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Esercitazione 4 – 2008-09 (4 – parte I)

30 novembre 2008 Share

IED – Sociologia – Anno accademico 2008-2009. 

Tema della quarta esercitazione.
I “NONLUOGHI” NELLA DEFINIZIONE DI MARC AUGÉ (parte prima) 
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Traccia per l’esercitazione.
Questo neologismo di non-luoghi definisce due concetti complementari quali sono il luogo – costruito con una destinazione d’uso specifica – e il rapporto che viene ad instaurarsi con chi ci transita, con i suoi utenti, con coloro che attraversano questo spazio.  L’espressione di non-luoghi, in questo senso, vuole contrapporsi ai luoghi antropologici classici, come sono i luoghi vissuti dagli uomini, le agorà, le piazze di paese, i mercati contadini.
I non-luoghi, nella realtà metropolitana, rappresentano un’espressione importante delle strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone, dei beni e delle merci (come sono gli aeroporti, i raccordi e gli svincoli stradali, le autostrade).
In questo senso, fanno parte dei non-luoghi anche i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, i campi profughi, le grandi fiere campionarie, i megastore, eccetera.
In sostanza sono gli spazi in cui le singole persone, con i loro problemi e la loro solitudine, s’incrociano senza mai entrare in relazione, il più delle volte sospinti dal desiderio di muoversi, mostrarsi, consumare, accelerare le operazioni della vita quotidiana.
Afferma Marc Augé, questi non-luoghi sono una importante espressione della surmodernità.
Vale a dire essi non sono in grado d’integrare e d’integrarsi con i luoghi storici della città, anzi spesso entrano in conflitto con essi banalizzandoli, in pratica, devalorizzandoli alla stregua di curiosità per studiosi, come sono i musei o i palazzi antichi, le chiese.  Luoghi che non sanno rispondere alla logica dello spettacolo che domina la modernità.  Perché?  Perché la surmodernità è l’effetto combinato: Di un’accelerazione del tempo e degli avvenimenti che spesso finiscono per sovrapporsi o contraddirsi.  Di una banalizzazione dello spazio spesso connesso con il suo rimpicciolimento (psicologico) derivato dalla velocità con il quale lo si percorre.  Di un irrigidimento dell’individualità degli utenti dei non-luoghi in un ruolo preformato.
In questo modo, la surmodernità è, allo stesso tempo, un eccesso di senso paradossalmente reso evidente da un caos diffuso.
Conclude Augé, per questo i non-luoghi sono lo spazio deputato della surmodernità.
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L’obiettivo di questa esercitazione è di rappresentare un dettaglio di un non-luogo che ne sveli la sua natura di artificio culturale e funzionale nell’ambito della modernità. 

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Ogni gruppo può elaborare l’immagine di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
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L’elaborato dovrà essere presentato stampato su carta e in dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non sono accettati altri supporti.

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Non Luoghi

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Papin (Denis) – Patata

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Papin (Denis), francese (1647-1712), fisico, medico, matematico e geniale in­ventore, dovette abbandonare la Francia dopo la revoca dell’e­ditto di Nantes.  Tra molte altre inven­zioni, inventò la famosa marmitta che porta il suo nome, da lui battezzata digestore, e che rappresenta l’antesignana delle moderne autoclavi.  Per mezzo d’un pistone tra­sformò il movimento rettilineo in uno rotatorio e costruì il primo battello a vapo­re, che doveva navigare sul fiume Fulda. Tuttavia i battellieri di Munden, preoccupati del loro pane quotidiano, distrussero il battello e Papin morì di crepacuore, esule a Londra. 

Paprica, parola ungherese, plasmata sul piperlatino o sul nostro pepe, usata oramai in tutti i paesi per deno­tare il pepe rosso.  Costituisce la base della cucina ungherese.  È un pepe per modo di dire, perché è il semplice ri­sultato di peperoni rossi, secchi e pol­verizzati.  Acquistandola, sinceratevi della qualità: ce ne sono in commercio molte mediocri o scadenti. Dovrebbe essere molto pro­fumata ed avere un colore rosa-rosso intenso.  Abbiate cura di tenerla ermeticamente chiusa e lontana dall’umidità. Noi diciamo la paprica, i francesi lepaprika, gli ingle­si, invece, chiamano la paprica anche Krona pepper.

Parc-aux-cerfs, una piccola proprietà che da il nome ad un quartiere di Versailles, ove Lebel, cameriere di Luigi XV, faceva al­loggiare le amanti di passaggio del suo augusto sovrano. Il nome del Parc-aux-cerfsmerita d’essere menzionato in un sito di gastronomia, perché Madame de Pompadour prima e Ma­dame Du Barry poi seppero far rivive­re le sonnecchianti vitalità del loro amante con la cucina di vivande supposte afrodisiache di loro invenzione.  Superflue, se guardiamo le grazie callipige di una ospite, Marie-Louise O’Morphy, dipinta da François Boucher.  

