Food Design – Quinta esercitazione 2008-2009

8 aprile 2009 Share
   

(Politecnico di Milano, Anno Accademico 2008-2009)

Cattedra di FOOD-DESIGN.

(Quinta esercitazione, 7 aprile 2009)

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Autoritratto in forma di assemblage.

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Marcel Duchamp realizzò Sculpture-morte nel 1959 nella sua amata Cadaquéz. È la terza opera, dopo With my tongue in my cheek e Torture-morte, delle quali i suoi critici diranno che si "sente" la vicinanza di Salvador Dalì, delle limpide acque di La Caula, dell’atmosfera picaresca del Café Melitón y Casino.

In particolare, dietro Sculpture-morte s’intravede una citazione colta, quella di Giuseppe Arcimboldo (1527-1593). Ma è poi vero? C’è, qui, la stessa relazione figurale che lega questo artista a Rodolfo II di Habsbourg tramite Vertumnus (1590)? Ha ragione Roland Barthes quando scrive che in Arcimboldo "tutti gli animali del mare formano il viso del mare e non c’è altro sistema per farcelo conoscere"?

Ne dubitiamo. Duchamp sa essere infantile, mai banale. L’opera non è stata realizzata con verdure vere, che certamente non mancano a Cadaquéz, né con verdure finte, come avrebbe fatto in altre circostanze, ma con ortaggi in marzapane e insetti di carta.

Poi, l’opera è più un assemblage che una composizione, sfida il grottesco e l’osceno. C’è anche da considerare che il numero degli ortaggi in marzapane che si possono trovare a Barcellona non è infinito pur essendo un vanto delle sue pasticcerie, e l’opera lo mostra con disincanto.

Infine. Con la pasta di mandorle, cioccolato e canditi ha lavorato in questa città anche Antoni Gaudí, vi ha costruito, tra le altre cose, la casa di Hensel e Gretel al Parco Güell, oltrepassando il moderno in nome del modernismo, rivendicando la cosmogonia estetica delle piccole differenze.

Il legame poetico che Duchamp "ricama" tra Arcimboldo e Gaudí è più forte di quello con Dalì e passa per l’assemblage, come la forma moderna della totalità.

La scultura moderna, infatti, morta o viva che sia, ha da tempo frantumato il perimetro della scultura classica, prigioniera dei materiali, dell’immobilità, dello spazio.

La forma, cioè, il tutto, non è più estratta da un insieme coerente, ma è prodotto per frammenti, ha legami improbabili, tematiche che sfuggono alla geometria.

La scultura classica è stata aristotelica, ma poi Auguste Rodin l’ha sollevata dal suo zoccolo di certezze, oggi, la scultura moderna fugge il monumentale per aspirare all’assenza, sfida l’impossibile, esalta la sua natura efemerica.

In questo senso Sculpture-morte appare come un monumento astratto che si condensa fino a diventare segno, si consegna alla rappresentazione, si spoglia in un istante dell’oscena poetica statuaria che un tempo s’inchinava alla gloria degli dei e delle puttane ed accetta la mutazione perché l’idea è in re e non ante rem.

Infine, qui la scultura è anche intuizione allegorica, rovina, resto di sé. È esaltazione della caduca dignità dell’arte, si muta in figura e riflette la mano che l’ha costruita mettendone a nudo il cuore.

Forse ha ragione Denis Diderot, l’arte e la poesia vogliono qualcosa di enorme, di barbaro, di selvaggio. Forse riuscire a vedersi in un ortaggio è la porta che si spalanca sulla promessa di una teofania: "Wär nicht das Auge sonnenhaft/ Wie könnten wir das Licht erblicken?"(°)

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Obiettivo dell’esercitazione è, utilizzando degli ortaggi e della frutta, realizzare un autoritratto veridico. L’immagine dovrà essere realizzata con foto digitale su un supporto cartaceo di almeno trentacinque centimetri per venticinque, da consegnare insieme ad una copia (della stessa foto) su dischetto.

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Questa esercitazione vale due punti. Se è realizzata da due studenti vale un punto a studente.

(°) "Se l’occhio non fosse solare/ Riusciremmo a vedere la luce?" (J. W. Goethe)

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Autoritratto in forma di assemblage


Autoritratto in forma di assemblage


Autoritratto in forma di assemblage


Autoritratto in forma di assemblage

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