Food-Design

Food Design – Nona esercitazione 2008-2009

19 maggio 2009 Share

(Politecnico di Milano, Anno accademico 2008-2009)
Cattedra di FOOD-DESIGN.
(Nona esercitazione, martedì 19 maggio 2009)

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IL MONDO IN CIMA AD UNA FORCHETTA.

Voici un fait: je conçois autre et sitôt, le spectacle est savoureux.
Tout l’exotisme est là.
Victor Segalen.

Premessa.  Anche l’esotismo cucinario non sfugge alla dialettica con l’Altro da noi.
Scoprendo gli Occidentali gli Amerindi si domandarono se erano uomini o dei.  Scoprendo gli Amerindi gli Occidentali si domandarono quale specie di scimmia fossero.
Questa amara constatazione descrive in modo efficace la singolarità dello sguardo europeo al tempo di Cristoforo Colombo, ma anche la persistenza di una valenza negativa dell’alterità.  L’Altro, oggi, è l’emigrato, il povero, il diverso, e l’esotismo, spesso e in modo acritico, lo si contrabbanda come un versante positivo dell’alterità.
Noi sappiamo che i gusti sono da mettere in relazione con i fenomeni politici, economici, sociali e culturali e che è impossibile isolare gli atti alimentari dal loro contesto sociale.  In questo quadro l’esotismo appare ambivalente di fronte all’alterità, perché di regola non offre che una visione degradata della cultura originale, riducendosi al consumo dell’alterità più che alla sua comprensione.

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Alla base della parola esotico (dal greco exôtikos) c’è la radice greca exo, che significa “al di fuori” e che nella lingua greca serviva a forgiare l’espressione che indica ciò che è straniero.  Dal greco, poi, questa parola passò al latino (exoticus) e, successivamente, nelle lingue moderne, modificando in parte il suo significato che diventò quello di una distanza geografica, di una seduzione che deriva dall’alterità culturale.
Nella seconda metà dell’800 l’esotismo si trasformò in un carattere che evocava costumi e paesaggi lontani e si coniugò con la filosofia delle imprese coloniali agendo in un contesto dove l’etnocentrismo era pensato e vissuto come un’evidenza morale, religiosa, politica e culturale dell’Europa.  L’Occidente ha sempre definito l’esotismo come un richiamo ai sapori, ai sensi, alle atmosfere, mai ai saperi.  Fu vissuto all’inizio della modernità come qualcosa di secondario, di periferico, di superfluo e in qualche modo d’inessenziale.  Come da più parti si è sottolineato, nell’Ottocento europeo e in buona parte nel Novecento, è nella sostanza, “un elogio nel disprezzo”, o meglio, un elogio nell’ignoranza dell’altro che ci resta sconosciuto o tutt’al più ridotto a stereotipo.
Naturalmente l’esotismo è un concetto instabile nel tempo.
Più la cultura degl’altri è conosciuta, in particolare, la loro cultura materiale e le loro abitudini alimentari, meno questa cultura resta straniera e misteriosa.  Più ci è vicina, meno è esotica.
Al tempo dell’espansione coloniale i prodotti alimentari rappresentarono un terreno sul quale l’esotismo dilagò dando vita ad una vera e propria corsa ai prodotti coloniali.
Oggi, il significato di esotico ha perso il suo contenuto di indigeno, per istallarsi saldamente all’interno del villaggio globale così come è stato a suo tempo definito da Marshall McLuhan.
Ha osservato Faustine Régnier, l’esotismo seduce perché ci permette di viaggiare nel tempo di un pasto, perchè si situa agli antipodi del mondo quotidiano dominato dalla routine ed appare seducente tanto più gli è diverso.  Tzvetan Todorov, un filosofo bulgaro che vive in Francia ed è un esperto di filosofia del linguaggio, ha elaborato una regola, detta di Omero, secondo la quale il paese più lontano è sempre quello che ci appare migliore.
Yvonne Verdier, una grande antropologa francese morta prematuramente nel 1989, parlava di un esotismo storico.  Di un tempo delle origini, di cui tutti portiamo dentro una rappresentazione, che evoca ed affabula e che ideologicamente tendiamo a ritrovare soprattutto nella cucina della tradizione popolare e contadina.
Ancora, l’esotismo non è solo un viaggio nello spazio e nel tempo, è anche un viaggio nelle parole.
Come diceva la Verdier, sono i nomi che fanno la differenza e creano somiglianze e distanze che giocano sui registri più diversi.
All’esotico, come ideologia della lontananza straniera, si contrappone un’altra ideologia, anch’essa molto forte, quella dei localismi e della nostalgia.  I nostalgici considerano il tempo che fu come un modello di equilibrio, in opposizione allo spettro dell’industria agro-alimentare nociva alla salute, alla gastronomia, ai costumi e alle tradizioni.  Siccome i cibi sono dotati di un significato di ordine sociale, morale ed economico molti vedono nel fallimento dei localismi il fallimento anche politico delle tradizioni regionali.  Così il mito del territorio arriva molte volte a rivendicare identità gastronomiche che sono vissute come se fossero di una volta, anche se non sono altro che invenzioni di oggi.
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Obiettivo dell’esercitazione è capovolgere il tema dell’alterità e mettersi nei panni di coloro per i quali è la cucina italiana il “luogo” dell’esotico.  Come appare questa cucina dall’interno di un Centro di Permanenza Temporanea per immigrati clandestini?
Con una spesa che non deve superare i dodici euro allestite un pranzo di cucina italiana per quattro persone visto con gli occhi di chi è sbarcato da uno dei barconi della speranza proveniente dalla Libia.
L’esercitazione consiste in una immagine, comunque realizzata, da presentare su supporto cartaceo e copia in CD di un tavolo allestito per quattro commensali.

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