Food-Design

Ossessioni e legami

29 dicembre 2006 Share

(A Tiziano Santi, che inseguiva il sogno di capire.)

Belles qui désirez des fruits de votre amour
Apprenez de cette peinture
Qu’apres les avoir mis au jour
Vous leur devez la nourriture…
(Davanti a La laitière di Jean-Baptiste Greuze)

Nulla come il latte materno, la più intima delle secrezioni corporali, aggroviglia la sessualità alla vita, sia intesa nella forma di un nutrimento, che di sostanza tra le diverse – sangue, sperma, bolo fecale, orina ed altro – che disegnano la rappresentazione materiale dell’identità. Anche se non tutte le secrezioni del corpo sono alimentari, da tempo immemorabile – proprio in conseguenza di questa rappresentazione – i legami di sangue si associano alle parentele lattee o le contrastano. Del resto il latte, come il sangue, ha per secoli stimolato interminabili e ferruginosi dibattiti sulla sua origine tanto che, dietro l’allattamento, si sono elaborate relazioni che debordano dalla mera dimensione biologica e, spesso, erette traballanti strutture simboliche che tendono a riaffermare la supremazia del potere maschile. É il caso di quelle culture indigene della Nuova Guinea nelle quali la donna non è altro che un “vaso” alimentato dallo sperma con cui il suo futuro sposo la “nutre” nel corso della relazione buccale pre-nuziale, prima di consumare in un altro modo l’unione. Allo stesso modo, in altre culture dell’area, per strappare i giovani dalla irresponsabilità puberale molti riti d’iniziazione prevedono un lungo digiuno accompagnato dall’isolamento, spezzato solo dall’inghiottimento della sperma degli adulti, che li fa “ri-nascere” uomini. Questa cerimonia ha diverse varianti, lo sperma può essere mescolato al sangue, al latte delle noci di cocco o di una nutrice anziana, impastato con la farina. Il sangue può essere ricavato da tagli praticati sugli avambracci o dall’incisione del pene. Geza Roheim, nei suoi studi sulla mitologia australiana, scrive che il latte può anche derivare dal mudyi, l’albero del latte che troneggia nella vita culturale della tribù e attraverso il quale si gestiscono le cerimonie alimentari e i divieti che le “singolarizzano”.
Di contro, là dove risulta indebolita l’importanza del sangue, il latte materno gioca un capitale ruolo parentale a livello uterino. Esso raggruppa in categorie sociali gli individui nei quali si trasmette lo stesso latte, vale a dire gli individui che, per via materna, fanno capo alla medesima nutrice anziana. Raggruppandoli, controlla la sociabilità, il formarsi delle gerarchie parentali e dei poteri, la distribuzione delle proprietà e, non da ultimo, elabora una geometria politica fondata su un potente strumento di discriminazione, il matrimonio tra “con-lattei”.
In questo contesto l’incapacità degli uomini a produrre latte fa da pivot alle ossessioni con le quali una tale manque si muta in un fantasma. Le conclusioni di Aristotele sono un capolavoro di diplomazia sociale, solo dal settimo mese in avanti, quando è stata scaldata dalla gravidanza, la donna può cominciare a trasformare il suo sangue in latte, un sottoprodotto dello sperma. Da parte sua l’appetito sessuale, debolezza senza riscatto, consuma inevitabilmente il vigore del maschio, obbligandolo a cuocere la sua semenza in un ventre lubrico. Ipotetica sul piano scientifico la constatazione di Charles Darwin, per la quale la circostanza che i “mammiferi” sono portatori di mammelle non può escludere a priori una anteriore e perduta partecipazione dei maschi all’allattamento dei cuccioli.
Un sillogismo, en passant, con il quale molti antropologi hanno giustificato la ragione “culturale” di certe usanze nobiliari medioevali, di considerare un’incombenza maschile quella di cercare e di mercanteggiare la prestazione di una balia in modo da liberare la puerpera dall’allattamento, così da ridurre il tempo dell’astinenza sessuale imposta dal costume alle nobildonne sgravate. Un’usanza sulla quale aleggiano altri pudori, se facciamo attenzione al fatto che, in questi contratti di balia, non compare mai il nome della madre surrogata. C’è anche da considerare che l’allattamento inteso come una desessualizzazione ha qui la capacità di alterare significativamente gli equilibri della cortesia.

