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Appunti di Sociologia della Comunicazione – A.A.2019-20 – Parte I

SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

(PARTE PRIMA)

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Grossomodo tutti sanno o credono di sapere che cosa sono la sociologia o le scienze sociali in generale.

In linea di massima si ritiene che siano delle discipline che studiano l’uomo e la società, le istituzioni, le relazioni sociali e i fondamenti della vita sociale. 

 

In particolare la sociologia è comunemente definita come uno studio scientifico della società o, se volete, dell’azione sociale e dei rapporti intersoggettivi al fine di interpretarli. 

 

Da un punto di vista storico o, meglio, dei processi che la strutturano e la de-strutturano, la sociologia è una delle scienze empiriche (o, prasseologiche) del diciannovesimo secolo, nate, nell’alveo del positivismo come risposta ai cambiamenti innovativi e per buona parte imprevisti introdotti dalla modernità. 

 

Davanti a un mondo, che, da una parte, appariva sempre più piccolo e integrato e, dall’altra, a un’esperienza della realtà sempre più parcellizzata e dispersiva, la sociologia rappresentava la speranza non solo di capire che cosa univa tra di loro gli individui e i gruppi sociali, ma anche di rimediare alle molteplici forme di disgregazione culturale in atto. 

 

Va sottolineato che all’inizio e per molto tempo la sociologia fu una disciplina del mondo occidentale elaborata da una cultura permeata di eurocentrismo e istanze colonialiste.

 

Solo dopo due guerre mondiali e l’inizio del fenomeno della globalizzazione si diffuse, come disciplina, nel resto del mondo, non senza qualche difficoltà interpretativa che in alcuni casi giunse fino al suo rifiuto o a una sua radicale revisione.     

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In breve la sociologia rappresenta, da un lato, uno dei più efficaci paradigmi per la comprensione della complessità, che caratterizza il mondo moderno.

Dall’altro, costituisce uno degli strumenti più utilizzati per conoscere il modo di formarsi della cultura, dei valori, degli stili di vita e, insieme, di analisi dei nuovi mutamenti sociali, come sono la globalizzazione dei mercati, l’affermarsi delle società multietniche, l’incidenza dei mass-media sulle mode, i costumi e le abitudini, l’avanzare delle tecnologie digitali.

L’obiettivo di questa disciplina, dunque, è di illustrare le dinamiche che spiegano il divenire delle esperienze, le passioni e il fare degli uomini con la cultura dei segni, delle forme sociali e delle

 neo-tecnologie che dominano la modernità e le sue rappresentazioni.

Così come di educare gli uomini a decifrare i significati del mondo reale, l’importanza del vissuto, che si nascondono dietro le architetture della rappresentazione sociale e dei suoi simulacri.

In sostanza la sociologia si occupa della società come un prodotto umano e dell’uomo come un prodotto sociale.

Ne consegue che per questa disciplina, è l’esperienza del vissuto che scandisce il tempo della storia e la sua agenda sociale! 

Diciamo più in generale che la sociologia è la scienza che studia (con i propri metodi e strumenti d’indagine) i fondamenti e i processi di strutturazione e destrutturazione delle comunità, le manifestazioni della vita associata e le loro trasformazioni.
È per questo che, in passato, è stata anche definita come la scienza dei fenomeni sociali. 

Oggi, in particolare, le teorie sociologiche sono considerate come degli strumenti ideologici per adattare il comportamento degli uomini ai bisogni dell’epoca e ai suoi oggetti sociali. 

In un’ottica politica è come dire che le diverse sociologie, con cui si compone lo studio della società, sono diventate dei mezzi con i quali si legittima l’ordine sociale, sia esso improntato alla conservazione, che al progresso e all’innovazione.

Va specificato che, per le scienze sociali, i fenomeni sociali sono caratterizzato dalla proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali, così gl’individui se li trovano di fronte come delle realtà che preesistono loro e che sono indifferenti alla loro presenza. 

 

In secondo luogo, i fenomeni sociali sono anche dotati di un certo potere imperativo e coercitivo in forza del quale s’impongono agli individui con o senza il loro consenso.   

 

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Il termine di sociologia fu coniato nel 1824 dal filosofo francese Auguste Comte (1798-1857) che, nel suo Corso di filosofia positiva, pubblicato nel 1839, la impiegò al posto di un’espressione che abbiamo già ricordato, quella di fisica sociale

Un’espressione che era stata coniata nella seconda metà del ‘700 per definire lo studio positivo delle leggi fondamentali proprie dei fenomeni sociali

Questa idea di una fisica sociale, come strumento per studiare gli uomini, nella seconda metà del diciottesimo secolo serviva a rivoluzionare un certo modo di vedere il mondo.

A capovolgere certezze centenarie e a seminare il dubbio là dove gli antichi saperi costituiti avevano i loro capisaldi, costruiti – il più delle volte – sulla sabbia dei luoghi comuni.

Il termine positivismo (che compare nel titolo del libro di Comte) fu impiegato per la prima volta da  Claude Henri conte di SaintSimon (1760-1825)  per definire un metodo esatto, dal punto di vista scientifico, con il quale fosse possibile affrontare i grandi temi con i quali la società e gli uomini devono in continuazione misurarsi.

L’idea da cui partì questo metodo di ricerca affonda nelle tesi dell’Illuminismo francese.

In prospettiva, possiamo dire che il positivismo contribuì a divulgare  i principi e la necessità di una organizzazione scientifica della società (soprattutto di quelle industriali) dando un senso ad un grandissimo fenomeno, sociale, politico ed economico, il fenomeno della tecnica, intesa come una scienza dei mezzi, che si materializza nella tecnologia e da vita alla civiltà industriale.

Per i positivisti la scienza è l’unico strumento di conoscenza reale (dunque, possibile) del mondo da cui ne consegue che solo i principi scientifici e le cause analizzabili con il metodo delle scienze possono dare origine alla conoscenza.

Come mostra la storia di questa corrente di pensiero oltre che nel discorso delle scienze dell’uomo, il paradigma del positivismo (nel corso dell’Ottocento) penetrò nella medicina, nella politica, nella giurisprudenza, nell’insegnamento, nell’economia, nella filosofia e in molte altre discipline ancora.
In estrema sintesi il concetto di sociologia rimanda dunque a un discorso sull’individuo come membro della società, cioè, ad una disciplina che studia il fondamento dei rapporti intersoggettivi come se fossero una scienza, cercandone un senso, una ragione, un obiettivo sociale.

Addenda

Nella scia delle teorie formulate da Auguste Comte incontriamo Herbert Spencer (1820-1903), un filosofo inglese di orientamento positivista, con grandi interessi per la psicologia, considerato il padre della filosofia evoluzionistica.

Spencer è l’autore di un trattato di sociologia in cui, per la prima volta, le teorie di Charles Darwin (1809-1892) sull’evoluzione sono applicato alle scienze sociali.

L’evoluzionismo – come visione del mondo – ha avuto, nell’ambito del discorso sociologico, il merito di focalizzare l’attenzione sul legame tra passato, presente e futuro.

Possiamo dire che ha sottratto il passato al suo destino di storia morta, facendolo apparire come un materiale vivente, o con un’immagine positivista, come il materiale geologico con cui l’uomo costruisce il suo presente, cerca d’immaginare il suo avvenire e gli dà un senso che non ha l’arbitrio di un destino ineluttabile . 

Insieme a Spencer ricordiamo John Stuart Mill (1806-1873), filosofo ed economista inglese, studioso di un particolare capitolo delle forme economiche: le forme espresse dall’utilitarismo. 

L’utilitarismo è una dottrina che elabora i modelli di comportamento economico che guidano le scelte individuali.
Di per sé le tesi sull’utilitarismo sono molto antiche, si possono far risalire a Epicuro, vale a dire, al quarto secolo circa prima dell’era comune.

L’utilitarismo elaborato da Mill tende a legare il bene con l’utile e a trasformare l’etica e le forme della morale, in una scienza della condotta umana.

Mill in Inghilterra è ricordato con simpatia, soprattutto dalle femministe, perché fu uno strenuo partigiano del diritto delle donne al voto.

Sempre per restare nell’ambito dell’utilitarismo inglese ricordiamo un altro suo padre nobile,  Jeremy Bentham (1748-1832).

