Food-Design

Undicesima Esercitazione 2007-08

3 giugno 2008 Share

FOOD-DESIGN
(Undicesima esercitazione, martedì 3 giugno 2008)

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AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA…
(Tre esercizi sulla commensalità)

Il “commensare” rappresenta in tutte le epoche e in tutte le culture una delle forme più vitali del legame sociale, tanto che il suo significato rituale e simbolico tracima sempre ben oltre il bisogno, dando luogo alla liturgia della commensalità, che qui possiamo intendere come l’apice materiale delle forme della convivialità, alla lettera, un’obbligazione pubblica.
Al centro della commensalità c’è la tavola, nelle sue diverse configurazioni simboliche, come un oggetto inscritto in un ambiente ed attrezzato a significare uno scopo, come riflesso della natura e della qualità dei cibi, come luogo d’incontro e di scambio.
Paradossalmente il problema, sul piano simbolico, non è mai il mangiare, ma il saper mangiare nel “nome del padre”, cioè, dei principi fondativi della socialità. Solo a questa condizione la commensalità è nomos (legge), nutre, aggrega e crea coesione, così come, allo stesso tempo, la comunità che la esprime si forma, si ritrova e si riconosce. Esterna la sua unità, i suoi legami, la sua capacità di trasformarsi, di aprirsi, di proteggersi e di divertirsi.

Verticalizzandosi, poi, la commensalità manifesta la gerarchia, l’ordine, i ruoli, i ranghi, le forme del potere, le posizioni amicali e familiari, il distacco e, insieme, il bello, il gusto, la capacità di cogliere le nuances del sublime ed esprimere gli stili di vita. Essa è unificante e trascendente, esprime la follia festiva e struttura le forme sociali, rivela le libertà di dicembre e l’interdetto. Diventa la Calicut delle passioni e garantisce la stabilità delle relazioni umane, così come, allo stesso tempo, può rivelare la crisi di tutto ciò, diventare un’anomalia sul sentiero della sofferenza e dell’impotenza…

La funzione simbolica del cibo appartiene anche al mondo animale, dove è facile vedere come spesso esso sia preso in comune e diviso. Tra gli insetti sociali è un legame biologico che serve a costruire la loro società. Negli uccelli è un legame maternale condiviso. Tra i mammiferi che vivono in gruppi è uno strumento che gerarchizza la società, sottolinea le differenze sessuali.
Tra gli uomini si stima che il fenomeno della simbolizzazione alimentare sia comparso circa cinquecentomila anni fa. Questa data corrisponde grossomodo a quando la preparazione del cibo ha cominciato a svolgersi intorno ad un fuoco e si è diffuso il suo consumo in gruppo.
Sono elementi che hanno favorito l’evolversi di una radice funzionale della convivialità e, di conseguenza, il nascere di luoghi privilegiati da adattare alla cucina e all’incontro. A causa delle dinamiche sociali è anche facile immaginare che la scelta degli alimenti, che non poteva essere indifferente, ha prodotto da subito le prime ineguaglianze o, se si preferisce, la costituzione delle prime élite. L’ineguaglianza, poi, ha agito da volano sui processi di simbolizzazione, accentuandoli. Come ha osservato Lévi-Strauss, l’umanizzazione corre parallela alla cucina del simbolico…
Dentro questa dimensione le pratiche conviviali sono una vera rappresentazione del cum vivere, anche ai suoi livelli più materiali.
Ci sono molte culture in cui condividere un pasto significa contrarre un legame o un impegno, ciò che unisce può anche separare, a cominciare dalla relazione con gli dei. I greci offrivano loro le ossa lunghe, il grasso, che brucia bene e le viscere. I romani uno spezzatino di avanzi. Nel symposion i primi coltivavano l’arte di bere, i secondi preferivano dividersi le carni. Alcune culture nel banchetto ricercavano, attraverso la possessione dionisiaca, l’erotismo, la profezia, la poesia. Altre, l’ascetismo e la legge, un’opposizione all’eros captativo in difesa dell’agape ablativa.
Lo stesso bere nella stessa coppa ha significato per secoli stringere alleanze, annunciare la fratellanza, così come impegnarsi davanti agli dei. La commensalità spesso invita all’oblio, ma sa circondarsi di regole, rispettarle distingue il coltivato dal barbaro. I legami simbolici che essa crea sono possenti, ma possono essere disfatti, in un attimo, dalla perversione. Se il cibo abbonda, la tavola è il luogo della disponibilità. Se il bere abbonda, l’ebbrezza favorisce la confidenza o la congiura. Intorno alla tavola si stringono patti scellerati, si tradisce, soprattutto, si recita. Un tempo era lo spettacolo intorno ad essa che misurava il potere della sua teatralità, oggi è essa stessa il luogo di un teatro gourmand che, in qualche modo, realizza l’invito di Jean-Jacques Rousseau a fare spettacolo con gli spettatori…

