IED – Materiali del corso VI
Percorriamo, ora, velocemente le tappe più significative delle forme di comunicazione.
Tra gli uomini si valuta che una comunicazione vocale di una certa complessità semantica ebbe inizio circa 300mila anni fa.
Dovranno però passare circa 250mila anni perché comincino a diffondersi segni, o immagini più o meno stilizzate, incisi su ossa o pareti di caverne, cioè, su dei supporti durevoli arrivati fino a noi.
Qual è la funzione di queste prime scritture? Si ritiene che essa fosse legata alla necessità di realizzare dei calcoli o apporre dei segnali, sulla falsariga di quello che fanno gli animali quando marcano il territorio con l’orina.
Intorno al 5000 prima dell’era comune (avanti cristo) cominciano a diffondersi dei documenti che indicano la capacità dell’uomo di articolare delle catene di pensiero, vale a dire di produrre dei ragionamenti articolati e sensati e, in qualche modo, anche ricchi di contenuti astratti.
Ma è solo a partire dall’ottavo secolo prima di cristo che abbiamo l’evoluzione delle tecniche sillabiche in alfabeto. Un avvenimento che rende, di fatto, la scrittura più precisa, efficace e facile da usare.
E la stampa?
Il metodo più rudimentale di stampa, la xilografia ( un’espressione composta dalle parole greche legno e segno) appare in Europa, proveniente dalla Cina, solo intorno al XIII secolo dopo cristo.
Bisognerà attendere il 1450 – il merito è formalmente attribuito a Johann Gutenberg (1400-1468), anche se stamperie analoghe esistevano in Svizzera e in Olanda – per avere la stampa a caratteri mobili.
Tra il 1840 e il 1850 viene messa a punto la fotografia.
Sotto l’aspetto metodologico questo è il primo procedimento con il quale si generano immagini senza un intervento diretto dell’uomo.
Negli stessi anni comparve anche il telegrafo che, come tutti sanno, è (…o meglio, era) un sistema di comunicazione a distanza a mezzo di corrente elettrica e di un alfabeto convenzionale basato su un codice binario, punto e linea, chiamato dal nome del suo inventore (Samuel Morse, 1791-1872, americano), “alfabeto Morse”.
Con questo strumento, per la prima volta le informazioni viaggiavano da sole, sganciate dalla necessità di un supporto mobile che le portasse con sé.
Infine, con la diffusione capillare sul territorio delle reti elettriche, intorno all’ultimo quarto del XIX secolo, un complesso grappolo di nuovi congegni entra nell’uso quotidiano.
Sono congegni il cui funzionamento prescinde dall’azione umana, a parte le funzioni di avviamento, controllo e spegnimento, che, sia sul piano qualitativo che quantitativo, ampliano in misura eccezionale il raggio spazio-temporale del pensiero umano e delle sue azioni.
Sono anche gli anni in cui si cominciano a riprodurre i suoni e le immagini in movimento.
I suoni, poi, sfruttando le onde herziane, cominciano ad essere trasmessi sulle lunghe distanze e, è importante notarlo, senza una scarto temporale apprezzabile tra produzione e consumo.
Molti dei congegni di cui stiamo parlando, con il gergo tecnico di oggi, potrebbero essere definiti, sul piano formale, interattivi, come è il caso del telegrafo o del telefono.
Da ultimo, infine, arriveranno quelle scoperte che voi conoscete bene, televisione, Internet, telefonia senza fili e con immagini, eccetera…
Quale è la prima osservazione che s’impone?
Che i mezzi per connettersi e comunicare hanno registrato una progressiva accelerazione, tale che, se ci sono voluti 250mila anni per arrivare ad apprendere a tracciare un segno significante sulla superficie di un osso, è bastato solo un secolo per arrivare a dove siamo oggi, una volta messa in rete l’energia elettrica.
Va notato anche che tutti gli eventi o gruppi di eventi, legati all’invenzione dei congegni per comunicare, hanno una specifica caratteristica, sono caratterizzati da un notevole passaggio incrementale sia della loro potenza che del loro campo di estensione.
In altri termini, per dirlo in modo più sociologico, rappresentano un significativo e concatenato potenziamento delle capacità operativa legate alle infrastrutture che assicura la trasmissione del pensiero.
Questi passaggi corrono paralleli al formarsi di nuove competenze, di nuovi principi operativi e d’uso, dunque ad un incremento generale della complessità operativa.
Ne consegue che, ad ogni miglioramento della capacità operativa di una infrastruttura comunicativa, questa infrastruttura diventa più potente, tendenzialmente più costosa e più efficace, così come tende a realizzare un accesso ad essa sempre più rapido, in modi sempre più semplificati, ma specialistici.
Questo significa che i linguaggi tecnici, diventando sempre più complessi, riducono le opportunità di molti di potervi accedere.
Il tema della rapidità nello sviluppo delle capacità operative è un tema sociologico rilevante, perché questa può essere così elevata da produrre, come effetto collaterale, delle forme di neo-analfabetismo, e più in generale, di diventare una causa di disagio sociale tra la popolazione anziana, gli emarginati, gli abitanti dei paesi non-industrializzati e di tutti coloro i cui programmi scolastici non si sono rinnovati o sono divenuti insufficienti.
