La cosa cucinaria

27 agosto 2007 Share
   

L’uomo è l’unico animale cuciniere.
Marcel Mauss.

La cosa cucinaria

Se pensiamo il procedimento analogico come un processo con il quale, poste due situazioni che si ritengono simili tra di loro per alcuni caratteri, si possono dedurre delle equivalenze, tra i caratteri che non ignoriamo in una di esse, con quelli che non conosciamo nell’altra, allora la sublimazione freudiana ci consente di enucleare le ragioni di quella inevitabile glaciazione del gusto così come è stata per la prima volta rilevata da Jean-Paul Aron nell’encomiabile saggio in cui essa appare come un carattere della cultura in generale e della cucina in particolare. 
Un saggio costruito sulla filigrana ghiacciata di un vento che, nel 1937, Roger Caillois dichiara sovversivo, freddo e rigoroso.  Mortale per i malati e gli uccelli perché appartiene alla famiglia di quei venti qui ne laissent pas passer l’hiver
In altri termini, la figura della sublimazione ci permette di sdoppiare negli atti alimentari un senso manifesto da uno latente in modo da far affiorare su questa opposizione una topica che rivela l’ingenuità di pensare di poter perimetrare l’esperienza del gusto come se fosse empirica e dominata dal godimento. 
O, per altri versi, di eliminare la scipitaggine di considerare la dimensione dei contenuti in qualche modo significativa nell’analisi degli atti alimentari, invece che il riflesso di una impasse, con il fine evidente di denunciare la glaciazione come il sale proprio delle cose cucinarie della modernità. 
Su cosa è fondato questo convincimento?  Sulle spalle di G.W. Friedrich Hegel.  Il simbolico è ciò che annienta l’immediatezza della gustazione, così come la sublimazione crea dei valori del gusto all’interno di una problematica dominata dall’ethos.  Peccato che, per cominciare, la sublimazione sia un enigma, se partiamo dalla centralità dell’empiria, cioè, da quella presenza culturale che è il fuoco.  Lo sostiene Claude Lévi-Strauss, che declina il modo di usarlo come un linguaggio in cui una società rassegnata svela le sue contraddizioni, cioè, scivola sul pavimento della storia reso viscido dalla potenza retorica-linguistica dell’inconscio. 
In fondo lo sapevamo da quando abbiamo letto François Rabelais, l’ordine simbolico è un’organizzazione difensiva rispetto al reale della pulsione di morte, rispetto alla “cosa cucinaria” che invita a spellare le anguille da vive e ad affogare nel Cognac gli anatroccoli.  Nella prospettiva del significante questa cosa è un vuoto a cui dobbiamo rassegnarci. 

L'eccellenza e il trionfo del porco

La “cosa cucinaria”, del resto, non si limita a decorare o a illustrare l’atto alimentare, lo istituisce, vale a dire lo rappresenta in un linguaggio che è l’espressione di una soggettivazione, in questo senso, lo sguardo agisce come un oggetto causa del desiderio.  Essa, poi, ha imparato a rifiutare il senso perché la cosa minuscola, per citare alla roversa Jacques Lacan, ha cominciato a sognare, si è arricchita con ciò che la deborda e pretende di essere sufficiente in sé.  Diventa segno e rifiuta il soggetto, il mangiato si scolla dal chi mangia.  Un clivage necessario, nel senso freudiano di fenomeno proprio al feticismo, che qui traduciamo per sortilegio, di condizione assoluta del desiderio, che risparmia alla condizione femminile l’erotizzazione della fame o, più brutalmente, ciò che si nasconde dietro il fantasma edipico della fellatio, la fecondazione orale, una perversione della pulsione di riproduzione che Sigmund Freud assegnava ai tipi melanconici. 
Capita ad Otto Fenichel, che legge Lutto e malinconia di Freud, di associare l’incorporazione orale alla malinconia, sarà Jean-Pierre Poulain a cogliere nell’ansia la dimensione psicologica dell’angoscia che fa dell’onnivoro un soggetto ossessivo-compulsivo. 
Scrive Aron, il rifiuto del soggetto nei regimi glaciali tracima e riattecchisce in un rifiuto di qualcosa di più fondamentale ancora, di più primitivo, le refus de la chose, il rifiuto della cosa.  Intorno al vuoto fioriscono i discorsi sulle cose, gli annaspamenti delle poetiche, i seminari sulle compromissioni.  Florilegi di discorsi in forma di discorsi. 
Aron quando parla della sua “cosa” parla della Chose lacanienne, anzi, non ne parla, perché non c’è bisogno di citare Roland Barthes, Lévi-Strauss o – è testuale – il dottor Jacques Lacan, ma semplicemente di interrogare il mondo che ci circonda.  Così facendo si diverte ad alludere ad un documento ancora più radicale, quel Retour de la Colonne Durruti distribuito dagli studenti di Strasburgo alla vigilia dell’anno terribile.  Due mandriani a cavallo conversano.  Uno chiede all’altro.  Di cosa ti occupi?  L’altro risponde, della reificazione.  Il primo replica, capisco, un lavoro molto serio con grandi libri e molte carte sul tavolo.  L’altro lo interrompe, no, io passeggio, soprattutto io passeggio.  Le flaneur Aron conclude, (nella cultura glaciale) “le vécu, c’est l’ennemi”.  Un modo elegante per dire che il sapere che si fa sistema fa del segno un oggetto e di un saucier un filosofo delle forme simboliche, perché non solo le essenze non si distinguono più dalle apparenze, ma quest’ultime, diventate mera illusione, si sono metamorfizzate in simulacri. 