Bentham è un filosofo riformatore fautore, in sede politica e legislativa, di un grande disegno organico di riforme sociali fondate sull’equità per tutti.
Questo filosofo è conosciuto nei paesi di lingua inglese come il filosofo della felicità, per aver posto questo sentimento a guida e a motore dell’azione degli uomini.
Le sue tesi possono essere riassunte in questo principio: Il dovere dei legislatori, vale a dire dei parlamenti e dei governi, è quello di assicurare il massimo della felicità possibile al maggior numero possibile di individui. 

Va ricordato che la parola felicità compare come un diritto inalienabile dei cittadini insieme alla vita e alla libertà nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana del 4 luglio 1776. 

 

È una prova della grande popolarità delle tesi di Bentham (quando era ancora in vita) nell’area dei paesi di lingua inglese. 

 

Tornando a Mill.
Per questo filosofo la sola conoscenza possibile è quella empirica e è il metodo della logica che deve guidarla.

Cioè, un metodo per creare inferenze (l’inferenza in logica è un processo per trarre conclusioni dai fatti presi in esame) fondato sull’induzione e la deduzione e, in sub-ordine, sull’abduzione (che è una sorte di sillogismo debole).

Un metodo improntato ad un realismo metodologico a-ideologico.
Temi che Mill affronta in un libro famoso, intitolato Sistema della logica deduttiva e induttiva, uscito a Londra nel 1843.

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Rivediamo quello che abbiamo detto da un’altra prospettiva, più antropologica.

Nelle cosiddette società primitive o tribali non esisteva il problema di dover conoscere e riflettere sui fondamenti dell’ordine sociale.
I rapporti interpersonali all’interno di queste comunità erano basati principalmente sui vincoli di sangue, di latte, di parentela e, non da ultimo, su legami di natura magica o sacra.

Erano società semplici, con strutture organizzative elementari, poco dinamiche, con scambi e contatti ridotti con le altre realtà sociali esterne ad esse, anche se spesso improntati a una certa conflittualità.

Questo stato di cose andò in crisi per due circostanze:

– La prima è la crescita demografica, che si ebbe grazie alla diffusione delle culture cerealicole a cominciare da quella regione che oggi viene definita della “mezzaluna fertile”, che corrisponde grossomodo all’area medio-orientale e, conseguentemente, con la nuova complessità sociale che questa crescita comportò.

 

Nella storia dell’uomo la cosiddetta svolta cerealicola anticipa la nascita delle città.  Fece aumentare i tassi di natalità e stabilizzò i nuclei familiari che poterono contare sulla certezza di potersi nutrirsi. 

 

– La seconda circostanza si ebbe con il diffondersi dei commerci, dei viaggi di esplorazione e dei trasporti, che misero in crisi le obsolete strutture di tipo ancestrale.

Questo mutamento gli storici lo fanno risalire, per quanto riguarda l’area del Mediterraneo, al ottavo/settimo prima dell’era comune, a partire dalla Grecia, che allora esprimeva un modello di società evoluta.
Sono gli anni che vedono la nascita della città-stato, delle polis.

 

Città che, sia pure in forma embrionale, svilupparono al loro interno delle configurazioni sociali complesse, in continua trasformazione e spesso concorrenti tra di loro.

Da un punto di vista funzionale, in queste cittàstato l’organizzazione civile cominciò a formarsi faticosamente intorno a due temi contrapposti, quello della solidarietà sociale e quello dell’interesse economico.
La considerazione più importante è che queste micro-società diventarono con il tempo dinamiche, improntate, cioè, a un costante mutamento. 

Al contrario, le società primitive erano società statiche, lente, fondate su valori considerati sacri, che si ritenevano divini, eterni e indiscutibili.
In particolare, la città-stato greca è estremamente articolata, fluida e in qualche misura laica.
Dalla polis derivò la politikà, la tecnica degli affari pubblici, la politica. 

Questa politica possiamo definirla come una tecnica che studia i problemi relativi alla polis dal punto di vista dell’esercizio del potere nel contesto di una forma di Stato nascente.   

 
Problemi che erano la conseguenza e il riflesso di due preoccupazioni principali.
– Come elaborare le forme di legittimazione e di delega per coloro che dovevano guidare la polis, in pratica, esercitarne il governo

È quello che oggi chiamiamo il tema della rappresentanza

 

– Come trovare e definire quelle regole che, se osservate da tutti, garantiscono la pace sociale e fanno prosperare il cosiddetto bene comune.   

 

Diciamo che è dallo sviluppo di queste considerazioni che, molti secoli dopo, nacque e si sviluppò la teoria contrattualistica della società.
Uno dei principali artefici di questa teoria fu il filosofo inglese, Thomas Hobbes (1588-1679).

Hobbes aveva studiato a Oxford, ma la sua formazione fu caratterizzata dai suoi continui contatti con l’ambiente culturale europeo.

Visse a lungo a Parigi, dove conobbe Cartesio.

La sua opera più importante è il Leviatano, pubblicato nel 1651.

In linea generale la filosofia di Hobbes rappresentò, nel XVII secolo, un’alternativa alla filosofia di Cartesio, non solo perché la filosofia di quest’ultimo era legata ai principi della metafisica, mentre quella di Hobbes era fondata su presupposti materialistici, ma anche perché i due filosofi scorgeranno nell’esercizio della ragione capacità diverse.

La filosofia di Hobbes ha come obiettivo quello di porre i fondamenti per una società pacifica e ordinata che lui pensava fosse possibile solo grazie al potere assoluto dello Stato.

Hobbes era convinto che fosse inutile una filosofia basata sul ragionamento astratto, perciò cercò di elaborare una filosofia puramente razionale, una filosofia che escludesse il soprannaturale, che in qualche modo liquidasse ciò che, senza prove reali, era stato affermato dagli autori antichi.

Una filosofia che prendesse spunto esclusivamente dalle leggi della natura.

Egli fu il primo filosofo a dichiarare, in modo chiaro e convincente, l’assoluta necessità di una scienza politica, considerato che l’uomo è un animale egoista che dev’essere governato.

Il punto di partenza di questa teoria contrattualistica è l’affermazione che il mondo dell’agire umano è retto da leggi analoghe a quelle che governano l’ordine naturale.

 

In questo modo si può arrivare a sviluppare una scienza della società umana che ha la stessa oggettività e coerenza delle scienze esatte, come la geometria o la fisica.

Una considerazione da cui deriva il convincimento che la società e il potere politico non sono affatto naturali per l’uomo, ma costituiscono un compromesso per mettere fine allo stato d’insicurezza permanente che caratterizza la convivenza senza regole.   

Per Hobbes le origini della società devono di conseguenza essere fondate su un patto, su di una specie di contratto liberamente sottoscritto da chi vive in quella società.

Poi, attraverso la rappresentanza politica, gli uomini – per sottrarsi al disordine dello stato di natura come condizione a-sociale, caratterizzata dalla lotta di tutti contro tutti (homo homini lupus) –  accettano (come male minore) di sottoporsi al governo di un sovrano assoluto.

Può apparire – per certi versi – una teoria semplicistica, ma non va sottovalutata, soprattutto alla luce delle implicazioni che ne derivarono.

Le due principali sono:
1 – Se pensiamo la società in questo modo essa diventa una costruzione storica, un prodotto positivo, privo, in sé, di una sua necessità ontologica (a limite teleologica) o di un destino, cioè, di “un dover essere così”…per volere di Dio o di un ente superiore.

2 – Poi, come sosterranno le correnti illuministiche settecentesche, se la società scaturisce da un patto tra gli uomini, questo patto si può anche rivedere e, magari, riformulare più o meno radicalmente.
Nulla in teoria esclude, ne dedussero i movimenti riformisti, che la revisione di questo patto possa avvenire anche con una rivoluzione

Un’utopia condivisa da molti uomini dell’Ottocento europeo e da tutti i movimenti politici d’ispirazione socialista.

L’altro grande protagonista di quel pensiero della politica che trasformerà per sempre la cultura occidentale è Charles-Louis di Montesquieu (1689-1755), filosofo e saggista francese.

Con Hobbes rappresenta il fondatore della dottrina politica moderna, il primo a formulare la teoria della divisione dei poteri.

La sua opera maggiore, De l’esprit des lois, fu pubblicata a Ginevra nel 1748.

