Food-Design

Il pane e le briciole – Congegni, forme e pasta sfoglia – Esercitazione 8 – 2010-2011

25 aprile 2011 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2010-2011.

Cattedra di FOOD-DESIGN.

Esercitazione numero otto.

(Mercoledì 27 aprile 2011.)

(Attenzione! La data di consegna di questa esercitazione è per mercoledì 11 maggio.)

I due complementi di arredamento saranno giudicati separatamente. Ogni studente potrà presentarne uno solo.

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Il pane e le briciole.

Congegni, forme e pasta sfoglia.

L’obiettivo dell’esercitazione è quello di progettare, usando pasta sfoglia industriale e/o pasta fillo (phyllo) un complemento di arredo, preferibilmente una lampada o un vaso porta-oggetti.

L’armatura può essere realizzata con stecchi di legno e la pasta può essere colorata, ma ogni artificio sarà considerato penalizzante. Invece, la possibilità che il prototipo sia “funzionante” sarà considerato un vantaggio.

Sfruttare la cottura in forno e lo zucchero velo per dosare il colore. La quantità massima di pasta da usare non deve superare i due chili.

L’assemblare è la forma moderna del tutto ed essa domina sull’espressione artistica.

(Bernard Rosenthal)


Nel realizzare questo progetto lo studente deve riflettere più che sull’oggetto d’uso (rappresentazione di una funzione) sulla nozione di congegno.

Un congegno, in sé, non è solo l’esito del co-ingegnare , ma è anche un modello linguistico ed un insieme di strategie del sapere. In altri termini, un congegno è il comporre con ingegno, e di conseguenza, ordinare con arte.

Martin Haidegger chiama apparato (Ge-stell) il raccogliersi di quel disporre che esige lo svelamento del reale nella forma dell’ordinare. In questo modo esso fa i conti con la prassi che orienta il senso.

Una lampada in pasta sfoglia è ancora una lampada o lo è solo per analogia con quelle realizzate con altri materiali?

Un vaso porta-oggetti deve per forza contenere oggetti?

Scrive Gottfried Leibniz (1646-1716): Creare vuol dire eliminare il possibile. Sfidare il mondo dell’irriducibile singolarità.

Se i materiali tradizionali inducono, a ragione della loro natura, ad un pro-durre impositivo che in qualche modo inibisce la poiesis, qualche chilo di pasta sfogliata è in grado di ricondurre la techne alla dimensione di ciò che vuol dire disvelare il senso?

Ancora, quale sfondo (Bestand) deve pensare la techne?

La fatalità di una lampada è d’illuminare e la tecnica che la pensa è la ragione del suo scopo, ma una lampada in pasta frolla quali altri scopi nasconde o, meglio, sconnette?

Il destino di un vaso non è quello di cadere in frammenti? La perfezione di una cosa – osserva Aristotele – si misura alla necessità del suo stato.

Su questo Heidegger è perentorio: Ciò che salva è anche ciò che sconnette. Gli atti tecnici, infatti, sacrificando la funzione diventano ars, si mutano nell’inspiegabilità come fine, cioè, come valore estetico.

Dunque, l’obiettivo di questa esercitazione è di pensare la tecnica, ma non tecnicamente.

Pensarla al di là di una visione meccanica e finalizzata avventurandosi in quello che oggi molti definiscono come design narrativo, come espressione di un fare che presuppone il sapere.

La forma che è divenuta forma determina la natura della forma che lo diverrà.

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Il pane all’inizio della sua storia – Esercitazione 7 – 2010-2011

19 aprile 2011 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2010-2011.

Cattedra di FOOD-DESIGN.

Esercitazione numero sette.

(Mercoledì 20 aprile 2011.)

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IL PANE ALL’INIZIO DELLA SUA STORIA.

Gli uomini del neolitico che abitavano la“mezzaluna fertile” avevano a loro disposizione molti cereali e grani, oltre che erbaggi, leguminose e frutta allo stato selvatico, che impararono a riconoscere e a trasformare in brode e in pani dopo averli macinati tra due sassi. (Pani schiacciati, soprattutto gallette, dal celto kalet, duro, la stessa radice di pietra di silice o incavati per contenere com-panatici)

Molte di queste brode sono arrivate fino a noi come testimonia, per esempio, il porridge inglese. Brode, le madri di tutti i cibi, dicono i russi, che hanno dato vita alle minestre acide con la fermentazione lattica, come nella “zur” polacca o alla birra con la trasformazione alcolica.

