere, non esiste un’interazione diretta tra tutti gli individui, o, più semplicemente, questi individui non costituiscono un insieme organizzato
Prima di procedere con i gruppi distinguiamoli subito da un’altra figura della topografia sociologica, le categorie sociali.  
Le categorie sociali rappresentano dei gruppi impropri o degli pseudo-gruppi
Esse sono, in genere, il risultato di una costruzione teorica deliberata mediante la quale gli studi sociali raggruppano idealmente o teoricamente in una stessa unità individui con caratteristiche comuni, al fine di poterli monitorare.  
Quanto agli aggregati, essi costituisco dei semplici gruppi casuali
Rispetto ai gruppi veri e propri gli aggregati mancano di una struttura, sono limitati nel tempo e soprattutto mancano di quella qualità delle relazioni interpersonali che costituiscono l’essenza dei gruppi. 
Vediamo le tre caratteristiche che distinguono un gruppo:
– I membri del gruppo interagiscono tra di loro in modo strutturato secondo le norme o i ruoli che il gruppo si è dato. 
– I membri del gruppo hanno la coscienza di essere un gruppo o, meglio, maturano un sentimento di appartenenza al gruppo che, tra l’altro, funziona da barriera nei confronti degli estranei
– Il gruppo è percepito come un gruppo da parte di chi non ne fa parte.  Vale a dire il gruppo ha un’identità esplicita e assolutamente percepibile dall’esterno. 
Quanto ai gruppi in sé possiamo distinguerli in molti modi. 
La classificazione più importante è quella tra gruppi primari e gruppi secondari. 
    
I gruppi primari sono anche detti piccoli gruppi
Il loro carattere principale è la forte integrazione, tipica, per fare un esempio, delle famiglie o delle bande. 
Per definizione i gruppi primari sono costituiti da pochi individui. 
L’espressione è vaga e si presta a diverse interpretazioni. 
In ogni modo, il numero minimo di individui di un gruppo primario è tre, perché la relazione di coppia ha un’altra struttura, il numero massimo, invece, è funzionale alle finalità che il gruppo si è dato. 
In breve, la coppia, proprio per la complessità e l’unicità delle relazioni interpersonali, non può essere considerata un gruppo, perlomeno in un ambito sociologico. 
(Nel gergo militare si chiama squadra il gruppo di due persone, l’efficacia di una squadra dipende proprio dall’unicità interpersonale che la contraddistingue.) 
I gruppi secondari o grandi gruppi sono gruppi composti da un numero elevato di membri. 
Sono gruppi nei quali le relazioni interpersonali appaiono neutre e, spesso, il rapporto tra il singolo e gli altri membri è di natura strumentale, cioè, funzionale ad uno scopo. 
L’esempio classico di gruppo secondario sono le organizzazioni, cioè, le aziende, i club, gli apparati militari, le scuole, eccetera…
L’esperienza sul campo ha dimostrato che appena il numero dei membri di un gruppo supera la mezza dozzina c’è una tendenza, che si può definire spontanea, alla formazione di sottogruppi, dove le affinità sono più forti. 
Quando, poi, il numero dei membri di un gruppo secondario supera la dozzina è molto probabile che all’interno del gruppo si formi un portavoce o che un membro lo coordini. 
A questo proposito si è constatato che in qualsiasi gruppo, prima o poi, emerge la figura di un leader
La velocità con cui questa figura si forma è proporzionale alla grandezza del gruppo. 
Più il gruppo e grande e prima si costituisce una leadership.  
Nella leadership si possono distinguono tre stili:
Quello autoritario, quello democratico e quello improntato al “laissez-faire”. 
Nel primo caso la struttura è molto gerarchica e si caratterizza per la direzione degli ordini che influenza il comportamento del gruppo, sempre dall’alto verso il basso. 
Questi ordini, in genere, non sono mai messi in discussione, cioè, si subiscono.    
La struttura dei gruppi che possiamo definire democratici è caratterizzata dal consenso della maggioranza, vale a dire da un’accettazione consensuale dei programmi del gruppo. 
La leadership dei gruppi improntata al laissez-faire si caratterizza dalla mancanza di una vera dirigenza.  In questi gruppi la leadership si limita, in pratica, a far emergere e a gestire le iniziative dei sottogruppi. 
Ricordiamo anche una particolare forma di gruppo, i gruppi di riferimento.   
Sono quei gruppi che s’ispirano all’opera di altri gruppi, in questo senso possono essere gruppi di riferimento positivi o negativi
Quelli positivi,in genere, si possono definire ed appaiono dall’esterno come una specie di gruppi ideali
Quelli negativi, invece, sono gruppi di riferimento con i quali prima o poi emergono delle tensioni che possono anche alimentare delle situazioni di conflitto. 
È più raro, ma anche i gruppi negativi possono avere dei riferimenti non reali o tra virgolette, ideali.  
In generale i gruppi di riferimento negativi compaiono in quei gruppi che si formano per reazione contro l’ambiente in cui vivono, per i motivi più diversi, sia materiali che ideologici, come nel caso delle sette sataniche, delle bande di tifosi o nelle organizzazioni criminali.  Per esempio il mito di Al Capone o delle famiglie mafiose americane.      
Nella democrazia rappresentativa, come dovrebbero essere le democrazie moderne, una forma di gruppo di una certa importanza è il gruppo di pressione.   
Questi gruppi sono anche detti gruppi d’interesse. 
In genere sono strutturati nella forma del collettivo che si mobilita per difendere specifici tornaconti, anche ideali, come sono per esempio i gruppi ambientalisti.     
Quando i gruppi di pressione sono organizzati e la loro azione è diretta in modo specifico ad agire sui centri di potere, con lo scopo di influenzare pubblicamente determinate scelte politiche, economiche o etiche, si definiscono lobby
Questi gruppi di pressione organizzati sono tipici dei paesi di lingua inglese, in cui la corruzione (sotterranea) è severamente sanzionata e le lobby sono, in qualche modo, istituzioni formali accettate, se non altro come un male minore che si vede e che si può contenere. 