José Ribera detto Lo Spagnoletto

Il latte, questa sostanza del seno femminile, coglie meglio la vera natura del “fantasma” maschile altrove, nelle affabulazioni del misticismo cristiano per il quale è paragonato ad un nutrimento celeste. Il “padre” che allatta è sapere, fino al peccato della tradizione gnostica di rappresentare Dio come un androgino che ci è un po’ madre, dunque, capace di “nutrire”. (Per questo l’affermazione di un papa, Giovanni-Paolo I, che “Dio è madre più ancora che padre” è stata liquidata dalle gerarchie teologiche di Roma come una bouffée isterica di nessun conto, tanto da non doversi neppure discutere in sede teologica.) Una capacità che, sposata alla carità, è capitale nella tradizione francescana: la sua mancanza, infatti, sostiene per intero il prezzo del desiderio di altruismo. Un desiderio che perde santa Clara davanti all’impeto di san Francesco che le dice: “Vieni, ricevi e succhia.” La malafede è di Tomaso da Celano che censura la testimonianza e il suo contorno psico-analitico di liquidi, scale e seni, forse inconsapevole del carattere orale di questo invito, ma non del suo devastante potere d’identificazione.
Nell’antica cultura bizantina queste affabulazioni s’inveravano soprattutto nel fantasma plastico che domina il sufismo, per il quale i dervisci ruotano all’infinito, loro malgrado, allattando bambini immaginari. In questa tradizione il latte è considerato un nutrimento spirituale trasmesso da un “santuomo” ad uno o più discepoli o, fuori di metafora, da un “sintomo” alle sue vittime.
In Oriente, del resto, il fantasma ha anche furiosi poteri di metamorfosi, lo vediamo nel trapasso della società berbera a quella araba, in cui compare, tra i discendenti di Maometto, anche lo sharif Bubazzul, cioè “dotato di seni”, signore di una lactatio mascula, capace, per mezzo di una perversa attelage, di curare le ossessioni e le perversioni femminili. Questo latte, che non ha nulla da dividere con la lactatio agravidica delle vergini folli, assomiglia a quello di cui parla il Corano, “puro e di facile deglutizione per coloro che lo bevono” .
Qui, la forma di potere non è solo rivendicata, ma funziona da volano del costume, proteggendo le donne dalle loro manie s’impedisce, al contempo, che cadano preda di esseri sovrannaturali che portano in dote, con il godimento, più di un potere divinatorio e una coscienza senza limiti.
Il carattere di questo fantasma è, secondo la vulgata freudiana, originario, va oltre l’etimologia per diventare un concetto o, in termini pratici, l’esca di un processo di simbolizzazione di un desiderio inconscio, testimonianza di una frattura tra vissuto e segno, sempre irrisolta nel linguaggio. Così, se la lettera è il supporto del linguaggio, essa s/barra (barre) agli uomini la change d’impadronirsi, sul piano dell’immaginario, del latte femminile, del frutto dell’albero (arbre). Ne consegue, per reazione, la funzione di esca del latte – che non è oggetto, né realtà – di colmare, per così dire, la falla aperta dalla mancanza ad essere. Le qualità sessuate, con le quali si accompagna il suo carattere, finiscono con il rendere questa sostanza estremamente pericolosa, tanto da costringere gli uomini ad elaborare una teoria di “produzione” a partire da altre sostanze, cominciando dall’evidenza contagiosa di ciò che si mangia e sulla quale s’ingarbugliano nugoli d’interdizioni, soprattutto nei confronti dei cibi definiti incautamente virili, come la selvaggina, che avvelenerebbe il latte per contaminazione, o simbolici, che trasferirebbero sul neonato i caratteri negativi del “mangiato”. Ecco perché, sotto questo aspetto, per gli indiani d’America il latte non è solo un alimento, ma si trasmuta, camminando sui sintagmi, in un complemento essenziale della crescita: l’uomo, questo essere implume e prematuro deve “maturare” con esso. Ancora una volta, però, in questa cronaca sono importanti i divieti. La madre non può avere rapporti sessuali finché allatta e il bambino non può assolutamente bere il latte di altre donne, se non vuol perdere la sua identità familiare e di riflesso sessuale. Peggio ancora, secondo molte culture del sud-est asiatico, se viene allattato con il latte animale, perché rischia, cresciuto, di essere predato e mangiato. Tutto questo, in qualche modo, finisce con l’acquisizione, da parte della comunità, dell’ordine del linguaggio, che consente l’evolversi di una coscienza di sé come di un’entità distinta. Finisce quando l’ordine è divenuto indelebile ed apre le porte alla verità dell’isterica.
Un altro aspetto di questo fantasma maschile, cosi come viene alla luce presso alcune comunità indigene del Sud America e dell’Africa, è legato alle marche sessuali. L’infedeltà dell’uomo durante l’allattamento della donna è contaminante, trasmette caratteri estranei e può portare alla morte. Altri pericoli ancora esprime questo fantasma nella società araba, qui lo sperma, ridotto ad una fente tra possesso e godimento, induce nella donna un pessimo latte, da cui l’interdizione ad intrattenere rapporti sessuali con una donna incinta o che allatta. Ciò che si sottace è il convincimento che il latte sia un prodotto diretto del seme maschile, in grado di determinare un eccesso di identità se lo sperma del padre, che ha già contribuito a “marcare” il proprio figlio, inquina il latte che deve crescerlo.
Esiste, dunque, una “circolazione del latte” da cui derivano i caratteri fondativi dell’identità e quelli sociali dell’individualità, entrambi contribuiscono all’elaborazione di numerose interdizioni matrimoniali e si confrontano con altri fantasmi, come quello dell’incesto.
Questo costante scivolamento del senso comune arriva fino al punto di marcare una relazione tra sangue e miele, ancora una volta Aristotele è preda dei rigori dell’isterica, non si devono cacciare, né mangiare gli “animali” che non hanno sangue. Come il latte, il miele non implica nella sua fabbricazione nessun accorgimento, il primo è una secrezione, l’altro un escreto, cioè, un vomito nobile. Il convincimento, poi, che la melissa sbocci dalla carne che si guasta, da vita ad altre “formazioni”, come quella che inanella la sessualità, all’immortalità e alla putrefazione, dato che il miele è un cibo degli dei e provoca le funzioni genesiache.
I greci erano convinti che lo stupro, come il miele immaturo, avesse il potere di trasformare il frutto del desiderio in fiele. Dopo Freud possiamo aggiungere, soprattutto se questo desiderio scaturisce dall’inconscio alla ricerca dell’incesto. Del resto, la buona fecondità, che dà il latte migliore, è solo l’esito fruttifero della jeune fille close che diviene una sposa “aperta”. Non è per caso che l’espressione di “ninfa” definisce la “promessa” e la larva, nella stessa costruzione simbolica che fa del thalamos il letto nuziale e la cellula alveolare o, dell’imene, sia la contesa membrana femminile che l’operculum di cera dell’alveolo. In breve, il latte che gli uomini non hanno si trova oltre la soglia della castità e della continenza, una volta sradicata la lubricità della giovane sposa e sospeso quel suo sangue mestruale che la esclude dal sacerdozio e dall’eucaristia. Un sangue il cui contatto è inconciliabile con quello eucaristico, come con la cura dell’alveare. C’è un solo rimedio, l’astinenza sessuale e un rigido digiuno, tali da provocare un amenorrea, dietro la quale, oggi lo sappiamo, balugina un destino anoressico. Quando santa Teresa paragona le suore alle api non ha in mente un modello di femminilità che pratica le virtù necessarie per ottenere la grazia divina, ma il fatto che questo insetto è privo di sangue, cioè, della parte maudite del femminile.

