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Le performances del Corvus frugilegus

24 luglio 2006 Share

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Da, La Repubblica, venerdì 21 luglio 2006.

Il corvus frugilegus è totalmente nero, può raggiungere i cinquanta centimetri, ha un becco diritto e robusto. Dovrebbe vivere nei campi in gruppi numerosi, posandosi sui rami degli alberi e nutrendosi di animaletti, avanzi di frutta, uova. I suoi gridi sono forti e caratteristici, le uova della femmina sono verdastre con macchie scure. Sono comuni nel Nord d’Italia e sono molto visibili d’inverno. Da circa mezzo secolo a questa parte si sono inurbati ed hanno modificato, anche radicalmente, le loro abitudini “culturali” ed alimentari.


Torta di nocciole
.

Parte prima. Preparazione della crosta. Tirate 250 grammi di pasta à foncer finissima o sablée in una sfoglia rotonda dal diametro di trenta centimetri. Sistematela in uno stampo per flan imburrato, dal diametro di venticinque centimetri. Premetela bene sul fondo e le pareti ed eliminate la pasta in eccesso. Formate, premendo l’orlo della pasta fra pollice ed indice un cresta alta circa un centimetro. Pizzicatela con una forchetta e punzecchiate il fondo per evitare che la pasta gonfi durante la cottura. Foderate la crosta con carta da forno e riempite lo stampo fino all’orlo con legumi secchi. Cocetela al forno, già caldo, per circa mezz’ora. Fuori dal forno togliete i legumi e distaffatela. Spennellate il contorno con del tuorlo d’uovo battuto e rinfornatela per altri tre o quattro minuti in modo che il fondo della crosta si asciughi e si colori.

Parte seconda. Ricoprite il fondo della crosta con una miscela di marmellata di albicocche e di ciliegie, spolveratelo con un sospetto di zenzero in polvere. Sistemateci sopra delle nocciole che avrete leggermente tostato con un cucchiaio di burro in una padella. Lucidate la superficie della torta con della marmellata di albicocche diluita con un po’ di brandy leggermente scaldato. Servite.

Parte terza. Le nocciole sono il frutto di un albero della famiglia delle Copulifere. Il nome scientifico della varietà più popolare in Italia è Corylus Avellana. Il centro tradizionale della coltivazione delle nocciole è Avellino, ma da tempo sono diffuse anche nel Nord d’Italia, in particolare in Piemonte.

Il legno di nocciolo serviva ai negromanti nel Medioevo per gli scongiuri, oggi, serve ai rabdomanti imbroglioni per trovare le falde d’acqua.

Dice Virgilio: Hic inter densas corylos modo namque gemellos.

Da provare l’Haselnussmeletten, l’omelette di nocciole della cucina tedesca.

L’oppio dei popoli

15 luglio 2006 Share

La religione è il sospiro della creatura oppressa,
è l’anima di un mondo senza cuore…

Karl Marx , Per la critica della
filosofia hegeliana del diritto, 1844.

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(Da, La Repubblica , Roma, 12 luglio 2006.)

Ne L’ideologia tedesca Marx ed Engels osservano: “la coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale del loro stesso vivere”. Ciò che si è consumato nella canonica della parrocchia di Sant’ Antonio ad Ancona è la tragedia del significante dietro la quale balugina l’alienazione del soggetto legato al godimento del sintomo. È la tragedia nel cui alveo la religione si compie come destino senza soggetto, come fallimento di ogni forma di etica.

Alla resa dei conti, in questa degradante cronaca, un alcaloide è usato come l’elemento metafisico di una “causazione” che ha un solo obiettivo e mille complici: combattere nella figura del proletariato e con ogni mezzo l’agente storico rivoluzionario in grado di rovesciare i rapporti di produzione capitalistici esistenti.