(Estratto dalla prima lezione.)
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L’obiettivo dell’esercitazione e d’interpretare un’atmosfera conviviale.
Lo studente immagini uno dei tre contesti-scenari qui di seguito indicati e di avere ospite alla sua tavola uno dei suoi protagonisti.
Primo scenario. L’atmosfera di un film e il proprio attore/attrice preferito.
Secondo scenario. Un’epoca storica e un personaggio storico ad essa correlata.
Terzo scenario. Le pagine di un cartoon e uno dei personaggi che lo “abitano”.

Che preparazione alimentare offriremmo loro in grado di esprimere l’atmosfera di convivialità dello scenario prescelto?
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L’esercitazione è individuale.
Ogni studente può partecipare ad uno solo dei tre scenari previsti. Ogni scenario vale due punti. La preparazione alimentare può non essere commestibile.
Il contenuto-messaggio della preparazione alimentare può essere rafforzata con luci e fondali se la partecipazione è fotografica.
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Un destino da cani. (Si è ciò che si mangia?)

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Un destino da cani. (Si è ciò che si mangia?)
(Circolo Culturale ANPI, Ispra. Domenica 8 giugno 2008)
Traccia dell’intervento. 

Fino a quando non ho incontrato gli organizzatori di questo incontro avevo in mente per esso un titolo commemorativo: 
Sous les pavés, la table!
Poi, discutendo, me lo sono dimenticato e al dunque ne è saltato fuori un altro. 
È un titolo surreale, ma è anche un titolo valigia, come direbbe Lewis Carroll, lo si apre ed ecco apparire un sottotitolo nella forma di una tagliente constatazione di Ludwig Feuerbach:
Il segreto della teologia è l’antropologia. 
Cosa vuol dire?
In chiave fenomenologia, che esiste una materialità del sentire che rischia continuamente di essere sopraffatta dalla psicosi o, come direbbe Géza Róheim, dall’isteria degli sciamani che la stravolgono in profezia e poi in religione. 
Feuerbach però pensava anche ad altro. 
In prospettiva dobbiamo partire da questa constatazione. Che c’è stato un tempo, relativamente non molto lontano da noi, in cui la politica – nella forma di lotta di classe – serviva a coagulare la collera degli sfruttati. 
Un tempo epico, in cui il pensiero scendeva nelle strade è diventava praxis, un’azione capace di disvelare il senso di un mondo che i filosofi avevano fino a quel momento interpretato. 
Quel mondo doveva necessariamente mutare. Come? 
Assumendo il punto di vista del nuovo materialismo, vale a dire, di una società umana.
Questo significava riconoscere e assumere su di sé le conseguenze che comporta, per cominciare, una tale elementare constatazione:
Che gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell’educazione. 

Non è difficile riconoscere qui alcuni frammenti di quelle che, nei testi di filosofia della politica, vanno sotto il nome di “tesi su Feuerbach”
Sono un paio di paginette smarrite e ritrovate che Karl Marx scrisse nel 1845, dentro una polemica di cui i nostri tempi hanno perso la sottigliezza, pubblicate dopo la sua morte, da Friedrich Engels nel 1886. 
Si trattava di definire un materialismo che aveva rotto tutti i suoi legami con l’umanesimo o, se si preferisce, con l’astrazione, grazie alle sue pratiche sociali e alle armi della critica. 