Più tardi, i cereali dalla “mezzaluna fertile” arrivarono anche in Europa che già conosceva gli sfarinati brodosi o gli impasti di ghiande e castagne.

È provato che bastano intorno ai duecentocinquanta gradi per ottenere un pane addolcito dalla cottura, rispetto all’amaro dei semi della pianta cruda. Un pane che ha anche il pregio di conservarsi per un certo tempo. La masticazione e la saliva fanno il resto, trasformando la massa masticata in destrosio e dunque in fonte di energia.

Oggi possiamo dire che gli uomini scoprirono quasi subito il valore dei cereali e li “addomesticarono” allo scopo di migliorarne la qualità. Poi, con il neolitico, i cereali e la loro cultura si diffusero in Europa, ma è solo intorno a cinquemila anni fa che la cultura dei pani divenne una pratica comune.

Il rinvenimento di resti di pane è un fatto molto raro. Una scoperta eccezionale è avvenute nel 1976 nella stazione neolitica di Twann/Douanne (Berna), sul lago di Bienna. Qui è stata rinvenuta una pagnotta di forma circolare, carbonizzata e raggrinzita, che ha dimostrato come fin dal quarto millennio prima dell’era comune in Europa si producesse un pane fatto di farina di frumento e grani. Il pane dell’Europa preistorica aveva forme di lievitazione primitive. L’uso del lievito, caratteristico dell’Egitto, si diffonderà in Grecia in epoca storica e diventerà comune nel resto d’Europa solo durante l’età romana.

Pane di Twann/Douanne. Si tratta di una pagnotta, ben conservata, dal diametro di diciassette centimetri, alta cinque centimetri, presumibilmente all’origine di circa trecentocinquanta grammi di peso.

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Nota. Si attribuisce agli egiziani l’invenzione del pane lievitato. Una conseguenza dell’uso dell’acqua del Nilo non bollita per la panificazione. La più antica rappresentazione di un pane è in documento Sumero datato duemila anni prima dell’era comune, pressappoco degli stessi anni è la prima menzione di un pane lievitato. Compare nel Codice di Hammurabi. Uno dei forni più antichi è stato scoperto a fianco di un’abitazione a Catal Huyuk in Asia Minore, risale a circa ottomila anni fa. I primi a sviluppare un’arte della panificazione furono i greci che confezionavano più di settanta tipi di pane ed introdussero dal quinto secolo prima dell’era comune il mulino a tramoggia.

Al centro di numerose simbologie il pane è presente nell’antico rituale egiziano dei morti. I Romani lo portavano in processione nelle cerimonie dei defunti. Gli ebrei portano dodici pani diversi il giorno dello Shabbat al tempio di Dio, sono i pani di proposizione (shew-bread). Nel cristianesimo prima del Cristo c’è il profeta Eliseo che moltiplica i pani che poi finiscono al centro dell’Eucarestia. Giovanni definisce Gesù pane di vita, i cristiani pane della parola di Dio la predicazione.

Nell’antico Egitto il dono dei cereali e del pane fu attribuito al dio Ptah. Nella cultura ebraica il pane è all’origine di numerosi codici civili e sociali. Il culto greco più antico e famoso intorno al pane lo si ritrova nei Misteri Eleusini in onore di Demetra. Il Cristo dei cristiani dice: “Mangiate io sono il pane…”, il pane che aveva moltiplicato nel miracolo con i pesci. Fu cantato da Omero, Orazio, Giovenale e Plauto. È onorato nei Canti dell’Edda della letteratura nordica e dai poeti medioevali. Riempie l’Europa di toponimi fino all’inverosimile villaggio bernese di Chät und Brot.

Da il nome al luogo di nascita di Gesù, Beit Lehem.

Una curiosità. La tradizionale baguette francese è uno dei simboli dell’identità nazionale. Il 26 brumaio dell’anno secondo (15 novembre 1793) un decreto della Convenzione stabilisce che tutti i francese devono mangiare lo stesso pane: «La richesse et la pauvreté devant également disparaître du régime de l’égalité, il ne sera plus composé un pain de fleur de farine pour le riche et un pain de son pour le pauvre. Tous les boulangers seront tenus, sous peine d’incarcération, de faire une seule sorte de pain : Le Pain Égalité».