Per questo, nella modernità, la religione ha sempre cercato di occultare l’alienazione per ciò che essa è, un riflesso immaginario, per trasformarla in una struttura del significante come ragione del soggetto e “babele” in cui si sgretola la condizione stessa del linguaggio.

Ma perché un tale sforzo, destinato prima o poi inevitabilmente a fallire?

Perché gli uomini devono dimenticare che il soggetto nasce nel campo dell’Altro. Perché quando l’alienazione è alle spalle dell’uomo smette di determinarne l’agire e la religione rivela la sua secolare ottusità.

(In questi giorni a Roma s’inaugura il quinto congresso dell’ Associazione mondiale di psicanalisi , in questione è il “ sinthome ” , l’altro nome del padre, che sta nella legge invece che nel cielo ! La concomitanza ci consente di sottolineare quella trascendenza enigmatica che fa della rivelazione del Dio di Abramo la ragione mediocre dell’esistere, nella cui mancanza-ad-essere il symptôme è una metafora dentro cui ghigna la nevrosi (Écrits, p .528).)

In questa prospettiva, l’alcaloide tratto dall’ Erytroxylum coca è, dunque, il surrogato di un congegno teologico che regge lo specchio al sistema delle merci e ordina alle sue vittime di godere delle “cose” consumandole, è la “figura mistica” che distrae dal misticismo che, come una nebbia, circonda i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci inutili e dannose, è la dimensione sociale del sintomo che chiamiamo Legge e incarna la potenza fallica che era, un tempo, della natura.

“Perché l’epoca non prende in considerazione la possibilità di
trasmettere alla razza, con la mescalina , con l’hascisc,
un afflusso di conoscenza e di spirito che potrebbero dar luogo a
un nuovo periodo di creatività?”

( Gottfried Benn, Provoziertes Leben ).

Mele del paradiso (4 persone)

Occorrono: 4 mele sbucciate e bucate, cioè senza torsolo, 4 ciliege. Mezza tazza di zucchero di barbabietola (quello nero). Un terzo di tazza di erba. Mezzo bicchiere d’acqua. 2 cucchiaini di cannella in polvere. Ridurre l’erba in polvere. Mescolarla con lo zucchero, l’acqua e la cannella. Riempire le mele con questa pasta, mettere in cima ad ogni mela una ciliegia e lasciare in un forno già scaldato per circa 25 minuti. Servire subito.

Leccadita di ” shock.olata ” !

Merda e cioccolata sono una combinazione delicata. Polverizzare 10 grammi di merda di prima scelta. Riscaldare a bagnomaria: 50 grammi di cioccolata amara. Un terzo di tazza di burro. Aggiungere la merda e mescolare con una tazza di zucchero e 2 uova. Fatto questo aggiungere ancora e mescolare molto: tre quarti di tazza di farina, mezzo cucchiaino di lievito, mezzo cucchiaino di sale, mezza tazza di noci tritate. Arrostire il tutto per trenta minuti in una pentola quadrata e imburrata. Lasciar raffreddare, glassare con la cioccolata, decorare con noci e tagliare in piccoli quadratini.

(Tratte da: …ma l’amor mio non muore , Roma, 2003, 3° ed.)

Il quadrato ubriaco

10 luglio 2006 Share

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Chlieb ssolj! (°)

Nell’edizione del 13 luglio 2006, a pagina sedici, il settimanale L’Espresso mette il “suprematista” Casimir Malevic (Kiev 1878 – Leningrado 1935) in bottiglia, dopo averlo definito “futurista”.

Malevic è stato post-impressionista, neo-primitivo o, se si preferisce, “fauve”, formalista, membro del gruppo moscovita “Fante di Quadri”, compagno di avventure del “Blaue Reiter”, “cubista”, astrattista e, alla fine, sé stesso, con un’opera che resterà nella storia dell’arte moderna (esposta per la prima volta ad una mostra, “0,10”, a Pietrogrado, nel 1915), Quadrato nero su fondo bianco.

