Food-Design

Food Design – Esercitazione 11 B – 2009-10 – “progetto e sistema”

30 maggio 2010 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2009-2010
Cattedra di FOOD-DESIGN.
(Undicesima esercitazione, 1 giugno 2010 – B)

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“progetto e sistema”
Quali sono, in generale, i limiti di un sistema?  Inadeguatezza, limitatezza, incompiutezza, incoerenza.  Che cosa vuol dire che un sistema mostra i suoi limiti?  Che si rivela come un dispositivo frammentario, caotico ed ideologico.  I sistemi, infatti, sono l’immagine dell’unità del reale.  Ma esiste questa unità? 

Food-Design – Esercitazione 11 B – Progetto e Sistema

Per la filosofia moderna il mondo dell’essere, come essere in generale, e il mondo dell’essere, come esistenza, non coincidono.  Theodor W. Adorno ha scritto che, questa non-coincidenza, produce un resto che si può definire una non-identità.
La forma di sistema, come noi la conosciamo, è sempre necessariamente limitata.  Il sistema culturale che la filosofia e l’arte esprimono faticano a comprendere le fondamenta del vissuto, non sapendo definire, con il linguaggio della metafisica, i tre pilastri che le sorreggono: il tempo, l’esistenza e la vita.
L’incompiutezza del sistema come forma, invece, ha una felice interpretazione simbolica nel tempietto della filosofia che domina il parco Jean-Jacques Rousseau a Ermenonville, un paesino nell’Oise, nel nord della Francia.  Questo tempietto è volutamente incompiuto, come se fosse una rovina a priori, risale al 1765 ed è dedicato a Michel Montaigne, il più grande saggista francese della seconda meta del ‘500.  Ci sono, addirittura, colonne mozzate e pietre appena abbozzate ai piedi delle colonne, che accentuano l’idea di rovina e traggono in inganno i visitatori.  Vi compaiono anche due scritte profetiche.  La prima dice: Hoc Templum inchoatum/ Philosophie mundus perfectae/ Michaeli Montaigne/ Qui omnia dixit/ Sacrum est!  Cioè, questo tempio incompiuto è la rappresentazione perfetta del mondo della filosofia ed è dedicato a Montaigne che tutto disse.  La seconda scritta dice: Quis hoc perficiet?  Chi oserà accettare la sfida di portare a termine la costruzione? 

Food-Design – Esercitazione 11 B – Progetto e Sistema

Ma torniamo all’idea di sistema.  Un insieme di temi o di poetiche non formano necessariamente un sistema.  Così come non si forma un sistema se c’è incoerenza interna o se è violato il principio di non-contraddizione.  Oppure, se in qualche modo c’è un conflitto tra l’idealismo delle forme e il realismo dei fatti.  Il sistema delle arti, architettura compresa, infatti, è un insieme di tesi così rigorosamente integrate che è impossibile staccarne una sola senza che l’economia dell’intero sistema non ne soffra. 

Food-Design – Esercitazione 11 B – Progetto e Sistema

Che cosa se ne conclude?  Che nessuna parte del sistema delle arti è comprensibile di per sé senza la comprensione del tutto o, in sub-ordine, l’accettazione del tutto. 

Food-Design – Esercitazione 11 B – Progetto e Sistema

Ne consegue che, la comprensione di una qualsivoglia poetica corrisponde alla comprensione del tutto costituito dall’arte.  In questo modo si formano immediatamente due punti di vista.  Sono gli stessi punti di vista che riflettono ogni discussione sulla forma dell’arte e che in qualche modo rendono incomprensibile l’architettura moderna:  O si sceglie la coerenza senza espressività.  O si sceglie l’espressività senza coerenza. 

Food-Design – Esercitazione 11 B – Progetto e Sistema

Si può esprimere tutto questo maneggiando un po’ di pasta sfoglia, qualche stecco di legno e del colore?  Possiamo arrivare a pensare l’incompiutezza? 
Possiamo esprimere con una maquette tutto questo?
Le recenti polemiche sul museo Maxxi – museo nazionale delle arti del XXI secolo – opera dell’architetto iraniano Zaha Hadid, mostrano molto bene come l’incompiutezza fa sistema e spaventa, a tal punto da definire questa “costruzione” un’opera d’arte che non sopporta di essere profanata da altre opere d’arte.
(N.B. – L’etimo di sistema deriva dall’omonima parola greca che significa “riunione”.)

Food-Design – Esercitazione 11 B – Progetto e Sistema

In via eccezionale, considerata la complessità, questa esercitazione vale cinque punti.











Food Design – Esercitazione 11 A – 2009-10 – O-BENTO. (Il mio pranzo in “scatola”)

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AVVERTENZA: L’esercitazioni da elaborare per le ultime quattro date del corso di food design (martedì 1 giugno, martedì 8 giugno (con una eccezione), martedì 15 giugno, martedì 22 giugno)  valgono, se vinte, tre punti da aggiungere al voto dell’esame, qualunque esso sia. 