Le essenze non si distinguono più dalle apparenze

Qualche tempo fa, nel marzo del 2007, un Cristo in cioccolata, di un artista canadese che aveva già rivestito con cinque tonnellate di formaggio una casa nel Wyoming, è stato ritirato da un’esposizione d’arte newyorkese perché definito dalla Catholic League “un segno di bancarotta morale”.  L’opera s’intitolava: My sweet Lord.  Il contatto tra la dolcezza del Cristo e quella della cioccolata, scrive James Frazer “trasmette qualcosa, lascia delle tracce, infetta con un’essenza che si crede incancellabile e che non sempre dei riti ad hoc possono togliere.”  Quando Frazer licenziò la prima edizione di Il ramo d’oro, non aveva letto Freud, dunque non poteva saperlo, le pulsioni non possono essere integralmente sublimate, per ciò che resta, once in contact always in contact!   
Il luogo è un attributo della sostanza.  Anche se la casa è di formaggio, dice Lao Tze, “una casa è il vuoto, perché è lì che io abito”, le vide è lo yoni
Più in là.  Lacan constata il miracolo laico della forma non nel vuoto della rappresentazione, ma piuttosto, nella rappresentazione del vuoto.  Esattamente come la setta cristiana, eterodossa a quella ebrea, vide l’eccessiva prossimità alla Cosa in un sepolcro in cui la tyche diventa rappresentazione.   
Qui non esitiamo, in virtù dell’interdetto dell’incesto, che connota il corpo della madre come il cibo assoluto del godimento, ad affermare un’analogia tra la Chose lacaniana (das Ding) con la “cosa cucinaria” in modo che, sul registro della sublimazione, questa “cosa” sarà sempre rappresentata da un vuoto o, meglio, non potrà mai essere rappresentata da un’altra cosa.  Se riconosciamo che in tutte le forme di sublimazione il vuoto è determinante, la “cosa cucinaria” è ciò che caratterizza, attraverso un percorso procedurale ossessivo (costituito dai ricettari) questo vuoto come una forma estetizzata di cui non conosciamo l’oggetto.  La “cosa cucinaria”, infatti, si eleva, attraverso la sublimazione da cibo ad oggetto immaginario, così diventa plastica, muta, scivola sui gusti acquisiti e si moltiplica. 
Se pensiamo ai ghirigori del gusto c’è qualcosa di non detto che possiamo far affiorare, vale a dire, “essi sono tra di loro in relazione come una rete di canali comunicanti pieni di liquido.”  (Freud, Introduzione alla psicoanalisi).  Da qui la loro plasticità argomentativa che esalta il narcisismo degli “chef”, di pensarla (questa plasticità) cucinaria, ma è un problema edipico.  Antonin Carême, che non conosceva Freud l’attribuiva alla continua vicinanza dei genitali alla fiamma dei fornelli.  Possiamo non ripetere l’errore, è qualcosa di più scottante, è il nom-du-père che diventa regime. 