Il futurismo e i quadrati rossi sono un modo, spiccio, inventato da L’Espresso per far quadrare i conti con alcuni vitigni in Toscana (Sirah, Cabernet, Petit verdot) è l’intraprendenza di un fotografo alla moda, che ha costruito il suo stile ringhiando contro i padroni che serviva.

“Con una certa frequenza, i padroni della società affermano di essere serviti male dai loro dipendenti mediali; più spesso rimproverano alla plebe degli spettatori la tendenza ad abbandonarsi senza ritegno, in modo quasi bestiale, ai piaceri dei mass media. In questo modo si nasconderà, dietro una moltitudine virtualmente infinita di presunte divergenze mediali, quello che al contrario il risultato di una convergenza spettacolare voluta con notevole tenacia” (Guy Debord).

Non sta certo a questa nota svelare le strategie del “falso indiscutibile”, che gravano sul vuoto del vero “ridotto allo stato di ipotesi indimostrabile”, ma è indubbia l’equazione “spettacolare” che lega il futurismo al vino attraverso dei “quadratini rossi” – questi sì dipinti occasionalmente da Malevic nell’inseguire i misfatti delle ideologie.

Quanto al quadrato nero, da lì a poco diverrà bianco mescolando sulla superficie della tela forma e materia o, meglio, affermazione e negazione, lì rappresentate, dice Jean Hyppolite, “comme remplaçant l’instinct d’unification d’un part, celui de destruction de l’autre”. L’obiettivo? Esporre il simbolico e il concettuale attraverso il reale e l’irreale. Ecco perché questo lavoro di Malevic può essere inteso, verosimilmente, come “le site pour la venue des choses, présence logée au coeur de l’absence” (Jacques Lacan). In questo modo esso rinvia in perpetuo ad un’altra significazione che si profila dietro la collusione del significato e del referente: la rivoluzione d’Ottobre.

(°) – Alla salute!

Casimir Malevic amava l’ acquetta e il te nero. Alla prima accompagna dei piroghi, farciti con lardo, cavolo e manzo, abbinava il secondo con delle gelatine (kisel) di frutti di bosco o con certi dolcetti tipici della Boemia, come i Maultaschen.

Quanto ai vini non amava quelli rossi, piuttosto beveva birra, aveva un debole per il kefir e l’idromele, soprattutto d’inverno.

Le poche volte che se lo è potuto permettere apparecchiava alla russa, con grandi bicchieri in cristallo, piatti in porcellana di Gjelsk, posate in vermeil e biancheria ricamata. Si cominciava con dei zakouski a base di caviale, seguiti da blini alle aringhe del Pacifico. Poi un borchtch, a cui seguivano delle kotletki alla moda di Kiev accompagnate con della kacha. Infine, per dessert, una vatrouchka. E i vini? Dei crus, per così dire, della Bessarabia e certi vinelli dolci del Caucaso.

Gourievskaia kacha.

(Dal nome di un ministro delle finanze zarista.)

Portate ad ebollizione un litro e mezzo di latte nel quale verserete a pioggia 160 grammi di semola, mescolando finché il tutto non si addensi. A questo punto, incorporateci due uova e 150 grammi di panna liquida fresca, poi, 100 grammi di mandorle affettate e 100 grammi di zucchero vanigliato. Lasciate cuocere, a fuoco dolce, per una quindicina di minuti. Adesso, versate l’apparecchio in uno stampo, ricopritelo di pane grattugiato, seccato in padella con un sospetto di olio di girasole, quindi spargeteci sopra 100 grammi di frutta candita tagliata a dadini e 100 grammi di marmellata di albicocche. Mettete lo stampo in forno, dolce, per dieci minuti. Quando è tiepido distaffate e servite.