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Scopo dell’esercitazione è la realizzazione di un “pane neolitico” sul modello di quello di Twann/Douanne.

Questa è la ricetta.

Preparazione del lievito. Con ottanta grammi di farina integrale, un po’ di olio di noci, sale ed acqua di sorgente realizzate un impasto mescolandolo con cura, eventualmente rimboccandolo con un po’ di farina, fino a quando non diviene un bolo morbido che non attacca alle dita. A questo punto lasciatelo riposare per tre giorni in una tazza, coperto con un panno, in un luogo buio e ad una temperatura non inferiore ai 16 gradi. Passato questo tempo impastatelo con un altro po’ di farina e lasciatelo, sempre nello stesso modo, riposare per altri due giorni.

Preparazione del pane. Sciogliete il lievito in un po’ d’acqua di sorgente, aggiungeteci della farina integrale e un pugnetto di grano saraceno in grani, pulito e ammollato in acqua per qualche ora. Impastate il tutto a lungo fino ad ottenere una pasta molle ed elastica. Infarinatela. Copritela con un panno umido e lasciatela riposare al buio per un giorno a venti gradi. Rimpastatela usando dell’altra farina e cuocetela. Per farlo procuratevi un sasso da fiume liscio e il più possibile arrotondato. Ungetelo con olio di noci e mettetelo in centro all’impasto – appoggiato su una placca da forno unta – dopo averlo scaldato su una fiamma finché non ha raggiunto un’alta temperatura. Il tempo di cottura varierà in proporzione alla grandezza del sasso e alla temperatura che ha raggiunto. (Potete integrare la cottura aiutandovi con il forno caldo.)

Appena il pane è cotto, sistematelo, sollevandolo dal piano di appoggio, e avvolgetelo in un panno spesso affinché, raffreddandosi, non diventi duro.

Nota bene : Considerato l’impegno per la realizzazione di questa esercitazione a tutti coloro che parteciperanno sarà riconosciuto un punto da aggiungere al loro voto finale qualunque esso sia.



























I muffins della zia Chloe – Esercitazione 6 – 2010-2011

13 aprile 2011 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2010-2011

Cattedra di FOOD-DESIGN.

(Sesta esercitazione, mercoledì 13 aprile 2011)

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I muffins della zia Chloe.

(Una preparazione della cucina della Corn Belt.)

C’è qualcosa nel capolavoro di Harriet Beecher-Stowe, Uncle Tom’s Cabin, or Life Among the Lowly Simply, del 1851, (La capanna dello zio Tom), che affascina al di là dell’immenso calvario inflitto ai neri e alla loro cultura, sono i profumi della cucina della Corn Belt e del Sud degli Stati Uniti. Gli aromi della “the house” – la casa padronale della tenuta Shelby – seducenti come la donna che la governava dal fondo di una cucina, zia Chloe, moglie di fatto di Tom, non di diritto, perché allora ai “negri” la legge non riconosceva il matrimonio.

Zia Chloe aveva la faccia lucida, grassottella e sorridente di chi ama la vita, calcava sul capo un turbante a scacchi ben inamidato, possedeva le mani sicure della cuoca perfetta perché aveva la cucina nel cuore. Una regina dei fornelli esperta nel farcire, rosolare, schidionare la selvaggina, arrostire e, allo stesso tempo una maestra nell’arte della pasticceria.

Il Kentucky – dove dapprima si svolge la vicenda della capanna dello zio Tom – è uno stato agricolo a cavallo tra quelli del Sud e quelli del Centro Est, dove si coltiva in prevalenza il granoturco e il tabacco e poi mele e pere.

Chloe conosceva bene tutte le varietà dei corn-cakes, dai hoe-cake ai dodgers fino ai muffins, tanto che la sua abilità era considerata un “sublime mistero”. Con l’espressione di corn-cake nella cucina americana si comprendono più di una specialità che vanno dal pane alle focacce, dalle frittelle ai biscotti, dalle torte lievitate ai dolci accompagnati da frutta o sciroppi. I muffins, in particolare, sono di fatto delle piccole torte lievitate, da tempo conosciuti anche in Italia e dei quali ci sono decine di ricette e varianti.