Anche dal punto di vista della psicologia sociale le trasformazioni operate dalla nuove tecniche di comunicazione sono importanti.
Lungo tutta la storia dell’umanità, dal primo alfabeto alle grandi macchine che oramai si interconnettono su scala mondiale, l’isolamento, la separazione e la segregazione di un individuo o di un gruppo, sono sempre stati vissuti come un indebolimento delle capacità di sopravvivenza o, per usare un’espressione più vicina ad discorso dell’antropologia culturale, come una riduzione delle opportunità per dominare o indirizzare gli aspetti contingenti dell’ambiente.
Possiamo dunque affermare che la diffusione dei mezzi di comunicazione, considerati sul piano funzionale, comporta:
Uno. La possibilità di sincronizzare le energie, le azioni e i comportamenti.
Due. Di controllare l’imprevedibilità delle azioni degli uomini o contribuire a ridurle.
Tre. Di ampliare il raggio degli interventi possibili, nello spazio, nel tempo e nella loro potenza.
In sintesi, la diffusione dei mezzi di comunicazione si rivela una condizione essenziale al dominio materiale che la specie umana esercita sull’ecosistema.
Secondo le più recenti ricerche sociologiche la connessione deve essere considerata oramai come un presupposto originario della vita collettiva che influenza con la propria dotazione – cioè con tutti i congegni e le loro periferiche – sia il campo di efficacia delle organizzazioni umane, sia l’ambito dei rapporti sociali, in particolare, attraverso la circolazione delle ideologie, dei valori, delle norme e degli esempi che sono divulgati come nuovi modelli d’interazione sociale.
Va notato come l’espressione di connessione ha dimensioni più ampie dell’espressione di comunicazione,perché la connessione comprende anche i sistemi di trasporto che muovono i supporti materiali dell’informazione e i modelli di circolazione delle conoscenze.
(Il concetto di connessione è stato mutuato dalla biologia nella quale definisce un rapporto tra gli elementi di un organismo.)
Proviamo, invece, a definire la comunicazione.
Sotto il profilo sociale la comunicazione è il complesso delle operazioni – coordinate tra di loro – che sono indirizzate a connettere in modo regolato e continuativo degli individui o dei gruppi.
Per meglio comprendere questa definizione va ricordato che, da un punto di vista funzionale, la comunicazione è sempre esistita e precede, di fatto, il linguaggio vero e proprio.
Nella sociologia della comunicazione un altro concetto chiave è quello che riguarda le modalità di connessione.
Sinteticamente, gli elementi che consentono di definire una modalità di connessione sono cinque.
Il primo elemento è costituito dalle forme convenzionali che permettono di rendere pubblici, cioè, di manifestare determinati contenuti mentali condivisibili, che gli altri possono capire.
Il secondo elemento è costituito dalle tecniche, che hanno lo scopo ultimo di accelerare i modi di connessione e/o di facilitarli.
Il terzo elemento è costituito dai criteri che regolano gli scambi e la circolazione della connessione. Questi criteri possono essere economici, politici, morali, come è facile constatare navigando in internet.
Il quarto elemento è costituito dalle strutture formali che favoriscono la produzione e la circolazione dei contenuti di pensiero, come sono, le scuole, i teatri, il cinema, i sistemi di rete.
Il quinto elemento è costituito dalle pratiche, vale a dire, dagli usi, dalle abitudini e dai costumi che formano e consolidano il contesto sociale della comunicazione.
Da questi cinque elementi che definiscono un modo di connessione possiamo dedurre il primo assioma della sociologia della comunicazione:
I paradigmi, cioè, le forme della comunicazione e le relative tecnologie modellano in modo specifico l’aspetto che assume la connessione.
Utilizzando il concetto di modo di connessione si può procedere ad una lettura storica del fenomeno della comunicazione (che struttura e favorisce l’autonomia delle forme simboliche, alla lettera, delle forme che mettono insieme il senso del mondo).
(Vedremo più avanti che cosa sono le forme simboliche.)
Sotto l’aspetto della struttura possiamo esaminare la comunicazione attraverso gli elementi che la compongono.
Vediamoli, essi sono:
- La fonte dell’informazione (che emette il messaggio)
- Il trasmettitore (che emette il segnale da trasmettere)
- L’eventuale fonte del rumore (noise/disturbo/interferenza)
- Il ricevitore (che riceve il segnale)
- La destinazione del messaggio (che riceve il messaggio trasmesso)
Va sottolineato che il messaggio che si vuole comunicare, per essere funzionale, cioè, operativo, richiede che sia compatibile con un contesto condiviso.
Questo contesto, in genere, collima con un frame, cioè, con una cornice argomentativa o con un contesto che deve essere conosciuto da tutti i soggetti che compongono la struttura della comunicazione. Il contesto è l’insieme delle circostanze storiche, psicologiche, culturali eccetera, che codificano o decodificano il messaggio
In secondo luogo è necessario un codice condiviso, che ci consenta di codificare e decodificare il messaggio.