Parmentier (Antonio Augustino), fi­lantropo ed agronomo francese, nato a Montdidier nel 1727, morto a Parigi nel 1813.  Iniziò la sua carriera come farmacista.  La carestia del 1769 lo indusse a studiare la possibilità di met­tere a disposizione del popolo nuovi elementi nutritivi e la sua attenzione si concentrò sulle patate, in uso da molti anni in Germania.  Ottenne la prote­zione di Luigi XVI, al quale aveva pre­sentato una memoria, dimostrante le qualità nutritive del miracoloso tube­ro.  Il re gli concesse l’uso d’una vasta estensione di terreno nella pianura di Sablons per la nuova coltivazione, che ebbe pieno successo.  A Parmentier spet­ta altresì il merito d’aver perfezionato l’uso dello sciroppo di vino, e i metodi praticati nella macinazione e nella panificazione.  Fu nominato ispettore ge­nerale della Sanità nel 1803.  La cucina francese immortalò il suo nome, chia­mando à la Parmentier varie ricette gastronomiche, sempre a base di pa­tate. (Cfr., sull’argomento, Katharina di Nieuwerve, Piccolo viaggio cucinario nell’immaginario materiale.)

Pastella per frittura (fr. pâte à frire): varia, secondo la natura degli ele­menti, che la pastella stessa è chiamata ad avviluppare.  Per frittelle o beignets di carne o pesce. Disporre in una terrina centoventicinque grammi di farina setaccia­ta, una presa di sale, due cucchiai d’o­lio d’oliva, oppure due noci di burro fuso, ed un quinto di litro d’acqua appena tiepida. Mi­schiare con un cucchiaio di legno, senza lavorare la pastella, se questa deve es­sere usata subito, per evitare che, trop­po elastica, impedisca agli oggetti di attaccarvisi.  Se invece è preparata in anticipo, può essere lavorata, giacché il riposo le fa perdere l’elasticità.  Ag­giungere, al momento di servirsene, due albumi montati a neve ferma.  Per beignets di legumi (sedano, tuberine, scorzonere e simili). Stemperate in una terrina centoventicinque grammi di farina setacciata, una presa di sale, due noci di bur­ro fuso, un uovo e la quantità d’ac­qua necessaria per preparare una pa­sta abbastanza molliccia, che deve es­sere usata solamente dopo un’ora.  Per beignets di frutta e fiori non velati al forno.  Centoventicinque grammi di farina setac­ciata, due grammi di sale, una noce di burro fuso, un decilitro scarso di birra, uno di acqua tiepida, una cuc­chiaiata da tè di cognac, un albume montata a neve ferma. Riunite in una terrina: farina, sale, burro, stempera­te con la birra e l’acqua, aggiungendo poi il cognac, senza lavorare la pasta.  All’ultimo momento aggiungete l’albume.  Per beignets di frutta da velarsi (giacer) al forno.  Centoventicinquegrammi di farina, una noce di burro fuso, una presina di sale, una presa di zuc­chero, mezzo uovo (intero), un litro scarso di birra ed un po’ d’acqua tie­pida. Stemperate la farina, secondo le indicazioni della ricetta precedente, senza troppo lavorarla, e qualche tem­po in anticipo, mantenendola in un po­sto tiepido perché possa fermen­tare. Al momento di servirvene, rom­pete la consistenza.  A differenza della precedente ricetta, i beignets, dopo essere stati fritti sco­lati ed asciugati, vanno messi in un forno caldissimo, cosparsi di zucchero e velati (glacés).

Pasteur (Luigi), chimico francese, nato 1822, morto 1895.  Non possiamo, in questo sito tracciare la biografia di questo grandissimo scienziato. Ma verremmo meno alla doverosa riconoscenza verso il creatore delle nuove teorie nella terapia, nell’industria, nell’agricoltura e nell’alimentazione, se non menzionassimo, il suo nome prima di parlare della pastorizzazione che di­rettamente ci riguarda.
Pastorizzare è un’azione di ste­rilizzazione per mezzo del calore di ta­luni liquidi fermentati, come il vino ed il latte principalmente, sopprimen­do la vitalità di taluni germi o micro­organismi.  A seconda dei liquidi, il li­quido è portato ad una temperatura che varia dai cinquantacinque ai settanta gradi, il latte, ad esempio, viene portato a settanta gradi e poi repentinamente raffreddato, il tutto con apparecchiature di varia costru­zione.  La pastorizzazione distrugge i microrganismi, ma non le loro spore, la cui eliminazione richiede un altro meto­do di sterilizzazione introdotto dal fisico irlandese John Tyndall, un metodo che è oggi universalmente adottato, pur compreso nel termine generico di pastorizzazione.

