Attenti ai c.a.n.i.!

30 giugno 2009 Share
   

Variante della conferenza presso l’ “A.N.P.I. di Ispra del giugno 2008. 

Attenti ai c.a.n.i.!
Laveno, Biblioteca Comunale, giugno 2009. 


Attenti ai c.a.n.i.!

Il nostro punto di partenza è presto detto. 
La modernità è folle nel senso che ha perduto tutto salvo le ragioni della sua follia. 
Lo ricordiamo agli affamati. 
Sous les pavés, la table!

Certo non è il pranzo di gala di cui parlava Lenin, ma un’ulteriore occasione per diffidare di una società che ha fatto del vero un momento della menzogna totalizzante. 
O se preferite, ha seppellito nelle sabbie dello spettacolo le spoglie della nuda vita. 
Da tempo, del resto, prevale il principio che sia meglio una vita devastata che una vita perduta. 

Ludwig Feuerbach, con una buona dose di ironia, osservò come il segreto dell’alienazione religiosa affonda nel realismo dell’antropologia. 
Cosa voleva dire? 
Da un punto di vista fenomenologico che esiste una dimensione materiale del sentire che rischia continuamente di essere sopraffatta dalla psicosi o, come direbbe Géza Róheim, dall’isteria dei moderni sciamani. 

Feuerbach però pensava anche ad altro.  
Ad un tempo epico, in cui il pensiero, scendendo nelle strade, diviene praxis.
Un’azione capace di disvelare il senso di un mondo che i filosofi avevano fino a quel momento interpretato.    
Nel suo ottimismo quel mondo doveva necessariamente mutare.  Come? 
Assumendo il punto di vista di un radicale materialismo, vale a dire, di una società umana.

Questo significa riconoscere e assumere su di sé le conseguenze che comporta una elementare constatazione:
Che gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell’educazione. 

Non è difficile riconoscere qui alcuni frammenti di quelle che, nei testi di filosofia della politica, vanno sotto il nome di “tesi su Feuerbach”.  

Sono un paio di paginette smarrite e ritrovate che Karl Marx scrisse nel 1845, dentro una polemica di cui i nostri tempi hanno perso la sottigliezza, pubblicate dopo la sua morte, da Friedrich Engels nel 1886. 
Si trattava di definire un materialismo che aveva rotto tutti i suoi legami con l’idealismo o, se preferite, con l’astrazione, grazie alle sue pratiche sociali e alle armi della critica. 

Tra queste due date si collocano alcuni fatti singolari che vanno raccontati.    
Tutto inizia nel 1850, con la pubblicazione di un libro da parte di un fisiologo olandese, Jacob Moleschott, oggi dimenticato, ieri famoso se non altro per le polemiche che lo circondavano, intitolato, Dottrina dell’alimentazione per il popolo.    

Un libro che sarebbe passato sotto silenzio se non fosse che questo medico era uno dei protagonisti di quello che allora si chiamava il materialismo scientistico, il cui obiettivo, anche se guardato con sospetto da Engels, era di dissolvere le tesi della Naturphilosophie hegeliana. 

Prima di procedere, per capire meglio le tesi di Moleschott e quello che gli succederà, diciamo che nel 1852 pubblica un altro libro, intitolato, La circolazione della vita, è una risposta alle Lettere chimiche del barone tedesco Justus Liebig, un nome da tutti conosciuto ancora oggi come la “marca” di un estratto di carne tra le più popolari, la Liebigs Fleischextrakt
 
Qui a noi interessa la circostanza che Liebig era un creazionista, vale a dire, era un seguace di quella teologia naturale che verrà in seguito chiamata del disegno intelligente. 

Un sillogismo categorico dagli effetti devastanti per i poveri di spirito. 
In altri termini Liebig, difendeva una concezione spiritualistica della scienza. 

Come andò a finire questa polemica? 
Che a Moleschott gli fu dapprima sequestrato il libro, poi fu costretto a dimettersi dall’incarico di professore universitario, insegnava ad Heidelberg, perché “guastava la gioventù con gli scritti e la parola”. 


Attenti ai c.a.n.i.!