Per restare nell’ambito delle attività cucinarie un capitolo a parte è rappresentato dai lieviti, mentre nei ricettari europei essi sono quasi sempre indicati in modo generico, in quelli americani le polveri lievitanti sono specificate con cura. Si va dal classico lievito di birra ai lieviti chimici a doppia azione, di solfato di sodio e alluminio e fosfato acido di calcio più bicarbonato di sodio. Sono, in breve, polveri composte da un elemento acido e uno alcalino come la classica baking soda.

Nella ricetta dei muffins compare anche la farina di grano, serve ad apportare glutine all’impasto e renderlo meno denso e piatto, di contro essa non compare nei dodgers che sono dei biscotti schiacciati o, piuttosto, delle focaccine non lievitate.

Infine, un’ultima osservazione, zia Chloe cuoceva i suoi dolci sulla stufa della sua capanna con uno skillet, una specie di fornetto a campana che per alcuni anni, dopo la seconda guerra mondiale, fu popolare anche in Italia prima che arrivassero le “cucine economiche a gas” con il forno incorporato.

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Uncle Tom’s Cabin è un romanzo antischiavista che si colloca nella tradizione del romanticismo americano, uscì a ridosso dell’infame Fugitive Slave Law del 1850, un atto legislativo che decretava l’obbligo di denuncia degli schiavi fuggiti e la loro restituzione ai proprietari.

Negli stati del Sud degli Stati Uniti, prima della guerra di secessione, i neri o meglio i “negri” venivano quasi sempre tenuti alla catena mentre lavoravano nelle piantagioni di cotone. Alcuni cattedratici del posto avevano riscontrato in questi neri una propensione alla fuga dal lavoro e dalla fatica. In altri termini, a differenza dei bianchi, non amavamo lavorare, non avevano principi morali ed erano portati all’ozio, ai vizi, al bere e a fare l’amore. Questa propensione alla fuga era stata classificata come una vera è propria patologia del comportamento a cui era stato dato il nome di dromomania o nevrosi da vagabondaggio, che affliggeva i bianchi schizofrenici e tutti i neri, come malattia propria del carattere delle persone di colore.

Il libro della Beecher-Stowe, nonostante alcune ingenuità, fu da subito un successo e rappresenta il suo romanzo più famoso, anche se oggi è dimenticato e spesso irriso. La stessa cultura afroamericana ha assunto il protagonista come la figura emblematica del nero integrato e imbelle, incapace di autonomia. Eppure a suo tempo anche Abramo Lincoln riconobbe a questo romanzo il merito di aver promosso la causa dell’abolizione della schiavitù.

Esso fu dapprima stampato a puntate – secondo le abitudini editoriali d’allora – sulle pagine della rivista abolizionista National Era, che si pubblicava a Washington, poi in volume.

Il 20 marzo 1852 uscì nelle librerie, se ne vendettero tremila copie il primo giorno, altre settemila nei giorni successivi. Il 31 marzo si cominciò a tirare la seconda edizione, alla fine dell’anno le copie stampate superavano le trecentomila unità.

Edmund Wilson nei suoi studi critici sulla Literature of American Civil War ha scritto: “Esporsi nella maturità alla lettura della Capanna dello zio Tom può dimostrarsi una sconcertante esperienza”.

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“La torta è una tradizione inglese che, trapiantata sul suolo americano,

forthwith ran rampant and burst forth into an untold variety of immediatamente si arricchì di nuova vita e proruppe in una varietà incalcolabile di generi e specie”.
genera and species.” ~ Harriet Beecher Stowe Harriet Beecher Stowe.

Muffins al mais con zucchero di canna e zucca.

Ricetta. Riunite in una ciotola una tazza e mezza (°) di farina di mais fine, una tazza di farina bianca setacciata, un cucchiaino di bicarbonato di sodio, tre quarti di cucchiaio di lievito in polvere (va bene quello in bustina che si acquista nei negozi), mezzo cucchiaino di sale fino, mescolate il tutto con cura. In un’altra ciotola riunite quattro cucchiai di zucchero di canna, due uova intere, tre quarti di tazza di latte (un po’ meno di un quarto di litro, potete sostituire il latte con della panna fresca), due noci di burro fuso, una tazza di purea di zucca gialla lessata in precedenza. Mescolate con cura gli ingredienti e unite il tutto alla prima ciotola amalgamando il composto per muffins con una spatola. Versatelo negli stampi imburrati, il composto non deve superare in altezza i tre quarti dello stampo (°°). Infornateli in un forno già caldo a 200 gradi circa. Dovrebbero essere pronti nel giro di venti minuti.