Di lui vanno ricordate anche le Lettres persanes, che uscirono anonime a Amsterdam nel 1721, in cui tratta, in modo letterario, utilizzando la forma del romanzo epistolare, molti motivi tipici del suo pensiero politico, come la polemica contro le dispute religiose e l’intolleranza, la funzione morale e sociale della religione, il rifiuto del dispotismo, la difesa dei parlamenti come garanzia di libertà.

Ne l’Esprit des lois egli scrive: “…molte cose guidano gli uomini: il clima, la religione, le leggi, le massime di governo, le tradizioni, i costumi, le usanze. Dalla confluenza di queste cose si forma uno spirito generale, che ne è il risultato e che noi non possiamo ignorare”.

Per il suo tempo egli distingue tre tipi di governo possibile: repubblicano, monarchico, dispotico.

In tutte queste forme di governo, però, c’è una contrapposizione tra nobili e popolo.

I nobili costituiscono una classe che per difendere i propri privilegi tende a reprimere il popolo.

Da qui la necessita di una scienza della politica che distingua e renda autonomi i tre poteri che possono difendere la libertà e l’equità sociale.

Sono:

– il potere legislativo.

– il potere esecutivo.

– il potere giurisdizionale o giudiziario.

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Proviamo adesso, ad intrecciare la domanda relativa a quando è nata la sociologia con quella che si interroga sulle ragioni della sua comparsa. 

Questo perché è importante capire, prima di procedere, il motivo per il quale la sociologia e, in generale, tutte le scienze sociali e/o empiriche (prasseologiche) hanno avuto la loro culla nel corso dell’Ottocento. 

 
Sono discipline che, ognuna nel suo specifico campo di studi, ereditano, sia pure in misura diversa, il patrimonio della filosofia classica e in un certo modo, le sue illusioni e i suoi progetti.

Nel complesso queste discipline rappresentano un tentativo di reagire ad una crisi di portata epocale, la crisi della dottrina metafisica, cioè, di quel discorso ideale sulle cose del mondo che la filosofia greca pone oltre la fisica e oltre gli aspetti materiali della mondanità.

Diciamo che la metafisica è una dottrina filosofica che si auto-definisce come una scienza della realtà assoluta, capace di fornire una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza. 

In breve la metafisica era considerata quella parte della filosofia che, andando oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile, si occupava degli aspetti ritenuti più autentici, sacri e fondamentali della realtà. 

Questa crisi della conoscenza classica è parallela alla nascita dell’idea di modernità che, per convenzione, la maggior parte degli storici fa risalire alla Rivoluzione francese, vale a dire al 1789.

Ricordiamo come una delle prime definizioni di modernità appare per la prima volta in un testo di Honoré de Balzac (1799-1850) per indicare la presa di coscienza della singolarità e dell’unicità dell’epoca, in materia letteraria ed artistica, in rapporto al passato.  

 

Per estensione, poi, la modernità diventò il carattere proprio di un mondo, di una società, di un’epoca, che sanno che il passato non rinvia più a nulla e che a volte trae in inganno. .  

 

C’è un’idea di modernità che ci interessa in modo particolare.  È quella che coinvolge il mondo delle arti. 

Nasce in Francia con il Secondo Impero (1852-1870) in opposizione alla cultura e all’arte accademicain seguito definita stile pompier –  un’arte indipendente che si proclama realista e che conobbe un grande successo nella sua evoluzione impressionista

 

In nome della modernità, come mostrano gli avvenimenti storici, il realismo da vita ad una serie di rotture

 

– In politica con il radicalismo, perché i pittori realisti o naturalisti sono repubblicani e si oppongono ai disegni imperiali di Napoleone III. 

 

– Nell’estetica, perché questi artisti detestano le grandi scenografie mitologiche e le maestose mitografie dei pittori accademici, rivendicando la bellezza semplice della natura

 

– Nell’ambito della questione sociale, perché questi artisti provengono – salvo qualche eccezione – dal popolo, difendono la democrazia e detestano la cultura aristocrazia al potere. 

Perfino nel modo di pensare l’ambiente sono in qualche modo innovativi, rivalutando la campagna contro il moltiplicarsi degli appetiti dell’industria manufatturiera e del capitale che sta cambiando la geografia e la storia del territorio. 

En passant.  Sul tema della modernità ricordiamo che qualche anno fa un sociologo di origini polacche, Zygmunt Bauman ha introdotto il concetto di  modernità liquida (il saggio omonimo Liquid Modernity è del 2000, la traduzione italiana del 2006) nel tentativo di spiegare la postmodernità.

Questa modernità liquida è una metafora di quel potere che è capace di dissolvere le tradizioni, le istituzioni e perfino la stessa morale, tipico del capitalismo globalizzato.

Si caratterizza per l’impossibilità degl’uomini di individuare dei punti di riferimento stabili – necessari alla costruzione di una propria identità sociale – e nell’ansia che ne consegue.  Un’ansia che vediamo affiorare nelle nuove forme della precarietà economica e nella crisi dei valori morali.

Proseguiamo.

Dal punto di vista delle scienze sociali la crisi della conoscenza classica si colloca tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

Sono gli anni in cui si conclude anche la parabola dell’Illuminismo, che aveva mostrato come il mondo che abitiamo fosse più complesso di quello che sembrava e ancora per buona parte inspiegabile.

Una inspiegabilità che metteva in luce come, con il proseguire della conoscenza sperimentale, tutte le idee semplici ed astratte e tutte le raccomandazioni della fede religiosa non servissero più a nulla.
In altre parole, con la Rivoluzione francese giorno dopo giorno l’antico affresco del mondo, che era stato dipinto a cominciare dalla filosofia greca, va in pezzi dando vita a tutta una serie di tentativi per porvi rimedio.

Generalmente si chiamano conservatori o reazionari gli sforzi impiegati a ricomporlo e progressisti o rivoluzionari quelli impiegati per approdare a nuovi e più avanzati equilibri.

Ma, c’è anche un fatto nuovo, decisivo per il mondo Occidentale, l’avanzare prepotente in tutti i campi della vita corrente, dagli affari alla politica, dalla morale al governo delle nazioni, di una nuova classe sociale, quella che aveva vinto la Rivoluzione francese e che adesso esigeva che le venissero riconosciuti quei diritti per i quali aveva preso le armi: la borghesia.   

 

Il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi prende d’assalto la Bastiglia, ma nel suo diario Luigi XVI, quello stesso giorno scrive una sola parola: Rien. 

Siccome le idee non cascano dal cielo, ma si formano e si sviluppano tra gli uomini, una tale rottura epocale – che questo aneddoto descrive in modo vivido e che da vita alla modernità e a tutte le sue convulsioni – è soprattutto il risultato dell’azione in tutti i campi della vita corrente di questa nuova classe in ascesa.

Ecco perché, come scienza della società, la sociologia non poteva nascere in un altro momento

Questa disciplina era funzionale ad un modo diverso di vedere il mondo, rispondeva alle aspettative di una classe sociale alla ricerca di un’identità all’altezza della sua storia, fino al punto che non solo ne esprimeva i suoi caratteri, ma arrivava a rafforzarla nelle sue consapevolezze e nelle sue determinazioni e, in prospettiva, nei suoi errori.  

La sociologia, soprattutto all’inizio, ha poi contribuito a divulgare, perlomeno tra le classi dominanti, due grandi miti dell’Ottocento:

il mito della tecnica, più specificatamente, della macchina.

 

– il mito del progresso (o, dell’idea di progresso), come speranza di un futuro radioso per un numero d’individui sempre più numeroso.

Questo secondo mito rappresenta una fiducia, per molti illimitata, per altri ingenua, nell’avanzamento continuo e instancabile della scienza e con essa delle condizioni materiali e spirituali dell’umanità.

(Ha avuto anche i suoi detrattori, molti illustri, come furono Jean-Jacques Rousseau e Giacomo Leopardi).

Abbiamo ricordato come il positivismo abbia in qualche modo orientato, nel corso dell’Ottocento, le principali ricerche intorno al tema della società e delle sue leggi, mentre alle sue spalle si scolorivano e si dissolvevano le strutture e i valori tradizionali dell’Ancien Régime. 

