Food-Design

Tredicesima Esercitazione 2007-08

17 giugno 2008 Share

FOOD-DESIGN
(Tredicesima esercitazione, martedì 17 giugno 2008.)
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Prima ipotesi:
Il cibo di mia madre parla di me. “Foodportrait”.

Che cos’è (o, rappresenta) d’altro il cibo?
Il bisogno, in Sigmund Freud, è l’esigenza di un organo il cui soddisfacimento si compie realmente mediante un oggetto concreto. Il desiderio, di contro, è un’espressione della pulsione sessuale, o meglio, si identifica con la pulsione sessuale in atto. La differenza con il bisogno è che il desiderio nasce da una zona erogena del mio corpo e, a differenza di altre pulsioni, si appaga parzialmente tramite un fantasma il cui oggetto è il corpo eccitato di un altro desiderante. (In questo senso, l’attaccamento all’altro equivale all’attaccamento a un oggetto fantasmato e polarizzato su una zona erogena situata nel corpo dell’altro – bocca, seno, vagina, pene, sguardo, zona olfattifera, eccetera.) L’amore, invece, come attaccamento all’altro è senza il supporto di una zone erogena definita.
In questo quadro il destino delle pulsioni sessuali è sempre lo stesso. Sono condannate ad incontrare lungo il loro cammino le pulsioni dell’Io. Cioè, la rimozione, la sublimazione e il fantasma. Queste pulsioni sono caratterizzate da una torsione che Freud definisce narcisismo. Uno stato peculiare in cui l’Io assume il ruolo di oggetto sessuale e si fa amare per questo. Il narcisismo, infatti, non è, come molti credono, “un amare se stessi”, ma “un amare se stessi come oggetto sessuale”, ecco perché il pollice che il bambino succhia è il fantasma in cui egli si identifica dal punto di vista del suo narcisismo.
Obiettivo della prova: come è possibile interpretare tutto questo in un’immagine che in qualche modo ci rifletta attraverso il cibo materno?
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Seconda ipotesi:
Bianco su bianco, ovvero, niente è riconoscibile ad eccezione della sensibilità.

Quadrato bianco su fondo bianco è il titolo di un’opera che Kazimir Malevich (1878-1935) espose nel 1918 al “Decimo Salone di Stato” di Mosca. 1918, un anno importante. Max Plance vince il Nobel per la fisica. A Weimar viene proclamata la Repubblica. La famiglia dello zar Nicola II è giustiziata ad Ekaterinburg. Gli scioperi operai incendiano le piazze d’Europa. L’Italia è alla vigilia di un’insurrezione di popolo che gli storici definiranno “biennio rosso”. I bolscevici accettano il suprematismo come un’espressione artistica rivoluzionaria. Malevich viene nominato Commissario del popolo per le Arti Visive.
Nella visione apocalittica di Ivan Karamazov “Se Dio è morto tutto è permesso.” Per il cinismo della ragione se la figurazione è morta nulla più è permesso.
La caduta dell’idea ingenua di rappresentazione si porta dietro il crollo di un universo formale costruito attorno alle attività legislatrici dell’apparenza. L’orizzonte sembra nichilistico, ma la storia non offre nessuna impunità al sentire.
Nietzsche aveva detto, “crearsi la libertà per una nuova creazione”, un quadrato bianco su fondo bianco lo prende alla lettera. Oreste ha lasciato il posto ad Amleto. L’astrazione assoluta cancella ogni ombra e toglie ogni illusione. La sensibilità o si concretizza o non è. La coscienza non ha più alibi, il naturalismo è affondato, una zattera ha allontanato dalla riva gli impressionisti. Le mele di Cezanne marciscono sulla fruttiera. Il futurismo e cubismo si degradano a pubblicità per le nuove merci del secolo: la velocità per il primo, la multiversità per il secondo. L’oggettivo torna ad essere un punto di vista. L’arte – religione di Stato – è chiamata ad una nuova sensibilità e questa, dopo secoli, appare il luogo di una nuova zoe. Poi le “cose” tornano ad infittirsi. Per trovare un altro quadrato bianco su fondo bianco bisognerà aspettare il 1968. L’invocazione di un anonimo barricadiero che sulle scale della Sorbonne scrisse l’ultima maledizione per la forma di merce: “Sparisci oggetto!
Obiettivo della prova: Apparecchiare una tavola bianca per un tè con un Coniglio Bianco (°) che è sempre in ritardo.
(°) – Tutti dovrebbero avere almeno una volta un appuntamento con un Coniglio Bianco. In ogni caso c’è sempre quello di Alice nel paese delle meraviglie.
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Terza ipotesi:
Acronimi ed Anagrammi. Ciò che il nome nasconde la cucina rivela.

In Jadis et naguère (1884) Paul Verlaine (1844-1896) scrive: “Prends l’èloquence et tords-lui son cou!” È un modo per cogliere l’essenza delle cose, penetrare oltre il muro lessicologico della parola.
Se per la scienza degli anagrammi un bibliotecario è un beato coi libri, che cosa sono un cuoco, un gourmet, un buongustaio? Se cani è l’acronimo di composti alimentari non identificabili, che cosa sono una mela, una carota, un gelato?
Come si possono cucinare gli acronimi e gli anagrammi?
C’è un’onomasiologia tra i fornelli? Una semasiologia nelle dispense?
Con gli anagrammi giocavano i greci e i romani, i cabalisti si esercitavano nella ricerca dell’innominabile. Si racconta che Luigi XIII aveva un suo anagrammista personale, un certo Thomas Billon. Con l’anagramma le ostriche rivelano le loro storiche virtù, Roma si rivela Amor.
Quanto ai moderni acronimi alcuni sono compositivi, come l’amaro che digestimola o sono macedonie o, meglio composti aplologici. (Portmanteau word in inglese, mot-valise in francese.) E con questo siamo tornati ai dialoghi tra Alice e Humpty Dumpty.
Obiettivo della prova: Rappresentare con un’immagine culinaria un acronimo o un anagramma.
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L’esercitazione è individuale. Ogni studente può scegliere una sola delle tre prove, realizzandola nel modo che ritiene più opportuno.
Ogni prova vale tre punti per il migliore classificato.

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