Food-Design

Il cinema si mette a tavola – IED – Milano

19 dicembre 2010 Share

IED-Milano

(Gennaio-febbraio 2011)

Il cinema si mette a tavola.

L’art culinaire est un art sans musée.”

(Michel Foucault)

Forma, colore e struttura sono da qualche anno a questa parte sempre più fondativi per la formazione del gusto e l’innovazione cucinaria. Essi si coniugano con le cerimonie conviviali dando vita ad un vero e proprio teatro gourmand o, in termini semiologici, ad un nuovo paradigma culturale. Una metamorfosi che articola la sostanza del desiderio dentro inedite forme letterarie e visuali i cui prodromi li abbiamo visti con la giovinetta Meret Oppenheim – servita a tavola in più di un’occasione ai suoi scapoli immaginari – o nel “cannibalismo” dei futuristi o ancora in un certo cinema americano degli anni ’20, dove tutte le ragazze sono sugar o honey. In sostanza, il gusto, liberato dalla sua millenaria guerra contro la lesina, si è rivelato avido di metafore, immagini, figure retoriche, finendo così per collocare le parole e le immagini sopra i sapori e le sensazioni.

La scena alimentare è ora il luogo dove i nuovi commensali non vedono che segni e gli affamati non vedono che cose, o per altri versi, questa nuova cucina semiotica rovescia ciò che a suo tempo aveva notato Claude Lévi-Strauss: essendo buona da pensare non può non essere buona da mangiare, ne consegue che sulle tavole della socialità questo eccesso della dimensione simbolica dilata la “significazione” e il senso, soprattutto fa lievitare la posizione della comunicazione a mero segno figurale. Nelle fiction, per esempio, i romanzieri e i registi spesso disegnano i personaggi mediante la rappresentazione delle loro abitudini alimentari. James Bond è un buongustaio che ordina “martini” mescolati, non shakerati. L’ispettore Callaghan pranza sempre con hot dog.

I due protagonisti del film Pulp Fiction, che sono sicari, vengono umanizzati per motivi di cassetta mostrandoli mentre discutono sugli hamburger del Mc Donald’s di Amsterdam. Quanto ai personaggi femminili le “brave ragazze” cucinano con amore e non mangiano, le “ragazze cattive”, invece, sono raffigurate come ingorde.

Primo incontro.

Da François Rabelais a La grande bouffe di Marco Ferreri passando per Le ventre de Paris di Émile Zola. Il cinema come antro oscuro del desiderio, l’amore cannibale, ovvero l’appetito degli uomini per i frutti femminili.

Secondo incontro.

Da Il pranzo di Babette di Gabriel Axel a “La macchina sfamatoria di Billows” in Tempi moderni di Chaplin passando per Partie de campagne di Jean Renoir. La metamorfosi della cerimonia.

Terzo incontro.

Tampopo di Juzo Itami, comprendere il cibo degli Altri. La dimensione pagana della gioia di vivere tra sensualità e sessualità. “Le regole di un menu non sono in se stesse più o meno insignificanti delle regole del verso, a cui un poeta si sottomette.” (Mary Douglas)

Quarto incontro.

Gli atti alimentari nelle neo avanguardie di fine Novecento a partire da Fluxus e dall’inedito documentario Food frames di John Cage e Alison Knowles.

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