Food-Design

IED – Esercitazione 15 – 2009-10 – Un brindisi al genere con Rose Sélavy.

22 febbraio 2010 Share

A – IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
*****
Esercitazione numero quindici.
Un brindisi al genere con Rose Sélavy.
***
Ottica di precisione Rose Sélavy
New York – Parigi
Assortimento completo di baffi e trucchetti. 

IED – Esercitazione 15 – Un brindisi al genere con Rose Sélavy.

Praticamente tutte le culture, del passato come del presente, hanno stabilito delle regole precise circa cosa ai due sessi riconosciuti fosse permesso o non d’indossare. Il termine crossdressing denota l’atto o l’abitudine di mettersi vestiti comunemente associati al sesso opposto al proprio.
Il termine crossdresser non riguarda né l’identità di genere e né l’orientamento sessuale, quindi non è sinonimo di transessuale o di transgender e tantomeno denota una qualche preferenza sessuale.     Rappresenta, nella sostanza un giuoco di ruolo oggi molto frequente nella cultura anglosassone.

Nel 1920 Marcel Duchamp si duplicò scegliendo sembianze femminili: quelle di Rose Sélavy.
Con questo nome è “firmato” un ready made, Fresh Widow, derivante dal montaggio artigianale di una finestra verde in stile francese con pannelli di cuoio nero.  Questa vedova impudica era nata come una French Window, ma così non incantava nessuno.  Da questo momento le opere di Rose si moltiplicano. Al suo nome è legato, sempre nel 1920, l’apparecchio ottico a motore detto Rotative plaques verre (optique de précision) e nel 1921 il ready made costituito da una gabbietta con cubetti di marmo e osso di seppia è battezzato Why not sneeze Rose Sélavy?  Nel frattempo il nome di Rose si era trasformato in Rrose, di fatto fu sufficiente la semplice aggiunta di una consonante per delineare ancor meglio il mistero del doppio.  Di ciò esiste anche documentazione fotografica.  Nel 1921 Man Ray collaborò al numero unico della rivista New York Dada dove pubblicò una fotografia di Duchamp nelle vesti femminili di Rrose Sélavy, con un cappellino a fascia a motivi geometrici e un elegante collare di volpe sorretto dalle mani che lo accarezzano.  La fotografia ci mostra un viso dall’espressione inafferrabile: labbra appena schiuse da un sorriso misterioso, occhi languidi.  Quanto al cappellino gli era stato prestato da Germaine Everling, la compagna di Picabia.
Cosa rappresenti Rrose lo rivela la dedica che compare sulla fotografia: Lovingly, Rrose Sélavy alias Marcel Duchamp.
Rrose Sélavy suona come Eros c’est la vie.  Ma non solo di questo si trattava. In un colloquio con Pierre Cabanne un attento storico delle avanguardie, Duchamp fece alcune sorprendenti considerazioni: Volevo cambiare la mia identità e dapprima ebbi l’idea di prendere un nome ebraico. Io ero cattolico e questo passaggio di religione significava già un cambiamento. Ma non trovai nessun nome ebraico che mi piacesse, o che colpisse la mia immaginazione, e improvvisamente ebbi l’idea: perché non cambiare di sesso?

Obiettivo dell’esercitazione è realizzare un crossdressing con il quale assumere l’identità di un Altro-da-se e registrarne le impressioni.
Ogni gruppo può elaborare le immagini di questa esercitazione con il mezzo espressivo che ritiene più opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non sono accettati altri supporti.   

IED – Esercitazione 15 – Un brindisi al genere con Rose Sélavy.

Gli studi di genere o gender studies rappresentano un inedito approccio allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità in genere.  Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali, si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta , sviluppandosi a partire dal femminismo ma trovando una sponda teorica nel decostruzionismo francese, in particolare di Jacques Derrida e negli studi che uniscono psicologia e linguaggio.
Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno. Gli studi di genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità.
Di fatto il sesso costituisce un corredo genetico o, se si preferisce, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono la dicotomia maschio/femmina.
Il genere rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo e di donna.
Oggi si ritiene che sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti perché sui caratteri biologici si innesca il processo di produzione delle identità di genere.
Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa.

