IED – Materiali del corso VII

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Come si può intuire i congegni di connessione si sono diffusi velocemente in Europa, tanto che, alla fine del 700, tutte o quasi tutte le città del mondo Occidentale, possedevano uno o più quotidiani, vari teatri, scuole e università. 
C’è però un fatto che va osservato.  
A questa espansione quantitativa fa riscontro una grande stasi strutturale. 
Che cosa vuol dire?
Che fino ai primi anni dell’Ottocento non sono ancora stati progettati dei congegni capaci di risolvere i vincoli fisici della connessione. 
I progressi compiuti fino ad allora, infatti, si collocavano quasi tutti sul piano dei materiali
In pratica, l’abilità manuale si presentava ancora comelo strumento essenziale nella produzione e nella distribuzione dei contenuti. 
In sostanza, nei primi anni dell’Ottocento, l’aumento dei ritmi legati ai nuovi stili di vita misero in crisi tutti gli antichi sistemi di comunicazione, mostrando i limiti di ogni forma di connessione fino ad allora conosciuta. 
Per quando riguarda il fatto specifico della connessione si vennero a precisare sostanzialmente tre richieste. 
La prima, di cui abbiamo già parlato, riguardava una sempre maggiore tempestività dell’informazione.
Più si espandevano i traffici commerciali, più utile si rivelava l’accesso rapido a tutte le notizie sullo stato del mondo, quali sono gli eventi naturali, cioè, i terremoti, le siccità o le alluvioni, che allora incidevano sostanzialmente sul prezzo dei prodotti agricoli (mentre oggi hanno la loro influenza anche per i flussi turistici), o quelli civili, come sono le guerre, le rivoluzioni, gli scioperi, le epidemie, avvenimenti molto comuni nel corso del diciannovesimo secolo. 
La secondarichiesta è legata ad un fattore nuovo nel mondo occidentale, vale a dire, alla crescita del tempo libero. 
Soprattutto nelle città comincia a formarsi un’ampia sezione di popolazione che è coinvolta sempre di meno nelle attività produttive. 
Sono le casalinghe, i giovani che studiano, gli anziani, costoro contribuiscono a formare un mercato del tempo libero che cresce rapidamente.  
Si assiste così allo sviluppo di una produzione editoriale di romanzi popolari a grande tiratura, alla crescita della domanda di rappresentazioni teatrali a buon mercato, contemporaneamente salgono, a livelli mai raggiunti prima, le tiratura dei giornali. 
La terza richiesta, infine, è poco appariscente, ma è la più importante, deriva dal consolidamento della famiglia borghese, che si avvia a diventare la cellula funzionale della società. 
Lo stile di vita di questa cellula tramuta la semplice ricchezza in una rappresentazione dello spazio domestico al limite della teatralità, che diffonde un certo gusto per l’arredamento, gli oggetti d’arte, i beni di consumo, compresi quelli superflui.   
Si può affermare che, in questi anni, la famiglia svolge un importante funzione, di educare attraverso lo sguardo e le cerimonie. 
Tutto questo è di estrema importanza perché la famiglia borghese si manifesta come una struttura sovrana su uno spazio che va gestito, soprattutto consumando.  
Con il senno di poi si può affermare che inizia qui quel percorso della modernità che trasformerà il cittadino in un consumatore, riscrivendone la sua fisionomia sociale e i suoi valori.
In altri termini.     
Fino alla fine dell’800 i congegni della comunicazione, in quasi tutte le loro forme, risultavano di fatto o troppo costosi, o troppo lenti o troppo poco diffusi.    
Tutta una serie di congegni che al loro apparire sembravano stupefacenti, finirono per mostrare, grazie al progresso scientifico, dei limiti operativi che ne riducevano l’uso, con il risultato di deprimere la domanda di acquisto, indebolire la produzione e, alla fine, rallentare la circolazione delle informazioni. 
Ciò si risolse, inevitabilmente, con una spinta verso la ricerca e l’invenzione di nuovi congegni o di un rapido re-styling di quelli obsoleti. 
Così, se mettiamo insieme tutte le invenzioni dell’800 e cerchiamo di dare loro un senso, possiamo constatare che, verso la fine di questo secolo, grazie ad esse, molti aspetti della vita corrente e dell’economia e poi, a seguire, della vita sociale e culturale ne escono profondamente mutati.  
L’innovazione più importante però è a livello concettuale. 
Questa invenzione è costituita dalle prime reti di connessione che disegnano sul territorio una trama, più o meno fissa, di punti e di snodi attraverso i quali passa un flusso costante di dati di diversa natura. 
In questo contesto, le città, che si erano strutturate nel tempo per successivi accumuli di congegni e forme di comunicazione, sono ora diventate i punti chiave naturali di queste trame che in qualche modo materializzano i diversi aspetti sotto i quali si è diffuso il pensiero umano. 
 
Dobbiamo notare anche un’altra importante trasformazione:
Fino a quasi tutto l’Ottocento il mercato delle connessioni aveva conosciuto soprattutto dei contenuti o dei dati materializzati su supporti, come sono i libri, i giornali, i manifesti, le locandine, adesso, nel giro di pochi anni, cominciarono ad imporsi, un po’ dappertutto, le reti.   
Da un punto di vista funzionale le reti sono un congegno che comprende quattro elementi principali: 
- Una infrastruttura materiale, che risulta dalla combinazione di un tracciato inscritto in un territorio, come sono gli acquedotti, le ferrovie, le linee aeree del telegrafo. 
