Il pane e le briciole – Congegni, forme e pasta sfoglia – Esercitazione 8 – 2010-2011

25 aprile 2011 Share
   

Politecnico di Milano, Anno Accademico 2010-2011.

Cattedra di FOOD-DESIGN.

Esercitazione numero otto.

(Mercoledì 27 aprile 2011.)

(Attenzione! La data di consegna di questa esercitazione è per mercoledì 11 maggio.)

I due complementi di arredamento saranno giudicati separatamente. Ogni studente potrà presentarne uno solo.

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Il pane e le briciole.

Congegni, forme e pasta sfoglia.

L’obiettivo dell’esercitazione è quello di progettare, usando pasta sfoglia industriale e/o pasta fillo (phyllo) un complemento di arredo, preferibilmente una lampada o un vaso porta-oggetti.

L’armatura può essere realizzata con stecchi di legno e la pasta può essere colorata, ma ogni artificio sarà considerato penalizzante. Invece, la possibilità che il prototipo sia “funzionante” sarà considerato un vantaggio.

Sfruttare la cottura in forno e lo zucchero velo per dosare il colore. La quantità massima di pasta da usare non deve superare i due chili.

L’assemblare è la forma moderna del tutto ed essa domina sull’espressione artistica.

(Bernard Rosenthal)


Nel realizzare questo progetto lo studente deve riflettere più che sull’oggetto d’uso (rappresentazione di una funzione) sulla nozione di congegno.

Un congegno, in sé, non è solo l’esito del co-ingegnare , ma è anche un modello linguistico ed un insieme di strategie del sapere. In altri termini, un congegno è il comporre con ingegno, e di conseguenza, ordinare con arte.

Martin Haidegger chiama apparato (Ge-stell) il raccogliersi di quel disporre che esige lo svelamento del reale nella forma dell’ordinare. In questo modo esso fa i conti con la prassi che orienta il senso.

Una lampada in pasta sfoglia è ancora una lampada o lo è solo per analogia con quelle realizzate con altri materiali?

Un vaso porta-oggetti deve per forza contenere oggetti?

Scrive Gottfried Leibniz (1646-1716): Creare vuol dire eliminare il possibile. Sfidare il mondo dell’irriducibile singolarità.

Se i materiali tradizionali inducono, a ragione della loro natura, ad un pro-durre impositivo che in qualche modo inibisce la poiesis, qualche chilo di pasta sfogliata è in grado di ricondurre la techne alla dimensione di ciò che vuol dire disvelare il senso?

Ancora, quale sfondo (Bestand) deve pensare la techne?

La fatalità di una lampada è d’illuminare e la tecnica che la pensa è la ragione del suo scopo, ma una lampada in pasta frolla quali altri scopi nasconde o, meglio, sconnette?

Il destino di un vaso non è quello di cadere in frammenti? La perfezione di una cosa – osserva Aristotele – si misura alla necessità del suo stato.

Su questo Heidegger è perentorio: Ciò che salva è anche ciò che sconnette. Gli atti tecnici, infatti, sacrificando la funzione diventano ars, si mutano nell’inspiegabilità come fine, cioè, come valore estetico.

Dunque, l’obiettivo di questa esercitazione è di pensare la tecnica, ma non tecnicamente.

Pensarla al di là di una visione meccanica e finalizzata avventurandosi in quello che oggi molti definiscono come design narrativo, come espressione di un fare che presuppone il sapere.

La forma che è divenuta forma determina la natura della forma che lo diverrà.

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