Food-Design

Food-Design – Anno 2010-2011 – Presentazione del corso

6 marzo 2011 Share

Politecnico di Milano-Bovisa.

Anno accademico 2010-2011.

Cattedra di food-design.

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Attraverso lo specchio.

Gli atti alimentari come produzione e rappresentazione dell’immaginario sociale nelle strategie progettuali, nelle arti visuali e nello spettacolo.

Il paradigma alimentare con le sue cerimonie e le forme della convivialità costituiscono il più antico ed articolato protocollo di costruzione della sensibilità espressiva e del carattere polisemico del gusto così come di molte delle strategie di soggettivazione del mondo.

Da tempo, del resto, questo paradigma sta alla base dei programmi di “material culture studies” contribuendo alla re-definizione, come scrisse a suo tempo Marcel Mauss, di quell’animale, l’uomo, che pensa con le dita.

I processi alimentari e le geografie della fame, in questo senso, si condensano su un duplice registro, da una parte riflettono le ambivalenze del rapporto del corpo con gli scenari della sociabilità e le procedure di trasmissione dei saperi, segnando la cartografia delle differenze sociali, i nuovi modelli di produzione e consumo, i comportamenti culturali, enucleandone il carattere pervasivo sul proscenio delle relazioni sociali, tanto da poter essere definiti un fatto sociale totale.

Dall’altra, sulla spinta delle nuove tendenze estetiche disegnate dalle poetiche dell’immateriale, sono divenuti una parte importante della produzione simbolica della modernità, intrecciandosi con i nuovi saperi della comunicazione visuale e con le loro inedite sintassi.

Gli atti alimentari, oggi, sono dunque l’altra faccia di una saggezza organica in cui si riflettono gli stili di vita della modernità e le loro rappresentazioni cognitive, come è suggerito, nella fattispecie, dal progetto dell’EXPO 2015 di Milano.

Come da protocollo didattico il corso sarà affiancato da esercitazioni pratiche e lezioni monografiche.

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L’esame di questo insegnamento si può sostenere secondo due modalità.

La prima modalità è nella forma classica prevista dall’ordinamento universitario. Un’interrogazione orale il contenuto della quale è costituito da ciò che è stato illustrato nel corso delle lezioni e dal contenuto dei libri indicati in bibliografia.

La seconda modalità, invece, prevede una partecipazione attiva costituita dalla esercitazioni (°).

In questo caso:

A – Chi partecipa ad almeno otto esercitazioni, e ne “vince” almeno una, supererà l’esame svolgendo una piccola ricerca monografica su un tema concordato per tempo con la cattedra.
La partecipazione alle esercitazioni vale ventiquattro/ trentesimi, la ricerca
fino a nove trentesimi, cioè, trenta e lode.

B – Chi partecipa ad almeno dieci esercitazioni, senza “vincerne” nessuna, supererà l’esame svolgendo una piccola ricerca monografica su un tema concordato per tempo con la cattedra.

La partecipazione alle esercitazioni vale, in questo caso, ventidue/ trentesimi, la ricerca fino a otto trentesimi, cioè, trenta.

Le esercitazioni saranno discusse nel corso delle lezioni e costituiranno un ulteriore supporto didattico al programma svolto.

Prof. Giovanni-Emilio Simonetti.
(9 marzo 2011)

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Il sito di riferimento di questo insegnamento è:
www.pages.mi.it/oldpages

Tramite la e-mail del sito è possibile comunicare con il docente per qualunque problema relativo all’insegnamento, ai contenuti di esso, alle ricerche, alle bibliografie e alle procedure.
Le esercitazioni saranno pubblicate per tempo nel sito e aggiornate con i migliori lavori svolti.

(°) – Nel sito indicato qui sopra gli studenti possono vedere le esercitazioni svolte nei precedenti anni accademici.

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Lexikon – Addenda 8

6 marzo 2011 Share

Una breve nota sulla festa, la vigilia di “carnevale”.

La festa è memoria, utensile di morale e di perversione, simbolo orale e letterario, rifugio, spesso di performance perdute, soufflé di senso.