- Degli snodi di smistamento diversamente collegati.  Come sono i porti, le stazioni, gli uffici postali, eccetera. 
- Un flusso, che può essere continuo o discontinuo, di materiali, di energie o di informazioni.  Cioè, un flusso costituito da acqua, gas, onde elettromagnetiche, corrispondenza, carrozze ferroviarie, eccetera…
- Una centrale operativa, capace di gestire la rete e di organizzare la circolazione dei flussi. 
Intorno al 1850 sono almeno sei le grandi reti in funzione. 
Acqua, Posta, Ferrovia, Navigazione, Telegrafo, Scuole pubbliche. 
Se, invece, si riflette sui costi e sull’importanza delle reti è facile constatare che, nella grande maggioranza dei casi non potevano non essere costruite con capitali pubblici, dunque non potevano non essere di proprietà dello Stato che, attraverso di esse, esercitavano un diretto potere d’intervento dai forti contenuti sociali e politici per la collettività. 
Come è facile intuire, infatti, le reti costituiscono un rilevante apparato di valorizzazione economica del territorio e della qualità della vita che servono. 
Dalla peculiarità fisica delle reti derivano le tre importanti figure, fino a questo momento inedite, di gestione della connessione
– La prima figura è quello dello Stato imprenditore monopolista che fa pagare – spesso a prezzi politici più che rimunerativi – una tariffa per un’attività di cui si riserva l’esercizio esclusivo.  Come è stato fino a poco tempo fa in Europa per le poste, i telegrafi, le ferrovie, ecc…
– La seconda figura è quella dello Stato erogatore di un servizio, ma non in condizioni di monopolio.  Sono, in genere, i servizi in cui non è richiesto un prezzo, ma il pagamento di una imposta
Due casi classici, ancora validi, sono quelli dell’istruzione o della sanità. 
– La terza figura è quella per la quale un operatore privato agisce su licenza o concessione dello Stato, in condizioni di monopolio o di oligopolio.  In questo caso, la figura dell’operatore privato deve rispettare le leggi e gli indirizzi politici che regolano la vendita di questo servizio. 
Accanto alle reti, si cominciano a formare, sempre intorno alla fine dell’Ottocento, i primi mercati di massa della comunicazione. 
Il più importante è quello dei giornali.  
C’è poi un altro grande elemento di crescita che cominciò ad esercitare una notevole influenza su questo mercato, la pubblicità.   
Essa permise ai quotidiani di espandere e stabilizzare le tirature. 
La pubblicità, a cavallo tra Ottocento e Novecento, mutò velocemente da fenomeno episodico a presenza fissa, ma ciò che è più importante essa cominciò a svolgere una importante funzione d’informazione sui beni e le merci in circolazione, tanto che, almeno a questo stadio del suo sviluppo, alla pubblicità si riconosce di essere stata un efficace strumento d’interazione sociale di massa grazie al contribuito che diede nell’amalgamare i gusti, le mode e i consumi.   
Vediamo, adesso, per punti le trasformazioni organizzative e sociali che contraddistinguono questa prima stagione di connessioni effettuate con le reti e caratterizzate dalla loro rilevanza di massa. 
Primo punto.  Con l’introduzioni delle reti la connessione diventa mondiale e tende a diventare istantanea, cioè, l’informazione comincia ad essere diffusa in tempo reale. 
Secondo punto.  Assistiamo ad un evidente miglioramento delle capacità operative delle organizzazioni legate al mondo della connessione. 
La loro architettura formale, diventata estremamente complessa e si trasforma in una parte integrante dell’ambiente. 
L’esempio moderno più evidente è rappresentato dalle antenne televisive e dai ponti radio dei telefonini, che fanno oramai parte del paesaggio aereo di tutte le città del mondo. 
Terzo puntoL’aumento dei prodotti cognitivi immessi sul mercato diventa costante ed essi si differenziano sempre di più sia sotto l’aspetto dell’efficacia che delle loro strategie di valorizzazione.  Strategie che si riflettono nell’ampia gamma delle offerte accessorie e dei prezzi.  Come è il caso della telefonia o dell’offerta televisiva di programmi che, in seconda battuta, si riflette sui budgets pubblicitari.  
Quarto punto.  I mercati della comunicazione cominciano, per riuscire ad allargare la propria base e a consolidarla, a valorizzare sempre di più i prodotti a basso prezzo.  Vale a dire cominciano a nascere le prime strategie per la corsa a porzioni di mercato specialistico e sempre più redditizie, anche a scapito degli standard di compatibilità e di qualità.    
Quinto punto.  Il più importante dal punto di vista del discorso sociologico. 
La grande quantità di prodotti cognitivi messa in circolazione e facilmente accessibile tende a consolidare a livello di massa, in modo durevole e facilitato, l’accesso all’informazione, soprattutto nei paesi del mondo occidentale e, tra questi, quelli con grandi tradizioni democratiche.        
C’è anche da dire che, questi prodotti cognitivi, così importanti e diffusi, sono penetrati  così profondamente nella vita quotidiana che diventa sempre più un abitudine condivisa impiegare il proprio tempo sociale in forme di comunicazione diverse dal semplice contatto interpersonale.    