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2009-2010
Cattedra di FOOD-DESIGN.
(Undicesima esercitazione, 1 giugno 2010 – A)
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O-BENTO.
(Il mio pranzo in “scatola”)

Il bento (o o-bento) è un ulteriore esempio di come la cucina giapponese in particolare e la cucina orientale in generale abbiano saputo “coniugare”, in una inedita sintesi, la loro millenaria tradizione e le influenze del mondo occidentale.  Questa sintesi si sviluppa, allo stesso tempo, sia sul piano nutrizionale che estetico, fino al punto di coinvolgere colui-che-mangia e il mangiato in una unità estetica di senso e di cultura che esprime uno stile di vita sentito ed originale.
Il bento, soprattutto, non è solo un pranzo in scatola, ma qualcosa che deve, prima di essere mangiato, “fruitocon lo sguardo.

Food-Design – Esercitazione 11 A – O-Bento

Un pranzo che rispecchia una poetica visuale che si traduce in codici,
quello che armonizza il piccolo, il separato e il frammentato,
quello che sviluppa una dialettica tra colore, forma e struttura degli alimenti,
quello che costruisce una continuità significante tra cibo e contenitore e, infine,
quello che accomuna nell’atto alimentare la personalità di chi mangia con il mangiato.

Food-Design – Esercitazione 11 A – O-Bento

Gli oggetti – al di là della loro sostanza – non sono, in chiave fenomenologica, che dei complessi di tendenze e dei reticolati di gesti su cui i processi simbolici trasferiscono gli embrici dell’immaginario, a cominciare, nella fattispecie dei bento, da quel processo di gulliverizzazione che consente alla cultura giapponese di sviluppare una convincente equazione estetica a partire dalla minuzia e dalla meticolosità.  Per finire a quella equivalenza di contenuto e contenente che riflette il principio analitico del primato del significante sul significato, della forma sul contenuto

Food-Design – Esercitazione 11 A – O-Bento

In altri termini, come delle sorprese retoriche, i bento rivelano la capacità della poetica di “includere” la tecnica e diventare uno dei modi di quella poiesis della vita corrente che plasma le differenze culturali.
Il bento, dunque, come arte della sorpresa elude – qui è il mangiato – ciò che la linguistica definisce il denotato per diventare una irripetibile esperienza visuale, propria della cultura materiale, a tutto vantaggio della jouissance.

Food-Design – Esercitazione 11 A – O-Bento

Obiettivo dell’esercitazione è quello di realizzare un bento che esprima una di queste tre forme del sentire:
- Il cibo indimenticato della propria infanzia.
- Il cibo della propria terra di origine.
- Il cibo che vorremmo come dono.  

Food-Design – Esercitazione 11 A – O-Bento

(L’esercitazione dev’essere accompagnata da una breve relazione, da leggere in classe in caso di vincita,
in cui se ne evidenzia la strategia compositiva.)   

















Food Design – Esercitazione 10 B – 2009-10 – Mon coeur mis à nu. Che cosa si nasconde nel fondo di un cassetto?

24 maggio 2010 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2009-2010
Cattedra di FOOD-DESIGN.
(Decima esercitazione, 25 maggio 2010 – B)
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Mon coeur mis à nu
Che cosa si nasconde nel fondo di un cassetto?

Scrive Sigmund Freud in una lettera a Stefan Zweig nel luglio del 1938. “Caro signore, bisogna realmente che io vi ringrazi delle parole di introduzione che mi hanno condotto il visitatore di ieri.  Poiché fino a quel momento ero tentato di considerare i surrealisti, che apparentemente mi hanno scelto come santo patrono, come dei pazzi integrali, diciamo al novantacinque per cento, come l’alcol puro.  Il giovane spagnolo, con i suoi candidi occhi di fanatico e la sua indubbia padronanza tecnica, mi hanno incitato a riconsiderare la mia opinione, in realtà sarebbe molto interessante studiare analiticamente la genesi di un quadro di tal genere.  Dal punto di vista critico si potrebbe tuttavia dire che la nozione d’arte si rifiuta ad ogni estensione quando il rapporto quantitativo  tra il materiale inconscio e l’elaborazione precosciente non si mantiene entro limiti determinati.”

Food-Design – Esercitazione 10 B – Mon coeur mis à nu. Che cosa si nasconde nel fondo di un cassetto?

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In psico-analisi l’inconscio è un luogo sconosciuto della coscienza, ovvero, un’altra scena.
Nella prima topica elaborata da Sigmund Freud è un’istanza o un sistema costituito dai contenuti rimossi (refoulés) che sfuggono alle altre istanze del pre-conscio, e del cosciente.
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Cosa c’è dentro i cassetti del nostro Es? Cosa c’è nel nostro cuore messo a nudo?  Se lo domandava retoricamente Charles Baudelaire perché, da poeta e da maudit, sapeva affrontarne l’abisso (Journal intime, 1887).
Da un punto di vista visuale personaggi con cassetti fanno parte dell’iconografia di Salvador Dalì, sono una rappresentazione simbolica dell’inconscio, soprattutto la Venere in gesso che nel 1936 celebra la profanazione della donna e, insieme, la sua segreta potenza.
1936, lo stesso anno in cui una giovinetta svizzera, irretita dai surrealisti e da Parigi, fodera di pelliccia una tazza da tè per petit déjeuneur, il piattino e il cucchiaino mettendo a nudo il  non-detto di una poetica che da lì a qualche hanno la divorerà non sapendola amare. 