I segnali possono essere di tipo linguistico, iconico, sonoro, gestuale, luminoso, eccetera. Questi segnali, poi, possono combinarsi tra di loro, come nel caso del semaforo dove compare sia un segnale luminoso che iconico, cioè l’omino che aspetta o commina.
In terzo luogo abbiamo bisogno di un mezzo di contatto, cioè, di un canale di trasmissione.
Il messaggio, infatti, viaggia in un canale che sta tra la fonte e il destinatario o, meglio, tra chi codifica e chi decodifica.
Sul piano operativo i segnali che corrono in un canale di comunicazione, possono essere discreti o continui.
Indipendentemente da questo, poi, si definisce capacità di un canale la quantità d’informazione che i segnali consentono di trasmettere.
Un canale di trasmissione, in pratica, è spesso disturbato da distorsioni, perdite delle informazione trasmesse, interferenze, disturbi, in sostanza, che possono essere fatte risalire ad una sorgente di rumore di fondo (un noise, per usare la terminologia più diffusa).
Il noise, in questo senso, può essere definito comeun disturbo che interferisce sul messaggio e rende più difficile, rallenta o impedisce la sua decodificazione.
Uno dei problemi classici nei processi informativi sta nell’adeguare il codice al canale, in modo da rendere ottimale la velocità di trasmissione e, allo stesso tempo, accrescere la sua attendibilità.
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Nei processi comunicativi possiamo definire la ridondanza come una sovrabbondanza d’informazioni che riduce i rischi delle interferenze, ma che, inevitabilmente rallenta la velocità di comunicazione.
Come è facile intuire, ogni linguaggio, che non sia quello delle macchine che comunicano tra di loro, non si limita ad usare un numero esatto di bit, cioè, di unitàd’informazione, indispensabili alla comprensione del messaggio, ma carica questo messaggio di un sovrappiù di bit (cioè,d’informazioni) con l’obiettivo di facilitarne la comprensione.
Così facendo, però, si corre il rischio di confondere la comprensione del messaggio o di parte di esso, un po’ come succede quando ascoltiamo i racconti delle persone prolisse.
Quando questo avviene si dice che la comunicazione è ridondante.
Nella teoria dell’informazione il significato di ridondanza è leggermente diverso da quello del linguaggio comune ed è associato ad un altro concetto, quello di entropia.
Quando un sistema comunicativo, per ragioni proprie, degenera verso il massimodisordine, verso il caos, siamo in presenza di collassoentropico, cioè, come dice l’etimo greco, di un rivolgimento interno.
L’entropia, dunque, esprime l’energia degradata di un sistema comunicativo.
Il concetto di entropia va tenuto separato da un altro fenomeno, il cosiddetto rumore di fondo.
Il rumore di fondo esprime un disordine che si manifesta all’esterno del sistema comunicativo, l’entropia, invece, esprime il disordine che si genera all’ interno del sistema comunicativo.
In questo senso, i virus informatici possono essere definiti dei disordini entropici.
A cosa serve tutto questo in sociologia?
Diciamo che ci aiuta a comprendere come un sistema sociale, che vive in competizione con il suo ambiente, naturale, umano, politico, spazio-temporale, può produrre un disordine tale che, nonostante gli sforzi per eliminarlo, questo disordine finisce per ricadere sul sistema in forme sempre più degradate, distruggendolo.
L’esempio classico è la guerra. Ma lo sono anche la violenza, gli autoritarismi, i razzismi.
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Ritorniamo ad un punto di vista più sociologico.
Dobbiamo a questo punto distinguere la comunicazione (caratterizzata dall’intenzione della fonte di rendere il ricevente consapevole di qualcosa, vale a dire, del contenuto del messaggio) dall’informazione, dove questa intenzione è assente.
Nell’informazione, infatti, ciò che conta è solo il valore o il significato che il ricevente attribuisce al messaggio.
Dunque, il fine della comunicazione è di connettere in modo coordinato e continuo degli individui.
Per realizzare questo fine occorrono delle specifiche istituzioni sociali, tali da consentire di superare la provvisorietà ambientale e permettere che la comunicazione diventi un processo sistematico in grado di assicurare, a soglie crescenti di efficacia, quella essenziale prestazione evolutiva che è costantemente richiesta dagli individui e dallo sviluppo sociale.
Perché sono diventate sempre più necessarie le istituzioni sociali?
Perché gli individui, che sono il frutto naturale dell’evoluzione sociale, tendono a distinguersi sempre di più gli uni dagli altri.
In questo modo, più essi si distinguono in quanto individui, più devono essere rappresentati e connessi dalle istituzioni sociali che hanno costruito, pena il disordine sociale.
Se pensate alla storia dell’umanità, per un tempo lunghissimo, valutato a centinaia di migliaia di anni, la connessione tra gl’individui è stata soprattutto il risultato dall’uniformità del loro programma genetico.
Più questa uniformità è totalizzante e meno peso hanno gli artifici comunicativi.