Torniamo all’inizio del ‘900
Ci sono altre novità da considerare di grande rilevanza sociologica per lo studio del comportamento, perché i congegni per comunicare cominciano ad entrare nelle case e ad integrarsi alla vita quotidiana degli individui
Come abbiamo già considerato, fino all’ultima decade dell’Ottocento nelle abitazioni, in genere, non si trovavano che prodotti cognitivi realizzati dalle macchine, giornali, libri, ritratti fotografici, cartoline postali, ecc… 
Adesso, però, cominciano ad entrare nell’ambito della vita domestica anche i congegni stessi che servono a comunicare. 
In breve, intorno ai primi anni del Novecento, perusareun’espressione moderna, due mercati di hardware penetrano nelle abitudini di tutti. 
Sono il telefono e le macchine per la riproduzione del suono, da una parte, la macchina fotografica, dall’altra. 
Di questi due hardware quello che da subito riscuote un grande successo è la macchina fotografica
In ogni modo, sotto l’aspetto delle mode, la registrazione sonora è il fenomeno che ha prodotto il primo mercato di massa in cui il divismo gioca un ruolo essenziale. 
Ruoloche diventò presto un grande contributo alla costruzione di quelle figure di riferimento che contribuiscono a costruire i cosiddetti mercati di massa, tramite il meccanismo dell’emulazione. 
Per averne un’idea basta riflettere su questo dato: nel 1910 il mercato americano era arrivato ad assorbire più di trenta milioni di dischi tra canzonette, ballabili, lirica. 
(Su questo mercato, curiosamente, la prima star in assoluto non fu una donna, ma un cantante italiano, Enrico Caruso, che per primo batte la soglia del milione di dischi venduti.)  
In termini riassuntivi si può dire che la cosa più rilevante di questi anni è una tendenza che, con il tempo, diventerà ancora più tangibile e che possiamo esprimere così: 
Una serie di esperienze vissute, che si svolgono in ambienti naturali
(come, per esempio, la visione di paesaggi marini o montani, di deserti, di oceani, di animali rari), oppure che si svolgono in luoghi unici o riservati, davanti ad opere, rappresentazioni o cerimonie particolari
(come una cerimonia in un palazzo reale, la visione dei templi dell’antica Grecia, la pittura fiamminga in un museo, uno spettacolo all’Arena di Verona, la partenza di una navetta spaziale da un cosmodromo)
perdono il loro carattere di irripetibilità e diventano riproducibili. 
Di fatto, queste esperienze, rare e spesso irripetibili, entrano nelle abitazioni e la loro fruizione non è più vincolata ad un luogo o ad un momento prefissato e può essere ripetuta. 
Vediamo, adesso, a partire da queste circostanze, il ruolo del cinema
Abbiamo già constatato come la rappresentazione teatrale è un’esperienza a forte intensità emotiva, esattamente come lo possono essere un balletto o un concerto. 
Questa intensità emotiva che si forma e si stratifica con il tempo, condizionandoci, è divenuta, secolo dopo secolo, una specie di memoria sociale, spesso dai forti contenuti sacrali, che contribuisce a forgiare le norme morali e le regole del comportamento collettivo, qualcosa, insomma, che aderisce ai comportamenti vissuti e li modella.    
Con il cinema la qualità rituale e l’acuito stato emotivo dell’esperienza che si sviluppa, come a teatro, in un recinto, divenuto ora anche buio e confortevole, come il letto in cui sogniamo, fa si che l’azione vissuta attraverso una macchina per comunicare (il proiettore) acquisti un’ulteriore dimensione, che in qualche modo condiziona, senza che noi ce ne rendiamo conto, la nostra vita sociale e i nostri comportamenti collettivi 
La prima considerazione è intuitiva, dopo circa un secolo di condizionamento alle immagini proiettate e in movimento, siamo giunti alla situazione, assolutamente paradossale, di commuoverci di più di fronte a queste immagini che di fronte alla realtà. 
All’inizio per motivi tecnici, successivamente perché funzionali all’efficacia dello spettacolo, il cinema ha finito per fare sue ed elaborare alcune condizioni operative che agiscono sugli aspetti inconsci della personalità degli spettatori.  
Quali sono queste condizioni?  Vediamo le più importanti:     
– Un luogo chiuso costituito da una sala nel buio, di grande conforto psicologico
– Degli eventi eccezionali drammatizzati con il trucco e la recitazione.
Un’alterazione dei tempi logici dell’azione. 
– Un iper-verismo delle situazioni recitate. 
Per ricapitolare: 
– Il cinema mette in scena avvenimenti non limitati dalle leggi della fisica o dalle leggi che regolano l’esperienza comune. 
– Li connette nel tempo come vuole. 
– Soprattutto, sviluppa una serie di norme di costruzione della narrazione che, in qualche modo, già erano presenti nell’arte del romanzo e che hanno molte cose da spartire con le leggi psichiche che da millenni governano l’attenzione e favoriscono la formazione del simbolico.   
Il cinema introduce, così, nei congegni per comunicare la dimensione dello sviluppo temporale dell’azione, uno sviluppo molto diverso da quello del disco su un grammofono, perché più completo ed enormemente più complesso, dunque, più totalizzante. 
Questa serie di requisiti fa del cinema l’erede più importante di quella dimensione narrativa che è in qualche modo basilare per l’esperienza sociale dell’uomo, perché noi viviamo nel tempo e questo tempo è un tempo storico. 
Ritorniamo ora al tema dei nuovi media.