In questo contesto maturarono molte ricerche e si aprirono, spesso in modo caotico, confronti e dibattiti su concetti, teorie o riflessioni che oggi appaiono popolari, ma che allora sembravano irriverenti, improponibili, blasfemi o addirittura intoccabili.

Per esempio:

Si cominciarono ad affrontare i temi del rispetto culturale dell’Altro, come individuo, e dei popoli come una forma sociale d’identità d’accettare e comprendere.

Si cominciò a valorizzare la cooperazione internazionale come strumento per un sentire comune delle differenze culturali, sociali e politiche.

Si cominciò a sviluppare l’idea di nazione e di solidarietà sociale.

Si diffuse il principio dell’assistenza agli indigenti e ai malati.  L’idea di consenso come base di ogni democrazia.  La pratica del suffragio elettorale per eleggere i parlamenti.

Si cominciò a riconoscere l’identità femminile e il diritto al voto delle donne.

Molti paesi introdussero il divorzio che, implicitamente, trasformava il matrimonio da sacramento divino a semplice contratto tra un uomo e una donna. 

Si cominciò a riflettere sul controllo delle nascite.

Sono in buona sostanza temi che ancora oggi costituiscono (o, dovrebbero costituire) la spina dorsale delle democrazie occidentali.

Con il ventunesimo secolo, poi, i temi culturali che dominano il mondo sono ancora una volta cambiati radicalmente.

Oggi si parla di contemporaneità.
Secondo i sociologi e i politologi questa società contemporanea si caratterizza per almeno tre aspetti:

– Una spinta globale all’interconnessione attraverso dei sistemi di rete sempre più estesi all’intero pianeta.

– Una evoluzione degli stili di vita sempre più rapidi e profondi che sono, per la prima volta nella storia dell’uomo direttamente legati all’innovazione tecnologica.

– Una trasformazione dell’ambiente e dell’habitat di un’ampiezza senza precedenti dovuta a dei fattori evolutivi di natura sociale, culturale, economica e tecnologica.

Quello che più conta, poi, è un’altra cosa ancora.
Si stima che questi mutamenti siano di natura irreversibile e che coinvolgano direttamente tutti, sia pure in modi differenti, a partire dal quotidiano, cioè, dal nostro modo di concepire la convivenza umana. 


Alcune note sul concetto di cultura.

Prendiamo in considerazione adesso un concetto chiave degli studi sociologici, il concetto di cultura.

Prima di esaminarlo in dettaglio vediamo come l’UNESCO l’ha definita nella “Dichiarazione di Messico City” sulle politiche culturali del luglio-agosto 1982.
La cultura nel suo significato più ampio è considerata come l’insieme dei tratti distintivi, spirituali, materiali, intellettuali ed affettivi, che caratterizzano una società, un gruppo sociale o un individuo. 

Subordinata alla natura essa ingloba, oltre che l’ambiente, le arti e le lettere, i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valore, le tradizioni, le credenze (in buona sostanza le religioni) e le scienze.
Di fatto, a livello politico internazionale si volle riaffermare il principio che ogni società umana possiede una propria cultura, che si distingue dalle altre.

 

Questa cultura deve saper ammettere l’esistenza delle altre culture e al limite accoglierle.

 

In questo contesto, il multiculturalismo rappresenta l’espressione di una speranza, che le culture siano riconosciute, s’incontrino, si mescolino, si misurino e, soprattutto, si trasformino e si evolvano.
Quello che è problematico è che in questa fase della mondializzazione (globalizzazione) nessuno sa ancora dire se questa evoluzione si muove verso una maggiore diversità, verso delle nuove diversità o verso una omologazione più o meno importante di essa.

In ogni modo la definizione di cultura nelle scienze sociali è sempre stata al centro di dibattiti, di polemiche e di prese di posizioni politiche.

Il motivo è facile da comprendere, i suoi diversi significati non riflettono solo una diversa visione del concetto di cultura in sé, ma una differente valutazione della realtà sociale.
Al centro del significato di cultura ha poi, con il tempo, guadagnato importanza da una parte il concetto di vita corrente (vale a dire dei ruoli, delle aspettative, delle credenze, dei miti, dei riti e di tutte le pratiche che strutturano l’agire quotidiano), dall’altra, la sua natura di congegno cognitivo per dare un significato al mondo che abitiamo e farne emergere le identità che lo compongono, sia pure nelle loro diversità.
Gli sviluppi recenti degli studi sulla cultura hanno poi posto l’attenzione sui limiti delle definizioni di natura statica, perché se da una parte sono in grado di descriverla, dall’altra tendono ad acuire le differenze, facendo apparire le culture delle entità astratte, nelle quali risulta svalutato, in primo luogo, lo spazio delle autonomie individuali o delle subculture.
James Clifford, un antropologo americano della corrente definita de-costruttivista (insegna storia della conoscenza in California), ha introdotto, sulla scia di queste osservazioni, l’ipotesi che la cultura non è un bagaglio di modelli definiti, ma un insieme di possibilità e vincoli che strutturano la realtà in un processo dinamico, processo che si nutre di una continua ibridazione anche con le altre culture.

In sostanza si è passati da una visione di cultura come “roots” (radici) ad una come “routes” (percorsi).

 

Un’altra definizione di cultura, per molti versi simile a quella di Clifford, è quella elaborata dell’antropologo americano Clifford Geertz (1926-2006), il quale accomuna, per analogia, l’idea di cultura a una rete di significati che gli individui hanno creato e continuano incessantemente a ricreare in una continua metamorfosi.

Una rete nella quale essi sono allo stesso tempo i protagonisti e coloro che la subiscono.

In sostanza, la cultura è sempre stata al centro del discorso sociologico anche se l’interesse non è tanto verso la comparazione con le altre culture, ma piuttosto al ruolo che essa gioca all’interno del sistema sociale.

Un approccio critico alla cultura è quello rappresentato dalla Scuola di Francoforte (tra coloro che ne fecero parte ricordiamo perlomeno Adorno, Horkheimer e Marcuse) che ha elaborato i concetti di industria culturale e di cultura di massa.


La scuola di Francoforte rappresenta un gruppo di studiosi che indirizzarono i loro sforzi intellettuali, intorno agli anni Trenta, verso i temi della filosofia e della sociologia.  

Il luogo nel quale svilupparono le loro ricerche fu l’Istituto di ricerche sociali, con sede appunto a Francoforte.

Il tema principale, oggetto di studio dell’Istituto, fu la cosiddetta teoria critica della società.   

Questa espressione sta ad indicare l’elaborazione di una teoria tesa a criticare l’ideologia capitalistica, evidenziandone le falle interne con l’intento di offrire modelli d’interpretazione alternativi.

 

Theodor Adorno, come la maggior parte dei suoi colleghi, dovette abbandonare Francoforte in seguito alle politiche repressive naziste, per fuggire prima a Parigi e successivamente a New York. Assieme a Horkheimer scrisse il libro Dialettica dell’Illuminismo.  

 

Il pensiero sociologico che elaborò ruota attorno a tre punti:

– il concetto di razionalità strumentale, ovvero l’abuso interessato degli ideali illuministi da parte del capitalismo, con lo scopo di aumentare il consenso e il controllo sugli individui.

 

– l’industria culturale, cioè la sistematica opera di omologazione e appiattimento delle diversità tra gli individui al fine creare bisogni sempre più uguali, con l’aiuto determinante dei mass-media.

 

– il mito della personalità autoritaria, riprendendo le idee di Horkheimer, che dà alla famiglia una grande responsabilità nella creazione del consenso.

 

La Scuola di Francoforte focalizzò la sua attenzione sul concetto di industria culturale per indicare la produzione omologante di modelli culturali attraverso i media e l’industria che favorirebbero una cultura e una società massificata, ossia uniformata, senza stimoli, priva di creatività. 

Una cultura destinata a raggiungere il maggior numero di persone, e quindi funzionalmente omogeneizzante.

 

Pressappoco negli stessi anni, un’altra importante scuola di sociologia, quella di Chicago, partendo dall’analisi dei modelli culturali degli emigrati studiò i processi d’ibridazione culturale arrivando a mettere in luce la loro relativa dinamicità e autonomia nell’ambito di quel fenomeno che va sotto il nome di melting pot

 

La scuola dell’ecologia sociale urbana, meglio nota come Scuola di Chicago dalla sua sede, è stata la prima scuola di sociologia degli USA. 

