La Maddalena e le maddalene

19 marzo 2006 Share
   

Par ma bouche, le monde entrait en moi
plus intimement que par mes yeux et mes mains.
Simone de Beauvoir

Se si anagramma la parola singe si scopre ciò
che fa l’ominizzazione.
Anonimo

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Alcuni orifizi portano alla perdizione, altri inducono alla regressione. Da qui il successo della bocca che, come il sesso della donna non esiste, ma consente la creazione del fantasma della gourmandise, attraverso il quale passa il desiderio narcisistico di mangiare il senso del mondo. ( Manger, scrive Simone de Beauvoir, n’était pas seulement une exploration et une conquête mais le plus sérieux de mes devoirs. ) Se la bocca non esiste, ciò non esclude che esistano i denti, le labbra, la lingua e le mucose, in breve, una cavità dove desiderio e piacere a volte si coniugano, dove la sostanza delle cose diventa orale ed apre le porte ad una psicopatologia del gusto. In questo senso, la funzione di soglia della bocca è evidente, attraverso essa la libido si storicizza, articola i suoi tre stadi evolutivi e gestisce gli aspetti regressivi dell’oralità. Non solo, struttura nel neonato la relazione tra godimento, inghiottimento e manualità, compensando con la suzione i fantasmi che divorano i desideri, rigettandoli, come nell’anoressia, o portando alla luce la loro insaziabilità. In ogni caso, la loro azione di sovversione all’ordine familiare, si direbbe spinti da una furia archetipica che nelle favole appare come una chimica dell’ostilità. Nei boschi e nella notte, infatti, il pericolo più che sbranarci ci vuole digerire, costringendoci a quella che l’alchimia chiama le “nozze chimiche”. L’uomo, del resto, non teme dei suoi fantasmi la bocca, che succhia e inghiotte, ma i denti, le fauci armate che soffocano e stritolano, teme il contenuto velenoso di quella metafora che i poeti chiamano il morso del tempo, l’altra faccia di Edipo.
Sigmund Freud ha sottolineato la confusione, troppe volte deliberatamente sminuita, tra il sessuale e il digestivo con la quale affiora l’equivalenza, tra la bocca e la vagina, nei fatti, l’identità di quel percorso che porta dentro il ventre, dove ogni cosa ha origine, incubando nella femminilità dei liquidi. In questa confusione, che si teme perché minaccia ciò che separa la tavola dal divano, la bocca diventa una matrice che tutto trasforma e con la quale si esplora tutto, capace di avvolgere il corpo dell’Altro nella lanugine del desiderio, d’infliggere l’ebbrezza della “grande arte”, come una stazione di quella via del desiderio che va sotto il nome di fellatio e cunnilingus . A volte, davanti a questa stazione insorgono prepotenti i sintomi del complesso di castrazione e, su un altro versante, l’originalità di certe sintesi orali che attraverso l’attività creatrice della cucina costituiscono le ragioni della gourmandise .
La bocca a tavola si apre agli alimenti e alla parola. Qui fonda, con la socialità, quel circuito libidinale che spezza il pane e alimenta la passione, in una “il detto e/è il cotto”, peccato che tra la mano felice e la bocca ci sia la posata, vale a dire l’educazione e, con l’educazione, la rimozione! All’ombra della bocca, del resto, niente è più malleabile della materia immaginaria, soprattutto se è rivelata dal gesto che unisce il cuocere al godere. Nelle culture primitive, scrive Gilbert Durand, il fuoco è spesso isomorfo dell’uccello, sia esso la colomba della pentecoste, il pennuto pirogeno degli aborigeni africani o il corvo ignifero dei Celti. Uccelli cotti due volte, dal fuoco dei fornelli e da quello delle passioni, che muta la parola in cibo e la fa diventare succulenta dentro lo stesso movimento che trasforma un festino in sacramento. Non per caso François-Marie Arouet, devoto empirista, offriva ai suoi ospiti di Fernet, pâtes de perdrix de Cahors et Périgueux, des vins fins e de bons mots. (L’interazione, il tempo, gli utensili, la lingua sono i con-vitati sociali della nostra evoluzione.)
La bocca femminile, che ammalia con il suo vischioso candore l’Altro, è spesso allontanata dai banchetti che rivelano la verità. Il motivo è tortuoso, perché inizia con un dio geloso di un peccato da buongustai, un peccato di portata universale che ha per protagonista una Eva avida di una mela croccante e capace di coniugare nello stesso appassionato abbraccio eros e agape . Questa avidità, che farà entrare le “primizie” nel mistero sacrificale, consentirà al dio un’ulteriore vendetta. I due figli di Eva, concepiti dopo la scoperta dell’impudicizia, uno, Caino, agricoltore, l’altro Abele, il pastore, saranno giudicati diversamente. Il primo offre al dio li primi frutti dei campi, l’altro il primo nato del suo gregge. Nel racconto è l’offerta vegetariana che farà condannare Caino come se fosse un criminale, perché gli dei amano il sangue e la truculenza, odiano gli uomini e godono nel nascondersi tra i fumi degli arrosti. Amano cuocere gli uomini nella parola: Mangia, questa è la mia carne! Bevi, questo è il mio sangue! Poi, per la piccola storia, colei che ha tradito con la bocca sarà tradita dalla bocca, condannata alla cucina terrestre, ai ceppi del focolare, a confondere le prémices con le prémisses, a convivere con i sillogismi, ingarbugliando gli inizi con le conseguenze, il compimento con la regressione, i cui tre volti freudiani riflettono il lavoro della pulsione di morte. (L’inappetenza è uno dei frutti del pensare!) Su questa strada la lievitazione del ventre ha un andamento ambivalente, da una parte, un origine divina, dall’altra, dice Victor Hugo, si rivela come l’otre dei vizi, essendo esso sull’asse di sviluppo del principio di piacere, la scivolosa trincea di tutte le passioni terrene. Passioni che il gusto struttura, perché nella bocca dimora il godimento originario della cosa, sia essa la celebre madaleine proustiana (che meglio sarebbe definire, un pasticcio bergsoniano) come l’arrosto di Immanuel Kant. Sia essa la festa di primavera sotto i ciliegi in Giappone, che la cibation con la quale l’alchimista nutre di pane e di latte la storta che produrrà il metallo. La natura di questa cosa è nella forma di un eros alimentare, dunque, di un narcisismo che ha un valore formativo solo se si consuma nel convivio, diventando il principio di una circolazione libidinale delle passioni, un “vivere con”, una confusione della succulenza con il godimento, un’arte in cui la collusione della parola con il cibo materializza l’una a spese dell’altro, perché questo, in ultima analisi vuol dire cuocere . Fu Claude Lévi-Strauss ad accorgersi dell’arcano: tutti gli esseri viventi mangiano, l’uomo cucina. Cucinando è arrivato alla semiologia, mangiando diviene.