Abbiamo visto come le nuove macchine per comunicare, la cui storia procede di pari passo con la rivoluzione industriale ed informatica, generano una quantità di contenuti incommensurabili rispetto al passato e, in particolare, eliminano definitivamente la strettoia costituita dalla scrittura, almeno per quanto riguarda la stragrande maggioranza degli uomini. 
Siamo in presenza di un altro di quei curiosi paradossi della vita sociale, oggi, oramai, la scrittura sta trasformandosi in una specie di metodo di conoscenza ad uso delle élite, mentre l’enorme massa della popolazione mondiale, che non è alfabetizzata, può impiegare il suo tempo libero con alternative molto varie, comode ed attraenti, sia pure con grandi deficit a livello della conoscenza, che derivano dal consumo di contenuti diffusi per via meccanica o elettronica. 
Qual è il nocciolo del  problema?
Queste alternative di consumo – cumulandosi nel tempo – finiscono per rappresentare una sorta di congegno invisibile di educazione e di adeguamento di massa ai nuovi sistemi di convivenza collettiva, capace di agire facilmente ovunque, in particolare, nelle grandi metropoli, miscelandosi con le forme dell’interazione sociale e degli stili di vita dei più deboli, dei piccoli gruppi, degli emarginati, com’è il caso degli emigrati, dei giovani non alfabetizzati, degli anziani, delle minoranze religiose.    
Un’altra tendenza, che emerge a partire dalla fine della prima guerra mondiale, riguarda poi le reti di comunicazione. 
È quella che le specializza non tanto a connettere due o un piccolo numero di soggetti, ma a diffondere su più soggetti uno stesso contenuto attraverso un flusso, il più delle volte continuo, da un’emittente a molti riceventi
È un fenomeno che si era andato delineando con la radio
In seguito, con l’avvento del mezzo televisivo, la variante fondamentale, rispetto alla radio, è costituita dalla ricchezza dei contenuti e dalla capacità della televisione di immergerci negli avvenimenti
A differenza del cinema la televisione entra nelle case con alcuni caratteri che le sono propri, vale a dire:
- Ci fornisce una poderosa sintesi bidimensionale della vita corrente, uniformata dallo spettacolo. 
- È comoda e facile da consumare e il suo consumo può essere ininterrotto e privato. 
- Ci offre un potenziale collegamento istantaneo con ogni punto del mondo, interpretandolo e manipolandolo. 
Quando nel 1956 i tecnici della Ampex misero a punto la videoregistrazione su nastro, di fatto fu rimosso l’ultimo ostacolo tecnico di una certa ampiezza relativo a questo congegno, vale a dire, svincolarono la produzione televisiva dall’obbligo della diretta, intensificando il suo  potere di coinvolgimento attraverso il dosaggio dell’informazione e dell’intrattenimento e il montaggio di taglio cinematografico delle notizie. 
La televisione, così, e più in generale, la forma di spettacolo (cioè, la spinta a teatralizzare e ad estetizzare la realtà) ha conquistato il tempo della vita degli uomini dell’intero pianeta e ha cominciato a modulare questo tempo di vita su una medesima onda di contenuti. 
Per questo, molti sociologi dicono che essa rappresenta un fenomeno sociale grandioso e tragico.  Con la televisione, sezioni sempre più importanti dell’esistenza personale dei telespettatori e territori sempre più ampi di percezione, si coordinano tra la popolazione su scala mondiale. 
La stessa intensità dell’attenzione si acuisce ed acquista un rilievo emotivo di massa l’esperienza del consumo dei prodotti mediali.  
 
In altre parole, questa sincronia di massa delle esperienze del vivere, cioè, di esperienze costruite sugli stessi contenuti, e che finiscono per essere assimilate ad uno spettacolo, suscita delle importanti conseguenze sulla politica, sulla formazione dei consumi e delle credenze, sui luoghi comuni legati ai giudizi di valore, sugli stili della vita materiale, sulle aspettative emotive delle grandi masse. 
Questa enorme sincronia di massa, che è il tratto più rilevante della seconda metà del 900, si è costantemente allargata fino a globalizzarsi e si è arricchita di un’altra applicazione tecnica, il feed-back o retroreazione che, regolando i segnali in entrata sulle uscite precedenti, modula quelli delle uscite successive, nella fattispecie, agevola e approfondisce il coordinamento dei pensieri e, di riflesso, delle opinioni e delle emozioni, come oramai avviene correntemente con il computer e l’interattività, ma per valutarne fino in fondo gli esiti, sul piano della ricerca sociale, occorrerà aspettare ancora qualche tempo. 
Questo tempo per un addestramento sociale di massa, che tutto lascia prevedere molto breve, ancora una volta, segnerà, volenti o nolenti, una svolta nella storia dell’uomo sulla terra. 

 

  
Appendice uno. 
Nella seconda parte di questo corso abbiamo cercato di illustrare qual è il paradigma esplicativo dell’evoluzione della comunicazione dal punto di vista delle scienze sociali. 
In altri termini, il modello di riferimento o, meglio, la matrice disciplinare con cui la sociologia oggi affronta le interconnessioni che strutturano la vita corrente e le forme della comunicazione oltre il face-to-face.
Per raggiungere il nostro obiettivo abbiamo usato lo strumento della storia evolutiva della comunicazione perché ci consentiva di mostrare il disporsi sistemico di tutte le forze e di tutte le istituzioni che formano la società. 
C’è un punto critico dal punto di vista delle scienze sociali che doveva essere sottolineato e che abbiamo fissato all’inizio del Novecento. 