Quanto a Liebig vediamo a cosa lo portavano le sue tesi spiritualiste. 
Per esempio, convertendo la propria dottrina sul fosforo in dottrina sulla storia delle società umane, ne dedusse che tutte le società sono state destinate al tramonto appena esaurite le riserve di fosforo dei terreni. 
Con questo spiegava il collasso della Grecia antica, di Roma e dell’Impero spagnolo. 
Poi, da buon profeta dello spirito, proclamò per conseguenza il tracollo dell’Impero britannico per colpa dei water closets, perché il fosforo degli alimenti tramite le fogne aveva cominciato a finire in mare invece di ritornare sulla terra. 
In breve, secondo la sua dottrina del tramonto sarebbero sopravvissute solo la Cina e il Giappone, almeno fino a quando vuoteranno i loro vasi da notte nelle concimaie per il riso.       

Costretto ad andarsene diremo di Moleschott solo questo, che emigrò prima a Zurigo e poi, nel 1860, gli fu offerta la cattedra di fisiologia all’Università di Torino. 
Fu un atto d’imperio di Francesco De Sanctis, ministro della pubblica istruzione. 
In ogni modo, dieci anni dopo passò all’Università di Roma e nel 1876 divenne anche senatore del regno d’Italia. 
In questi anni pubblicò, tra le altre cose, Patologia e fisiologia, un’opera in cui sosteneva la continuità tra fisiologia e patologia aprendo una prospettiva teorica che più tardi segnerà l’opera di un altro grande medico, Claude Bernard.

Ma torniamo a Feuerbach e alla sua recensione. 
Essa ruota, sostanzialmente, attorno ad un antico proverbio contadino tedesco:
Man ist was Mann isst.  Si è ciò che l’uomo mangia.    
È un gioco di parole. 
Perché ist (è) si pronuncia come isst(mangia) e Mann (l’uomo) si pronuncia come man(si). 
In questo modo: L’uomo è ciò che si mangia.  Se preferite, l’uomo diviene ciò che mangia. 

In questa formula si cela ciò che i c.a.n.i. non ci dicono.
Che la rappresentazione ha preso il posto della sostanza. 
Nello specifico, non potendo sopprimere l’inquinamento si domestica la sua rappresentazione. 
Per il sistema economico il problema non è la lotta all’inquinamento ma di mantenerlo al di sotto di una certa notorietà per continuare a fingere di combatterlo al dettaglio invece che di affrontarlo in blocco. 

Ma possiamo ancora essere materialisti, prendere i problemi alle radici?
Noi esistiamo, in principio, nella forma di qualche aminoacido manipolato, tutto il resto è una conquista della capacità endogena di reazione dell’organismo che si fa pensiero, memoria, conoscenza, diviene zoe, vita materiale.      

Torniamo a Feurbach.  Nel 1862 amplierà questo tema dell’alimentazione con uno scritto intitolato, Il mistero del sacrificio o, l’uomo è ciò che mangia
La sua tesi possiamo riassumerla così.   
Esiste un’unità imprescindibile tra psiche e corpo tale per cui il pensiero e l’azione dell’uomo miglioreranno quando sarà riuscito a migliorare la sua alimentazione. 


Attenti ai c.a.n.i.!

Se mettiamo l’espressione di “condizionare” al posto di “migliorare” si scopre la strategia alimentare degli eserciti moderni in zona di operazioni armate: razioni K più antidepressivi

Lo ha scoperto la stampa americana.  Lo ha scoperto per stupirsi della scoperta, antica quanto il mondo, perché la razione K è l’altra faccia del saccheggio dal punto di vista del suo fine.  Quale?  Il parossismo.  Alla lettera, un’esacerbazione (paroxynò) del processo di reificazione attraverso il dosaggio dell’eccitazione.      

A Feuerbach non interessava il tema della nutrizione preso di per sé, ma la presunzione dell’idealismo di dividere l’unità del vivente tra corpo e spirito con l’ingannevole obiettivo di salvare quest’ultimo. 
 
I marinai di Kronstadt, affamati da Mosca, avrebbero detto che questa è una questione di potrebnosti, di bisogni. 
L’economia borghese, infatti, trasforma i bisogni umani in prodotti e tende ad eliminare i bisogni degli animali se non sono sorgenti di profitto. 
L’importante è che questi bisogni sensibili non si rivelino bisogni dell’uomo in quanto uomo. 

Osserva Marx, se ciò avviene si spezza quel sistema di legami che lega i bisogni alla produzione o, quel che è peggio, che sviluppa la produzione di bisogni.    