Tra queste due date si collocano alcuni fatti singolari che vanno raccontati. 
Tutto inizia nel 1850, con la pubblicazione di un libro da parte di un fisiologo olandese, Jacob Moleschott, oggi dimenticato, ieri famoso se non altro per le polemiche che lo circondavano, intitolato, Dottrina dell’alimentazione per il popolo
Un libro che sarebbe passato sotto silenzio se non fosse che questo medico era uno dei protagonisti di quello che allora si chiamava il materialismo scientistico, il cui obiettivo, anche se guardato con sospetto da Engels, era di dissolvere le tesi della Naturphilosophie hegeliana. 
Prima di procedere, per capire meglio le tesi di Moleschott e quello che gli succederà, diciamo che nel 1852 pubblica un altro libro, intitolato, La circolazione della vita, è una risposta alle Lettere chimiche del barone tedesco Justus Liebig, un nome da tutti conosciuto ancora oggi come la “marca” di un estratto di carne tra le più popolari, la Liebigs Fleischextrakt
 
Dal punto di vista dello sviluppo della chimica nel settore agro-alimentare Liebig fu un grande scienziato, dobbiamo a lui, per esempio, la cosiddetta legge del minimo, che governa ancora oggi le regole per l’uso dei concimi. 
Una legge per la quale la crescita nel mondo agricolo è controllata non dall’ammontare totale delle risorse naturali disponibili, ma dalla disponibilità di quella più scarsa. 
Fu anche un grande speculatore sul mercato della carni importate, ma questa è un’altra storia che andrebbe raccontata a parte. 

Qui a noi interessa la circostanza che Liebig era un creazionista, vale a dire, era un seguace di quella teologia naturale che verrà in seguito chiamata del disegno intelligente. 
La formulerà nel 1903 un americano, Scott Schiller, per il quale se vedete per terra un sasso con una forma curiosa ne concludete che essa è il frutto del lavoro del tempo. 
Se invece trovate un orologio intuite immediatamente che dietro c’è un orologiaio, cioè, un’intelligenza. 
Un sillogismo categorico dagli effetti devastanti per i poveri di spirito. 
In altri termini Liebig, difendeva una concezione spiritualistica della scienza e dunque l’illusione di un mito, della natura infinita, che pochi anni dopo sarà stigmatizzato da Élisée Reclus. Un’illusione che ne nasconde un’altra ancora più pericolosa di una continuità tra la scienza e la religione. 
Come andò a finire questa polemica? 
Che a Moleschott gli fu dapprima sequestrato il libro, poi fu costretto a dimettersi dall’incarico di professore universitario, insegnava ad Heidelberg, perché “guastava la gioventù con gli scritti e la parola”. 

Una curiosità che rivela la popolarità di questo medico. 
Il grande Lev Tolstoj, che in Anna Karenina fustiga l’ipocrisia borghese, nel 1862, in un articolo, pubblicato sulla Jasnaia Polijana, sull’educazione e la formazione culturale degli studenti universitari russi scrive che stufi dell’eccessivo conformismo e banalità dei libri di testo ufficiali traducevano e poi ricopiavano a mano, scambiandoseli tra di loro, gli scritti di molti autori ritenuti eversivi, come Moleschott e Feuerbach

Quanto a Liebig vediamo a cosa lo portavano le sue tesi spiritualiste. 
Per esempio, convertendo la propria dottrina sul fosforo in dottrina sulla storia delle società umane, ne dedusse che tutte le società sarebbero state destinate al tramonto appena esaurite le riserve di fosforo dei terreni. 
Con questo spiegava il collasso della Grecia antica, di Roma e dell’Impero spagnolo. 
Poi, da buon profeta dello spirito, proclamò per conseguenza il tracollo dell’Impero britannico per colpa dei water closets, perché il fosforo degli alimenti tramite le fogne aveva cominciato a finire in mare invece di ritornare sulla terra. 
In breve, secondo la sua dottrina del tramonto sarebbero sopravvissute solo la Cina e il Giappone, almeno fino a quando vuoteranno i loro vasi da notte nelle concimaie per il riso. 