Più questa uniformità è ridotta e più cresce la necessità degli artifici comunicativi.
Vediamo adesso velocemente il ruolo che gioca l’uniformità del programma genetico nell’evoluzione della società.
Per considerare meglio questo percorso evolutivo vediamolo coinvolgendo, oltre agli uomini, tutti gli organismi viventi.
In questa evoluzione degli organismi viventi si possono individuare due tappe significative.
La prima tappa si ebbe intorno a 200milioni di anni fa, quando il crescere dei vertebrati, che popolavano la terra, fece si che essi, per poter sopravvivere, furono costretti a disperdersi nell’ecosistema, ad adattarsi a situazioni sempre più diverse da quelle del loro habitat originario.
Con quali conseguenze?
Una soprattutto, che si dovettero differenziare per potersi adattare agli ambienti diversi che avevano popolato.
Quella che è stata una forma primitiva di un programma genetico condiviso, la possiamo vedere ancora oggi nel comportamento dei banchi di pesci o degli stormi di uccelli, che sanno muoversi all’unisono davanti al pericolo e con una certa efficacia, visto che continuano a sopravvivere a coloro che li predano.
Una seconda tappa evolutiva, ancora più significativa, si ebbe circa 50milioni di anni fa.
Corrisponde a quando nei mammiferi, tra i quali va annoverato anche l’uomo, il comportamento degli esemplari della stessa specie raggiunse soglie estremamente significative di ricchezza e varietà.
Questa ricchezza acquisita di comportamenti individuali ebbe come conseguenza la diminuzione dell’uniformità delle azioni comandate per via genetica e l’aumento, corrispondente, delle divergenze operative, vale a dire, di quelle scelte e di quelle opzioni, legate alla biodiversità, sempre più ampia, in cui questi mammiferi vivevano.
In breve, per molte specie animali e in particolare per l’uomo, si restrinse il campo della connessione assicurata dal programma genetico e cominciarono a formarsi dei modi convenzionali di esprimere il pensiero e le intenzioni (di conseguenza, le azioni) derivati dalla diversità ambientale e individuale.
Per riassumere, diciamo che, ad un certo punto dell’evoluzione, accanto alla connessione per via genetica, comparve una forma embrionale di comunicazione per via culturale che, molto rapidamente, estese il suo campo operativo fino a sviluppare delle forme rudimentali di trasmissione delle conoscenze per mezzo dell’emulazione e dell’insegnamento.
Nei primati, infine, come abbiamo già osservato, la comunicazione è molto evoluta, tanto che possiamo dire che si compone di veri e propri atti di comunicazione molto simili a quelli degli uomini primitivi, anche se sono episodici e non coordinati.
Notiamo qui, en passant, che l’uomo condivide con molti animali la capacità di costruire strumenti, ma l’uomo è l’unico, tra di essi, che sa costruire strumenti per costruire altri strumenti, in altre parole, possiede un’elevata capacità progettuale.
Se torniamo alle due tappe epocali, per quanto riguarda l’evoluzione, possiamo dire che, per i mammiferi e per l’uomo in particolare, esse hanno significato un’importante riduzione dell’efficacia della primitiva connessione per via genetica e, allo stesso tempo, hanno determinato, di riflesso, le condizioni per lo sviluppo di una connessione per via culturale, in pratica, di una connessione cosciente e voluta.
Di cosa ha avuto bisogno questa situazione evolutiva?
Soprattutto di tre condizioni:
Una. Di una esatta determinazione dei membri che compongono la specie, in quanto individui.
Due. Di un certo grado di socialità, sviluppatasi e strutturatasi all’interno della specie.
Tre. Di una certa complessità del fare e dell’agire per poter sopravvivere.
Così, più una società è complessa, più l’ambiente è artificiale e più la comunicazione è evoluta.
Come abbiamo visto, rispetto alla connessione per via genetica, la connessione culturale è una connessione costruita e modellata sulle circostanze.
C’è poi un’altra considerazione da fare, rispetto alla connessione per via genetica, sostanzialmente stabile, la connessione per via culturale ha un enorme vantaggio evolutivo.
Vale a dire, si adatta bene alle circostanze ed è efficace per strutturare tra gl’individui risorse, energie e capacità e, di riflesso, a sviluppare forme di aggregazioni sempre più complesse.
Possiamo dunque concludere che la connessione e l’organizzazione sociale procedono di pari passo, accrescendo l’efficacia dell’agire sociale e individuale.
Va anche notato che, per poter beneficare dei vantaggi della connessione per via culturale, non occorre solo volerlo, ma serve una competenza condivisa che si trasformi in un patrimonio diffuso in grado di guidare le azioni di tutti.
Ritorniamo, ora, all’analisi delle forme di comunicazione da un punto di vista più mirato ai temi delle scienze sociali.
Come abbiamo visto gli scimpanzé e i bonobo, in particolare, hanno una vita sociale molto intensa e complessa. Hanno e riconoscono le gerarchie, intrecciano tra di loro accordi ed alleanze per modificare i rapporti sociali, sono capaci di mettere in scena inganni e tranelli.