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L’apparentamento del miele allo sperma se per un verso converge nello stesso ruolo di generatori della vita, dall’altro diverge nel mito che femminizza il sangue che versano le ferite, assimilandolo a quello mestruale. Solo lo sperma che risale fino ai seni diventa sangue puro e fuoriesce nella forma di latte. L’aberrazione logica ci mostra una sorta di digestione alla rovescia, fermo restando il problema della qualità di questa metamorfosi. Ancora Aristotele: il latte è un fluido più rozzo dello sperma perché, quando non è una macchina desiderante, la donna è più fredda dell’uomo. In un tale delirio una costante sorprende per la sua pervicacia, il femminile è sempre all’insegna del “meno”, fino al ridicolo: il miele è un’ambrosia, il latte delle madri è corruttibile. Il miele passa allo stato solido e dura nel tempo, come il “latte virginale” che i santi dispensano ai malati e toglie ogni fame. Il Medio Evo, qui, fa un passo avanti, è l’ape l’emblema della maternità virginale. La donna, da parte sua, come una sorta di pompa idraulica, può solo far rifluire il sangue ai seni e mutarlo in latte, per farlo dev’essere nutrita dal seme maschile. Quanto ai santi non ne hanno bisogno, sono come le api, convertono direttamente il sangue in miele, una variante isterica del latte della Vergine. Il quadro si completa con l’ambiguità della bocca, punto d’incontro carnale tra latte ed ebbrezza mistica. In questo quadro, le stesse ferite del Cristo sulla croce sono mammelle che redimono e fanno del figlio un padre che nutre, ingarbugliando i ruoli e originando una figura alimentare che riduce gli orifizi, perché qui è cessata ogni escrementazione. Una statua di Artemia Efesia, signora della gravidanza, mostra la sua testa coronata da api e il suo petto decorato di testicoli disposti a grappoli, un altro modo di rappresentare i seni, l’abbondanza e l’invidia.