Una curiosità.  Nel 1894 un contabile dell’ambasciata di Francia in Cina (tal Renée Gallimard) s’innamora di una attrice (Song Liling) che, qualche anno dopo si rivelerà essere un uomo.  La storia di Madame Butterfly è questa.  Anche se Giacomo Puccini ambienta la storia di Pinkerton (il tenore), ufficiale della marina americana a Nakasaki e per gioco lo fa sposare, secondo le usanze locali, con una geisha quindicenne di nome Cio-cio-san (Chōchō-san), termine che significa Madama Farfalla, in
inglese Butterfly (il soprano), acquisendo così il diritto di poterla ripudiare, cosa che di lì ad un mese fece.   Ma questa, forte di un amore tenace, pur struggendosi nella lunga attesa accanto al bimbo nato da quelle nozze, continua a ripetere a tutti la sua incrollabile fiducia nel ritorno dell’amato.
****

IED – Esercitazione 14 – 2009-10 – Autoritratto. Con quali occhi io mi vedo.

22 febbraio 2010 Share

A – IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
*****
Esercitazione numero quattordici.    
Autoritratto.  Con quali occhi io mi vedo.

IED – Esercitazione 14 – Autoritratto. Con quali occhi io mi vedo.

Jean-Étienne Liotard (1702-1789) è un artista ginevrino, di origine francese, la sua famiglia era emigrata da Montélimar per motivi religiosi.  Fu allievo di Daniel Gardelle e, a Parigi, di
Jean-Baptiste Massè, da cui apprese l’arte della miniatura.  A Roma conobbe lord Bessborough che lo portò con se a Costantinopoli dove visse per molti anni.  Viaggiatore instancabile divenne il pittore dell’aristocrazia europea, ciò gli consentì una vita agiata e una discreta fama.  È anche l’autore di un trattato sull’arte della pittura. Si possono vedere le sue opere nei musei di Berna, Ginevra ed Amsterdam.
Da qualche anno a questa parte la sua pittura è stata rivalutata proprio per quegli elementi poetici che lo fecero sottovalutare dalla critica d’arte del suo tempo.  Uno stile asciutto, un realismo domestico improntato alla pietas, un “orientalismo” contenuto.  In altri termini, un pittore che seppe cogliere nella vita corrente quella nostalgie du dimanche che sarà il carattere proprio della piccola borghesia che scese nelle strade di Parigi l’anno in cui morì.
Questo autoritratto che lo rappresenta giovinetto, nel momento di consumare la sua colazione, la tela è del 1770, esprime bene questo sentimento del tempo, l’ambiente calvinista della sua città natale e dice molte più cose sul suo carattere di molte parole.
*****
Obiettivo dell’esercitazione è un autoritratto che esprima – attraverso il rito della prima colazione – quello che lo studente considera la propria “identità soggettiva”, la propria personalità.

Per realizzarlo occorre assolutamente rispettare le seguenti disposizioni:
Uno – Un fondo neutro.
Due – Essere soli, rivolti verso sinistra (per chi guarda), seduti ad un tavolo.
Tre – Utilizzare, come formule espressive, soltanto gli elementi della prima colazione (cibo, bevande, suppellettili) ed eventualmente l’effetto della luce.
I tre « autoritratti » di ogni gruppo possono essere elaborati con il mezzo espressivo che si ritiene più opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.

Non sono accettati altri supporti.

“…il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono gli altri e della maniera in cui io so che mi vedono gli altri: normalmente si "chiede" ad altre persone di dirci chi siamo. A questo punto, però, veniamo a trovarci in una situazione abbastanza spinosa, perché di norma non domandiamo a tutti gli altri di definirci e di illuminarci sul nostro carattere, ma operiamo una selezione tra le persone che reputiamo deputate a tal compito: esse sono essenzialmente i nostri familiari e i nostri amici. In questo modo accade che coloro che dovrebbero farci conoscere le nostre peculiarità caratteriali, sono proprio quelle persone che tendono a presentarci la versione più gradevole e più accettabile della nostra personalità. Di conseguenza, spesso si vengono a creare delle situazioni improntate sulla malafede, perché l’immagine di me stesso che mi sono creato risulta più favorevole dell’immagine che ho delle persone esterne alla cerchia più intima dei miei conoscenti.”
Giovanni Jervis.
***