Proviamo a vedere meglio le caratteristiche del loro modo di comunicare.
La prima caratteristica è la presenza tra di loro di numerose sequenze di azioni svolte in condizioni di elevata contingenza, cioè, di azioni che dipendono dalle circostanza o dal caso.
La seconda caratteristica è la forte socialità che sono capaci di sviluppare e che va oltre le mere condizioni biologiche dettate dalla necessità.
La terza caratteristica è il possesso di un congegno di comunicazione, fatto di gesti e suoni molto evoluti, che consente loro di superare l’incertezza ambientale e di gestire la complessità e la varietà dei loro comportamenti.
C’è però qualcosa di molto importante che va considerato, la loro comunicazione manca di un requisito importante, la sistematicità.
Per gli scimpanzé la comunicazione è sempre confinata alle situazioni che stanno di volta in volta vivendo, ma questa comunicazione il più delle volte, non si accumula in un capitale organico di competenze.
In altre parole, la sequenza delle loro azioni non si coagula in una memoria consapevole o, per meglio dire, il loro coordinamento operativo, cioè, il loro comportamento tende a riformarsi, divoltainvolta, attingendo al loro serbatoio di capacità innate.
Questa incapacità delle scimmie ad accumulare regole e competenze per lo scambio di informazioni ha in qualche modo rallentato fino a farlo restare molto povero lo sviluppo del coordinamento delle loro capacità operative.
La differenza che ha prodotto l’uomo deriva, dunque, da fattori accidentali che un proverbio spiega abbastanza bene: far di necessità virtù.
Possiamo dire che è stata la debolezza della condizione umana a sviluppare l’astuzia di vivere.
I fossili, cioè il materiale, le impronte, i prodotti conservati nel suolo per tempi relativamente lunghi e imputabili all’uomo, spiegano in modo abbastanza accurato i vari stadi di sviluppo della tecnica nell’evoluzione umana e, indirettamente, il grado di efficacia raggiunto nell’uso delle risorse.
Infatti, sia lo studio del livello della tecnica che del controllo delle risorse sono in grado di fornirci dei dati sulle forme dello sviluppo organizzato e sull’evoluzione della cooperazione e del coordinamento.
Perché tutto ciò è importante?
Perché l’organizzazione sociale è correlata con la comunicazione sociale, fino al punto che, si può affermare, l’organizzazione sociale è una specie di comunicazione sociale materializzata.
Seguendo lo sviluppo della condizione umana si possono constatare alcune cose, come:
– Il sorgere di esiti evolutivi che presuppongono sequenze di azione organizzate e distribuite nel tempo.
– Lo strutturarsi di una partecipazione coordinata tra individui.
- Lo sviluppo di una facoltà, di riuscire a pensare in anticipo il risultato finale a cui s’intende pervenire con l’azione.
Questo significa, tra l’altro, che la tecnica implica la capacità di pensare e di sviluppare l’idea di progetto.
La corretta valutazione del passato comporta, poi, la capacità di fare tesoro dell’esperienza che si sta vivendo.
In termini sociologici possiamo dunque concludere che, nella società umana, tecnologia, organizzazione e comunicazione si sviluppano insieme è costituiscono un pacchetto evolutivo.
La tesi che queste capacità dell’uomo hanno determinato un salto di qualità nei suoi rapporti con la realtà che viveva trova un’importante verifica nel modo in cui si è sviluppato il linguaggio.
Esso appare al termine di un lungo processo evolutivo che gli esperti collocano intorno a 300mila anni fa.
Compare come una conquista dell’uomo sulla sua stessa condizione di natura, una conquista che si è dipanata in un tempo lunghissimo, valutato in circa due milioni di anni.
Si realizza, da un punto di vista fisiologico, con il definitivo abbassamento della laringe per dare spazio alla faringe cioè, alla cassa di risonanza dei suoni.
Questo abbassamento, indotto dalle circostanze in cui gli uomini vivevano, ha permesso di riprodurre i suoni in un modo ampio ed articolato, a differenza del resto dei primati che hanno la laringe molto in alto nella gola.
Due milioni di anni è un tempo incalcolabile, ma significativo della complessità del passaggio che porta da una comunicazione episodica e rozza ad una comunicazione coordinata su vasta scala.
Diciamo che la specie umana per arrivare a comunicare ha dovuto addirittura vincere, ostacoli di natura anatomici di una certa consistenza.
Essa è riuscita a superare la restrizione e la lentezza degli apparati comunicativi ereditati forgiando un proprio apparato vocale via, via, sempre più complesso e articolato.
In termini di antropologia culturale il linguaggio orale è stato il primo vantaggio che l’uomo ha acquisito sul resto del mondo animale.
Questo perché, il congegno, che chiamiamo voce, consente di concentrare in poche operazioni, un ampia gamma di contenuti cognitivi, di idee e, dunque, di registrare un incremento effettivo nella potenza operativa dell’agire.
L’uomo, però, non si è accontentato d’impadronirsi dell’esperienza della voce come mezzo di comunicazione, anche perché, ad un certo punto, la connessione basata sul linguaggio cominciò a mostrare i suoi limiti.