Far crescere, rassodare o dimagrire i seni. Alcune ricette di un’ossessione.

Ovidio consiglia cataplasmi di mollica di pane giallo inzuppato nel latte, una pseudo-metonimia. Jérôme de Monteux, medico di Enrico II, invece, ha una ricetta personale per rassodarli. “Occorre usare una pomata composta di uova di pernici e cera vergine, oppure, un composto di radici di gigli bianchi e olio rosato legati sempre con un po’ di cera. Per impedir loro di crescere oltre misura e penzolare bisogna, invece, massaggiarli con succo d’acacia e bagnarli con polvere d’incenso sciolta nell’aceto”. Al tempo di Jean-Martin Charcot si sarebbe definita una malattia da rappresentazioni, l’ossessione di un medico alla ricerca del fantasma della sua infanzia. Anche il celebre poema indiano, l’Anourga Rounga, di fatto un manuale di poesia erotica che risale al quindicesimo secolo, attribuito a Koullianmoul, oltre alle tecniche di contorsione, si spende nel raccomandare due ricette, imprescrivibili nella loro confusione, per farli crescere e rassodarli. Quanto a madame Tallien, la bella spagnola più nota come “Notre Dame de Thermidor”, che deliberatamente ignorava l’uso del corsetto, prima sposa del marchese di Fontaney e dopo del cittadino Tallien, che la salva dalla ghigliottina, attribuiva i suoi seni perfetti ai frequenti bagni di fragole e lamponi schiacciati nella proporzione di dieci ad uno. Le testimonianze nel suo caso sembrano confermare l’efficacia della ricetta, lo leggiamo nelle Memorie della duchessa d’Abrantes, lo vediamo sulla tela di François Gérard, lo sostiene Charles Maurice de Talleyrand: incontrandola una sera all’Opera di Parigi, davanti al suo busto appena fasciato da un abito di seta, esclama: “Il n’est pas possibile de l’exposer plus somptueusement!” Più spartano, per chi non può contare sulle virtù dell’orto, è il rimedio che propongono Diane de Poitiers e la Du Barry: un bagno nell’acqua ghiacciata tutte le mattine.
Nelle sue Memorie dell’Oltretomba Chateaubriand sostiene che le donne seminole della Florida al fine “di indurire i seni” li strofinavano con l’apoya, detta anche mandorla di terra, una pianta simile al papiro. Questa pianta, che gli spagnoli chiamano chufa, è molto popolare nella penisola iberica, con essa ci preparano l’horchata, oltre che un insalata e, grigliata, un appetizer per gli aperitivi. In Africa, invece, si somministrava, alle giovinette in età di marito, per farli crescere in fretta, un infuso di cindiera, il principio attivo delle pillole di Boerhaave. Hermann Boerhaave (1668-1738) olandese, divenne medico nell’Università di Leida con una tesi da titolo: De utilitate explorandorum in aegris excrementorum ut signorum. Insegnò botanica e si appassionò all’arte dei giardini officinali. I medici olandesi, pressappoco negli stessi anni, in polemica con lui, suggerivano, per rassodarli, il pattinaggio e sconsigliavano alle giovinette di farseli accarezzare, un’azione che inevitabilmente finisce per rammollirli. Madame de Maintenon, nel corso di un viaggio nelle Fiandre, prese lucciole per lanterne e fece della lettera un consiglio. In una corrispondenza con la nipote le suggerì di non lasciarseli “pattinare” dalle mani degli amanti. Recitava un poema dell’epoca: “De mille bouches mignotté/ Dans le déduit cubiculaire/ Tettin perd gràce et fermeté…”. Jane Digby, celebrata per la sua bellezza come “Aurora, the light of day”, moglie di Lord Ellenborough, già viceré nelle Indie, aveva fatto allestire nel cortile del suo castello fuori Londra un allevamento di capponi, che faceva nutrire esclusivamente con le vipere. Era la sua ricetta segreta per conservare dei seni d’adolescente. Un’invenzione del marito, alchimista dilettante. Un secolo dopo la moda londinese esorta a dei massaggi con la pelle delle lepri. Il rimedio, tra l’altro, va bene anche per non restare in cinta. A questo proposito, nella causa di divorzio del duca di Grafton, avviata nel 1768, si legge che la moglie, Anna Liddell, figlia del barone di Ravensworth, non gli permetteva di toccarla se prima non si era ricoperta con sei pelli di lepre. Il duca puntualizza, pelli di buona qualità e molto costose, acquistate da Lucas, in Panton Street.