La nascita ufficiale della scuola risale al 1924, quando Robert Park si insediò nel Dipartimento di sociologia dell’università.

 

Questa scuola da subito affrontò uno studio sistematico della città dal punto di vista sociologico attraverso la ricerca sul campo dei caratteri della società urbana.

 

In particolare Robert Park, studiò la diversa incidenza di fenomeni come la devianza, la criminalità, il divorzio, il suicidio tra le aree urbane e quelle rurali, arrivando a dimostrare che i rapporti sociali e culturali sono strettamente condizionati dall’ambiente di appartenenza.

 

Dagli anni venti fino alla fine degl’ anni trenta, la sociologia urbana fu prevalentemente sinonimo del lavoro della scuola di Chicago.

 

Nel secondo dopoguerra la sua attività accademica si è spesso mescolata con la politica, in particolare quella dei conservatori repubblicani.  Un fatto che ne ha offuscato la fama.  


In linea di massima dire che gli sviluppi più recenti della sociologia della cultura, in relazione soprattutto alle trasformazioni sociali, si concentrano oggi su due concetti fondamentali: globalizzazione e postmodernità, in un contesto nel quale la cultura viene concepita come una rete di significati continuamente riformulata dalle interazioni e dalle pratiche sociali.

Un altro approccio recente a questi temi è quello dell’analisi della cultura all’interno di quel fenomeno definito della post-modernità.

Tra gli autori più autorevoli c’è Zygmunt Bauman, un filosofo e sociologo polacco molto popolare per le sue tesi sulla società liquida, con le quali, come abbiamo già accennato, arriva a criticare la cultura contemporanea definendola asservita ai consumi e all’immagine/spettacolo.

Com’è facile intuire, ogni definizione di cultura riflette gli orientamenti e gli obiettivi di chi la propone, non è dunque un caso che siano un centinaio almeno quelle più conosciute.

Quello che è essenziale comprendere è che la cultura, essendo acquisita e non trasmessa biologicamente, non può essere ricondotta ad una base biologica o psicologica, così come non può essere considerata una semplice dimensione sociale.

Questo perché non è tanto la socialità che contraddistingue l’uomo, ma il fatto culturale in sé o, se si preferisce, la sociabilità, che possiamo definire come un’attitudine culturale a vivere in società.   

Con la sociabilità, soprattutto in etologia, si intende il modo con cui gli individui della stessa specie si organizzano in società e sviluppano la socialità.

 

Mentre la socializzazione è l’insieme dei processi grazie ai quali gli individui sono integrati nella società in modo tale da condividerne le norme e i valori.

 

In questa prospettiva l’acculturazione può anche essere definita un modo specifico dei processi di socializzazione.

La socializzazione, in realtà, è un fenomeno complesso che possiamo riassumere sottolineando il fatto che è un processo di apprendimento che permette agli individui di acquisire i modelli culturali della società nella quale vive.
Di per sé, poi, la socializzazione serve anche a definire l’insieme dei meccanismi attraverso i quali l’individuo interiorizza le norme e i valori del suo gruppo di appartenenza e costruisce la sua identità sociale.
Nelle scienze sociali si distingue tra una socializzazione primaria ed una secondaria.

La prima è quella che si elabora all’interno della famiglia, della scuola o con i mezzi di comunicazione.

La seconda è quella che si sviluppa a partire dalle grandi tappe della vita, matrimonio, nascite, lutti, eccetera.

La socializzazione è importante perché è profondamente legata sia con i processi d’interazione sociale, che con il fenomeno della riproduzione sociale.


La riproduzione sociale è quel meccanismo sociologico di mantenimento della posizione sociale e dei modi di agire, di pensare e di sentire di una famiglia o di un gruppo chiuso.

 

Un esempio può illustrarla meglio della definizione.   

I figli delle famiglie medio-basse hanno la tendenza a non intraprendere studi molto lunghi o costosi. 

Questo fenomeno (di riproduzione sociale) è determinato dalla ineguale ripartizione del capitale economico, culturale e sociale tra le classi. 

 

Di contro, le famiglie delle classi dominanti cercano di mantenere il loro posto nello spazio sociale e, di conseguenza, sono portate a usufruire dell’istruzione migliore o elitaria al fine di riprodurre e aumentare il loro capitale culturale. 


L’analisi del concetto di cultura, da un punto di vista storiografico, è stato nel corso del Novecento, in particolare tra gli anni ’30 e la fine della seconda guerra mondiale, uno dei dibattiti centrali delle scienze sociali.

Uno dei libri più interessanti di questo periodo è Patterns of Culture, edito nel 1934 e scritto da Ruth Benedict, un’antropologa americana, allieva di Franz Boas (1858-1942), un etnologo tedesco che lavorò anche negli Stati Uniti, e che, con Edward Burnett Tylor, è considerato uno dei fondatori della moderna antropologia culturale.

In sintesi, a quali conclusioni si arrivò in questi anni?
– che il comportamento culturale è determinato socialmente.   

 

– che la natura umana non stabilisce in modo univoco le risposte che l’uomo da ai propri bisogni. 

 

– che la cultura è costituita non tanto da comportamenti individuali, quanto da comportamenti di gruppo, per cui è essenziale, per le scienze sociali, analizzare la struttura e il processo di formazione di questi comportamenti. 

È in questo contesto che Ruth Benedict nel 1929 definì la cultura come quella “totalità che include tutti gli abiti o i comportamenti acquisiti dall’uomo in quanto membro della società.”

Apriamo una breve parentesi su alcune distinzioni che possiamo fare all’interno del termine cultura dal punto di vista delle sue configurazioni. 
La prima è quella che distingue tra cultura dominante, subcultura, controcultura

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Se intendiamo per cultura dominante la cultura egemone in un dato momento e in una data area, la subcultura è un aggregato tendenzialmente omogeneo di conoscenze, valori, credenze, stili di vita e modelli di vita capaci di contraddistinguere un gruppo sociale.

Fattori come la classe sociale, l’età, la provenienza etnica, la religione, la lingua, il luogo di residenza e perfino l’orientamento ideologico e politico possono, infatti, combinarsi tra di loro e creare identità culturali in grado di differenziarsi significativamente dalla cultura dominante. 

Gli studiosi delle subculture hanno notato che i membri di una subcultura tendono spesso a differenziarsi dal resto della società con uno stile di vita (che si manifesta nel modo di vestire, mangiare, celebrare le festività, i gerghi, ecc…) che possiede dei caratteri simbolici, alternativi a quelli dominanti

 

In questo senso lo studio delle subculture si rivolge allo studio dei simbolismi collegati a queste forme di espressione esteriore e sul modo di come queste vengono percepite dai membri della società dominante. 

Di fatto, tanto più una collettività è differenziata tanto più facilmente sarà possibile rintracciare al suo interno delle subculture che producono propri valori.
Tuttavia, più questi valori sviluppandosi si strutturano, più diventa problematico e complesso il fenomeno dell’integrazione sociale, in sostanza, lo sviluppo di una stabilità e di una convivenza pacifica. 

In Europa fino a qualche tempo fa si distinguevano principalmente due modelli d’integrazione sociale, quello francese, fondato sui principi laici dell’illuminismo, e quello inglese, basato sul rispetto formale delle differenze.

Negli Stati Uniti d’America, dove da molto tempo si sono mescolate subculture provenienti dalle più svariate parti del mondo come una conseguenza dei numerosi processi migratori che hanno interessato questa nazione, si definisce melting pot il fenomeno della convivenza che si è faticosamente realizzata.

Una convivenza con caratteri suoi propri, al tempo stesso fragili, funzionali e spesso contradditori.

Va notato che l’uso dell’espressione subcultura non implica necessariamente una situazione conflittuale con la cultura dominante.  Nel maggior numero dei casi ne rappresenta soltanto una variante o un elemento locale ereditato storicamente.

L’espressione di controcultura è, invece, più recente, indica una radicalizzazione delle diversità, essa va intesa come un rifiuto etico e comportamentale dell’insieme dei valori e delle norme dominanti.
Nella seconda metà del Novecento è stata soprattutto un fenomeno legato alla contestazione giovanile, oggi invece ha caratteri più ampi con compromissioni linguistiche, religiose, politiche, economiche, aggravato dal fenomeno della globalizzazione.