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Passiamo, ora, alle nozioni di stratificazione sociale e di classe.      
In genere, il concetto di stratificazione sociale serve a descrivere le disuguaglianze che sono presenti all’interno della società- 
La stratificazione sociale, infatti, può anche essere definita come una disuguaglianza strutturata fra raggruppamenti sociali differenti. 
   
Le differenze sociali, non importa di quale natura, economica, di potere o di prestigio, nelle società moderne tendono a distribuirsi gerarchicamente.   
Per immaginarle si ricorre spesso ad una metafora geologica, perché esse appaiono depositate l’una sull’altra, come strati di rocce di diversa natura. 
Da un punto di vista di teoria generale si possono distinguere tre sistemi fondamentali di stratificazione: la casta, il ceto e la classe
Qui, non abbiamo il tempo per approfondire i motivi, oltre a quelli economici, per i quali  nelle società si formano le gerarchie, anche perché questo è più un argomento di antropologia e di politica che di sociologia generale. 
Alla sociologia, piuttosto, compete lo studio della posizione sociale di un individuo o di un gruppo all’interno di un sistema di relazioni che formano la struttura sociale di una società.
Questa posizione si definisce status.  
All’origine questa espressione apparteneva al linguaggio giuridico.  Oggi, negli studi sociologici è connessa al concetto di ruolo
Il ruolo esprime l’aspetto dinamico (o esecutivo) dello status. 
Il termine di status, oggi s’impiega per lo più per indicare il prestigio assegnato a ciascuna posizione nell’ambito della stratificazione sociale. 
Gli status, poi, possono essere ascritti o acquisiti dalla persona. 
Quelli ascritti sono quelli presenti al momento della nascita. 
Quelli acquisiti sono gli status ottenuti nel corso della vita, in genere, si ritiene, per meriti specifici, dunque, sono spesso, nell’ambito delle democrazie, più importanti di quelli ascritti.     
Per quando riguarda i modelli della stratificazione sociale diciamo che le due configurazioni più importanti sono i modelli chiusi  e i modelli aperti
In un sistema sociale chiuso i confini tra status e status sono chiari e definiti, appaiono, da un punto di vista storico, come se fossero congelati.
In quelli aperti, invece, il confine tra gli status può variare con il successo personale, la fortuna, il caso, l’iniziativa o l’intraprendenza personale. 
Nella società occidentale va anche costatato, a partire dalla seconda metà dell’800, una costante trasformazione dei ceti in classi. 
Questa metamorfosi costituisce uno degli effetti della rivoluzione industriale e delle forme di democrazia che in essa si sono sviluppate. 
La rivoluzione industriale, di fatto, contribuì a ridurre ogni differenza sociale ai soli fattori economici e all’effettivo controllo della ricchezza.  
I suoi esiti sono ben visibili all’interno delle due classi che si affermarono come le due sole classi protagoniste della storia della modernità, la borghesia e il proletariato
Va però notato come, da alcuni decenni a questa parte, nei paesi dell’area temperata del pianeta, le classi si stanno disfacendo nella loro forma storica per ridisegnarsi su altri valori, come sono quelli della conoscenza e dell’accesso all’informazione e all’educazione. 
Tutto ciò da e darà ad altre forme di conflitto tra le quali, di una certa importanza, saranno quelle di natura generazionale, quelle tra i localismi, o quelle legate all’equa redistribuzione delle risorse naturali, come il caso del petrolio insegna e quello dell’acqua o del clima sta insegnando. 
Ricordiamo che i paesi della fascia temperata del pianeta terra costituiscono un terzo della popolazione mondiale e consumano i due terzi dell’energia totale prodotta. 
In un rapporto del 2006 delle Nazioni Unite sulla distribuzione del benessere economico si afferma che l’uno per cento della popolazione mondiale detiene il quaranta per cento del patrimonio finanziario e immobiliare mondiale, pari a 125mila miliardi di dollari, mentre il cinquanta per cento della popolazione mondiale accede solo all’uno per cento della ricchezza planetaria.   
È indubbio che, in questo scenario, uno degli obiettivi delle scienze sociali dovrebbe essere quello di contribuire a rielaborare degli stili di vita che consentano di riequilibrare questo stato di cose prima che sia troppo tardi.