Costretto ad andarsene diremo di Moleschott solo questo, che emigrò prima a Zurigo e poi, nel 1860, gli fu offerta la cattedra di fisiologia all’Università di Torino. 
Fu un atto d’imperio di Francesco De Sanctis, ministro della pubblica istruzione, che molti ricordano come l’autore di una storia della letteratura italiana su cui si è formata più di una generazione di studenti. 
In ogni modo, dieci anni dopo passò all’Università di Roma e nel 1876 divenne anche senatore del regno d’Italia. 
In questi anni pubblicò, tra le altre cose, Patologia e fisiologia, un’opera in cui sosteneva la continuità tra fisiologia e patologia aprendo una prospettiva teorica che più tardi segnerà l’opera di un altro grande medico, Claude Bernard.

Ma torniamo a Feuerbach e alla sua recensione. 
Essa ruota, sostanzialmente, attorno ad un antico proverbio contadino tedesco:
Man ist was Mann isst
Si è ciò che l’uomo mangia. 
Il gioco di parole che si nasconde dietro questo proverbio ne cucina il senso. 
Perché ist (è) si pronuncia come isst(mangia) e Mann (l’uomo) si pronuncia come man(si), in questo modo:
L’uomo è ciò che si mangia. 
(Se preferite, l’uomo diviene ciò che mangia.) 
Fino a che punto possiamo essere materialisti?
Qui entra in gioco un altro tema, dell’identità soggettiva, cioè, del self, con i suoi paradossi. 
Noi esistiamo, in principio, nella forma di qualche aminoacido manipolato, tutto il resto è una conquista della capacità endogena di reazione dell’organismo che si fa pensiero, memoria, conoscenza. 

Se riconsideriamo ancora per un momento al proverbio “l’uomo è ciò che si mangia” possiamo vederne una variante paranoide in molte comunità della regione di Orissa, che si affaccia sul golfo del Bengala, in India. 
In queste comunità sono determinanti , per affermare le differenze di classe o, meglio, di casta i cerimoniali legati alle tradizioni alimentari, soprattutto per quanto riguarda due temi topici dell’onnivoro, quello dell’infezione (o, contaminazione) e quello della purezza.  
In breve, ci si preoccupa di ciò che si mangia, di come lo si cucina e di chi lo cucina. 
Marito e moglie, per esempio, non mangiano mai insieme, soprattutto quando la donna è mestruata, vale a dire, infetta. 
Nella regione di Orissa – per salvare le differenze di casta – non solo “voi siete quello che mangiate”, ma voi avete l’obbligo morale di “mangiare quello che siete”. 
In un certo senso, le persone con le quali mangiate sono un alter ego della vostra identità morale e sociale, con la conseguenza che le mancanze morali più gravi sono quelle legate agli interdetti alimentari e ai tabù che riguardano il cibo. 

Torniamo a Feuerbach,. Nel 1862 amplierà questo tema dell’alimentazione con uno scritto intitolato, Il mistero del sacrificio o, l’uomo è ciò che mangia
La sua tesi possiamo riassumerla così. 
Esiste un’unità imprescindibile tra psiche e corpo tale per cui il pensiero e l’azione dell’uomo miglioreranno quando sarà riuscito a migliorare la sua alimentazione. 

Se mettiamo l’espressione di “condizionare” al posto di “migliorare” si scopre la strategia alimentare degli eserciti moderni: razioni K più antidepressivi
Lo rivela il settimanale Time di questa settimana. Lo scopre per stupirsi della scoperta, antica quanto il mondo, perché la razione K è l’altra faccia del saccheggio dal punto di vista del suo fine.  Quale? Il parossismo. Alla lettera, un’esacerbazione (paroxynò) del processo di reificazione attraverso il dosaggio dell’eccitazione.  