Pasticcio, come termine cucinario ita­liano, indica una pietanza preparata o cotta al forno in una crosta di pasta, che formi un involucro e ne trattenga i principi nutritivi ed aromatici.  In pa­ri tempo si chiamano pasticciate le vi­vande a cui si sono aggiunti altri in­gredienti, come carne sminuzzata, o fe­gatini di pollo, funghi, tartufi, e simi­li.  La voce pasticcini si riferisce a dol­ci. Per evitare false interpretazioni, taluni cuochi ricorrono alla voce d’ori­gine francese timballo per significare la preparazione in un involucro di pa­sta, sostituibile questa anche con una parola italiana, sformato.
(il timbal francese deriva dall’arabo at-tabl, una specie di tamburo.  A sua volta la voce araba deriva dal persiano.) 

Pasticcio, pasticciato. Nella cucina italiana i termini hanno vari signifi­cati, che, tuttavia, si possono ridurre ad un denominatore comune: l’aggiun­ta di molteplici elementi alla vivanda principale.  Così la polenta pasticciata milanese contiene intingoli, burro, carni, salumi, funghi, formaggio, con o senza tartufo.  È cotta al forno, a fuoco moderato, sino a formare crosta.  In quella bolognese domina il ragù di carne.  Si chiamano poi pasticci le pre­parazioni, nelle quali l’elemento prin­cipale — fegato, maccheroni, maiale, gnocchi, pollo, piccioni — sempre pa­sticciato, è coperto da uno strato di pa­sta, briséeo frolla, il tutto passato al forno.  Se il coperchio è costituito da pangrattato la preparazione dovrebbe chiamarsi gratin, (la denominazione pasticciata, usata spesso in questo ca­so, conduce in errare), mentre se lo involucro è completo, cioè costituito da una pasta corrispondente al fondo, alle pareti ed al coperchio, il nome di prammatica sarebbe timballo.  Il no­stro pasticcio (a solo coperchio di pa­sta) corrisponde al pie inglese, di cui si fa larghissimo uso nel mondo anglosassone, tanto per la carne, quanto co­me dolce.  Troverete un esempio di pre­parazione nella voco piccioni, pigeon pie. Si preparano in modo analogo: il Chicken pie(pollo) caldo, o freddo in gelatina, lo steak and kidney (manzo e rognone) pie, il pork pie (maiale), il fish pie (pesce), il game pie (selvaggi­na), il lamb pie (agnello) ed il veal pie (vitello), per non citare che i principa­li.  Poi viene la serie lunghissima dei piesa base di frutta; apricot(albicocche), plum(prugne), cherry (ciliege), peach(pesche), blackberry(more) ecc, spesso in combinazione tra di lo­ro.  I piesdolci sono particolarmente apprezzati in America.

Pastinaca (Pastinaca sativa, fr. panais, ingl. persi, ted. Pastinake, fiamm. Pastanaka, ol. pinktser nanel, dan. Pastinak, spagn. Chirivia, port. pastinaga), pianta erbacea del genere delle Ombrellifere, biannuale, alta da sessanta centimetri ad un metro, dal gambo scannellato, dalle foglie vel­lutate e composte di foglioline ovali e dai fiori gialli.  È coltivata per la sua radice carnosa e pivotante, usata tan­to in cucina quanto per foraggio. Da noi esistono due varietà, la lunga gros­sa e quella cosiddetta a trottola, che ha un sapore aromatico e zuccherino notevole.  Con le foglie, tenere, si prepara un’ottima pietanza.  Le radici novelle vanno raschiate e gettate nell’acqua fredda per evitare che scoloriscano.  Le vecchie invece devono es­sere sbucciate e tagliate in quattro pezzi per il lungo.  Iniziate la cottura in acqua bollente, sino al grado voluto d’intenerimento. Tempo: per le giova­ni tre quarti d’ora, per le vecchie una ora ed un quarto.  Seguire le stesse ricette , valide per le carote.

Pastiti burrit, termine dialettale della cucina bearnese, per un genere di pasticceria, che si ottiene frullando una mezza doz­zina d’uova con una cucchiaiata d’acqua di rose ed una di acquavite, aggiungendovi poi duecento gram­mi di zucchero in polvere, qualche goccia di latte, nonché cinquanta grammi di burro fuso.  A questo composto si ag­giungerà del lievito di pane ed una quantità sufficiente di farina, per ren­dere il tutto piuttosto denso, si lascia poi riposare una notte, accanto al fuoco. L’indomani in forno caldissimo in una teglia spalmata di burro. 