La sposa sbigottita

3 luglio 2006 Share

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Si possono confondere otto scodelle di risotto allo zafferano e due di blanc-manger con dei piatti di “pancotto”? Si possono confondere due potagers con cinque gambe, con due panettieri? La domanda è retorica, lo ha fatto il quotidiano La Repubblica a pagina sei dell’edizione di lunedì 3 luglio 2006. In questione è uno dei capolavori della pittura fiamminga, Le nozze contadine, dipinte da Pieter Bruegel il Vecchio (1525 circa – 1569) nel 1568, ora conservato al “Kunsthistorisches Museum” di Vienna.

Dello stupore della sposa conosciamo le ragioni, il marito è altrove, nella realtà, magari, “per un goccio d’acqua”, sulla tela, invece, è una “vedova di fresco”. Una penna di pavone apre un occhio sul pavimento, trasformando questo piccolo mondo contadino in un “mondo alla roversa”. Per servire a tavola i due potagers hanno divelto una porta, si osservi il cucchiaio infilato nella berretta di quello con la giubba rossa. Non manca il bere ma non ci sono, sulla tavola, le leccornie che questo giorno merita. Niente carote, rape, né porri, niente montone, piedini di maiale, salsicce. Niente “ stoemp ”, vale a dire patate, cavoli e lardo fritto. Niente boudins, questi “ kiekefretters ” di campagna non hanno neanche il caldaro con il pollo bollito. La scena si svolge in un fienile, un posto caldo, le caraffe contengono birra e Kriek, un fermentato a base di ciliegie. La greve serietà di chi mangia quando può aleggia nell’aria tra i commensali. Un panno e un pendente di carta distinguono il posto della sposa e, nel contesto, sembra già troppo.

Il mondo scientifico era stato appena sconvolto dalla “teoria copernicana”, ma forse la sposa era interessata ad altro, a quella guaina di tela che da lì a poche ore avrebbe sistemato sul prepuzio del pene del suo benamato. Lo raccomanda un medico italiano, tal Gabriele Falloppia. La notizia aveva fatto scalpore. In ogni modo la sposa era nata sotto il calendario di Giulio Cesare, morirà gregoriana.

Le Fiandre, allora, erano lontane dalla Parigi di Francois Pierre de La Varenne, così come dalla Londra di Robert May, la povertà era endemica, in compenso le “nature morte” facevano sognare. Guardate bene la sposa, gli occhi socchiusi sono fissi sulle aragoste e gli zuccheri peccaminosi di Osias Beert, sui banchetti dei signori, che i cristiani si ostinavano a chiamare “ultime cene”.

Bianco mangiare.

In una cronache dell’epoca leggiamo: Sono chiamati bianchi mangiare le gelées molto dense sia di carne bianca che di crema di mandorle aromatizzata con il miele. Questi ultimi sono dei bianchi mangiare zuccherati e sono stati popolari anche sulle tavole antiche perché ritenute energetici”.

Ricetta, versione semplice.

Mettete 300 grammi di mandorle dolci e tre amare in una casseruola con acqua fredda. Copritele a filo e fatele bollire per un paio di minuti. Sgocciolatele, raffreddatele e sbucciatele. Mettetele a bagno per un’ora e mezzo in acqua fredda. Adesso sgocciolatele di nuovo e pestatele in un mortaio di pietra unendoci un paio di cucchiai d’acqua per facilitare il lavoro.

Dovete ottenere una pasta liscia ed omogenea, aggiungeteci, lentamente, mezzo litro di panna liquida fresca. Scioglieteci 120 grammi di zucchero grezzo o, al limite, in zollette. Poi, mezzo cucchiaino di zucchero vanigliato e 15 grammi di colla di pesce ammorbidita in acqua fredda. Quando questo miscuglio comincia a “tirare” incorporateci una presa di noce moscata e un bicchiere di panna fresca montata a neve ferma.

Versate il tutto in uno stampo e raffreddate il bianco mangiare nel ghiaccio. Trattatelo come se fosse una bavarese, vale a dire, accompagnatelo con un coulis di frutta rossa.