Per Feuerbach, dunque, la qualità dell’alimentazione era una scorciatoia per ripensare il ruolo della politica. 
Una tesi che appare ingenua fino a quando non si pone l’attenzione sul fatto che l’efficacia della politica, come strumento, era condizionata dalle forme del politico che l’idealismo pretendeva avessero una natura astratta. 
A cui Marx aggiunge, di sfera separata della società civile, di sovrastruttura.       

Il Manifesto aveva affermato, tutta la lotta di classe è una lotta politica.  Ma aveva lasciato alla piazza l’intelligenza di rispondere alla domanda che cosa significa fare politica e come si fa. 

Quando arrivarono i suoi professionisti tutto finì, i dualismi e l’astrazione ripresero il sopravvento.  Il mandante della strage di marinai e di operai dei cantieri navali di Kronstadt dichiarò, “la politica si fa contro gli economisti e i marxisti della “Seconda Internazionale”

Siccome la nostra tesi può apparire paradossale come succede tutte le volte che cadiamo dalla padella alla brace, vediamo il problema alimentare al tempo di Feuerbach.   
In altri termini, quali erano le condizioni della classe operaia in Europa a metà dell’Ottocento? 

Il riferimento storiografico classico è il libro di Engels, Die Lage del arbeitenden Klasse in England del 1845
Vediamole invece a partire dell’estrema miseria economica che coinvolgeva Karl Marx e la sua famiglia. 
Lo coinvolgeva come uomo, come marito, come intellettuale nel momento più maturo del suo percorso di studioso, nel momento in cui egli rivelava il costrutto sociopolitico ed economico che fondava il sistema di vita borghese.    
Nel 1859 è pronto il manoscritto di Per la Critica dell’Economia Politica
Marx scrive ad Engels: “Quel povero manoscritto è finito ma non posso spedirlo perché non ho un quarto di penny per affrancarlo”.  “Non credo che qualcuno abbia mai scritto sul denaro con una simile mancanza di denaro”. 

Gennaio 1858, Karl Marx scrive a Friedrich Engels che non ha di che riscaldare la casa e che la moglie è stata costretta a impegnare persino lo scialle. 
Leggiamo. 
“La pessima alimentazione, spesso a base di solo pane e patate, il freddo, la nostra insalubre abitazione nel povero quartiere di Soho, endemico focolaio di contagio, minano la mia salute e quella dei miei familiari”. 
In certi momenti, raccontano dei chroniqueursenza pudore, la pena è troppa anche per lui e si abbandona al pianto tra le braccia della moglie come quando, “nel momento della più nera miseria” gli muore la piccola Franziska ed egli non ha neppure i soldi per comprarle una bara. 
Siamo nel 1852. 
Nel novembre del 1849 gli era nato il quarto figlio, Guido.  Il povero piccolo gli morì un anno dopo la nascita. 
Nel 1855 la prova più atroce.  Gli muore il figlioletto prediletto, il piccolo Musch
Muore per una tubercolosi intestinale, ma in realtà, come scriverà più avanti “vittima della miseria borghese”. 
Durante la malattia Marx aveva scritto ad Engels
“Mia moglie da una settimana in qua è ammalata come non mai per un’angoscia morale ed anche a me sanguina il cuore e brucia il capo, sebbene io debba naturalmente darmi un contegno.  Durante la malattia il bambino non smentisce un solo istante il suo carattere particolare, cordiale e al tempo stesso indipendente”. 
È il sei aprile, il giorno della morte del bambino. 
“Il mio dolore tu lo capisci”.  
Noi lo capiamo? 
Cosa significa aver fame.  Sentirsi ed essere deboli in ogni momento del giorno e della notte. 
Soffrire di anemia, ulcerazioni, diarrea, ipotrofia temporale, calo ponderale, a cui si devono aggiungere capelli fragili, facilità di ecchimosi, cecità notturna, riduzione del gusto, sanguinamento gengivale, flogosi, disorientamento, apatia, neuropatie, atassia.  Morte. 
Un problema che oggi riguarda quasi un miliardo di persone. 

Nel tempo di lettura di questo testo moriranno seicento bambini d’inedia. 

Ma in che modo, qui, sono coinvolti i c.a.n.i.