Là dove la regressione consuma la festa il sacro precipita a religione o si fa spettacolo.

Nella festa il disordine costruisce l’incontro, la trasgressione, il senso, perché essa è, prima di tutto, il sentimento di una partecipazione possibile. Di fatto, non è mai solo un insieme di cerimonie, ma è il luogo e il tempo in cui la “motricità” delle cerimonie diventa corpo del soggetto festante, in questo modo la festa è identitaria e in essa il soggetto si specchia con la sua soggettività sociale.

La festa è il luogo del corpo a corpo con il mondo, frantuma gli involucri psichici o, meglio, li “antromorfizza” con l’ambiente a cominciare dagli orifizi corporali che sono organi di transito tra l’interno e l’aperto. In questo modo essi diventano strumenti di percezione e di emozione, “organismi” di elaborazione dell’esperienza, non per caso le personalità ossessive sono le più restie alla depense festiva.

La festa è un cosmo ornato ed ordinato che interrompe ogni lavoro produttivo e si oppone all’ordine costituito attraverso l’eccesso, la trasgressione, lo spreco. In questo senso essa è un pericolo per gli assolutismi e gli utilitarismi. Ai loro occhi è eversiva e sovversiva, portatrice di cambiamenti non motivati se non in un contesto ludico e creativo in cui si svaporano gli obblighi a fini pratici.

Ne consegue che l’istituto festivo riafferma, negandolo, l’ordine sociale, è il suo hortus conclusus nel quale la celebrazione della vita corrente rivela la rinascita, il cambiamento, la rigenerazione. Qui sta anche la sua debolezza, apre le porte al simbolico e all’abbondanza nello stesso movimento con il quale, giocoforza, suffraga, consacra e rafforza le gerarchie dell’ordinamento esistente.

A suo tempo scuoteva l’orrore del gotico ed anticipava – senza capirlo – il Rinascimento.

Era un linguaggio dietro cui il realismo grottesco esaltava il linguaggio espressivo della cultura materiale e corporea con la quale si aprivano le porte alla fertilità, alla crescita e all’abbondanza, una rappresentazione del grembo femminile dove tutto ha inizio e tutto vi ritorna. Dove il vissuto è il compimento del festivo.

Scrive Sigmund Freud, attraverso l’infrazione solenne di un divieto si forma la coscienza di sé e si moltiplicano le sue contraddizioni, lo scendere a patti nella confusione che in qualche modo tarpa le ali alla sublimazione. Nel contesto attuale quella riduzione della festa a vacanza che salvaguardia la produttività e il consumo alienando il desiderio dentro un gioco di specchi di “identificazioni sostitutive”. Così, ha notato Roger Caillois, attraverso l’eccesso il gioco fuoriesce dalla festa ed esalta la guerra, invece di riscoprire e rifondare la comunità avvelena ogni passione.

Il tempo come il fiore può morire e può rinascere, nel regime festivo è una cosmogonia, un evento che rifonda, che “ritorna”, ma che la guerra raddrizza perché essa pretende una fine anche a spese del sacro. Quello che conta è isolare la temporalità dell’evento festivo per banalizzare la catarsi ed imporre l’assoluto relativo del sacro sul profano.

La stessa memoria della festa è stata banalizzata dallo spettacolo in cui il dominus è il consumatore, un individuo incapace a pensare la dépense. In questo senso la decadenza festiva è completamente realizzata dall’ideologia delle vacanze e del tempo libero.

Non è un caso che nei regimi dispotici puniscano la festa ed esaltino le vacanze di massa. Così fece il franchismo in Spagna quando vietò la festa per eccellenza, il Carnevale.

Così fece il fascismo italiano con le vacanze littorie a tariffe ferroviarie scontate.

Il “pan-ludismo” è una perversione moderna della festa intesa come sensazione. Come perversione della forma di spettacolo lungi dal rompere il quotidiano lo rafforza nella sua dimensione mercantile.

Cena Fluxus – NABA – 17 novembre 2010

5 marzo 2011 Share