Food-Design – Esercitazione 10 B – Mon coeur mis à nu. Che cosa si nasconde nel fondo di un cassetto?

Sul piano dello stile Dalì era stato sedotto dall’Art Nouveau, la sola poetica, a suo dire, capace di rivaleggiare con il Rinascimento e le sue forme, molli, ornamentali e ricreative, che lo avevano sempre affascinato.  Forme suscettibili di esplodere in rappresentazioni convulsive, viziose, surreali, paradossalmente estatiche.  La Venere con i cassetti è un’altra icona che gronda di una sensualità sublimata, come Mae West, la Vergine, la Dentellière, Gala Gradiva, Dulcinea, Carmen e molte altre.  La definisce una scultura isterica“J’invente la Vénus de Milo aux tiroirs e le cabinet anthropomorphique”.  Dirà: perché al di là della sostanza racchiusa nella scultura c’è un’altra visione dell’arte e dei suoi contenuti, la “vision paranoïa-critique”, è un estasi erotica continua alle porte del tempio dell’arte.  Aprire dei cassetti, chiudere dei cassetti, l’arte greca si spalanca tra i codici della psicoanalisi.  Cassetti che affaticano la forma e vogliono essere spiati.  Che cosa conterranno che ci tradirà?  Le difese possono essere scavate nella pietra, ma la psiche è vulnerabile nelle sue metamorfosi.  Ci sono angeli, elefanti, lumache, formiche, orologi, uova, pani, paesaggi…

Food-Design – Esercitazione 10 B – Mon coeur mis à nu. Che cosa si nasconde nel fondo di un cassetto?

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Riempire di preparazioni alimentari i cassetti della Venere di Milo in modo che essa rifletta quello che siamo mettendo a nudo il nostro cuore.  

Food-Design – Esercitazione 10 B – Mon coeur mis à nu. Che cosa si nasconde nel fondo di un cassetto?

Presentare l’esercitazione su un supporto A3. 
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Food Design – Esercitazione 10 A – 2009-10 – Un monumento contro la fame

24 maggio 2010 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2009-2010
Cattedra di FOOD-DESIGN.
(Decima esercitazione, 25 maggio 2010 – A)
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UN MONUMENTO CONTRO LA FAME.

 

“Bisogna rendere ancora più oppressiva l’oppressione reale con l’aggiungervi la consapevolezza dell’oppressione, ancora più vergognosa la vergogna, rendendola pubblica”.
Karl Marx

Food-Design – Esercitazione 10 A – Un monumento contro la fame

Nella lingua latina monumèntum è il ricordo (mònere significa ricordare, far sapere).
È possibile costruire un monumento contro la fame per ricordare a coloro che mangiano che un miliardo di persone non ha cibo sufficiente per vivere?  Che ogni giorno muoiono più di venticinquemila persone d’inedia?
Che nel tempo di lettura del testo di questa esercitazione moriranno cinque bambini per fame?  Che continueranno a morire mentre mangiamo, studiamo, dormiamo, ridiamo, facciamo l’amore, ci disperiamo per le piccole contrarietà della vita corrente?
Da tempo immemorabile l’equilibrio tra la produzione di alimenti e il loro consumo è colpevolmente alterato perché sia le cause naturali come le ragioni più infami dei potenti hanno sempre congiurato a rendere le disponibilità inferiori al fabbisogno. 
Eppure oggi le cose non sarebbero più così.

Food-Design – Esercitazione 10 A – Un monumento contro la fame

Circa due miliardi di tonnellate di cereali, sommate alle altre poche derrate essenziali, assicurerebbero una razione media per abitante del pianeta di circa duemila e cinquecento calorie, in astratto sufficienti ai bisogni fisiologici dell’organismo umano.
“Nutrire il pianeta, energia per la vita” è il tema dell’Esposizione Universale di Milano del 2015, una scommessa sulla quantità del cibo e sulla sua qualità minacciata dai rischi più diversi perché la sicurezza alimentare sta nel crocevia d’interessi planetari che colpiscono al cuore la nuda vita degli uomini e che sfuggono alla ragione.
Ma che cosa significa aver fame?
Essere deboli, soffrire di anemia, ulcerazioni, diarrea, ipotrofia temporale, calo ponderale, a cui si devono aggiungere capelli fragili, facilità di ecchimosi, cecità notturna, riduzione del senso del gusto, sanguinamento gengivale e flogosi, disorientamento, neuropatie, atassia.
Morte.
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Food-Design – Esercitazione 10 A – Un monumento contro la fame

Obiettivo dell’esercitazione è di costruire una maquette per un “monumento” contro la fame usando esclusivamente dei resti alimentari di qualunque natura.

L’esercitazione dev’essere realizzata su un supporto fotografico A3.
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