Se l’intendiamo come un acronimo di composti alimentari non identificabili, essi sono allo stesso tempo l’estremo inganno della naturalezza irriconoscibile della forma di merce e la saldatura dell’alienazione alla sostanza di cui sono fatti gli uomini. 
La marca dei cani è lo spirito divenuto sensibile. 
La forma di merce che si fa carne del vivente. 

Più prosaicamente, questo acronimo significa che circa l’ottanta per cento di ciò che
mangiamo non è quello che crediamo di mangiare. 

Agli allevatori di c.a.n.i. non interessa tanto abolire la storia naturale dell’alimentazione, quanto abolire la sua memoria in modo che sia la nuova povertà a stabilizzare i bisogni. 
Del resto, da tempo la promessa di democratizzare il lusso nasconde la necessità di smaltire l’eccedenze merceologiche. 

Un tempo le menzogne si organizzavano come ragione di Stato, oggi come esigenze di mercato. 
Noi siamo troppi per morire di una sola forma di morte. 
Ci consentono un’ampia scelta mercantile. 

Facciamo il caso degli Organismi geneticamente modificati, con questa necessaria premessa. 
La forma dello sviluppo tecnico, nella modernità, non può essere in alcun modo identificata come una forma di progresso necessaria, piuttosto, come una conveniente illusione progressista.  
 
Partiamo dagli enzimi.  Sono proteine in grado di catalizzare una reazione chimica. 
Ci sono degli enzimi che derivano dagli OGM e sono sotto forma di batteri o di funghi. 
Servono principalmente per la trasformazione degli amidi in zuccheri, per modificare oli e grassi, ridurre il deterioramento degli alimenti a base di uova, migliorare la lievitazione dal punto di vista dell’appetibilità dei prodotti. 

Ma vediamo nello specifico.  Soia, mais, patate, papaia, zucchine, sono in genere alimenti geneticamente modificati, soprattutto sul mercato americano. 
Quanto ai pomodori, quelli OGM sono violacei, non marciscono e dovrebbero aiutarci a combattere il cancro. 
Risultano geneticamente modificati i prodotti lattiero-caseari, burro compreso, di bovini trattati con l’ormone della crescita.
Enzimi, additivi alimentari, aromi, dolcificanti, caglio per produrre formaggi a pasta dura sono geneticamente modificati. 
Carne, uova, miele possono derivare da animali e piante geneticamente modificati. 
Olio di soia, di mais, di colza, margarine, farine, destrosio, fruttosio sono geneticamente modificati. 
Altri alimenti che possono contenere organismi geneticamente modificati sono: 
omogeneizzati per l’infanzia, pane, hamburger e hot-dog, maionese, fiocchi di cereali, crackers, biscotti, cioccolata, caramelle, fritti, gelato, yogurt, salse di pomodoro, alcool, lieviti, burro di arachidi. 
E ancora, cosmetici, sapone, detergenti, shampoo, bagni schiuma. 

Qui, la risposta chimica ha sempre il ghigno brutale dell’industria capitalista. 
Si tratta, di fatto, di trasfigurare un progresso parziale per rappezzare una situazione degradata anteriormente dallo stesso modo di operare. 
L’enumerazione delle conseguenze di questa perdita di realtà sono infinite, ma proviamo a citarne una. 
Le carenze in oligo-minerali nell’alimentazione – alle quale si associano le mancanze di resistenza dell’organismo umano alle malattie – sono determinate dalla presenza nel suolo dai nitrati solubili utilizzati come concime. 
Nitrati che poi si trasformano in nitriti tossici secondo una ferrea proporzione che aumenta rapidamente rispetto al tenore iniziale dei nitrati. 

Quanto al rapido diffondersi degli OGM esso dipende dal fatto che la nuova agricoltura deve ignorare la complessità microbica simbiotica del suolo e delle piante e rifiutare di vedere nel loro rapporto un rapporto tra esseri viventi.  La sterilizzazione del suolo e la sua ricomposizione, invece, tende a farlo corrispondere alle condizioni di laboratorio in modo di poter agire su di esso di conseguenza. 
Questo comporta la sparizione di decine e decine di migliaia di specie.  Secondo i biologi la metà delle forme di vita sulla terra sono minacciate d’estinzione pura e semplice. 