Gli studiosi di linguistica dicono che il linguaggio orale ha un elevato potere di sincronia.
La sincronia è un concetto elaborato da Ferdinand de Saussure ( 1857-1913) indica la capacità di un linguaggio di costruire un senso.
I cani abbaino, si fanno capire, ma non costruiscono dei significati abbaiando.
Di contro al suo potere di sincronia il linguaggio, però, mostra una scarsa capacità di condizionamento.
Cioè, di poter agire sull’individuo con i convincimenti che maturano nel gruppo.
Con l’espandersi delle comunità umane e con lo svilupparsi di forme sempre più complesse d’interazione sociale la comunicazione orale diventò sempre meno omogenea e il potere persuasivo della parola non consentì più di stabilire orientamenti comuni.
In altre parole, il linguaggio orale tende, a ragione della sua natura, a diventare insufficiente quando i nessi sociali diventano complessi e si affievolisce l’unità del sentire comune.
Proviamo adesso a considerare quello che abbiamo detto dal punto di vista dell’evoluzione della specie.
Nelle centinaia di migliaia di anni in cui il sapere umano si è andato espandendo, gli uomini hanno appreso:
- A configurarsi stati o rappresentazioni del mondo da cui derivano le prime credenze sul sacro.
– Hanno appreso ad analizzarlo e ad interpretarlo.
– Hanno cominciato ad elaborare su di esso delle opinioni che prima non esistevano.
In una, hanno cominciato a formulare ipotesi sul significato delle loro esperienze o, come dice la filosofia, ad interrogarsi sul loro essere-nel-mondo.
In particolare, gli uomini sono stati capaci d’introdurre una dimensione temporale nelle loro elaborazioni mentali.
Ancora, attraverso l’uso dell’esperienza e dell’immaginazione gli uomini hanno poi sviluppato una capacità autoriflessiva, hanno appreso, cioè, a fare progetti sempre più complessi ed hanno cominciato a costruire ipotesi su come realizzare i loro progetti.
Tutti questi aspetti della personalità umana hanno poi portato allo sviluppo di un carattere della condizione del vivente di valore incommensurabile, la coscienza della propria specifica singolarità, o, in altre parole, dell’identità personale.
La consapevolezza dell’identità è importante perché non solo costituisce una dimensione della soggettività, ma rappresenta anche il fondamento della coscienza di gruppo.
Questa consapevolezza dell’identità ha poi la capacità di estendersi nel tempo.
Si estende verso il passato, attraverso i meccanismi del rito o l’elaborazione dei miti, come sono quelli religiosi, relativi soprattutto all’origine del gruppo.
Si estende verso il futuro, con la consapevolezza dell’ineluttabile verificarsi di certi avvenimenti, cioè, con la coscienza che inevitabilmente qualcosa può o non può succedere.
In sostanza l’uomo ha sviluppato un potere endogeno della conoscenza.
Un potere che ha origine anche e soprattutto da fattori interni all’individuo, vale a dire, che essi derivano dalla sua stessa coscienza, e non solo da fattori esogeni, cioè, esterni ad essa.
Questo potere endogeno superata una certa soglia dimensionale, ha poi cominciato a generare idee e visioni, che hanno, in qualche modo, coinvolto dei campi di esperienza sempre più vasti.
Da un punto di vista sociologico questa proliferazione cognitiva ha prodotto un indebolimento della coesione sociale naturale, con il risultato che le nostre esperienze soggettive, frutto della nostra specifica singolarità, sono divenute sempre meno confrontabili, così come risultano sempre più complesse le attività collettive.
In altri termini, la comunicazione comincia a trasformarsi in uno strumento che stabilizza, tra individuo ed individuo e, tra gruppo e gruppo, contenuti cognitivi omogenei.
Questa evoluzione della comunicazione ci consente di affermare che, ad un certo stadio dell’evoluzione dell’uomo, hanno cominciato ad essere elaborati anche contenuti del sapere che non erano destinati all’immediato scambio, o a fronteggiare la semplice contingenza, ma miravano a porsi come delle aree cognitive durevoli capaci di migliorare le elaborazioni cognitive ulteriori.
Il pensato, così, ha cominciato ad essere uno strumento per produrre altro pensato.
In pratica, dei nuovi elementi di natura visiva e tattile si sono venuti ad aggiungere alla dimensione della voce come una base di sostegno per l’oggettivazione del pensiero.
Ma in che consiste questo uso simbolico degli oggetti?
Ce lo rivela la natura del simbolo.
È un’espressione che deriva dalla lingua greca, composta da due parole che stanno per “mettere insieme”, confrontare, comparare.
In semiologia il simbolo è una rappresentazione portatrice di un senso.
In qualche modo agisce come un’analogia.
Cioè, appare come una realtà visibile che invita a scoprire delle realtà invisibili. Naturalmente il simbolo ha una sua unità, forma un tutt’uno, e le due parti che lo compongono non possono essere comprese separatamente.