Corso di Food Design

Infatti, il passaggio edipico dalla natura alla cultura opera così: essendo l’incarnazione del significante (ciò della causa che dona il nome) il padre interviene – post homines natos – come colui che gli sottrae la madre, dando così luogo al suo ideale di “io”.  Quando non si struttura su questa ricetta il nom-du-père ritorna nel reale – cioè, precipita sulla “cosa cucinaria” – sotto la forma di un delirio.  Il Larousse gastronomique, prima che diventasse un libro di figurine a colori, affermava che va definita come classica l’opera riconosciuta come un modello nel suo genere.  Di essa ciò che conta è la ripetizione nel corso del tempo, una ripetizione che diventa un filtro che elimina gli errori, le complicazioni e le illogicità (il corsivo è nostro), in altri termini, un piatto classico è razionale dal punto di vista dell’esperienza, anche se non sarà mai reale, almeno a partire da Hegel.  Diventa “nuova cucina” quando la curiosità sessuale si trasforma in un ricordo insopportabile e muta – grazie alla potenza della glaciazione – in una chimera, cioè, nel fantasma di un refoulement
Lacan è perentorio: l’objet qui ne sera jamais retrouvé, c’est la Chose!  Ma i “nuovi cuochi” non lo sanno, essi hanno cominciato a sventrare la “cosa cucinaria” e a servirla a tavola dopo averla ricomposta nelle “formine”, un beato ricordo di vacanze marine lontano dai padri! 
Come sempre c’è del metodo nella follia.  Questo aprire il ventre della “cosa cucinaria”, dopo Lévi-Strauss, si chiama “de-costruzione”, appare come una proprietà della catena significante che da subito diventa ripetizione, s’annuncia come contingente e si rivela necessaria, perché si organizza intorno al vuoto.  Possiede une orientation littérale.  Ha osservato Nelsen Goodman, la cucina classica, nello schema epistemologico, è un’arte allografica in quanto la ricetta è una guida operativa. Nella nuova cucina si muta in un’arte autografa perché la mano diventa demiurgica, fa della pulsione estetica un valore originale.  Su un altro registro si chiama isteria ed è al servizio della dissipazione della “cosa cucinaria”. 
In ogni modo, qualunque sia il grado di teorizzazione del gusto l’ordine proprio del desiderio primeggia sui fatti dell’organizzazione sensoriale.  “La dimensione del desiderio”, scrive Serge Leclaire, “non può essere altrimenti concepita.”  En passant. Che cosa rappresenta in questo contesto la “cosa cucinaria”?  Non lo sappiamo ancora, tuttavia essa ci mostra come la natura di questa cosa è lo studio che definisce la sua ontologia. 
 
La commensalità, di ritorno, invita all’oblio, ma sa circondarsi di regole, rispettarle distingue lo stato dell’arte, il limite e la barriera dell’apollineo, dopo vengono i regimi. 
I legami simbolici che questa commensalità crea sono possenti, ma possono essere disfatti, in un attimo, dalla perversione.  Se il cibo abbonda, la tavola è il luogo della disponibilità.  Se il bere abbonda, l’ebbrezza favorisce la confidenza o la congiura.  Intorno alla tavola si stringono patti scellerati, si tradisce, soprattutto, si recita.  Un tempo era lo spettacolo intorno ad essa che rinviava all’altrove, oggi è essa stessa il luogo di un teatro gourmand che, in qualche modo, realizza l’invito di Jean-Jacques Rousseau a fare spettacolo con gli spettatori. 
La sua forma ha sempre deciso la cerimonia e i ruoli.  Quella rotonda è con il pane e il vino il fondamento eucaristico del nostro immaginario, i fasti e le feste che la storia ha inventato, la dimensione del suo significato simbolico.  Quando è a ferro di cavallo emargina sulle punte coloro a cui sono destinati i “bocconi amari”, perché il gusto è anche un evento sociale attraverso il quale si costituisce l’identità, peccato che molto spesso a questo punto l’altare sostituisca la tavola e le strutturazioni metonimiche affondino con l’evidenza ogni forma di godimento. 