C’è un’espressione che caratterizza questo nuovo scorcio di secolo.  È la qualifica di abiotico
Questa espressione esprime compiutamente la scomparsa delle condizioni favorevoli alla vita come il più miserabile risultato del secolo che ci siamo lasciati alle spalle.  Ma nessuno ne parla. 

Il punto di partenza dell’inganno è questo: Le condotte alimentari dipendono sempre meno dalle norme culturali e sempre più dalla domesticazione mediatica.
Esse tendono a scollarsi dalle abitudini locali e regionali come dai ricordi dell’infanzia. 

Mettono sempre più spesso gli individui di fronte ad un’immensa scelta di materie prime e di prodotti pronti ad essere consumati che basta far riscaldare. 
Insomma, un immenso catalogo di c.a.n.i. anche transgenici domina la scena alimentare.

I c.a.n.i. sono una merce perfetta perché la ricchezza, che è il contenuto della merce, qui è nella forma di una mancanza, cioè, è la negazione di quella particolarità che un tempo era propria dell’astrazione mercantile.  

Queste condotte alimentari, poi, diventano sempre più spesso i teatri di tragedie planetarie. 
Dalla mucca pazza ai polli alla diossina, alle anatre portatrici d’infezioni polmonari, ai coloranti tossici ai conservanti cancerogeni, alle febbri suine. 

I disastri convengono, giustificano la mediazione degli specialisti e concorrono a realizzare il programma di controllo sociale che George Orwell vedeva ancora in termini di una guerra contro un nemico esteriore. 

In altri termini, colui che mangia è sospinto in un tunnel dove non c’è che un pret-à-manger di cui non conosce l’origine, la storia, la composizione reale. 

L’onnivoro per respingere l’ansia e la paura, che gli sono congeniali, si lascia ingannare confidando nella fortuna e nel caso, nessuno legge le etichette, chi le legge e le capisce trema.    
In questo modo si finisce per nutrirsi di alimenti senza storia e senza identità. 

Cosa comporta tutto questo? 
Che l’unità imprescindibile di psiche e corpo di cui parlava Feuerbach è divenuta una mera rappresentazione all’ombra dei poteri economici. 
 
Una finzione culturale che scuote il tratto simbolico degli atti alimentari, facendoli diventare ciò che essi non sono mai stati, strumenti per affermare, invece dell’identità, la differenza.   
In questo modo s’invera il mondo alla rovescia, tanto caro allo spettacolo. 

I giovani consumatori, in particolare, sono banalizzati da queste nuove frontiere canine del gusto.    

Sono indotti a consumare prodotti il cui sapore gioca su soglie standard sempre più ristrette. 
Sono privati di ogni sottigliezza gustativa, di fatto, finiscono per restare orfani di aree di cultura materiale sempre più vaste, dunque, di ciò che lega il sapore al sapere.    

Il cibo, come le forme della politica, è indistinguibile di per sé e non si identifica che per le sue etichette, per il suo nome e per il suo prezzo. 

Un attento studioso della cultura dei sensi, Michel Serres, in un libro famoso, Les cinq sens (1985) scrive che l’America si è votata al cibo molle, saturo di grassi e di zuccheri, facile da inghiottire, che costituisce un vero attentato contro la zoe, sia sotto l’aspetto nutrizionale che culturale. 

Per ragioni mercantili e di produzione il gusto è stato trasferito dal cibo alle salse che lo condiscono e questo trasferimento agisce su due registri rozzi, il forte e il piccante, e sulle bevande di sapore zuccherato

Feuerbach avrebbe detto.  Le ragioni della domesticazione sociale hanno indotto a mascherare con la salsa della politica l’asprezza della lotta di classe ed ora, questo mascheramento agisce su due registri psicologicamente sensibili, quello della sicurezza e quello della legittimità di tutto ciò che in qualche modo può ferire gli interessi di classe, affidando al sapore zuccherato dei media il compito di rendere tutto questo appetibile. 
 
Va notato un altro problema. 
I prodotti industriali, per assolvere alla loro missione di diffusione di massa, esigono una continua ed attenta re-definizione sensoriale, in termini di sapore, odore, aroma, testura, colore e presentazione
Provate a tradurre questa esigenza, sulla falsariga di Feuerbach, nello scenario di una politica in cui gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell’educazione e coglierete le ragioni di certi sdoganamenti a destra e di certe liquidazioni a sinistra. 