A Feuerbach non interessava il tema della nutrizione preso di per sé, ma la presunzione dell’idealismo di dividere l’unità del vivente tra corpo e spirito con l’ingannevole obiettivo di salvare quest’ultimo. 
I marinai di Kronstadt, affamati da Mosca, avrebbero detto che questa è una questione di potrebnosti, di bisogni. 
L’economia borghese, infatti, trasforma i bisogni umani in prodotti e tende ad eliminare i bisogni degli animali se non sono sorgenti di profitto. 
L’importante è che questi bisogni sensibili non si rivelino bisogni dell’uomo in quanto uomo. 
Osserva Marx, se ciò avviene si spezza quel sistema di legami che lega i bisogni alla produzione o, quel che è peggio, che sviluppa la produzione di bisogni. 

Per Feuerbach, dunque, la qualità dell’alimentazione era una scorciatoia per ripensare il ruolo della politica. 
Una tesi che appare ingenua fino a quando non si pone l’attenzione sul fatto che l’efficacia della politica, come strumento, era condizionata dalle forme del politico che l’idealismo pretendeva avessero una natura astratta, dice Marx, di sfera separata della società civile, di sovrastruttura. 
Il Manifesto aveva affermato, tutta la lotta di classe è una lotta politica. Ma aveva lasciato alla piazza l’intelligenza di rispondere alla domanda che cosa significa fare politica e come si fa. 
Quando arrivarono i suoi professionisti tutto finì, i dualismi e l’astrazione ripresero il sopravvento. Il mandante della strage di marinai e di operai dei cantieri navali di Kronstadt dichiarò, “la politica si fa contro gli economisti e i marxisti della “Seconda Internazionale”. 

Ma che c’entrano i cani
Se l’intendiamo come un acronimo di composti alimentari non identificabili, essi sono allo stesso tempo l’estremo inganno della naturalezza irriconoscibile della forma di merce e la saldatura dell’alienazione alla sostanza di cui sono fatti gli uomini. 
La marca dei cani è lo spirito divenuto sensibile. La forma di merce che si fa carne del vivente. 
Più prosaicamente, questo acronimo significa che circa l’ottanta per cento di ciò che mangiamo non è quello che crediamo di mangiare. 

Il punto di partenza è questo. Le condotte alimentari dipendono sempre di meno dalle norme culturali.
Esse tendono a scollarsi dalle abitudini locali e regionali come dai ricordi dell’infanzia. 
Mettono sempre più spesso gli individui di fronte ad un’immensa scelta di materie prime e di prodotti pronti ad essere consumati che basta far riscaldare. 
Insomma, un immenso catalogo di cani domina la scena alimentare.
Queste condotte alimentari diventano sempre più spesso i teatri di tragedie planetarie. 
Dalla mucca pazza ai polli alla diossina, alle anatre portatrici d’infezioni polmonarie, ai coloranti tossici ai conservanti cancerogeni. 
In altri termini, colui che mangia è sospinto in un tunnel dove non c’è che un pret-à-manger alimentare di cui non conosce l’origine, né la storia, né la composizione reale. 

L’onnivoro per respingere l’ansia e la paura, che gli sono congeniali, si lascia ingannare confidando nella fortuna e nel caso, nessuno legge le etichette, chi le legge e le capisce trema. 
In questo modo si finisce per nutrirsi di alimenti senza storia e senza identità. 

Cosa comporta tutto questo? 
Che l’unità imprescindibile di psiche e corpo di cui parlava Feuerbach è divenuta una mera rappresentazione all’ombra dei poteri economici. 
Una finzione culturale che scuote il tratto simbolico degli atti alimentari, facendoli diventare ciò che essi non sono mai stati, strumenti per affermare invece dell’identità, la differenza. 
In questo modo s’invera il mondo alla rovescia tanto caro allo spettacolo. 
I giovani consumatori, in particolare, sono banalizzati da queste nuove frontiere canine del gusto. 
Sono indotti a consumare prodotti il cui sapore gioca su soglie standard sempre più ristrette. 
Sono privati di ogni sottigliezza gustativa, di fatto, finiscono per restare orfani di aree di cultura materiale sempre più vaste, dunque, di ciò che lega il sapore al sapere