Un altro modo di dividere le varie componenti della cultura in sociologia è quello di distinguere tra cultura materiale e cultura non-materiale
La cultura materiale, in questo contesto, è la cultura delle cose, composta da oggetti, manufatti, prodotti diversi, merci, a cui si possono contrapporre i significati, i valori, i simboli, i linguaggi, e tutti quei prodotti umani non-materiali.

È una distinzione di comodo, perché sia le cose materiali che i valori immateriali hanno senso solo se è noto il significato culturale che viene loro attribuito. 

Consideriamo, ora, un compito importante che svolge la cultura dal punto di vista della sociologia: la funzione di mediazione.

Questo perché le forme espressive che attraverso il linguaggio e le forme della comunicazione si configurano come rappresentazioni della realtà, (siano esse rappresentazioni religiose, artistiche, scientifiche, filosofiche, giuridiche, o del comportamento) costituiscono altrettanti modi attraverso i quali l’individuo riesce a mediare il rapporto con se stesso, gli altri, il suo mondo e le cose.

Tecnicamente la mediazione è il processo con il quale il pensiero generalizza i dati dei sensi e estrae dalla conoscenza sensoriale ( che è una sorta di conoscenza immediata) una conoscenza astratta e intellettuale, che possiamo definire una conoscenza mediata. 
In questo senso la cultura ha una implicita e fondamentale funzione perché la mediazione s’impone agli uomini come il fondamento della prevedibilità sociale  

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Passiamo al tema delle strutture sociali.
L’importanza delle strutture sociali deriva dalla considerazione che non è possibile isolare una dimensione autonoma della soggettività come se fosse un’identità sociale.

Non è possibile perché gli attori sociali (individuali e collettivi) rappresentano, allo stesso tempo il motore e il prodotto che identificano queste strutture.

Nel loro significato sociologico il termine fu coniato da Herbert Spencer nel 1858.

Egli mise in luce il fatto che in una struttura sociale, le parti che la compongono s’identificano con le relazioni fra le persone e come, per conseguenza, l’insieme organizzato delle parti può essere inteso come una rappresentazione della società nel suo complesso. 

Spencer identificò poi nella durata una delle caratteristiche più importanti di una struttura sociale.
Vale a dire, tutte le strutture sociali hanno una vita più o meno lunga e, in genere, la loro durata depone a favore della loro importanza. 

Spencer si pose anche una domanda: Le strutture sociali si basano sul consenso o sulla coercizione

Da convinto funzionalista e liberista – la società era per lui un organismo vivente nel quale tutte le parti contribuiscono, nessuna esclusa, a mantenerlo in vita – per cui le strutture sociali non dovrebbero produrre conflitti e non dovrebbero fondarsi sulla coercizione.

Di diverso avviso, tra i suoi contemporanei, erano i movimenti politici d’ispirazione socialista, per i quali, invece, la società è l’esito di un perenne conflitto tra le classi. 

 

Oggi a questa domanda, se ne sovrappone un’altra: In che modo le strutture sociali sono in grado di favorire il mutamento sociale?

 

Una società che non muta, infatti, è una società che non cresce o cresce male e, così facendo, tende a ripiegarsi su se stessa o a implodere.

Va infatti tenuto presente che la società è condizionata dall’ambiente naturale e dalle forme di sociabilità che riesce a sviluppare. 

Di più, le sue strutture sociali sono condizionate anche dalla storia sociale dei suoi attori, siano essi gli individui che i gruppi o i collettivi. 

Va anche sottolineato che le strutture sociali dipendono in modo stretto dalla qualità dell’ambiente naturale nel quale si realizza lo sviluppo della società. 

È un tema che in passato e a diverso titolo è stato analizzato da molti autori, tra i quali Èmile Durkheim, Max Weber e Georg Simmel.

Diciamo che l’ambiente naturale è il complesso delle possibilità nei confronti delle quali si sviluppa l’azione degli uomini, sia come individui che intesi come gruppi agenti o comunità.

Come sappiamo per esperienza nulla di pre-definito è offerto dalla natura all’uomo.

C’è solo la sua capacità all’adattamento naturale e, a diferenza degli animali, le sue capacità di agire su di esso.
In breve, va considerato che le strutture pubbliche e politiche – che contribuisco a disegnare le forme urbane, i loro servizi e a tracciare le vie di comunicazione –  influiscono in maniera rilevante nel condizionare lo spazio sociale della persona, la sua libertà di scelta e di movimento e il suo grado d’interazione sociale.

 

Su questi temi, in questi ultimi anni e per le ragioni più diverse, si è diffusa una nuova sensibilità che ha per obiettivo l’equilibrio tra l’uomo e il mondo. 

 

Sensibilità che ha messo in luce la grande responsabilità dell’azione umana sia nella conservazione che nella distruzione dell’ambiente e del clima. 

 

Da qui la constatazione che l’adattamento non può essere all’insegna del mero sfruttamento della natura, ma deve tener conto del fatto che gli interessi dell’uomo non possono infliggere all’ambiente dei danni irreparabili o superiori ai vantaggi

 

Vediamo adesso qualcosa a proposito di un altro importante elemento che ci lega alla natura:

il tempo.

Il tempo rappresenta una delle dimensioni della realtà che abitiamo o, meglio, dello spazio sociale.
Di conseguenza, la temporalità, che determina ciò che è iscritto nel tempo, deve essere considerata come un carattere essenziale, costitutivo delle relazioni sociali.

Il tempo, in sostanza, è un’infrastruttura strategica dell’azione e dell’interazione sociale.   

Rappresenta e rende visibile il carattere processuale e storico di ogni attività umana, con una particolarità, drammatizzandola, perché il tempo è irreversibile.   

In sociologia, il primo a parlare di tempo sociale è stato Durkheim nel 1912.
Con questa espressione si sottolinea la dipendenza del tempo individuale da quello più ampio del gruppo o della comunità che funzionalmente lo comprende.

Ma, qual è la funzione del tempo sociale?
Attraverso la sua percezione gli uomini organizzano e scandiscono la loro vita privata e collettiva, di più, questa percezione ne assicura il suo coordinamento e la sua sincronizzazione

Nella ricerca sul tempo sociale una delle tecniche più utilizzate in sociologia è quella indicata con l’espressione di time-budget (bilancio del tempo).

Storicamente, questa tecnica fu inizialmente elaborata dalla sociologia sovietica per studiare le problematiche della vita quotidiana degli operai.

Oggi, invece, è adoperata per descrivere i modi e gli stili di vita e per disegnare le cosiddette mappe dei comportamenti abituali dal punto di vista dei consumi e dell’impiego del tempo libero. 

 

Attraverso il tempo o, meglio, attraverso l’esperienza del tempo, si stabilisce una continuità narrativa tra passato, presente e futuro. 

Come ha dimostrato Alfred Schütz, un importante filosofo e sociologo di lingua tedesca, il tempo è un fattore essenziale per la comprensione dell’agire umano.

Come tale costituisce una risorsa sociale, la cui disponibilità è diversa da individuo ad individuo e tra comunità e comunità.

Che cosa significa?
Che il tempo degli operai non è quello dei signori.
Che il tempo di una comunità di monaci non è quello di un collegio universitario o di una squadra di calcio.

Non è tutto.

Nella modernità il tempo è percepito anche come un bene economico, diversamente valutabile e valutato.

In questo senso Karl Marx lo definì come un’astrazione che possiede un valore materiale. 
In altri termini, il tempo, in quanto variabile economica dei processi di produzione, rappresenta un importante fattore nei processi di razionalizzazione della modernità, come l’esperienza digitale sta dimostrando. 

 

Ci sono altri temi sensibili intorno alla relazione ambiente, individuo, natura

 Uno di questi temi, che compare sempre più spesso nel capitolo dedicato alle condizioni dell’ambiente naturale, è la nozione di corpo.

Oggi la sociologia del corpo è una disciplina indirizzata soprattutto alla costruzione di modelli che interpretano il rapporto di reciproca determinazione tra la società (come l’insieme dei processi sociali) e la corporeità (come un’unità psicosomatica).

Due autori che si sono occupati in modo specifico del corpo sono Georg Simmel e Marcel Mauss.