Joseph Gabel, parlando della permeabilità del Dasein ( cioè, del sentimento dell’esserci) nel tempo dello spettacolo, arriva a definire “il mangiare in comune”, la forma della convivialità, come una funzione interumana d’importanza antropologica primordiale. 

Funzione nella quale i deliri paranoici delle ideologie politiche introducono la variante dell’avvelenamento, in senso etimologico, visto che il veleno è capace per la sua forza di mutare la proprietà naturale di una cosa.            

In sostanza, quando manca la commensalità, la convivialità e l’accoglienza intese come le coordinate dell’esistere sociale si ha l’impressione che il mondo sia divenuto tossico. 

Con quali conseguenze?  Provo a riassumere il pensiero di Gabel
Egli dice, là dove non esiste più una coscienza dell’esistenza dialettica convergono tre fatti. 
– Il sentimento di essere un estraneo in un mondo che ci appare estraneo. 
– L’impressione di essere indifeso in seguito alla scomparsa di una coscienza assiologia comune.  Cioè, indifeso davanti alla scomparsa di valori condivisi. 
– L’incapacità di rapportarsi con le circostanze e gli individui che, per riflesso, ci appaiono ostili. 

A questo punto dovrebbe essere evidente l’analogia tra i composti alimentari non identificabili  che stanno sulla nostra tavola e i composti politici non identificabili che occupano le assemblee nazionali divenute teatri borghesi.    

Torniamo allora ai prodotti alimentari, questa  loro re-definizione finisce per produrre inevitabilmente un velenoso gusto di sintesi che appare più verosimile di quello vero
 
Un fenomeno, in molti campi irreversibile, per esempio, per quanto riguarda i sapori fruttati. 
Il gusto di essi, per usare un neologismo, si è artificicializzato grazie agli aromi di sintesi che lo esaltano oltre ogni aspettativa naturale. 
Il mercato ne offre più di quattromila, ma i più venduti sono quelli che non esistono in natura. 

Poco importa, visto che la natura si è urbanizzata e ci sono certi vini che sono apprezzati anche perché hanno un aroma di asfalto.  

Il piacere gustativo, in sostanza, si rivela attraverso delle emozioni che sono indotte sempre più in modo artificiale.   
Emozioni istantanee, semplificate, esagerate, violente, infantili ed effimere
Tutto il contrario dell’esperienza che si aveva un tempo con i cibi naturali. 

In altri termini assistiamo ad una rincorsa per aumentare la soglia gustativa del cibo pret-à-porter, a tal punto che recenti indagini su un gruppo campione di bambini americani ha portato alla luce il fatto che essi non sono più in grado di apprezzare dal punto di vista sensoriale alcuni frutti comuni come la mela o la fragola. 

Insomma, oggi, non siamo ancora in grado di valutare sul lungo periodo l’effetto dei c.a.n.i
Quanto ai prodotti naturali rimasti c’è una tendenza, soprattutto nei prodotti frutticoli, non solo a ridurne le specie per limitarle alle più convenienti sul piano economico, ma ad incrementare la produzione di quelle più estetiche sul piano della forma o, meglio, che siano suscettibili, come dicono i designer, di re-styling.    

Da dove nasce questa decisione? 
Dal convincimento che i processi di estetizzazione degli atti alimentari e del food and bevarage in particolare, creeranno un’equazione tra bello e buono, favorita anche dalla riduzione delle specie.
È la stessa politica delle cosiddette democrazie moderne, tra le quali, in questo momento siamo all’avanguardia. 

Conclude amaramente Michel Serres nel libro che abbiamo prima citato: 
“L’albicocca molto presto non avrà altro gusto se non quello della parola che entra in bocca per pronunciare il suo nome”.    

Questo tema può essere considerato anche sotto altri punti di vista. 
La progressiva fusione delle etnie e d’intere popolazioni, un tempo separate da barriere geografiche, linguistiche e culturali, così come le nuove migrazioni, tendono a segnare in modo irreversibile la modernità. 