Il cibo, come le forme della politica, è indistinguibile di per sé e non si identifica che per le sue etichette, per il suo nome e per il suo prezzo. 
Un attento studioso della cultura dei sensi, Michel Serres, in un libro famoso, Les cinq sens (1985) scrive che l’America si è votata al cibo molle, saturo di grassi e di zuccheri, facile da inghiottire, che costituisce un vero attentato contro le giovani generazioni, sia sotto l’aspetto nutrizionale che culturale. 
Per ragioni mercantili e di produzione il gusto è stato trasferito dal cibo alle salse che lo condiscono e questo trasferimento agisce su due registri rozzi, il forte e il piccante, e sulle bevande di sapore zuccherato
Feuerbach avrebbe detto. Le ragioni della domesticazione sociale hanno indotto a mascherare con la salsa della politica l’asprezza della lotta di classe ed ora, questo mascheramento agisce su due registri rozzi, quello della sicurezza e quello della legittimità di tutto ciò che in qualche modo può ferire gli interessi di classe, affidando al sapore zuccherato dei media il compito di rendere tutto questo appetibile. 
 
Va notato un altro problema. 
I prodotti industriali, per assolvere alla loro missione di diffusione di massa, esigono una continua ed attenta re-definizione sensoriale, in termini di sapore, odore, aroma, testura, colore e presentazione
Provate a tradurre questa esigenza, sulla falsariga di Feuerbach, nello scenario di una politica in cui gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell’educazione e coglierete le ragioni di certi sdoganamenti a destra e di certe liquidazioni a sinistra. 
Joseph Gabel, parlando della permeabilità del Dasein ( cioè, del sentimento dell’esserci) nel tempo dello spettacolo, arriva a definire il mangiare in comune come una funzione interumana d’importanza antropologica primordiale. 
Funzione nella quale i deliri paranoici delle ideologie politiche introducono il tema dell’avvelenamento e dunque della separazione. 
In sostanza, quando manca la commensalità come una coordinata dell’esistere in comune si ha l’impressione che il mondo sia divenuto tossico. 
Con quali conseguenze? 
Provo a riassumere il pensiero di Gabel. Egli dice, là dove non esiste più una coscienza dell’esistenza dialettica convergono tra fatti. 
Il sentimento di essere un estraneo in un mondo che ci appare estraneo. 
L’impressione di essere indifeso in seguito alla scomparsa di una coscienza assiologia comune.  Cioè, indifeso davanti alla scomparsa di valori condivisi. 
L’incapacità a rapportarsi con le circostanze e gl’individui, che ci appaiono ostili. 

