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27 maggio 2006 Share

Hieronymus Bosch (1450ca.-1516), La Nef des fous.

«Dove l’ignoranza è beata,
è follia essere saggi.»

(La Nef des fous – è opinione diffusa – costituisce uno degli elementi di un dittico o di un trittico che ha per tema due dei peccati capitali. La morte dell’avaro, ritenuto uno dei pannelli, è conservato a Washington, tratta dell’avarizia. Un’allegoria della ghiottoneria è, invece, conservata a Yale. Questo frammento si raccorda perfettamente con La Nef des fous, che illustra il peccato di gola. L’opera, olio su legno, che misura cm. 58 per cm. 32, è conservata al Louvre di Parigi. Secondo piano, Sezione 5. L’opera ha lo stesso titolo di un libro, di grande successo, scritto da Sebastian Brant, un umanista alsaziano, e pubblicato a Basilea nel 1494. Per tanto si presume dipinta negli ultimi anni del Quattrocento.)

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Questo piccolo quadro è una delle opere più popolari di Bosch, probabilmente perché appare senza neanche uno di quei perversi enigmi zoomorfi che popolano il suo universo. Tuttavia, il fatto di non avere enigmi non depone a favore della sua semplicità. Lo stesso riferimento letterario alla “nave dei folli” di Sebastian Brant è arbitrario. Ludwig Baldass a questo proposito, diversi anni fa, ha rieditato un poema olandese del 1413 nel quale ci sono molti possibili riferimenti ai personaggi dipinti da Bosch. Non è neppure da escludere un rimando iconografico al mese di maggio, rappresentato spesso con scene di feste in barca, come raccontano i Libri d’Ore, un modo per dividere l’anno introdotto alla fine del quattordicesimo secolo.

La scena dipinta, poi, non ha alcun rapporto evidente né con il racconto biblico, né con l’iconografia religiosa, piuttosto la figura del frate e della suora al centro dell’opera fanno pensare a qualche intento satirico. In ogni caso, questo gruppo di burloni, su una navicella che non può andare da nessuna parte, non stanno salpando verso Cuccagna, semmai ci sono per sogno. Chi scrive ha visto questo quadro per la prima volta da adolescente, già danneggiato dal tempo e dalle brume, allora come oggi nessuno può azzardare un’ipotesi credibile su quali acque questa imbarcazione galleggi. Salate o dolci? Di lago o di acquitrinio? Poco importa, non ci sono vele sull’albero. Ma poi, è un albero o è un albero, un’antenna marinara o una pianta con un alto fusto? Di certo salta fuori da un cespuglio e finisce con una chioma dentro la quale c’è una testa di civetta. La saggezza che guarda dall’alto gli stolti. Ad osservare con attenzione, però, sembra la testa di un impalato, perché solo la morte può rimirare dall’alto la festa che la sospende. In ogni modo su di esso c’è un uomo che si sta arrampicando brandendo un coltellaccio. Il suo obiettivo è sorprendente, un pollo impalato pronto per essere arrostito legato a mezz’albero. Chi è? Molti, tra quelli che hanno tentato un’interpretazione dell’opera, presumono un ladro. Per esserlo dev’essere saltato fuori dal cespuglio alle spalle della navicella. Ma il cespuglio sembra essere tutt’uno con essa. Allora è un pazzo come gli altri, in ogni modo nessuno si occupa di lui. Né l’uomo che si sporge dalla barca a vomitare, né quello che sembra vestito come il buffone nei tarocchi. Né la donna che mesce il vino. Tantomeno quelli impegnati a giocare.

Sulla barca non manca il bere, rallegra l’innocenza. Il cibo è abbondante ed aspetta di essere mangiato in comunione. C’è musica. I due protagonisti al centro della scena si disputano una focaccia sospesa ad uno spago. Il gioco non è privo di malizia. Intanto perché Bosch, altrove, ha già dipinto frati e suore coinvolti in atti blasfemi, poi perché quella che pende dall’alto sembra una focaccia, ma potrebbe essere un’ostia. Allora il tavolo diventa un altare sul quale ci sono una coppa e una patena. Se poi pensiamo che le ciliegie sono un simbolo della lussuria l’irriverenza si aggrava. Ci piace pensare che questo artista avvertendo, sia pure confusamente, l’inquietudine di quel passaggio epocale che sarebbe stato il Rinascimento abbia, allo stesso tempo, presagito l’avvicinarsi della riforma protestante. Infine, la luna. Sventola sullo stendardo, simbolizza l’incostanza dell’animo delle donne, ma qui il suo significato è anche profetico, ci dice come la vita materiale, che si oppone alla teosofia del Nome-del-Padre, è sotto la tutela del femminile, sotto le gonne della madre folle che tutto rigenera.

Ascoltate, da questo punto di vista, il quadro. Da esso si alza, dapprima lieve, poi sempre più assordante, un ridere che cancella ogni paura del domani. Un riso che disfa il significante, di per sé già fluido (Jacques Lacan, Sem.XX, pag.318). Un significante sotto il quale si vede scivolare, come sulle acque chete di uno stagno, il significato. Il femminile, espresso dall’esaltazione della vita materiale, ha affogato il materassaio è le false illusioni di quella trapunta in cui si nascondono i fantasmi della metafisica. La festa è già cominciata.

Esercitazione.

Questa esercitazione prevede la cucina e una duplice impaginazione dei tre elementi principali dell’opera: il pollo, le ciliegie e la focaccia (o piadina).

L’esercitazione dovrà essere provata mediante un documento fotografico o videofotografico.

- La prima impaginazione dovrà visualizzare il piatto nella sua forma storica. Cioè, nel 1500.

- La seconda impaginazione dovrà visualizzare come potrebbe essere realizzato o “destrutturato” oggi lo stesso piatto.

Si può partecipare anche in coppia.

Uno. Ricordiamo che già il maestro Martino o il Platina ( cfr., “La storia e i suoi teatri gourmand. Preambolo”) proponevano delle ricette di “pollo arrosto” aromatizzato con la cannella, arancio amaro o succo di uva acerba, accompagnato con pesche o ciliegie.

Due. In questi anni (1500) le forchette non venivano ancora usate a tavola.

Tre. La ciliegia è una rosacea. È accertato che allo stato selvatico era già molto popolare in Gallia e in Germania prima della conquista dei romani. Il nome deriva da quello di una cittadina greca dell’Asia Minore, l’attuale Kiresum. La scuola salernitata la raccomanda: “Si cerasum comedes, tibi confert grandis dona.” Snocciolatele e cucinatele con il burro.

Quattro. Ovidio nelle metamorfosi scrive: “Post coitum omne animal triste, praeter gallum qui cantat”. La cottura di un pollo arrosto è intuitiva.

Cinque. Sono tollerate una o due verdure per completare l’impaginazione del piatto, purché siano coerenti.

Sei. La focaccia o la piadina sono i piatti della cucina antica e popolare. Venivano messe sul ferculum, un vassoio di portata e ricoperte di vivande, soprattutto se queste erano grasse o cremose. Nell’Odissea Enea capisce di essere arrivato alla fine del suo viaggio quando vede i suoi marinai mangiare, dalla fame, anche le mense. La maledizione si era compiuta.

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