In generale possiamo dire che ovunque le culture locali rischiano di soccombere nella loro identità, sia davanti ai macro processi economici in corso, sia in virtù del potere di sincronia di massa dei sistemi mediali. 
Il danno, da un punto di vista antropologico, è enorme perché la diversità è fondamentale per consentire l’evoluzione della specie e l’evoluzione culturale

Siamo, in pratica, di fronte ad una sorta di entropia culturale che mescolando le culture ne riduce l’originalità ed elimina i particolarismi. 
In questo modo culture in origine diverse sono costrette a condividere consumi, prodotti culturali di massa, abitudini alimentari e linguaggi. 

I beni di consumo, soprattutto quelli legati ai fenomeni di moda nascente, non hanno più un luogo, sono concepiti in un paese, costruiti in altro, assemblati in un terzo. 
I gamberetti pescati nel mare del Nord sono lavorati a Casablanca. 
Le patate tedesche sono tagliate in Grecia e fritte in Provenza.  
In questo modo la convenienza mercantile fittizia, giocata sulla dislocazione, appare come una fusione delle culture che maschera la confusione.   

L’artificiale omogeneizzazione che ne deriva non è uguale per tutti, ma frattura la società in gruppi di consumatori, impotenti dal punto di vista dell’esperienza sensoriale e decisionale, con il paradosso che si formano maggiori differenze tra le subculture all’interno della stessa area metropolitana di quanto non emergono tra i consumatori di aree poste a grandi distanze. 

In questo modo, nei paesi che subiscono una forte pressione dal colonialismo culturale delle merci prodotte dai paesi egemoni, la popolazione non è più omogenea nella diversità, ma è nella forma di un melting pot, di un crogiolo, alimentato dai sistemi mediali
 
Elementi di cultura materiale che un tempo appartenevano alle élite sono spalmati sulle periferie sociali, dove vengono re-interpretati, trasformati e ritrasmessi verso queste élite da dove, poi, sono nuovamente dispersi.   
Oppure, elementi culturali delle periferie sociali sono alienati in favore delle élite dalle quali vengono ritrasmessi verso le periferie sociali. 
Il risultato di questo processo è la confusione sociale, ma si definisce métissage e lo si traveste di esotismo.  

Tali elementi di cultura materiale globalizzata sono molto popolari nell’ambito alimentare, dove i cibi propri di alcune culture si sono installati nella dieta quotidiana di altre culture mescolandosi in esse. 
Oggi, si può mangiare una pizza decente in molte capitali del sud America, un ottimo couscous a Mosca, della buona paella a New York.     
Cosa vuol dire? 
Che in ambito alimentare la distinzione tra i modi di cucinare e le preferenze alimentari è diventata sempre più confusa. 
I sociologi parlano di “gastro-anomia”.  Cioè, di solitudine di colui-che-mangia.  Una solitudine che ha il sapore dell’alienazione sociale. 
Un soggetto che invece di essere guidato dal desiderio è vittima di un bisogno impulsivo-imitativo per cibi senza identità.  

Tutto questo, naturalmente, va a vantaggio delle nutrici-globali che, con sempre maggiore arroganza gestiscono il nostro futuro alimentare.

Attualmente esistono almeno sei alimenti e due bevande globalizzati sono: 
i noodles (e gli spaghetti), gli hamburger, il sushi, il chili con carne, la pizza, il cuscus.
A questo elenco, di recente, si è aggiunta la paella.
Le due bevande sono: la “coca-cola” e le sue varianti, il caffè. 
Il tè, per la sua storia, costituisce un caso a parte, come il latte nelle culture lattofile. 

Tutto ciò che prospera sotto l’alienazione è destinato a riprodurla, corrompendosi. 
In questo momento nel mondo un miliardo d’individui non ha nulla di cui nutrirsi ed un altro miliardo non ha un reddito sufficiente per avere un posto dove sedersi e delle posate per mangiare quello che non merita di essere mangiato. 
Poco importa, anche la miseria si può scimmiottare.  Questo stato di cose ha dato vita alla moda dello street food e del finger food
Quello che alla periferia dell’impero è una tragedia, al centro è una farsa. 
Il cibo di strada, tra l’altro, concorre alla de-sincronizzazzione dei tempi sociali e alla diffusione dei cibi acronici, senza tempo, food around the clock.  Si mangia quello che si vuole in ogni momento della giornata. 
Peccato che la scelta è di fatto limitata ai c.a.n.i. e che questa libertà non si riduca all’atto pratico a favorire un nuovo disordine alimentare
Disordine incoraggiato dal finger food, dalle mani al posto delle forchette, dall’ebbrezza dello zapping del gusto, immersi in un caleidoscopio di colori e di gusti.  Gli entusiasti parlano di nuovo polisensualismo, di esaltazione delle capacità tattili dei polpastrelli come condizione per gustare a fondo le vivande. 
Insomma, saremmo di fronte ad un nuovo individualismo che esalta l’investimento emotivo sul gusto e lo rinnova continuamente. 
In realtà il finger food, come si è diffuso nelle metropoli occidentali, sottolinea una importante regressione infantile che rompe la continuità – messa in luce da Claude Lévi-Strauss – tra il cibo buono da pensare con quello che mangiato concorre a formare l’identità solidale dei commensali. 