La straordinaria mutazione seguita al diffondersi dell’elettricità, delle reti materiali ed immateriali e dei congegni ad essi relativi può essere definita antropomorfa, perché ha coinvolto il rapporto tra corpo, mente ed esperienza della realtà, con esiti che ancora ignoriamo e con metamorfosi che continuano a rendersi palesi e a sorprenderci. 
A questo proposito Marshall McLuhan (1911-1980) diceva che la storia della comunicazione umana a partire dal congegno voce si può definire composta da tre fasi. 
Una fase predominata dalla forma orale (dall’oralità).
Una fase dominata dalla scrittura.
Una fase dominata dall’elettricità
(La prima è durata circa 250mila anni.  La seconda circa 2500 anni.  La terza, appena iniziata ha poco più di un secolo di vita.  Tendenzialmente sarà molto più breve della seconda.)  
A proposito della fase dominata dall’elettricità McLuhan commenta: 
Nell’era della meccanica avevamo operato una estensione del nostro corpo in senso spaziale.  Oggi, dopo un secolo e passa di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che abolisce tanto il tempo che lo spazio.” 
A questo proposito molti studiosi fanno delle equiparazioni funzionali tra reti neuronali e reti elettriche.  Lo vedremo in seguito. 
Per riassumere, è come se tutte le forme di esistenza della modernità fossero state unificate da un vettore spaziale-iconologico – cioè, giocato sulle immagini – in movimento che ha finito per rappresentare il senso stesso del mondo.
Questo vettore si è manifestato soprattutto come un potente strumento di sincronia di massa
Come abbiamo già visto la sincronia è un concetto elaborato da Ferdinand de Saussure (1857-1913), il fondatore della linguistica, per indicare la capacità di un linguaggio di costruire un senso
(Occorre non dimenticare che i linguaggi non-umani, animali o artificiali, servono a comunicare, non a costruire paradigmi cognitivi sensati.) 
Parlando dei modi di connessione abbiamo osservato che il quinto modello di connessione è quello che ha inizio nel Novecento con l’invenzione di un congegno straordinario, la radio, che da vita ai primi importanti fenomeni di sincronia di massa.   
Il carattere innovativo di questo modello sta nel fatto che il cuore della comunicazione non ha più al centro lo scambio comunicativo tra due o un piccolo gruppo di soggetti, ma il diffondersi rapido dell’informazione come una merce/prodotto da uno o più centri organizzati verso una moltitudine di consumatori. 
Per mostrare l’efficacia di questo fenomeno di sincronia fin dal suo sorgere abbiamo già ricordato l’impatto sui radioascoltatori di una trasmissione radiofonica, La guerra dei mondi di Orson Welles (1915-1985), realizzata negli Stati Uniti da questo giovane regista ventitreenne nel 1938, la vigilia di Halloween, la festa che noi chiamiamo di Ognissanti.   
In altre parole, ciò che fino ai primi del Novecento era affidato all’affabulazione di poeti, cantori, scrittori, eruditi, divulgatori viene distribuito su larga scala prima dalla radio e poi dalla
comunicazione filmica, televisiva, e infine televisivo-informatico-personalizzata.

*****

Apriamo una piccola parentesi su come la sociologia definisce la multimedialità
Diciamo per cominciare che è la compresenza di più strutture comunicative sullo stesso supporto informatico che moltiplica i piani di lettura e, per conseguenza, i processi interpretativi. 
Per estensione si parla di contenuti multimediali quando un’informazione si avvale di molti media, immagini in movimento (video), immagini statiche (fotografie), musica, grafi e testo. 
(Wikipedia è l’esempio più popolare di questa multimedialità.)
La multimedialità non va assolutamente confusa con l’interattività.
L’equivoco, in genere, nasce dal fatto che la multimedialità è spesso anche interattiva, cioè, consente all’utente di interagire con essa. 
Che cosa vuol dire?  Che si può comunicare con il mouse o la tastiera e ricevere delle risposte.
Perché è importante la interattività? 
Perché essa indica che un sistema non è fisso, ma varia al variare dell’imput dell’utente o, meglio, varia in base al “potere cognitivo” di costui.  In questo modo – ed è un punto critico – si riproducono le differenze e spesso si accentuano. 
La maggior parte dei sistemi e dei congegni della modernità sono interattivi. 
In linea di principio, anche una lavatrice lo è, perché di fatto modifica il suo programma in base alle nostre richieste. 
Il sistema interattivo per definizione è il computer.
Mentre non è interattiva la televisione analogica, per questo, il suo consumo è definito una fruizione passiva.
La televisione digitale, invece, può essere interattiva e il suo futuro dipende proprio da questo, di essere suscettibile di feedback, cioè, di riscontro.
Un’altra confusione è tra multimedialità e ipertestualità
L’ipertestualità è la caratteristica di un documento di utilizzare la struttura dell’ipertesto.  Cioè, di poter navigare in esso. 
Dal punto di vista cognitivo moltiplica i punti di vista e sconnette l’analisi ermeneutica, vale a dire la scienza dell’interpretazione.
Il sapere non è più un tessuto cognitivo omogeneo, ma un insieme di nuclei portatori di conoscenze in divenire. 
Questo sapere si evolve più velocemente ma per unità discrete e a labile connessione. 
Ritorniamo al nostro tema, quello della connessione. 
Che cosa va rilevato oggi in essa dal punto di vista fenomenologico? 