Patata (Solanum tuberosam, fr. pomme de terre, ingl. potato, ted. Erdapfeloppure Kartoffel, fiamm. e ol. Aaedappel, dan. Jordepeeren, spagn. e port. papas), erba­cea della famiglia delle Solanacee, di cui si conoscono più d’un migliaio di varietà.  Le più apprezzate sono: la patata rosa, la bianca, la gialla lunga e la gialla tonda.  Di provenienza cilena e peruviana, la pianta fu importata nel 1534 in Spagna, dove, all’inizio, suscitò sola­mente una certa curiosità.  Nel 1588 fu­rono inviati alcuni esemplari in Au­stria, allo scienziato Clusius, che ne comprese l’importanza nutritiva.  La pianta si diffuse rapidamente, prima in Germania, poi in Svizzera.  Lo sfor­tunato esploratore Sir Walter Raleigh la importò con buon successo in In­ghilterra sin dal 1585.  Il prezioso tu­bero, tuttavia, non vi fu accolto che come foraggio. Spetta al francese Parmentier il grande me­rito di aver rivelato al mondo intero il valore e le qualità nutritive della pianta.  In Italia si preferisce la patata gialla grossa, la rosa Monti del Lario, a tubero grosso, polpa farinosa e pelle rugosa. È molto apprezzata all’estero la rossa lunga d’Olanda.  La patata ha un nemico acerrimo, la Peronospora, che notoriamente si combat­te con sali di rame od altri mezzi chi­mici anticrittogamici.  Le parti verdi della pianta ed anche i tuberi in corso di germinazione (occhi) contengono un alcaloide pericoloso, la solanina, che produce effetti deleteri tanto all’uomo quanto agli animali, se introdotta nel­lo stomaco.  Le patate si possono con­servare per lunghi anni, senza farle germinare usan­do la precauzione d’immergerle per qualche istante nell’acqua calda. Tut­tavia non bisogna provocare screpola­ture.  Sono ottime per tutte le ricette che seguiranno.  Le pa­tate vanno sempre lavate accuratamente e strofinate per togliere tracce di terra ed altre immondizie aderenti.  La questione se convenga sbucciarle prima o dopo la bollitura è soggetta a controversie.  Chi sostiene che, proprio al di sotto della buccia, si trovano so­stanze nutritive di grande valore, che vanno perdute, se sbucciate preventi­vamente; chi, invece, afferma che le parti, eventualmente malate, possono essere rimosse utilmente prima della lessatura, evitando che, durante la cottura, i succhi amari penetrino nella parte sana.  Vi è inoltre chi vede l’in­conveniente della screpolatura della buccia durante la cottura, per effetto dell’aumento di volume dell’amido ri­scaldato, che rende la patata meno presentabile.  È un disturbo facilmente rimediabile, con una leggera incisione preventiva a metà patata.  Le patate novelle contengono pochissimo amido.  Con queste l’inconveniente non si presenta.  Un’ultima raccoman­dazione: fate bollire le patate aventi all’incirca le medesime dimensioni, al­trimenti le piccole saranno stracotte e le grandi ancora dure.  