Lo hanno fatto in una prospettiva culturalista, creando i presupposti di una vera e propria sociologia del corpo o delle culture corporee successivamente elaborata da una grande antropologa inglese Mary Douglas (1921-2007).

In seguito il corpo, come realtà fenomenologica, ha avuto un particolare rilievo nei lavori di Erving Goffman, Gregory Bateson e David Le Breton.

L’approccio in questi autori è essenzialmente di tipo strutturalista o, meglio, funzionalista.

Viceversa, l’analisi della relazione tra il vissuto, la corporeità e i processi socioculturali che lo riguardano è centrale negli studi di due sociologi di origine austriaca, Thomas Lukmann (il cui libro più famoso è La realtà come costruzione sociale del 1966) e Alfred Schütz. 

Sempre sul tema del corpo e di ciò che rappresenta, sia come elemento del mondo sensibile che espressione dell’individualità, ricordiamo due filosofi francesi, Jean-Paul Sartre e Maurice MerleauPonty, oltre che lo psichiatra inglese Roland Laing.

Infine, da un punto di vista gnoseologico, di grande importanza sono le riflessioni di altri due grandi pensatori francesi, George Bataille e Michel Foucault a cui dobbiamo la nozione di biopolitica.

 

 Per Foucault la biopolitica è il terreno sul quale agiscono le pratiche con le quali la rete dei poteri costituiti gestisce le discipline del corpo sia in senso individuale che collettivo.

È, nella sostanza, un’area d’incontro tra il potere e la sfera della vita.

Il corpo in molti di questi studi è inteso soprattutto come una macchina comunicativa.

Una macchina che si può costruire con l’attività fisica, si può modificare con una divisa, si può trasformare in un messaggio, con un tatuaggio.

Il discorso sul corpo si estende anche verso le cosiddette pratiche che hanno per tema la corporeità, perché non solo servono a delineare gli stili di vita, ma rappresentano un grosso risvolto economico, come sono le attività legate all’industria della cosmesi, alla chirurgia plastica, alle diete, all’abbigliamento, eccetera.

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Cambiamo argomento. 

Esaminiamo brevemente le istituzioni e le organizzazioni formali, vale a dire quei sistemi relativamente stabili di relazioni, retti da norme specifiche, che assolvono o dovrebbero assolvere a funzioni e interessi della vita sociale come tale.

In particolare le istituzioni materializzano o, meglio, rendono visibili i principi giuridici fondamentali della forma di Stato, identificandosi con gli organismi politico-costituzionali che ne sono l’espressione.  

Costituiscono delle istituzioni formali i parlamenti, le forze armate, i ministeri, le fondazioni, i tribunali, eccetera.

Le organizzazione formali hanno, invece, una natura più privatistica, come sono un’azienda, una squadra di calcio, un club, un’associazione di volontariato, un partito politico.

Ciò che contraddistingue sia le istituzioni che le organizzazioni formali è il carattere della stabilità.
Esse sono stabili nella misura in cui vengono codificate dagli usi, dal costume, dalle norme. 

Poi, a misura in cui sono stabili, tendono a caricarsi di valori immateriali, come per esempio il prestigio o l’affidabilità
Va osservato che le istituzioni e le organizzazioni formali sono profondamente intrecciate al meccanismo dell’interazione sociale.
Per definire l’interazione sociale occorre partire dall’esperienza che ognuno di noi ha della società.

Questa esperienza si materializza come l’insieme dei rapporti che intratteniamo a diverso titolo nel nostro habitat sociale.
Si tratta di un insieme di azioni e di reazioni  – da cui il termine interazione – mediante le quali gli individui entrano tra loro in contatto, comunicano, collaborano, giudicano.   

 

L’interazione sociale è, dunque, quella sequenza dinamica e mutevole di atti sociali fra individui o gruppi di individui che modificano le proprie azioni e reazioni in relazione alle azioni degli individui e dei gruppi con cui interagiscono. 

 

In pratica, può essere intesa come il luogo primario in cui si forma, si ratifica, si trasforma il legame sociale. 

Da questa definizione si comprende anche come l’interazione sociale determini l’ordine sociale.
Ordine che non si manterrebbe in equilibrio se non ci fosse, all’interno della società, una costante e spesso lunga e silenziosa ri-negoziazione dei suoi valori, delle sue norme, dei suoi saperi o delle sue credenze.

In questo contesto il tema dell’interazione è importante perché rappresenta il nodo intorno al quale si sviluppano e si strutturano gli studi del comportamento collettivo e individuale.
Questi studi, che confluiscono in quelle che si chiamano le microsociologie, hanno come argomento principale i cosiddetti rapporti face to face, cioè, i rapporti intersoggettivi. 

Diciamo che, per definizione, le microsociologie studiano soprattutto i legami sociali elementari.

Il primo che si rese conto dell’importanza di questi legami fu Georg Simmel, che studiò la rilevanza di alcuni micro-fenomeni sociali come sono i segreti, l’amicizia, l’ubbidienza, la lealtà, la fiducia.

Oggi le microsociologie hanno come campo di studi privilegiato i comportamenti, i ruoli, le interazioni sociali, i conflitti, le identità e il modo di formarsi dei processi decisionali individuali o dei piccoli gruppi.
Esamineremo meglio il tema delle microsociologie, parlando di Alfred Schütz (1899-1959), uno dei primi ricercatori che si pose il problema di indagare le relazioni tra gli individui, nell’ambito della vita quotidiana.

Schütz era nato in Austria, ma dovette emigrare in America a seguito delle leggi razziali tedesche dopo l’annessione al Terzo Reich e lì, anche per comprensebilibi motivi personali, si dedicò all’analisi del comportamento collettivo.

L’opera a cui facciamo riferimento uscì nel 1932, s’intitola La fenomenologia del mondo sociale, è uno studio nel quale, partendo dalle ricerche di Max Weber, vengono sviluppate le problematiche dell’agire sociale.

Schütz definì la vita quotidiana, come l’insieme di azioni, di rapporti, di conoscenze e di credenze all’interno della quale, per così dire, scorre ciò che definisce il vivere e segna, con l’esperienza, l’esistenza degli individui.   

Si tratta di quel insieme di relazioni che, il più delle volte, consideriamo o diamo per scontate.

Salutare un conoscente, prendere un appuntamento, uscire in compagnia di amici per una cena, telefonare per informarsi sulla salute di un parente ammalato, avvertire casa per un improvviso contrattempo, mettersi d’accordo per andare ad un concerto, eccetera.

Come Alfred Schütz dimostrò, questi rapporti costituiscono il cemento dell’esperienza sociale di cui cogliamo l’importanza soprattutto quando entrano in crisi o sono coinvolti in uno stato di eccezione, un incidente stradale, una grave malattia, un improvvisa nevicata, uno sciopero dei mezzi o, come furono per lui, le leggi sulla razza.     


Vediamo, in questa prospettiva, alcuni caratteri della vita quotidiana.   

Il primo di essi è la routine.

 

Costituisce il carattere più evidente della vita di tutti i giorni e, per molti versi, anche il più sorprendente quando lo si focalizza.

 

Questo carattere mette in luce la ripetitività e la prevedibilità delle azioni, dei comportamenti e dei pensieri

 

La prevedibilità, in particolare, agisce sul comportamento abbassando il livello d’interesse dell’osservatore e/o dell’attore sociale e, così agendo, in genere, tende a favorire un risparmio di energie.
Ma non è così semplice perché la  ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti possono finire per stimolare risposte automatiche o stereotipate, che abbassano il nostro grado di attenzione verso ciò che ci circonda.   

Perché sono aspetti della vita corrente così importanti?

 

Perché quando ripetitività e prevedibilità finiscono per snaturare il tempo della vita quotidiana, siamo in presenza di vissuti che tendono inesorabilmente a deteriorarsi

 

O, come dicono i filosofi sociali, ci pongono davanti ad una alterazione del quiora che induce ad una sorta di smarrimento sociale e, spesso, nei casi più gravi, a forme di angoscia e di disagio psicologico.    

 

Questi processi interattivi generano anche un altro fenomeno, le tipizzazioni.   

 

La tipizzazione costituisce uno strumento di previsione del comportamento.

 

È come dire, capovolgendo un proverbio popolare, che l’abito, a dispetto del nostro senso critico, fa il monaco.