Che è dai metodi, dalle forme, dalle tecniche con cui questa connessione si effettua che la comunicazione stessa evolve anche a dispetto delle attese soggettive. 
Evolve “con” e “per mezzo” dei meccanismi socio-economici che con essa interagiscono.
(In linea generale si può notare che le disparità economiche hanno un’importanza minore delle disuguaglianze cognitive.)  
Se osserviamo la storia di questo ultimo secolo vediamo emergere con chiarezza gli effetti di massa che tutto ciò ha generato tra i consumatori-utenti: 
* Imitazione massiccia degli stili di vita delle élite dello spettacolo e del potere economico. 
* Imitazione degli atteggiamenti divistici. 
* Uniformazione del modo di pensare il proprio corpo e il proprio modo di abbigliarsi sviluppando una sorta di conformismo creativo. 
* Assimilazione, il più delle volte inconscia, dei messaggi che orientano i consumi e le opinioni politiche ed etiche. 
Queste nuove forme di comunicazione hanno anche trasformato il modo di pensare il tempo. 
Per esempio, il presente che viviamo si è dilatato e in esso non si coglie più il fluire del passato.  Noi viviamo un tempo reale che fatica a diventare tempo storico.  A livello psicologico nessuno vuole più invecchiare perché risultano svalorizzati il vissuto e la memoria. 
Con quali conseguenze? 
Che le strutture narrative, che un tempo intrecciavano le costruzioni del senso, si sono affievolite, mentre il progredire delle frontiere tecnologiche va di pari passo con le trasformazioni dei meccanismi cognitivi. 
In breve, il dominio del tempo e dello spazio amplia i poteri della mente, nello stesso movimento che altera il fluire della coscienza.  In questo modo, all’interno delle società avanzate si generano nuove forme di anomia sociale che non sappiamo ancora affrontare. 
Sotto un altro aspetto è come se la contingenza avesse preso il posto della narrazione.
Una contingenza – com’è per esempio quella che si ottiene con lo zapping – che crea una cultura sempre più forte per la potenza dei suoi contenuti, ma allo stesso tempo capace di rendere l’individuo sempre più estraneo al suo senso, alla capacità d’interpretarla. 
In questo contesto evolutivo il fattore organizzativo finisce per svolgere un ruolo capitale. 
Come tutti possono vedere si è ridotto l’intervallo tra produzione dei contenuti e il loro consumo. 
Si è incrementata la qualità e l’intensità della rappresentazione. 
Tutto appare e diviene più fragile ed aleatorio. 
Le reti sono così divenute uno strumento di creazione e trasformazione dei problemi sociali e della soggettività individuale.
Paradossalmente, le stesse conoscenze individuali hanno subito una trasformazione significativa. 
Da un paio di generazioni almeno a questa parte e per la prima volta nella storia dell’uomo, il patrimonio di conoscenze di cui una persona dispone all’inizio della sua carriera è destinato a diventare soprattutto in campo scientifico, prima della fine della sua vita professionale, obsoleto.
Non per caso, nei paesi industrializzati quelli che perdono l’occupazione dopo i quarant’anni faticano a trovare un altro posto di lavoro. 
Più concretamente, l’avvento del world wide web ha segnato l’inizio di un’era di cui non sappiamo ancora tracciare in modo verosimile il percorso. 
Nonostante che una grande quantità d’informazioni si sia resa disponibile è sempre più difficile determinarne la veridicità e l’affidabilità. 
Per molti internet rispecchia il caos del mondo reale, per altri, lo sviluppo della comunicazione istantanea e decentrata porterà a dei cambiamenti significativi nella struttura dei mass media e dunque della “società della conoscenza”, di come questi cambiamenti si depositano nella cultura e di come potranno essere usati. 
Come sempre, da una parte ci sono gli “apocalittici” – per i quali i media hanno un potere di distruzione delle forme classiche della socializzazione – dall’altra ci sono gli “integrati” propensi a considerare positivi gli esiti della socializzazione tramite i media. 
Una cosa, però, appare assodata.  Questo secolo sarà dominato dalle problematiche dell’informazione, come il Novecento è stato dominato dal tema dell’energia e l’Ottocento dalla trasformazione e dalla nascita di nuove materie di sintesi.  Non per caso, se vi guardate intorno non vedrete che oggetti e strumenti costruiti con sostanze che non esistevano nel Settecento.  Per analogia si può immaginare la stessa cosa che c’è tra gli uomini che hanno festeggiato il capodanno dell’anno duemila e i loro nipoti.  
Per quanto riguarda l’oggi una cosa è certa.  I media – a ragione della loro struttura comunicativa – modificano profondamente la nostra percezione della realtà e della cultura senza che gli uomini lo percepiscano nel momento in cui queste modificazioni avvengono.
Lo intuì per primo un autore che abbiamo spesso ricordato, Marshall McLuhan (1911-1980), che lo sintetizzò in una formula efficace: il medium è il messaggio o, meglio, il massaggio.