Per quanto il tubero alimentare si avvicini alla patata, ap­partiene ad un altro genere, la batatas edilis, della specie delle Convolvolacee.  È chiamata dai francesi patates douces, dagli inglesi sweet potatoes e da­gli americani Southern sweet potatoes, data la provenienza dall’America del Sud.  Esistono varietà bianche, gialle, rosse e violette. Seguono alcune ricette per ­le patate comuni, con quest’avverten­za: devono essere servite subito, ap­pena pronte, perché tendono a ram­mollire rapidamente.  Perciò il modo ideale è la cottura al forno, con la buc­cia, e burro fresco servito a parte. Co­me purea, può sostituire, ove occorra, quella di marroni, quale accompagna­mento di selvaggina.  Si chiama alla Parmentier una pietanza che abbia per contorno le patate.  Le patate, come le uova, ammettono una varietà infinita di pre­parazioni e, per maggior chiarezza, enumereremo le ricette secondo il gene­re di cottura.  Convie­ne iniziare la cottura con l’acqua fred­da o con quella bollente?  La vecchia scuola preferisce l’acqua fredda, la nuova quella bollente, affermando che la formazione immediata d’una crosta impedisce la penetrazione dell’acqua, rendendo la patata più secca ed appe­titosa.  In primo luogo lavatele in ac­qua corrente, asciugatele e pelatele a fior di pelle, se sono nuove, raschiate­le.  Forse il miglior sistema di cottura è quello a vapore.  Le patate bollite sen­za buccia vanno presentate (e così già preventivamente lessate), in forma di grosse olive.  L’acqua di cottura deve essere salata.  Se, una volta allestite, le patate non vanno bollite subito, con­servatele nell’acqua fredda salata, per evitare il loro annerimento.  Dopo la cot­tura, in attesa di essere servite, collo­catele in un tegame accanto al fuoco per mantenerle calde.  È raccomanda­bile l’inizio della cottura in modo tale da farne coincidere l’ultimazione col momento di servire.  Così lessate, si chiamano, un po’ abusivamente, all’in­glese, se devono servire come contor­no, seguite le rispettive ricette della pietanza principale.  Costituiscono un contorno obbligatorio del pesce bollito.  Si possono servire, coprendole di prez­zemolo, od anche, bene asciugate, fa­cendole rotolare nel burro fuso, conte­nente prezzemolo tritato.  Se vanno ritagliate in fette, ad esem­pio per l’insalata, affet­tatele dopo la bollitura e non prima, risulterebbero altrimenti troppo ac­quose.  Le patate bollite con la buccia sono chiamate da noi in camicia, dai Fran­cesi en robe de champs (e non en robe de chambre)e degli Anglosassoni an­cora più pudicamente in jackets.  Bollite, possono servir di base alle seguenti preparazioni: Al latte, oppu­re alla panna. Scegliete patate di na­tura consistente, fatele bollire in ca­micia, secondo le indicazioni già date, pelatele, ritagliate in fette d’un buono spessore ed immergetele nel latte o nella panna bollente, condita con sale, una presa di noce moscata ed una pre­sina di pepe: forzate la cottura, sino a quasi prosciugare il liquido.  Servitele con panna fresca non cotta, coprendo leggermente le patate.  Alla maggiordo­mo (o à la maître d’Hotel).  Affettatele secondo la ricetta che precede, copritele d’un fondo bianco, conditele con sale e pepe bianco. Prosciugate il liquido a fuoco vivace, aggiungeteci all’ultimo mo­mento una buona dose di burro e ser­vite a cupola, cospargendo di prezze­molo tritato.  Alla menta. Preferibilmente le patatine novelle, bollite con un mazzolino di menta. Servitele, co­prendo ciascuna patata con una foglia di menta imbianchita.  Purée. Non troppo bollite, passatele alla macchi­netta, rimettete la purea sul fuoco, ag­giungendo gradatamente del latte, per ottenere la voluta consistenza. Sale, pepe e noce moscata quanto bastano.  Burro all’ultimo momento.  Purée gratinata. Lisciate la superficie della purea, collocatela in una terrina da forno.  Copritela di un mi­scuglio di pangrattato e formaggio, bagnatela leggermente di burro fuso ed infornate.  Mousseline(chiamata anche Mousse Parmentier, cucina fran­cese). Preparate una purea alquanto densa, secondo la ricetta della purea, aggiungeteci, per mezzo chilo di purea cinquantagrammi di parmigiano grattugiato, tre cucchiai di panna montata e tre albumi montati a neve ferma.  Mescolate, li­sciate, infarinate la superficie, dopo averla bagnata con un po’ di burro fuso.  Sopra la farina uno strato sottilissimo di parmigiano. Al forno sul genere dei soufflés.  