La necessità di una redditività ha poi fatto scivolare la funzionalità di questo sistema alimentare verso c.a.n.i. messi in contenitori esteticamente funzionali alle porzioni one shot.     
Forse è il caso di ricordare che zapping significa, nello slang delle bande giovanili americane, far fuori, sparare, eliminare. 

Da tempo la forma di capitale è l’universale che si nasconde dietro i fenomeni.  È la rappresentazione di una rappresentazione. 
Grazie ai cani la macchina e il corpo smettono di essere due paradigmi in conflitto.  Ancora un piccolo sforzo ed avranno anche la stessa fisiologia, saranno uno stesso apparato

Platone vedeva nell’organico l’anima del mondo. 
La politica vede nell’anima la sostanza salvifica, quel effetto di parola per cui adesso le cose hanno il gusto del nome.  Esistono solo nell’immaterialità. 

I c.a.n.i. sono l’assoluto che si fa astrazione, un paradigma teologico. 

Se, infatti, l’uomo è oggi ciò che si mangia, allora è liquidato dalla testa al ventre. 
La natura è oramai altrove, oltre i simulacri, i giardini zoologici e i presidi delle lumache radical chic.    

L’uomo, che adesso inghiotte controvoglia ciò che si è, sopravvive globalizzato, ma caca locale dentro un deserto che avanza. 

Il passaggio dalla natura alla cultura si è consumato, affermò Claude Lévi-Strauss, accendendo un fuoco e separando il giaciglio della madre da quello del figlio. 
Il passaggio a ritroso che fa dell’antropologia un risvolto della teologia si realizza facendo di questa cultura della vita un’astrazione politica svenduta come un ideale di democrazia. 
           
Resta in sospeso il perché dell’insistenza materialista di Feuerbach a non concedere vie di scampo all’idealismo. 
È un perché profetico. 
I disastri dell’idealismo, e delle forze economiche che in esso si riconoscono, sono certamente messi in luce dalle forme del politico e con una significativa abbondanza di particolari, ma anche con il compiacimento che essi sono implacabili e che pesano definitivamente sulla nostra sopravvivenza. 
Ma gli uomini, come prodotti dalle circostanze, non possono fidarsi di una idea del mondo che si sbraccia ad annunciare trionfalmente la cattiva novella

La politica, da tempo, come espressione dei segreti della teologia, ha condiviso tutto questo fino al punto di rendere odiosa ogni disputa sul governo degli uomini e, per questo, è stata ripudiata. 

Per l’idealismo – anche nelle sue versioni più attualizzate, come quelle che circolano intorno ai temi della biopolitica – il catastrofismo non è che un alibi e una inclassificabile propaganda in favore di una sopravvivenza che la politica vuole sempre di più in una forma amministrativa, cioè, autoritaria

In questo modo, l’immensità dei problemi e l’urgenza che li circondano fanno apparire le soluzioni politiche come possibili solo a partire dall’alleggerimento dello scontro di classe visto che ciò che li ha prodotti è essenzialmente qualcosa di teologicamente naturale.       

20 giugno 2009.

(Gianni-Emilio Simonetti)

Una risposta a “Attenti ai c.a.n.i.!”

  1. Hans Dice:

    Ahi Velasquez, dove porti la mia vita?
    Un fiore di campo si è impigliato fra le dita
    e tante stelle, tante nelle notti chiare
    e mille lune, mille dune da scoprire

    Ahi Velasquez, fino a quando inventeremo
    un nido di rose ai piedi dell’arcobaleno
    e tante stelle, tante nelle notti chiare
    per questo mondo, questo mondo da cambiare?