Le tettine dell’abate.

La ricetta è delle religiose del Convento do Santo Crucifixo (na Calçada das Francesinhas, ao Mocambo) a Lisbona. Assomiglia ai petti di abate, del ricettario del Monastero Benedettino Santa Maria delle Rose di S. Angelo in Pontano di cui parla Matilde Marurí Alicante nel suo “pellegrinaggio gastronomico per conventi e monasteri”. C’è da premettere che nei conventi c’era, un tempo, un grande consumo di uova. Gli albumi servivano soprattutto per inamidare i panni durante la stiratura, i tuorli per fare dolcetti.
In una bastarda, a bagnomaria, montare leggermente con una frusta 600 grammi di zucchero fine con 12 albumi e due tuorli. Appena il composto comincia a montare aggiungeteci una tazza abbondante di farina setacciata, una tazza di uvetta rinvenuta in acqua calda, 300 grammi di mandorle affettate e leggermente tostate in una padella con un cucchiaio d’olio, un pugnetto di scorze di arancia caramellata e tagliata a pezzetti, la scorza di un limone grattugiata, una presa di noce moscata, un terzo di un tronchetto di cannella sbriciolato. Lasciate riposare il composto al fresco per un’ora, regolare la consistenza aggiungendovi, eventualmente, dell’altra farina e con l’aiuto di un cucchiaio confezionate delle “tettine” su una placca da forno imburrata. Cospargere di zucchero velo e mettere in forno, ben caldo, finché non sono dorate. Si conservano in una scatola di latta.

*****

Per risolvere il caso imbarazzante di due colle­ghi di sesso diverso che lavorano nella stes­sa stanza, gli esperti egiziani di diritto isla­mico hanno elaborato una fatwa sui generis.
La donna deve adottare il collega come se fosse fi­glio, per fare questo deve togliersi il velo dai capelli, alzarsi la jallabia (il vestito che la copre dal collo al­le caviglie), scoprire il seno e simulare l’allattamento dell’uomo in orario di lavoro.
L’operazione, se è ri­petuta cinque volte, è in grado di trasfor­mare il collega in una persona di famiglia al pari di un padre o di un fratello. A questo punto può dunque fre­quentare la donna a tu per tu e senza le re­strizioni imposte dalle «regole del pudore».
Pescando direttamente dalle tradizioni del Profeta, il capo della sezione «diritto islamico» della moschea al Azhar del Cairo — il punto di riferimento più autorevole dell’islam sunnita — ha emanato questa fatwa che è approdata anche in parlamen­to.
L’editto sull’«allattamento degli adulti» ha irritato i deputati dei Fratelli Musulmani. Il gruppo politico che si ispira ai principi dell’islam ha dichiarato che una norma simile «getterebbe i fedeli nel turbamento». E probabilmente renderebbe assai difficile il lavoro negli uffici.
La fatwa, emessa dalla al Azhar e firmata dal capo-giurista Izzat Attia, si basa su un racconto della vita del Profeta.
Uno degli ex schiavi di Maometto, divenuto libero, ave­va mantenuto l’abitudine di muoversi libe­ramente nella casa del Profeta anche dopo la pubertà. A una donna che se ne lamenta­va, lui consigliò: «Allattalo, così diventerai una donna tabù per lui, e il dissidio nei vo­stri cuori svanirà». Dopo aver seguito il suo consiglio (ma porgendo al ragazzo il suo latte in una ciotola), la donna riferì che ef­fettivamente ogni discordia nella casa era svanita.
Attia ha però elimi­nato dalla fatwa la clausola della ciotola, precisando che l’allattamento «deve avve­nire direttamente dal seno». Dopo aver ripetuto l’operazione cinque volte, i colleghi, diventati parenti stretti, non potrebbero avere relazioni sessuali senza cadere nel tabù dell’incesto.

La fatwa ha scatenato polemiche su tutti i giornali egiziani e non, sollevando una bagarre al parlamento del Cairo che merco­ledì scorso ha discusso la norma. Attia nei giorni scorsi non solo ha continuato a ripe­tere che allattare un uomo esclude ogni possibilità di «relazione impura», ma in un’intervista al quotidiano saudita al Watan ha anche detto che una norma simile avrebbe tirato fuori dai guai il presidente Clinton e la stagista Monica Lewinski.
(Per correttezza va aggiunto che questo capo-giurista, qualche giorno dopo questa fatwa, è stato costretto alle dimissioni, anche se molti hanno ammesso la sua ortodossia.)
(da, La Repubblica, Roma, 27 maggio 2007)