Dal nostro punto di vista il simbolo è una realtà che ne evoca un’altra, assente o astratta. Lo possiamo definire, dunque, il segno figurativo o concreto di un’idea astratta.
Per tornare al nostro discorso, contemporaneamente al nascere dei simboli si sono venuti a formare anche i primi rituali.
Un tempo questi erano esclusivamente religiosi, poi si estesero anche alle cerimonie della vita sociale.
Questi rituali utilizzavano spesso degli oggetti particolari, utilizzandoli se ne promuoveva la fattura.
Come possiamo definire i rituali?
Semplicemente, come dei congegni comunicativi non materiali.
O, per usare la definizione che ne da l’antropologia culturale, i rituali sono delle configurazioni sociali che connettono, in un movimento coordinato, ripetibile, ed orientato ad un fine preordinato, una pluralità d’individui.
Vediamo adesso di esaminare la funzione delle immagini.
Le immagini all’origine sono state promosse soprattutto dalle forme rituali.
Le immagini costituiscono il primo congegno di comunicazione capace di superare la dimensione temporale, cioè, di durare nel tempo, andando oltre il momento della loro esecuzione.
I loro contenuti iconografici, quando sono fissati su un materiale durevole, permangono a lungo e configurano due forme di sviluppo dei fatti sociali.
– La prima forma di sviluppo è una conseguenza della circostanza che gli artefatti durevoli tendono a debordare con facilità dal campo materiale a quello simbolico.
In questo modo, gli uomini finiscono per acquisire una certa familiarità anche con quegli oggetti che non hanno un uso pratico immediato, che hanno una dimensione simbolica.
- La seconda forma di sviluppo consiste nel fatto che, nel corso dell’evoluzione, sempre più spesso le idee hanno una vita separata da chi le ha pensate e realizzate.
In altri termini, le idee non esistono più in funzione di un pensatore, non sono più in simbiosi con lui, ma cominciano a circolare da sole.
Questa seconda forma di sviluppo dei fatti sociali riveste una notevole importanza.
Infatti, nel momento in cui compare una stabile materializzazione simbolica, le idee acquistano un impulso verticale, vale a dire, si dispiegano nel tempo.
La prima forma di oggettivazione sfrutta l’efficacia visuale per riprodurre sezioni dell’esperienza che sono, di fatto, inaccessibili alla voce.
È il caso delle emozioni e delle sensazioni dello sguardo che si comprendono solo se sono visibili.
Queste emozioni e queste sensazioni possiedono, come sappiamo, anche una grande intensità di contenuti.
Sono, in sostanza, delle percezioni in cui è molto debole il vincolo convenzionale di senso tra l’immagine e il contenuto che essa trasmette.
Naturalmente, per condividere questa intensità di contenuti deve essere condiviso il processo simbolico.
In genere, nelle scene dipinte, anche in virtù dello sviluppo soggettivo della complessità pittorica, si altera quasi sempre – soprattutto nella modernità – la rappresentazione.
In altri termini, si piega a ciò che noi chiamiamo il sentire e, così facendo, si attenua sempre di più il nesso diretto tra l’immagine e il contenuto che si vuole trasmettere.
In termini linguistici questo corrisponde ad un allentamento della cogenza semantica dell’immagine, cioè, di quei vincoli che fanno aderire l’immagine al suo contenuto formale.
La seconda forma di oggettivazione del contenuto delle immagini rovescia il rapporto esistente tra la cogenza convenzionale e l’intensità del contenuto.
In queste immagini, c’è una spinta al rafforzamento del significato convenzionale a spese dell’intensità del contenuto.
Questa seconda struttura di oggettivazione del contenuto delle immagini è costituita soprattutto da quegli oggetti e da quei segni che vengono, in un qualche modo, considerati i precursori della scrittura o che, in molti casi, in passato la sostituirono.
In genere sono i congegni per contare, indicare una località, esprimere un comando, registrare un evento, segnalare un divieto, eccetera…
In molti di questi congegni il nesso tra il contenuto e la marca figurativa, come dicono i semiologi, vale a dire, l’impronta visiva che designa questo contenuto, è stabilito con molta precisione.
Così, le immagini di questi congegni comunicativi non hanno margini interpretativi e sono povere d’intensità emotiva.
Che cosa significa che le immagini di questa struttura di oggettivazione del senso non hanno margini interpretativi?
Che le immagini in questione non riproducono segmenti significativi dell’esperienza, ma circoscrivono un evento o una sequenza di eventi e ne fissano stabilmente i tratti salienti.
Facciamo un passo avanti.
Sappiamo che la scrittura vera e propria si perfeziona in Grecia intorno all’ottavo secolo prima di cristo, tuttavia, strumenti di registrazione, come quelli impiegati per trascrivere le fasi lunari, risalgono a circa 25mila anni fa.
Li troviamo dapprima in Mesopotamia, quella terra tra i fiumi, la culla di una delle più importanti civiltà, la regione che oggi corrisponde pressappoco all’Iraq, qui sono stati rinvenuti gettoni e piccole sfere, utilizzate per fare di conto, che risalgono ad oltre 12mila anni fa.