(Il titolo del libro a cui questa formula fa capo è: The medium is the massage, McLuhan lo scrisse con Quentin Fiore nel 1967.  Alcuni dicono che il mezzo è divenuto il massaggio a causa di un errore del tipografo che entusiasmo McLuhan, che lo lesse anche come “mass age”.  Più verosimilmente è ricavato da un’affermazione di Thomas S. Eliot, nato in America, ma considerato uno dei poeti inglesi più famosi del Novecento. Eliot in un saggio critico scrisse che il poeta si serve del significato come un ladro di serve del pezzo di carne che lancia al cane di guardia per distrarlo ed entrare in casa.  Per analogia possiamo dire che credere che un sito internet trasmetta contenuti piuttosto che “forme di mutamento” e come pensare che lo scopo del ladro sia sfamare il cane di guardia.  In realtà noi siamo massaggiati dal mezzo e in qualche modo plasmati da esso.  In altri termini, i media ci condizionano e contribuiscono a modellare il nostro modo di pensare.)   
McLuhan è l’autore più famoso di quella che è stata definita la Scuola di Toronto, a cui hanno dato il loro contributo Harold Innis, Walter Ong, Joshua Meyrowitz e molti altri.
Il fatto poi che la comunicazione di massa sia diventata una merce rende estremamente importante lo studio delle strategie con cui vengono prodotti e diffusi i messaggi, specialmente quando lo scopo di questi è d’influenzare i comportamenti dei destinatari. 
Per la sociologia i mass-media sono dunque divenuti dei potenti ed ancora incontrollabili agenti di socializzazione, come lo erano ieri la famiglia, gli amici, le piazze, i teatri, la stampa popolare. 
(Incontrollabili dal punto di vista della loro capacità di manipolare l’opinione.) 
Questa socializzazione dipende:
*da strategie intenzionali (come sono quelle contenute nelle trasmissioni radiofoniche, cine televisive, internet…) 
* da effetti indiretti (come la socializzazione dei consumi e degli stili di vita che scaturiscono dalla pubblicità mascherata da informazione o occulta, quella dei telefilm, dei reality show, dei serial…)   
A questo proposito molti ritengono che queste nuove forma di socializzazione siano diseducative perché si concentrano sul solo vedere.
Oggi, nei paesi della fascia temperata del pianeta e, in particolare, in quelli ad industrializzazione avanzata, i bambini stanno davanti alla televisione per più di trenta ore la settimana. 
Cosa comporta questo? 
Un’accentuarsi della difficoltà a distinguere la realtà dalla finzione. 
Una disumanizzazione dell’Altro da sé.  (Il fatto che ci sia tanta violenza sul piccolo schermo induce il bambino ad una vera e propria indifferenza empatica per i problemi altrui.  Come tutti hanno avuto modo di constatare, nel mondo degli adulti ci si commuove per gli avvenimenti di una fiction e si resta indifferenti mentre sul telegiornale scorrono scene di fame o di violenza… e questi adulti non hanno alle spalle una storia televisiva come quella dei loro figli.) 
Un’accentuata difficoltà a distinguere tra gli oggetti – in particolare quelli animati – e le persone, che induce a pensare di poter trattare le seconde come se fossero cose. 
 Un accrescimento dell’aggressività.  

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Vediamo adesso alcune tesi di un sociologo che ha lavorato a lungo con McLuhan, Derrick de Kerckhove, belga di nascita, naturalizzato canadese e direttore del McLuhan program presso l’Università di Toronto.
(Questo autore, tra l’altro, insegna anche in Italia, presso l’Università degli Studi di Napoli, Sociologia della cultura digitale.)
Kerckhove è stato uno dei primi sociologici ad aprire un dibattito sul tema della collettività e della connettività.
La connettività qui è intesa non solo come un problema informatico per la soluzione della comunicazione tra sistemi diversi, ma come un approccio collettivo di singoli soggetti per il raggiungimento di un obiettivo, di un oggetto multimediale o di un artefatto cognitivo.
Il suo obiettivo è quello di esplorare come le nuove tecnologie influenzeranno la società a partire da un’idea di fondo, quella per la quale queste tecnologie non solo promuoveranno delle inedite espressioni artistiche e culturali, ma le integrano in nuovi sistemi significanti.
In altri termini, di come si ricompone il tema dell’estetizzazione della società, dei valori che promuovono l’etica e la formazione del sacro. 
Il punto di partenza è il superamento di quella che egli definisce la civiltà della televisione.
Un congegno sostanzialmente passivo che ha relegato lo spettatore a semplice consumatore o adoratore di merci, ad una società nella quale il computer è il simbolo di una nuova stagione di forme e strategie interattive.
Questa nuova stagione, afferma Kerckhove, sarà necessariamente all’insegna di una nuova estetica, le forme d’interazione saranno più artistiche e legheranno l’arte alla scienza.  
In altri termini, si trasformerà l’estetica del sentire.
In questa visione, di cui già si possono cogliere i prodromi, l’attenzione si sposterà dall’artista-produttore, inteso come creatore, al fruitore-consumatore, che interverrà direttamente sull’opera-progetto.
La rete, in sostanza, è destinata a diventare uno strumento di nuove aggregazioni socio-culturali basate sia sugli interessi che sulle affinità di coloro che sapranno gestirla. 
Se non saranno modificati eccessivamente (da un punto di vista economico) i parametri per accedere alla rete questa nuova visione sociologica delle reti sostiene che i rapporti sociali riacquisteranno quel potere che hanno perduto con l’affievolirsi delle ideologie nel corso del Novecento, cioè con le antiche architetture del mondo. 
Nei fatti tutto tende a far si che l’informazione diventi il “vero” ambiente (un neo-luogo) in cui si muovono gli uomini e le idee, un ambiente in cui sarà determinante il peso che acquisteranno i mezzi che portano i messaggi.