Madeleines.
Pierre Lacam nel suo Mémorial de la pâtisserie afferma che la madaleine è un’invenzione di un tale Avice, un pasticcere al servizio di Talleyrand. Questi ebbe l’idea di mettere un appareil à tôt-fait in alcuni piccoli stampi per aspic, ricevendo, si dice, l’approvazione dello stesso Carême. Altri, sostengono che è un dolce popolare originario di Commercy, reso famoso dalla grazia di una giovane cuciniera e da Stanislas Leczinski, re e gastronomo, inventore dell’Ali Babà o babà, come si chiamò in seguito, che lo fece conoscere alla corte di Versailles e poi a Parigi. In ogni modo, dolci simili si trovano anche nell’arte pasticcera monacale italiana e portoghese, cambiano solo le proporzioni dei due ingredienti principi, il burro e le uova.
Lavorate in una terrina 600 grammi di zucchero fine, 600 grammi di farina setacciata, dieci uova intere e quattro tuorli, la scorza di un limone grattugiato, una presa di sale. Aggiungeteci 400 grammi di burro lavorato a pomata. Amalgamate bene il tutto con una spatola. Riempiteci, per due terzi, gli stampini appositi, imburrati e infarinati, e passate il tutto in forno, gia caldo, a temperatura media. Potete profumare l’appareil con della vaniglia ed anche aggiungervi qualche grammo di bicarbonato. Non usate altri aromi, piuttosto, servite con le madeleines un po’ di confiture de groseille blanche.

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