Torniamo in tema ricordando a commento di Gabel l’importanza delle “zuppe fraterne” e dei “banchetti politici” che la sinistra organizzava nella stagione in cui si poteva fare, con le tavole, un quarantotto. 
(Questo spiega anche il primitivo titolo, di trovare sotto i pavés le tavole di una nuova commensalità.)
A questo punto dovrebbe essere evidente l’analogia tra i composti alimentari non identificabili che stanno sulla nostra tavola e i composti politici non identificabili che occupano le assemblee nazionali.  
Torniamo allora ai prodotti alimentari, questa loro re-definizione finisce per produrre inevitabilmente un gusto di sintesi che appare più verosimile di quello vero
Un fenomeno, in molti campi irreversibile, per esempio, per quanto riguarda i sapori fruttati. 
Il gusto di essi, per usare un neologismo, si è artificicializzato grazie agli aromi di sintesi che lo esaltano oltre ogni aspettativa naturale. 
Il mercato ne offre più di quattromila, ma i più venduti sono quelli che non esistono in natura. 
Poco importa, visto che la natura si è urbanizzata e ci sono certi vini che sono apprezzati anche perché odorano di asfalto. 
Il piacere gustativo, in sostanza, si rivela attraverso delle emozioni che sono sempre più indotte in modo artificiale, emozioni istantanee, semplificate, esagerate, violente ed effimere
Tutto il contrario dell’esperienza che si aveva un tempo con i cibi naturali. 
In altri termini assistiamo ad una continua rincorsa ad aumentare la soglia gustativa del cibo pret-à-porter, a tal punto che recenti indagini su un gruppo campione di bambini americani ha portato alla luce il fatto che essi non sono più in grado di apprezzare dal punto di vista sensoriale alcuni frutti comuni come la mela o la fragola. 
Insomma, oggi, non siamo ancora in grado di valutare sul lungo periodo l’effetto dei cani
Quanto ai prodotti naturali rimasti c’è una tendenza, soprattutto nei prodotti frutticoli, non solo a ridurne le specie per limitarle alle più convenienti sul piano economico, ma ad incrementare la produzione di quelle più estetiche sul piano della forma o, meglio, che siano suscettibili, come dicono i designer, di re-styling
Da dove nasce questa decisione? 
Dal convincimento che i processi di estetizzazione degli atti alimentari e del food and beverage in particolare, creerà un’equazione tra bello e buono, favorita anche dalla riduzione delle specie.
(È la stessa politica delle cosiddette democrazie moderne, tra le quali, in questo momento siamo all’avanguardia.) 
Conclude amaramente Michel Serres nel libro che abbiamo citato e resistendo a cercare nelle sue parole doppi sensi: “L’albicocca molto presto non avrà altro gusto se non quello della parola che entra in bocca per pronunciare il suo nome”.  

Questo tema può essere considerato anche sotto altri punti di vista. 
La progressiva fusione delle etnie e d’intere popolazioni, un tempo separate da barriere geografiche, linguistiche e culturali, così come le nuove migrazioni, tendono a segnare in modo irreversibile la modernità. 
In generale possiamo dire che ovunque le culture locali rischiano di soccombere nella loro identità, sia davanti ai macro processi economici in corso, sia in virtù del potere di sincronia di massa dei sistemi mediali. 
Il danno, da un punto di vista antropologico, è enorme perché la diversità è fondamentale per consentire l’evoluzione della specie e l’evoluzione culturale
Siamo, in pratica, di fronte ad sorta di entropia culturale che mescolando le culture ne riduce l’originalità ed elimina i particolarismi. 
In questo modo culture in origine diverse sono costrette a condividere consumi, prodotti culturali di massa, abitudini alimentari e linguaggi. 
I beni di consumo, soprattutto quelli legati ai fenomeni di moda nascente, non hanno più un luogo, sono concepiti in un paese, costruiti in altro, assemblati in un terzo. 
I gamberetti pescati nel mare del Nord sono lavorati a Casablanca. 
Le patate tedesche sono tagliate in Grecia e fritte in Provenza. 
In questo modo la convenienza mercantile fittizia, giocata sulla dislocazione, appare come una fusione delle culture che maschera la confusione.  
L’artificiale omogeneizzazione che ne deriva non è uguale per tutti, ma frattura la società in gruppi di consumatori, impotenti dal punto di vista dell’esperienza sensoriale e decisionale, con il paradosso che si formano maggiori differenze tra le subculture all’interno della stessa area metropolitana di quanto non emergono tra i consumatori di aree poste a grandi distanze. 
In questo modo, nei paesi che subiscono una forte pressione dal colonialismo culturale delle merci prodotte dai paesi egemoni, la popolazione non è più omogenea nella diversità, ma è nella forma di un melting pot, di un crogiolo, alimentato dai sistemi mediali
Elementi culturali che un tempo appartenevano alle élite sono spalmati sulle periferie sociali, dove vengono re-interpretati, trasformati e ritrasmessi verso queste élite da dove, poi, sono nuovamente ridispersi. 
Oppure, elementi culturali delle periferie sociali sono alienati in favore delle élite dalle quali vengono ritrasmessi verso le periferie sociali. 
Il risultato di questo processo è la confusione sociale, ma si definisce métissage