Crocchette. Una purea piut­tosto densa, alla quale aggiungerete, per mezzo chilo di patate, cinquanta grammi di burro, lontano dal fuoco, inoltre, tre uova intere, con sale, pepe e noce moscata grattugiata. Mescolate ed amalgamate. Dividete in tante parti, cui darete la forma voluta di pere, albicocche o simili, impanate all’ingle­se e tuffatele in una frittura caldissima.  Croquettes Dauphine (cucina francese). La stessa preparazione con la medesima frittura ed il medesimo metodo d’impanare all’inglese, con la aggiunta tuttavia, per ogni mezzo chi­lo di purée e durante la preparazione dell’amalgama, di centocinquanta grammi d’una pastella, chiamata pâte à chou, non zuccherata (un quarto di litro d’ac­qua, cinquanta grammi di burro, tre di sale, che farete bollire, aggiungendo, lontano dal fuoco, centocinquanta grammi di farina setac­ciata. Mescolate e prosciugate a fuo­co vivace. Terminate la cottura, con­solidate il tutto con tre uova. La stes­sa ricetta vale anche per i gnocchi di patate).  Lasciate raffreddare la purea.  Formate delle gallette appiattite dello spessore di due centimetri.  In un te­game fate fondere del burro, fate do­rare le gallette da un lato, poi capo­volgetele dall’altro, servendole calde, cosparse di sale e prezzemolo fritto.  Duchesse al Chester. Medesimo si­stema, con l’aggiunta di Chester ra­spato durante l’amalgama e al momen­to di servire, coperta ogni galletta di una fettina di Chester.  Croquette Berny (cucina francese). Secondo la ricetta delle crocchette come sopra, con queste differenze: aggiungete alle dosi indicate anche quaranta grammi di tartufi tri­tati ed anziché impanare la purea all’inglese, dopo averle data la forma di albicocche, tuffatele nell’uovo sbattuto e copritele di mandorle dolci tritate fini.  Croquettes Saint Florentin (cucina francese).  Sempre il sistema crocchette.  Nell’amalgama prosciutto magro tritato e nell’impanatura all’in­glese mescolate vermicelli sminuzzati.  È consuetudine dare una forma rettan­golare.  Sotto la cenere.  Patate in­tere, non sbucciate, lavate a varie ac­que correnti ed accuratamente asciu­gate.  Sotto la cenere calda, coperta questa con brace ardente.  Servite su una salvietta, con sale e burro a parte.  Le patate così preparate sono gustosissime e non conviene turbarne il sapore con una salsa qualsiasi.  Patate fritte: Chip. Affettate le patate in piccoli di­schi sottilissimi.  Ammorbiditeli tenendoli nell’acqua fredda per una decina di mi­nuti, poi asciugateli tra due panni e fateli friggere in una gran frittura di olio o burro da renderli croccanti.  Asciugateli e cospargeteli di sale.  Cal­di servono di contorno alla selvaggina, freddi per stuzzicare la sete al momen­to dell’aperitivo.  Allumettes(fiam­miferi) et paille(paglia).  Strisce qua­drate le prime, rotonde le seconde, en­trambi molto sottili, sempre con lo stes­so metodo di cottura. Vanno consumate calde, coperte di sale.  Pont-Neuf. È questo il sistema classico della pa­tata fritta. Sono bastoncini quadrati, d’un centimetro di lato, croccanti all’esterno e teneri all’interno.  Il me­todo di frittura non muta.  Ni­di. Fate uso d’uno stampo speciale, nel quale disporrete la patata ritagliata in forma di bastoncini a paglia, la­vati ed asciugati, intrecciando uno nell’altro, col sistema dell’impagliatura di una seggiola.  Fritti e quindi consoli­dati, tolti dallo stampo, serviranno da recipiente per contenere le patate frit­te in genere.  Pommes de terre soufflées (soffiate, da non confondersi col soufflé di patate).  È un modo curioso di preparazione che esige qualche atten­zione. Ritagliate la patata in dischi, che abbiano da tre a quattro millime­tri di spessore. Asciugateli. Fateli frig­gere in una frittura ordinaria.  Cotti, tuffateli in altra frittura fresca, cioè non ancora utilizzata, che deve essere caldissima.  Vedrete che le patate si gonfieranno.  Non mettete troppi dischi nella seconda frittura, né tardate a servirli, il gonfiore non si manterrebbe.  Cospargeteli di sale fine. Questo genere di cottura ha la sua storia. Nel 1837 s’inaugurava a Parigi il primo tronco ferroviario che doveva congiungere la capitale a Saint-Germain-en-Laye, che dista da Parigi qualche decina di chi­lometri. L’inaugurazione doveva essere festeggiata con una colazione all’arrivo a Saint-Germain del primo treno, che portava autorità e costruttori.  Il ri­storante aveva tutto preparato, per la ora indicata, anche le patate fritte. Senonché il treno era in ritardo: gli in­gegneri, ancora inesperti in materie di costruzioni ferroviarie, avevano forse mal calcolata la salita che conduce a Saint Germain.  