Intorno alla tavola si recita

Più che distinguere l’uomo dall’animale il gusto è stato la spia dell’attività del senso alla costruzione del senso, nell’ordine delle forme simboliche e della gerarchia.  In altri termini, ha contribuito alle derive antropocentriche del pan sapiens, così come alla fratellanza di latte tra il mangiare bene e il ben pensare.  In cucina è l’anima che progetta lo “strumento” (l’appareil, nel gergo dei cucinieri), ma questo, pensato solo attraverso la gustazione, fa della differenza darwiniana una differenza di qualità a prezzo di un’innesco psicotico. 
Di fatto, il punto di vista della libido, dopo l’analisi marxiana del primo libro del Capitale, esiste nella forma di un arcano della merce, e la forma di merce, è sempre Karl Marx che lo afferma, ha i suoi grilli! 
Così, non è l’onnivoro che si sbaglia a proposito della gustazione, è questa che lo inganna da quando la glaciazione l’ha resa auto-referenziale.  Il suo carattere di feticcio non è l’effetto dell’alienazione della sensualità, ma l’effetto del fraintendimento delle forme cerimoniali, ed esso non è un prodotto singolare, come i pregiudizi di classe insinuano, ma il prodotto generale e oggettivo di una storia sociale la quale inizia con un pugno di braci e un pasticcio generazionale che l’incesto si porta con sé, come il frutto subentra al fiore. 
In definitiva, ciò che lega la forma di feticcio al gusto è l’ablazione delle essenze, che Platone oppone alle apparenze e che legittima i simulacri alimentari nelle vetrine di Place de la Madeleine.  Il rimedio trovato nelle nuove cucine è, a questo proposito, di natura induttiva, ma per funzionare ha bisogno di una congettura eccessiva, di un processo paranoide.  Sotto il governo dello spettacolo, scrive Guy Debord, “possiamo vedere scatenarsi all’improvviso, con un tripudio carnevalesco, una fine parodistica della divisione del lavoro…un finanziere canta…un fornaio espone le sue preferenze letterarie, un attore governa, un cuoco disserta sui tempi di cottura come momenti essenziali della storia universale”. 

Nel feticismo compare una prevalenza della visibilità, osserva Stefano Mistura in le Figure del feticismo.  Nei deliri gastrolatrici, aveva notato Aron, “c’était la mise en pièces de toute une représentation gastronomique”.  Gli atti alimentari, con la nuova cucina, non hanno più un senso, invitano all’ascesi, temono la “cosa cucinaria”, si rifugiano nel nome del discorso, diventano mere icone.  In questo modo sopravvivono dentro un’insopportabile contingenza, coatti ad una ben strana creatività.  Essa esprime meno la sua epoca di quanto non la esalti in ciò che essa non è stata.  A metà del Trecento Firenze e Siena furono devastate dalla peste, ma la pittura, che continua a produrre Vergini opulente e placide, la ignora.  Nel luogo comune di arte c’è una cosa che non si può rompere, l’illusione della rappresentazione, anche se questo concetto è informulabile se non per metonimia, il suo fine è la sua ragione, consente all’arte di rappresentare il sacro nelle sue forme attualizzate, almeno fino a quando non si pone il problema dell’arte nella sua corretta prospettiva, essa non è qualcosa che, come un’escrescenza creativa dell’uomo si constata, ma esige di essere costruita nei suoi pre-concetti.

Una risposta a “La cosa cucinaria”

  1. anonimo Dice:

    Carne di porco
    Maria Novella Oppo (UNITA’ 29 agosto 2007)

    È bello che Veltroni abbia criticato gli efferati talk show, anche se dubitiamo che qualche politico, di destra o di sinistra, avrà il coraggio di dire no a «Porta a porta». Ma dirlo è già un buon segno, perché dire è già fare qualcosa, soprattutto in tempi in cui la «comunicazione» va via come il pane. Nel senso che tutti ne masticano, fino a produrre un effetto di rigetto. Tanto che uno come Berlusconi passa per grande comunicatore (anche tra i suoi avversari) solo perché è spudorato nel dire e smentire, fare la vittima e aggredire. In tempi di informazioni rapide e implacabili, le parole si consumano e si spezzano come le cose. Il Verbo di Dio che si fece carne è diventato carne di porco, buona per tutti gli usi. Perciò, forse, Benedetto XVI promuove il ritorno alla sacralità del latino, come ha spiegato al Tg1 monsignor Bertone. Ma con questa scelta reazionaria la Chiesa rivela anche che, non solo non capisce la modernità, ma non vuole nemmeno essere capita. E il latinorum non è che l’altra faccia del berlusconismo.