Questi elementi di cultura globalizzata sono molto popolari nell’ambito alimentare, dove i cibi propri di alcune culture si sono installati nella dieta quotidiana di altre culture mescolandosi in esse. 
Oggi, si può mangiare una pizza decente in molte capitali del sud America, un ottimo couscous a Mosca, della buona paella a New York. 
Cosa vuol dire? 
Che in ambito alimentare la distinzione tra i modi di cucinare e le preferenze alimentari è diventata sempre più confusa. 
I sociologi parlano di “gastro-anomia”. Cioè, di solitudine di colui-che-mangia. Una solitudine che ha il sapore dell’alienazione sociale. 
Quella di un soggetto che invece di essere guidato dal desiderio è vittima di un bisogno impulsivo-imitativo per cibi senza identità. 
Tutto questo, naturalmente, va a vantaggio delle nutrici-globali che, con sempre maggiore arroganza gestiscono il nostro futuro alimentare.
Attualmente esistono almeno sei alimenti e due bevande globalizzati sono: 
– i noodles (e gli spaghetti) 
– gli hamburger 
– il sushi 
– il chili con carne
– la pizza 
– il cuscus
A questo elenco, di recente, si è aggiunta la paella.
Le due bevande sono:
– la “coca-cola” e le sue varianti
– il caffè. 
(Il tè, di fatto, costituisce un caso a parte.)

Ecco quello che voleva dire FeuerbachChe il mistero della teologia si stava sostanziando in un incubo. 
La forma di capitale è ora l’universale che si nasconde dietro i fenomeni. È la rappresentazione di una rappresentazione. 
Grazie ai cani la macchina e il corpo smettono di essere due paradigmi in conflitto. Ancora un piccolo sforzo ed avranno anche la stessa fisiologia, saranno uno stesso apparato
Platone vedeva nell’organico l’anima del mondo. 
La politica vede nell’anima la sostanza salvifica, quel effetto di parola per cui adesso le cose hanno il gusto del nome. Esistono solo nell’immaterialità. 
I cani sono l’assoluto che si fa astrazione metafisica. 
Se, infatti, l’uomo è oggi ciò che si mangia, allora è liquidato dalla testa al ventre. 
La natura è oramai altrove, oltre i simulacri, i giardini zoologici e i presidi delle lumache radical chic che abitano le Langhe. 
L’uomo, che adesso inghiotte controvoglia ciò che si è, sopravvive globalizzato, ma caca locale dentro un deserto che avanza. 
Il passaggio dalla natura alla cultura si è consumato, affermò Claude Lévi-Strauss, accendendo un fuoco e separando i giacigli. 
Il passaggio a ritroso che fa dell’antropologia un risvolto della teologia si realizza facendo di questa cultura della vita un’astrazione politica svenduta come un ideale di democrazia. 
Resta in sospeso il perché dell’insistenza materialista di Feuerbach a non concedere vie di scampo all’idealismo. 
È un perché profetico. 
I disastri dell’idealismo, e delle forze economiche che in esso si riconoscono, sono certamente messi in luce dalle forme del politico e con una significativa abbondanza di particolari, ma anche con il compiacimento che essi sono implacabili e che pesano definitivamente sulla nostra sopravvivenza. 
Gli uomini, come prodotti dalle circostanze, non possono però fidarsi di una idea del mondo che si sbraccia ad annunciare trionfalmente la cattiva novella
La politica, da tempo, come espressione dei segreti della teologia, ha condiviso tutto questo fino al punto di rendere odiosa ogni disputa sul governo degli uomini e, per questo, è stata ripudiata. 
Per l’idealismo – anche nelle sue versioni più attualizzate, come quelle che circolano intorno ai temi della biopolitica – il catastrofismo non è che un alibi e una inclassificabile propaganda in favore di una sopravvivenza che la politica vuole sempre di più in una forma amministrativa, cioè, autoritaria. 
In questo modo, l’immensità dei problemi e l’urgenza che li circondano fanno apparire le soluzioni politiche come possibili solo a partire dall’alleggerimento dello scontro di classe visto che ciò che li ha prodotti è essenzialmente qualcosa di teologicamente naturale.