Un’idea mediata da McLuhan che ha affermato come i media moderni sono delle forme di ambiente in cui vive l’uomo che da essi è modellato. 
In questo modo il problema si sposta verso lo spazio comune, verso la comunitas dove ogni singolo uomo è testimone dell’esperienza ambientale che ha vissuto e tutti insieme dovrebbero rielaborare questa esperienza. 
Lo spazio pubblico (condiviso) era un tempo il paese, poi la città, la nazione, la regione, il continente.  Oggi è il pianeta. 
L’ambiente, dunque, è il nuovo medium ed esso è globale anche se non è più sensoriale
“Quando l’informazione viaggia alla velocità dell’elettricità, il mondo delle tendenze e delle voci”, afferma McLuhan, “diventa il mondo reale”, o se si preferisce, lo specchio del mondo che conosciamo. 
Oggi nel sistema delle comunicazioni l’intervallo tra stimolo e risposta, cioè, tra chi trasmette e chi riceve è collassato.
Di contro, tende costantemente ad aumentare in maniera esponenziale la quantità delle transazioni.
Da qui l’interdipendenza, che si realizzerà nel ventunesimo secolo, tra le tendenze sociali, economiche, culturali e politiche, che renderà tutto apparentemente incerto e certamente complesso, facendo crescere la sensazione di un bisogno di sicurezza.
Sotto un altro aspetto, tutto è accelerato e, per questo, vissuto in modo sempre più precario.
C’è sempre meno spazio tra l’azione e la reazione, tra gli stimoli e le risposte del pensiero connettivo, con la conseguenza che si è formata una sorta di contiguità tra il pensiero che pianifica e l’azione. 
(Il pensiero connettivo è, per Kerckhove, il prodotto cognitivo che nasce dall’interazione tra gli individui.)
Di più, la moltiplicazione dei contatti comporta la possibilità di unificare le risposte di tutto il pianeta, moltiplicandone gli effetti. 
Le conseguenze le vediamo bene nel mondo dell’economia dove interi comparti, soprattutto quelli finanziari, possono essere rielaborati, esaltati o stravolti nel giro di poche ore. 
La rete finisce così per fungere da moltiplicatore, sia positivo che negativo di tutti gli effetti. 
In questo senso è profetica un’affermazione di McLuhan: 
“L’inflazione è denaro che ha una crisi d’identità”. 
Vale a dire, l’inflazione è più simile ad una crisi emozionale che al risultato di fattori tecnici diretti. 
 Perché emozionale? 
Perché nel villaggio globale informatico il rumore è realtà. 
Su un altro piano è come se dicessimo che l’inconscio collettivo sta per essere soppiantato da un inconscio connettivo.  Non domina più il senso, ma il condiviso.
Cambia anche la dimensione del tempo.
Un antico proverbio inglese diceva che il tempo è denaro.  Oggi il tempo è il mercato
Perché il tempo si acquista come possibilità di scelta e questa scelta è sempre più legata allo spazio della realtà virtuale. 
In breve, questo globalismo che si sta prospettando come il nostro futuro si fonda soprattutto su due fattori, il multiculturalismo e la condivisione dei destini.
Come dicono i poeti di questa nuova realtà, una farfalla sbatte le ali in Cine, in Europa trema una montagna. 
Questa condivisione dei destini è un punto importante per le scienze sociali perché ridefinisce l’individuo dal punto di vista delle sue responsabilità sociali, economiche, ecologiche ed etiche. 
In altri termini si sta sviluppando un nuovo paradigma di responsabilità civica e pubblica, perché globalità significa anche estensione delle responsabilità. 
Non per caso nel tempo della velocità elettrica siamo tutti più vicini e il problema del mio vicino è anche il mio problema, sia che si parli di politica, di diritti umani, di economia, di guerra o di privilegi. 
(Un mio problema in tutti i sensi… l’atteggiamento nimby – not in my back yard, non nel mio giardino – consiste nel riconoscere come necessari, o possibili, gli oggetti del contendere, ma contemporaneamente, nel non volerli nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni sull’ambiente locale.) 
Per concludere la modernità si sta figurando secondo tre direttrici fondamentali: 

  • L’interconnettività globale. 
  • L’accelerazione, senza precedenti, dell’evoluzione degli stili di vita. 
  • Le trasformazioni ecologiche globali dovute all’interazione dei fattori evolutivi, sociali, culturali, economici e tecnologici. 

Tutto questo sarà compatibile, osservano gli organismi internazionali, se: 

  • Miglioreranno le condizioni di vita.  Ancora oggi almeno il venti per cento della popolazione globale vive in condizioni di povertà estrema. 
  • Se cresceranno le aspettative di vita alla nascita e se si saprà gestirle.  (L’aumento della vita media, infatti, crea dei forti problemi sociali ed economici, come dimostra in Italia la discussione sulle pensioni d’anzianità.) 
  • Se saranno risolti il problema dell’alfabetizzazione e quello dell’emancipazione delle donne e dei più deboli in genere. 
  • Se sarà realizzato un accesso diffuso ed economico ai mezzi di comunicazione. 
  • Se cresceranno il “prodotto interno lordo” dei paesi industrializzati e le istituzioni democratiche dei paesi delle zone povere. 
  • Se le tensioni sociali non si trasformeranno in un rifiuto al cambiamento. 
  • Infine, ma non da ultimo, se non proseguirà a questa velocità la rottura degli equilibri naturali e climatici.