(°) – In genere i ricettari americani indicano le quantità in tazze, bicchieri e cucchiai. La cup americana corrisponde a circa 120 grammi.

(°°) – Gli stampi per muffins sono oggi di vari materiali, compresa la carta da forno, ma per correttezza in questa esercitazione dovranno – almeno la metà – essere preparati come nell’Old West della seconda metà dell’Ottocento, ritagliandoli dalle lattine (vanno bene quelle della birra o delle bevande gassate) a cui è stato tolto il fondo ed appoggiati su una placca da forno, il tutto ben imburrato.

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Obiettivo della esercitazione è realizzare i muffins della zia Chloe nel modo indicato e di servirli immaginando una salsa o una purea oppure una crema di accompagnamento a base di mele o di pere.























Un souper gourmand au Café Riche – Esercitazione 5 – 2010-2011

5 aprile 2011 Share

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2010-2011

Cattedra di FOOD-DESIGN.

(Quinta esercitazione, mercoledì 6 aprile 2011)

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Un souper gourmand au Café Riche(°)

(Analogie, metafore e gourmandise)

Les huîtres d’Ostende furent apportées, mignonnes et grasses, semblables à de petites oreilles enfermées

en des coquilles, et fondant entre le palais et la langue ainsi que des bonbons salés.

Puis, après le portage, on servit une truite rose comme de la chair de jeune fille ; […].

On apporta des côtelettes d’agneau, tendres, légères, couchées sur un lit épais et menu de pointes

d’asperges. […]

On avait apporté le rôti, des perdreaux flanqués de cailles, puis des petits pois, puis une terrine de

foies gras accompagnée d’une salade aux feuilles dentelées, emplissant comme une mousse verte un

grand saladier en forme de cuvette. […]

Le dessert vint, puis le café ; et les liqueurs versèrent dans les esprit excités un trouble plus lourd et

plus chaud. […] Le total montait à cent trente francs.

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Paul Émile Debraux (1796-1831), conosciuto come il Re della Goguette (°°), poeta di strada parigino, anarchico, puttaniere, animatore di società segrete e chansonnier, cantava:

D’une huitre qui te plaira fort,

Je vais te montrer les coquilles.

Huître: “Le con qui sent la marée, s’ouvre et se referme sur le doigt du pêcheur, sa morsure, quoique douce, est parfois venimeuse…”

Ostrica (Ostrea): Con questo termine è indicato un certo numero di molluschi marini bivalve comuni a molti mari. Le due valve sono disuguali e quella inferiore, al quale è ancorato l’animale, è più grande ed incavata della superiore. Entrambe sono ricoperte di lamelle squamose ondulate. Nei mari orientali alcune varietà di ostriche producono perle. Le ostriche si nutrono di microrganismi filtrati dai palpi labiali. Hanno dei cicli vitali diversi. La specie europea e quella americana sono ermafrodite. L’ostrica indigena delle coste francesi è l’Ostrea edulis, è piatta ed è chiamata gravette nei bacini di Archachon e belon in Bretagna. La varietà portoghese, messa a dimora nell’Ottocento nell’estuario della Gironda, è stata decimata da una “epizotite” negli anni ’70 e sostituita con un’ostrica importata dal Giappone.

Per tradizione sono consumate nei mesi con la “erre”, i mesi di luglio ed agosto sono riservati alla riproduzione. Sono ricche in proteine, una dozzina di ostriche equivale ad una bistecca di manzo, in più abbondano in minerali, calcio, ferro, zinco, magnesio fosforo, e vitamine.

Sono consumate fin dall’antichità. I romani ne erano ghiotti e l’aneddotica racconta che i buongustai sapevano riconoscere, all’assaggio, la zona di provenienza. Anche in Grecia erano popolari tanto che i loro gusci venivano usati per le votazioni pubbliche per decretare l’ostracismo, l’esilio. Scrive Plinio (23-79 dell’era comune): “Le ostriche del mar della Marmara sono più grosse di quelle di Lucrino, più dolci di quelle della Bretagna, più gustose di quelle del Medoc, più piccanti di quelle di Efeso, più piene di quelle spagnole, più bianche di quelle del Circeo…”.