Finalmente il treno ar­rivò ed il ristoratore tuffò le sue pa­tate in un’altra frittura, ed è così che nacquero le pommes soufflées, con lun­ghe dispute tra chimici e fisici, che vol­lero spiegare il singolare fenomeno.  Pommes Chatouillard. Ritagliate a spirale, seguite la ricetta delle pommes de terre soufflées.  Patate saltate. Château. Ritagliatele in forma di grosse olive e fatele saltare senza fretta in un burro chia­rificato od in un buon grasso, scuoten­do la padella di quando in quando. Asciugate, servite senza ritardo, co­spargendo di sale e prezzemolo fritto.  Fondantes. Secondo la ricetta pre­cedente, con quest’aggiunta: cotte, schiacciatele leggermente con la for­chetta, senza deformarle.  Sco­latele e rimettetele nuovamente in un tegame che contenga cinquanta grammi di bur­ro per mezzo chilo di patate.  Coprite il recipiente e riscaldate a fuoco lento sino al completo assorbimento del bur­ro.  À la Lyonnaise.  Lessate le pa­tate a tre quarti, affettatele, fatele sal­tare al burro, a parte fate rosolare dei cerchietti di cipolla, mescolate le prime con le seconde e fatele saltare assieme per qualche minuto.  Noisettes. Con un apposito cucchiaio ricavate da una patata delle patatine, simili a quelle novelle, fatele saltare al burro, ed al­la fine schiacciatele leggermente senza deformarle.  Si possono servire, cospar­se di sale fine, oppure anche, ancora calde, tuffarle in un sugo di carne cal­dissimo, servendole cosparse di sale e prezzemolo fritto.  Patate al forno.  Anna. Ritagliate le patate in forma di cilindri che affetterete, la forma a ci­lindro è necessaria affinché siano di uguale dimensione.  Asciugatele.  Unge­te un tegame a gratin a bordi molto alti e collocatevi le fette a strati, co­spargendo ciascuno strato di burro fu­so. Fate in modo che ciascuno strato sia composto di fet­te a cavalcioni sulle fette sottostanti.  Al forno molto caldo.  A tre quarti di cottura, capovolgete il tutto, affinché si possano dorare anche le parti in­feriori.  Servite caldo, liberando le pa­tate dal burro eccedente.  Alla mas­saia. Scegliete patate di media gran­dezza, lavatele accuratamente in acqua fredda corrente, asciugatele e mettetele in forno caldissimo.  Servitele calde, con burro a parte.  Vi sono molti che, cotte le patate in questa forma, mangiano volentieri anche la buccia.  Patate ripiene. Il metodo di cottura al forno delle varie ricette è sempre uguale.  Non variano che la preparazio­ne e la natura del ripieno.  Vi è una cottura iniziale che taluni operano all’acqua salata, mentre è preferibile quella al forno, che conserva la consi­stenza della patata stessa.  È altresì preferibile conservarne la buccia, che deve rimanere intatta.  La cottura ini­ziale avviene a tre quarti, la patata divisa a metà nel senso della lunghezza, la polpa raccolta e preparata, rimessa nel vuoto, ricostruendo la patata, poi, terminate la cottura al forno. Nell’eco­nomia domestica si ricorre agli avanzi di carne della vigilia, tritata, mesco­lata alla polpa con un po’ di burro, sa­le, pepe, aglio e prezzemolo, il tutto ben consistente ed amalgamato.  Po­tete eventualmente aggiungere un po’ di mollica di pane, inzuppata di latte o di brodo.  Nella seconda ed ultima cottura al forno innaffiate le patate con un po’ di burro fuso o di sugo di car­ne, se disponibile.  Naturalmente il si­stema del ripieno varia all’infinito.  Co­sì si può costituire il ripieno col pro­sciutto, sminuzzato a dadi, a cui va ag­giunta, in piccola dose, una purée di cipolla, il tutto innaffiato di latte, op­pure ancora tartufi o fegato grasso, frammisti alla polpa, eccetera.  Pomme de terre Suzette.  Sbucciatele, datele la forma d’un gros­so uovo, con un’estremità smussata per farle stare diritte e l’altra recisa a modo di coperchio.  Mettetele al forno per ammorbidirle e togliere facilmente la pol­pa, cui aggiungerete burro, giallo di uovo, nonché panna ed infine lingua o/e tartufi o/e funghi sminuzzati, il tutto bene amalgamato, di cui riempirete il vuoto.  Rimettete il coperchio e passate al forno per la cottura definitiva.  Ser­vite sul genere delle uova à la coque, innaffiando leggermente di burro fuso.  Specialità anglo americana.  Hashed hrown potatoes (patate triturate co­lore scuro).  Tritate le patate ancora crude ed aggiungetevi una panna fre­sca.  In una padella scaldate del burro e quando è fuso (prima di bruciare), travasatevi le patate, lisciando la su­perficie.  Per cinque minuti fuoco inten­so, poi moderatelo, coprendo la padel­la, in modo che il tutto sia ben cotto ed il fondo abbia preso un bel colore bruno.  Piegate come un’omelette e ser­vite. Conditele con sale e pepe all’inizio.

