Lexikon – Addenda 3

24 ottobre 2010 Share
   

Ateneo di Naucrati.  Grammatico e retore greco vissuto tra il secondo e il terzo secolo – probabilmente durante il governo dell’imperatore Commodo – nel basso Egitto.  Grazie alla sua erudizione oggi conosciamo la figura e l’opera di Archestrato di Gela di cui salvò i testi.  Molte delle sue opere sono andate perdute ed oggi è ricordato soprattutto per la Deipnosophistai (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto ovvero, I sapienti esperti dei misteri della culinaria) pubblicato nel 228 dell’era comune in quindici tomi di cui sono andati perduti i primi due.  In quest’opera si trovano i nomi di più di settecento autori e i titoli di più di duemila opere.  È un libro nella moda dell’epoca, cioè, usa l’accorgimento di un banchetto che si svolge presso un certo Larenzio, un ricco mecenate.  Di cosa parlano a tavola?  Di tutto e di niente.  Perché è un’opera importante?  Perché possiamo definirla una delle prime di cultura materiale.  In essa si commentano le virtù afrodisiache ed intestinali della pastinaca, quelle divinatrici del cavolo, una crucifera dalle virtù profetiche,  addirittura lo si pregava prima dei pasti.  Sorprendente?  Neanche tanto se pensiamo che il filosofo Zenone di Cito giurava e bestemmiava chiamando a testimone le capre.  Un altro legume santificato è il porro.  A questo proposito ricordiamo che a Delfi – durante le feste di Theoxenia – a colui che portava a Latona, una delle amanti di Giove di cui era molto gelosa Giunone,  il porro più grosso – Freud dixit! – aveva diritto ad una porzione della tavola sacra.  Latona, del resto, era rimasta incinta di Apollo dopo un invio di porri!  Torniamo all’opera di Ateneo.  Una delle tesi più singolari è quella che lega la cucina al sentimento della pietà attraverso la morte degli animali.  Un’altra è quella sulla mitica età dell’oro nella quale – afferma Teleclide – il vino colava nei torrenti, i dolci ti saltavano in bocca, i pesci affollavano le tavole, i triclini si muovevano a fatica tra gli arrosti e i bambini sgranocchiavano le vulve delle scrofe (sic!).

Bacon.  È una delle più tipiche espressioni della lingua inglese, ma non è di origine inglese.  Nel Medio Evo bacon, in francese significava lardo. Emigrando verso est, invece, divenne bakko, che in tedesco arcaico significa prosciutto.  Nella mitteleuropa la decima di molte abbazie si pagava in bacon e il pasto boconico era quello che si svolgeva ogni anno a Notre-Dame di Parigi in occasione della consegna delle decime.  Forse le feste dedicate ai prosciutti hanno questa origine.

Balneum-maris.  È evidente, il bagnomaria rinvia nel delirio opportunista di qualche cuoco al nome di Maria, simbolo della dolcezza…edipica.  Diceva Voltaire, voi trovate troppo caldi i miei scritti?  Ma se li ho tenuti a bagnomaria!

Balene.  Il loro triste destino commuove tutti, ma nessuno ferma i loro assassini!  Già i greci si dedicavano alla loro caccia, per sport.  Il loro grasso, infatti, solo molti secoli dopo troverà un’applicazione come olio illuminante e poi come grasso di cucina o craspois.  Era usato al posto del lardo, soprattutto per cucinare i piselli, lo scrive Le Ménagier de Paris.  In epoca medioevale era definito lardo di quaresima e fino al sedicesimo secolo la carne di questo cetaceo era venduta un po’ dappertutto nelle capitali europee.  La caccia alle balene era popolare nei Paesi Baschi già del 1250, come si rileva da alcuni documenti e s’incrementò con la scoperta della cetina, che si estraeva dal loro cervello ed era usata sia come medicamento che afrodisiaco…e ci risiamo!  Un’altra vittima di questa ottusa illusione era il capodoglio, cacciato anch’esso, oltre che per il grasso e la carne, per lo spermaceti, l’altro nome della cetina (estere cetilico dell’acido palmitico).  Una curiosità, la lingua della balena era considerata una leccornia per ecclesiastici, come dimostra l’ingordigia per essa nel tredicesimo secolo da parte del vescovo di Bayonne.  In ogni modo la carne di balena è disgustosa per gli europei che appena potevano la sostituivano con quella del merluzzo.

Barbari, la cucina.  Claude Lévi-Strauss scrive, con molta arguzia, che i barbari sono quelli che chiamano barbari gl’altri.  Non è stato e non è ancora sempre così.  Chateaubriand sosteneva che gli Unni si nutrivano di erbaggi selvatici e di carne infilata sotto la sella e frollata dal cavalcare.  Così, commenta, non dovevano neppure scendere da sella.  Ma questo visconte nato rovinato a Saint-Malo nel 1768 e ritornato ricco grazie agli imbrogli paterni ebbe la fortuna e il tempo di ravvedersi.  Ali Bab (vedi in questa rubrica) scrive che questa maniera rudimentale d’intenerire la carne era praticata anche dagli ussari ungheresi di Kossuth.  Sempre a questo proposito nel Settecento si riteneva che gli Atticotes, una tribù barbara di origine bretone, fosse cannibale e che festeggiasse mangiando le mammelle crude delle pecore e bevendo birra nel cranio dei loro nemici.         una sostanza detta anche bianco di balena o cetina, che si trova nella testa del capodoglio (chimicamente estere cetilico dell’acido palmitico) con cui si preparavano unguenti, pomate, profumi e candele.

Il Capodoglio era cacciato, oltre che per il grasso e la carne, per lo spermaceti, una sostanza detta anche bianco di balena o cetina, che si trova nella testa del capodoglio (chimicamente estere cetilico dell’acido palmitico) con cui si preparavano unguenti, pomate, profumi e candele.


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