In ogni modo, già con il neolitico, alla lettera, l’età della pietra più vicina a noi, una importante stagione dell’evoluzione umana caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e delle prime attività artigianali, l’uomo è stato in grado di rendere pubblici i suoi pensieri con tre modalità di rappresentazione diverse, sia per i materiali usati, che per i principi d’uso.
Esse sono:
Il linguaggio, che non dura nel tempo ed è circoscritto nello spazio.
Le immagini. Che spesso hanno un debole vincolo convenzionale e quindi possono risultare equivoche alla ricezione.
Le registrazioni. Che pur avendo un campo di applicazione specifico, sono molto precise ed utili.
In seguito, con l’evolversi dell’agricoltura e dell’artigianato, dunque della condizione stanziale, la società cominciò a crescere e le registrazioni (questi abbozzi di scrittura) subirono una rivoluzione e cominciarono ad agganciarsi sempre di più al linguaggio verbale.
Si tratta di un passaggio fondamentale nei quali i segni scritturali primitivi abbandonarono sempre di più la loro indipendenza convenzionale e cominciarono a seguire gli schemi della lingua parlata.
La scrittura, perfezionandosi, rese possibile la costruzione di macchine sociali sempre più complesse dal punto di vista organizzativo e finì con il potenziare soprattutto quelle istituzioni sociali che hanno la caratteristica di migliorare la loro efficacia e la loro potenza se sono connesse, come sono l’attività legislativa, l’organizzazione militare, l’istruzione pubblica, i commerci.
Il nostro corso non ci consente di fermarci più di tanto sulla nascita della scrittura, per cui vi consiglio due letture interessanti e facili:
Jack Goody, Il suono e i segni, Milano 1989.
A cura di G. Bocchi e M. Ceruti, Origini della scrittura, Milano 2002.
Il primo libro lo potete trovare in inglese, francese e tedesco. Il secondo, invece è costituito da una serie di saggi di autori di diverse nazionalità.
Andiamo avanti.
Intorno all’ottavo secolo prima di cristo non nasce solo l’alfabeto greco, ma ci sono molte altre grandi novità sul piano dei congegni e delle forme di comunicazione che derivano dai primi strumenti di registrazione.
A – Una di queste è costituita dalla comparsa della moneta.
Nel considerare la moneta, dal punto di vista della sociologia della comunicazione, occorre pensare soprattutto al forte potere di connessione che possiede.
Alla sua capacità di legare il presente al futuro, di generare speranze e progetti, di accumulare valori.
In ogni modo, se la scrittura, in un certo senso, ampia il raggio dei contenuti possibili di un testo, la moneta esprime le quantità e moltiplica, attraverso gli scambi, le relazioni connettive tra gl’individui, anche se sono separati da grandi distanze.
In più, la moneta, con i suoi effetti pratici, crea dei vincoli sostanziali e materiali, diversi da quelli astratti della vale a dire, la circolazione della moneta ha notevoli conseguenze sul piano dell’agire economico, politico e diplomatico.
B - C’è un altro elemento che la scrittura scuote e rivoluziona direttamente. É l’insegnamento.
Con il quarto secolo a.c. l’educazione esce dai compiti tradizionali delle famiglie e comincia ad assumere una dimensione pubblica formale.
Si fondano le prime scuole, che disciplinano lo studio, selezionano gli argomenti da trattare, sviluppano le tecniche pedagogiche, formano i saperi.
C - Nella prospettiva dell’interazione sociale e delle sue regole l’innovazione più importante, di questo periodo è, però, il teatro.
A differenza degli altri rituali sociali, il teatro possiede una caratteristica unica per quei tempi.
Fissa in modo netto la distinzione tra l’attore, che agisce e lo spettatore, che assiste.
Introduce, nell’esperienza del guardare, una dimensione temporale di taglio narrativo.
In altri termini, il teatro disciplina il rapporto tra lo spettatore e gli attori, privilegiando lo sguardo.
In questo senso si può dire che il teatro istituisce l’arte del guardare.
Nel recinto, cioè, nello spazio fisico in cui si svolgeva l’azione, dentro questo mondo a gradinate, gli spettatori erano separati dagli attori, spesso mascherati, tuttavia, essi potevano partecipare all’azione con lo sguardo, diventando, in pratica, gli allievi di una scuola del vedere, che allenava ed acuiva l’osservazione e la riflessione sulle cose della vita o sui grandi temi della politica.
Dal punto di vista dell’interazione sociale, poi, il rapporto che lo sguardo instaura a teatro, tra la scena e la platea, ha una duplice funzione, da una parte unisce, soprattutto attraverso le emozioni, dall’altra, nello stesso movimento, separa, allontana, ricordando allo spettatore che si trova davanti ad una finzione.
Il teatro, insomma, unisce con la sua grande capacità di stimolare una partecipazione emotiva, una partecipazione che ottiene con il guardare e, questo guardare, dovrebbe in ogni momento ricordare allo spettatore l’abisso tra la scena e la realtà, tra la finzione e la vita corrente.
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