Esercitazione 3 – 2008-09 (3 – parte II)

22 novembre 2008 Share

Tema della terza esercitazione.
IMMAGINARE LA VELOCITÁ (parte seconda) 
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(Traccia dell’esercitazione.)
  “La velocità nella letteratura e nelle arti”.
La velocità, intesa in astratto, è il risultato di una frazione di tempo e spazio, ma la sua “scoperta”, nel corso del ventesimo secolo, come dimensione di un nuovo paradigma del vivere, ha finito per assumere una grande importanza anche nel panorama culturale e sociale della modernità.
In questo contesto un ruolo centrale è stato giocato dal futurismo italiano, che arrivò a creare un vero e proprio mito della velocità, definita come l’espressione di una nuova religione-morale, in un manifesto ad essa dedicato del maggio 1916.
Nella definizione di questa ideologia è fondamentale il contributo di Filippo Tommaso Marinetti che, già nel 1905, scrive un’ode all’automobile da corsa, strumento di voluttà ed ebbrezza.
Nelle arti plastiche sarà poi determinante il contributo di Umberto Boccioni con il suo dinamismo plastico, per mezzo del quale è possibile sperimentare le violente emozioni del moto, della velocità e dell’azione.  Altrettanto importanti saranno i contributi di Carrà, Russolo, Balla, Severini e Dottori.
La velocità nel futurismo sarà poi ripresa nel 1928 con il manifesto della aereopittura futurista,
in cui, ancora una volta questo mito sarà indicato come lo stimolo principale della fantasia degli artisti.
Una interessante evoluzione del tema della velocità lo si trova anche nel fotodinamismo dei fratelli Bragaglia, in cui ad un lavoro sulla plasticità delle immagini s’intrecciano concetti già elaborati dal filosofo francese Herni Bergons (1859-1941).
Anche nella musica futurista ritroviamo il mito della velocità nel manifesto di F.B. Pratella che, scrive, “Aggiungeremo ai grandi motivi centrali del poema musicale il dominio della macchina e il regno vittorioso dell’elettricità”.  Metafore di un modo di “sentire” la musica che possiamo addirittura ritrovare nel progressive-metal e, per fare un solo esempio, nei Dream Theater, il gruppo di John Petrucci, Mike Portony ed altri, fondato a Boston nel 1985.
Per finire ricordiamo i quattro grandi poemetti di Thomas Eliot (Four Quartets) in cui il tempo, sulla falsariga degli ultimi quartetti per archi di Beethoven, diventa poesia attraverso quello che la critica letteraria chiamerà una struttura stilistica lirico-prosaica fondata sul contrasto tematico.
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L’obiettivo di questa esercitazione è di rappresentare la velocità utilizzando la figura retorica che si ritiene più consona alla sua rappresentazione. 
(La figura scelta va indicata e descritta nella relazione che accompagna l’esercitazione.  Utilizzare il lemma “figure retoriche” di Wikipedia.)
Ogni gruppo può elaborare l’immagine di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
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L’elaborato dovrà essere presentato stampato su carta e in dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non
sono accettati altri supporti.

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Esercitazione 2 – 2008-09 (3 – parte I)

15 novembre 2008 Share

Ied – Sociologia – Anno accademico 2008-2009. 
Tema della terza esercitazione:

IMMAGINARE LA VELOCITÁ (parte prima)
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 (Traccia per l’esercitazione.)  Spesso gli studiosi sono costretti ad inventare delle nuove parole per meglio definire dei nuovi campi di sapere, dei nuovi paradigmi, cioè, delle matrici disciplinari con le quali ragionare su concetti fino a quel momento marginali.  Due parole che ci riguardano sono: Semiocrazia e Dromocrazia.  Servono ad indicare due aspetti della società moderna che fini a ieri non esistevano o non erano così importanti.
Il primo indica la dimensione iperreale della modernità.  Il secondo serve a sottolineare il carattere della velocità che contraddistingue l’epoca che stiamo vivendo.  Naturalmente la storia dell’uomo è sempre stata una corsa contro il tempo.  In principio era una corsa per la sopravvivenza, cioè, era una fuga davanti ai predatori, oggi ha cambiato aspetto, è diventata per molti una corsa per il potere.
Dobbiamo a Paul Virilio aver definito come dromologia la disciplina che studia i fenomeni sociali dal punto di vista della velocità.  Dromos in greco significa corsa.  La dromologia è dunque una logica della corsa o meglio una teoria della velocità.  In altre parole si considera la velocità come una categoria a sé, capace di spiegare molti fenomeni della modernità e della storia dell’uomo.
La caccia con le mute dei cani o con l’inseguimento delle prede sono elementi essenziali nello sviluppo della società e questo vale anche in natura.  La velocità con cui un animale cattura la sua preda costituisce, di fatto, il fulcro della società animale.  In particolare la velocità è il segno distintivo della rivoluzione industriale.  La macchina a vapore e il telegrafo sono l’esempio più evidente di questa rivoluzione.  Qui, parliamo di velocità e di accelerazione a prescindere della loro formulazione cinetica, privilegiandone gli effetti sociali, politici e di costume.  Come è stato da molti sottolineato la guerra, la comunicazione, l’economia, la politica sono scenari modellati dalla velocità che impone ad essi le sue evoluzioni.  In questo senso la dromocrazia può essere definita il modello di un mondo il cui sviluppo dipende dal suo stesso modello cinetico, cioè, dipende dal movimento più o meno veloce delle parti che la compongono, con la conseguenza che la politica, in senso classico, non è più in grado di governare l’escalation della tecnica e delle sue applicazioni tecnologiche.
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L’obiettivo di questa esercitazione è di rappresentare la velocità utilizzando la figura retorica che si ritiene più consona alla rappresentazione di questa.
(La figura scelta va indicata è descritta nella relazione che accompagna l’esercitazione.  Utilizzare il lemma “figure retoriche” di Wikipedia.)
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Ogni gruppo può elaborare l’immagine di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
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L’elaborato dovrà essere presentato stampato su carta e in dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non
sono accettati altri supporti.

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