Le ostriche erano apprezzate anche dagli assiri e dagli egiziani, ma curiosamente, non c’è traccia di esse nella Bibbia.

Fino al XV secolo le virtù afrodisiache delle ostriche non erano particolarmente apprezzate. Solo dopo questa data l’oscurantismo religioso, che vedeva in questo mollusco una scabrosa riproduzione del sesso femminile e tuonava contro gli istinti lussuriosi che scatenava, gli riconobbe paradossalmente queste virtù, le ostriche divennero il simbolo dell’infedeltà femminile.

Le celebra una famosa tela di Jean-François de Troy, Le déjeuner d’huîtres, ora al Musée Condé, commissionata nel 1735 da Luigi XV per la sala da pranzo di Versailles.

All’inizio del secolo dei lumi, dunque, le ostriche (e i tartufi) prendono il potere, esiliando le spezie e le carni di selvaggina delle antiche tavole nobiliari. I mirabolanti e sanguinolenti piatti di carni rosse s’inchinano davanti alla polpa molle, gelatinosa ed esangue delle ostriche. Non c’è tavola libertina che non le innalzi a trofeo, da quella del vecchio libertino Charles de Saint-Évremond (1610-1703) a quella di Giacomo Casanova(1725-1798) che elogia il piacere lascivo di gustarle succhiandole direttamente dal guscio. Casanova racconta nelle sue Memorie: “…per puro caso, un’ostrica che stavo per mettere in bocca ad Emilia sdrucciolò fuori dal guscio e le cadde sul seno. La ragazza fece il gesto di raccoglierla con le dita, ma io glielo impedii, reclamando il diritto di sbottonarle il corpetto per raccoglierla con le labbra nel fondo in cui era caduta…Lettore voluttuoso, prova poi a dirmi se non è quello il nettare degli dei!”

Neanche a dirlo, dopo Emilia, ci saranno Marina, Cecilia, Cristina…Casanova trasforma l’ostrica in una sorta di ostia deliziosamente blasfema che incita ad una transustanziazione poco ortodossa, interamente consacrata alla religione dell’amore…perché, come fa dire l’abbé du Prat a Virginie in Vénus dans le cloître, “Il n’est pas ici question de faire l’huître à l’écaille…”.

Tema dell’esercitazione: È possibile oggi riuscire a rappresentare, in una forma moderna, con sei ostriche variamente disposte, le pieghe di una tovaglia, fiori o un qualunque altro sfondo, la lussuria che esse hanno rappresentato per secoli?

L’atmosfera afrodisiaca che la loro storia esalta? Il loro fascino ambiguo?

N.B.: L’esercitazione potrà essere realizzata con qualunque tecnica si ritenga più opportuna, in FORMATO A3.

(°) – Guy de Maupassant, Bel-Ami, Parigi 1885 ( Un’edizione integrale di questo lavoro di Maupassant è stata di recente pubblicata in italiano dalla Newton Compton, nella collana dei tascabili economici con un saggio di Carlo Bo.) Se Gustave Flaubert sostiene di essere Madame Bovary, diceva Maupassant, allora io sono Bel-Ami. Un romanzo realista ricco di suggestioni gourmand che fanno da sfondo alla vicenda e tratteggiano in pochi tratti vigorosi la personalità dei suoi protagonisti. Questo passaggio di un repas al Café Riche di Parigi è interessante per due motivi. Ci restituisce un’idea dei piatti che potevano figurare in un menu di un ristorante di prestigio della seconda metà del diciannovesimo secolo e ci fa conoscere l’ambiente in cui si svolge la scena o, in francese la (s)cene – il ristorante si trovava sul Boulevard des Italiens, all’incrocio con la Rue Le Pelletier, sul posto dove si trova oggi la banca di Francia.

(°°) – La goguette è un genere musicale che si diffuse in Francia dopo la rivoluzione francese, consiste nell’inserire un testo a carattere politico, satirico o rivoluzionario su una melodia popolare preesistente.

(Se siete curiosi. Vedi di Mary Frances K. Fisher, Biografia sentimentale dell’ostrica, Vicenza 2005. (Titolo originale, Consider the Oyster, prima edizione 1941. La Fischer, nata ad Albion, nel Michigan, è considerata una delle prime foodwriter. Visse a lungo in Francia.)

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