Food-Design

Dodicesima Esercitazione 2007-08

9 giugno 2008 Share

FOOD-DESIGN
(Dodicesima esercitazione, martedì 10 giugno 2008.)
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Che cosa resta di un déjeuner sur l’herbe?
Ricordi, delusioni, speranze, passioni, desideri, giuramenti, rimorsi, desolazioni, progetti, disgusti, oblii…

Dalle feste campestri rinascimentali, popolate da ninfe e di allegorie, ai pastorelli dell’Arcadia che si perdono negli occhi delle Elise del Metastasio, dai settecenteschi pranzi al canestro, con le prime bottiglie di champagne e le ultime cortigiane di un’epoca morente, ai pic-nic inglesi in India, formali e depravati, dai déjeuner sur l’herbe, che celebrano una impossibile riconciliazione della borghesia e dei suoi fumi industriali con la natura divenuta angolo di villeggiatura, alle cocotte degli anni Trenta, pronte a tutto per una siringa di morfina, una bottiglia di Calvados, una gita a Deauville o, meglio, una promessa di matrimonio, ricordi, delusioni, speranze, passioni, desideri, giuramenti, rimorsi, desolazioni, progetti, disgusti, oblii, popolano i parchi immaginari dove la chora platonica – un’isola nella hyle – si misura con l’oscurità del topos e la freddezza del kenon.


Qui, le antiche espressioni greche mostrano la fragilità dei luoghi, ma anche l’incommensurabilità dei sogni.
Chora e topos possono essere tradotti con spazio. Kenon con vuoto. La hyle è la foresta. Ma la chora è anche il luogo dove le idee s’intrecciano con la cosa sensibile. Il topos è anche l’oggetto della topologia. La hyle, per metonimia, indica il legname del bosco, cioè, dell’alsos. Ma l’alsos è anche un frutteto, il grazioso meleto, dove Saffo invita Afrodite a raggiungerla. Il luogo dell’esilio del vecchio e stanco Edipo, brulicante di allori, olivi e viti, nella tragedia di Eschilo. Fuori dalla metonimia, poi, la hyle è la ferinità che si volge al sacro.



Che cosa succede allo zòon politikòn – all’animale domesticato, che vive nella pòlis, vota ogni quattro anni e santifica al week-end due giorni su sette – quando va a fare una colazione sui prati?
In chiave poetica il bosco, e le sue radure heideggeriane, costituiscono, nella visione dei greci, uno spazio simbolico. Con i suoi déjeuner sur l’herbe l’uomo moderno lo ha trasformato in uno spazio letterario. Una nozione che dobbiamo a Maurice Blanchot (1907-2003), ma che qui intendiamo come lo spazio che né l’esperienza sensibile, né la geometria può circoscrivere, il luogo dove s’inscrivono le impressioni e i sogni, che solo la memoria sa ricostruire.
I momenti festivi iniziano dominati dall’ordine e dall’attesa. Quando finiscono su di essi incombe il caos e la malinconia. La festa, infatti, rompe con la trama quotidiana del lavoro e delle obbligazioni, commemora ciò che se ne va ma, ripetendolo, la festa simula un’illusione di eternità.


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Compito dell’esercitazione è di rappresentare, dopo averlo specificato, usando suppellettili, posateria, avanzi di cibo e di confezioni alimentari, bottiglie e/o lattine di bibite, fiori, nastri cappelli, decorazioni o qualunque altro oggetto, una delle sensazioni che abbiamo posto come il resto a un déjeuner sur l’herbe.
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L’esercitazione è individuale. Per facilitarne la valutazione, l’immagine o le immagini devono essere realizzate con una camera digitale e stampate. Tre punti al primo classificato, due punti al secondo. Un punto al terzo.
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(Resto: ciò che sussiste di un tutto quando alcune sue parti sono sottratte. In matematica il resto può essere la conseguenza di una sottrazione, come di una somma.)
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