 

La tipizzazione può essere involontaria, ma il più delle volte è il risultato di una scelta consapevole tra i vari modelli di comportamento che l’esperienza sociale ci fornisce. 

 

Consapevole perché ciascuno di noi sa bene che ad ogni passo della nostra giornata come della nostra vita sociale siamo costantemente osservati, e inevitabilmente interpretati e giudicati.

 

Perché ciascuno di noi sa che gli altri reagiscono, nei nostri confronti, secondo il loro modo di essere. 

Un modo di essere che si esprime attraverso il loro modo di interpretare e vivere le situazioni sociali.    


Rientriamo in argomento.  Un altro aspetto importante dell’interazione sociale e il suo legame con i processi della rappresentazione
Gli individui non solo sono coscienti delle azioni e delle reazioni che questi processi comportano, ma, in genere, sono consapevoli anche dei loro effetti.  

Secondo Erving Goffman (1922-1982) a causa della consapevolezza, che gli individui hanno di influenzare con le proprie azioni l’opinione che gli altri danno della situazione alla quale essi stanno partecipando, questi stessi individui finiscono (inevitabilmente) per comportarsi come se recitassero una parte, come se fossero attori su un palcoscenico.  
Come se vivessero dentro una rappresentazione teatrale o uno spettacolo.   


Goffman è un sociologo di origine canadese, è vissuto negli Usa, ha studiato a Chicago. 

Lo ricordiamo perché a Chicago ha operato e opera, come abbiamo già visto, una delle scuole di sociologia urbana più prestigiose degli Stati Uniti.  


Uno degli scritti più importanti di questo studioso, uscito nel 1956, s’intitola, La vita quotidiana come rappresentazione.
Con questa opera, Goffman, introduce nella sociologia il concetto di prospettiva drammaturgica.

Il campo di ricerche del suo lavoro sono stati gli aspetti trascurati della vita quotidiana, quelli che appaiono banali, ma che nascondono in sé una forte carica recitativa ed emotiva. 
Sono aspetti della persona che, nelle società complesse, come quelle del mondo Occidentale, sono divenuti oscuri ed equivoci e che, sempre di più, vengono usati per offrire agli altri un’immagine in qualche modo valorizzata di noi stessi.

I sociologi americani definiscono queste situazioni face to face, per sottolineare il fatto che riflettono le piccole situazioni della vita di tutti i giorni.

Per analizzarle Goffman immaginò la vita quotidiana come se fosse un gioco di rappresentazioni.
Un gioco nel quale l’identità dell’individuo – che nella lingua inglese è definita con l’espressione

di selfcoincide di volta in volta con le maschere che costui indossa sul palcoscenico della vita corrente.


Esaminiamo più da vicino l’espressione di self con la quale la lingua inglese identifica l’identità dell’individuo nelle relazioni face to face

 

È un concetto molto usato anche in psicologia e in psicanalisi, da cui è stato mediato. 

Didier Anzieu (1923-1999,)un protagonista della psicoanalisi francese, scrisse, diversi anni fa, un libro divenuto un classico sui confini del self, intitolato, Le moipeau, (L’io-pelle) 1985. 

 

La nozione di self è importante per due motivi in particolare. 

 

Uno, perché gioca un ruolo decisivo nel rapporto che noi abbiamo con il nostro corpo e il corpo degli altri. 

Due, perché il self caratterizza anche il modo con cui percepiamo la sostanza corporale con la quale siamo fatti e che non si limita a un po’ d’acqua, di lipidi, di aminoacidi, eccetera. 

 

L’esperienza della vita quotidiana mostra come la percezione della nostra sostanza corporale cambia di contenuto davanti ai nostri occhi quando supera i limiti ( i confini) del self

 

In questo modo il self è divenuto un elemento importante per studiare sia il gusto e il disgusto e per il modo di percepire la prossimità con gli altri. 

 

Facciamo qualche esempio.

 

Noi non proviamo disgusto per la saliva che si trova nella nostra bocca, ma se la raccogliamo in un bicchiere molto difficilmente riusciremo a rimetterla in bocca e inghiottirla. 

 

Questo perché quando le nostre secrezioni superano (varcano) il limite, il confine del nostro

iopelle ci diventano estranee, e simmetricamente, quelle degli altri ci provocano disgusto più si avvicinano o minacciano di contaminarci, come nel caso di un commensale che durante una cena tra amici mette la sua forchetta nel nostro piatto senza chiederci il permesso per assaggiare la nostra pietanza.      

 

Si può dire che le viviamo in modo intrusivo e ci comportiamo come se dovessimo difenderci da esse. 

 

La stessa cosa si può dire per il sangue, a noi non da fastidio succhiare il sangue che esce da un dito che ci siamo feriti affettando del pane, ma se questo sangue lo raccogliamo con una garza, difficilmente avremmo poi il coraggio di succhiarla. 

 

Di contro, il self diventa tollerante con le relazioni di vicinanza derivate da un’attrazione emotiva

 

Non a caso nelle relazioni intime il self diventa spesso un acceleratore dell’intimità. 

Come avviene con la saliva del bambino che non è ripugnante agli occhi della madre, così come non lo sono le secrezioni dei nostri partner sessuali, ma che tornano ad esserlo se l’intimità viene spezzata da una separazione, da un litigio o da un fatto occasionale.

 

Con il self, tra l’altro, si possono spiegare anche molti dei meccanismi del feticismo, che trasformano la distanza e la familiarità degli oggetti che appartengono al soggetto amato.

 

In questo senso l’intimità come la tenerezza contaminano positivamente gli oggetti avvicinandoli a noi, facendoli diventare familiari, esattamente come il disgusto li allontana. 

 

L’identità soggettiva, poi, s’intreccia con un altro grande tema, quello della prossemica, intesa come quel capitolo della semiologia che studia il significato del comportamento umano (gesti, posizioni, distanze posture) dal punto di vista dei processi comunicativi. Una disciplina oggi fondamentale per il design.


Rientrando in argomento, la vita di tutti i giorni è analizzata da Goffmann come se si svolgesse su un palcoscenico sul quale si recita.

Una scena con i suoi attori, il suo pubblico, le sue quinte, dietro le quali spesso gli attori contraddicono quello che hanno detto davanti ai riflettori.
Una specie di scena dove gli individui si mettono in gioco, si presentano, si alleano, si scontrano s’ingannano, mostrano la loro capacità d’impersonare un ruolo, s’immergono o prendono le distanze dalle situazioni che vivono. 

 

Gli individui sono coscienti di recitare una parte sociale?

Per Goffman lo sono sempre, anche se non sempre ne sono totalmente consapevoli.  

In certe occasioni questa recitazione è assolutamente partecipata, in altre è una parte recitata mille volte, che diventa automatica, in altre ancora è recitata di malavoglia.

In questa situazione è importante considerare come l’Altro da noi o gli altri giudicano chi sta recitando. 

Questo perché, in base a come – chi sta giudicando – valuta la spontaneità, o se volete, l’abilità, o la qualità della recitazione dell’altro o degli altri suoi interlocutori, ne deduce delle conclusioni che, a sua volta, influenzeranno il suo modo di comportarsi.
Paradossalmente nella vita sociale è la buona recitazione che ci fa sembrare spontanei.

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Passiamo ora ad un altro argomento topico del discorso sociologico: i gruppi e l’analisi gruppale.
Il riconoscimento dell’importanza dello studio dei gruppi lo dobbiamo soprattutto ad uno psicanalista inglese, Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979), che a sua volta lo riprese dagli studi di Maxwell Jones (1907-1990) sulle piccole comunità terapeutiche.

Da subito va detto che un gruppo non si riduce alla somma delle coscienze e delle volontà individuali che lo compongono, anzi, è più facile il contrario, che il gruppo trasformi l’individuo che ne fa parte.

In sociologia si definisce gruppo sociale un insieme di persone che entrano in qualche modo in rapporto reciproco, sulla base di valori o interessi comuni.

Oppure, in una forma più articolata:

Un gruppo è un insieme d’individui che interagiscono fra loro influenzandosi reciprocamente e che condividono, più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali. 

Che cosa distingue un gruppo da una folla o da una comunità di persone?
Il fatto che in una folla, in una comunità o, più in generale, in un’aggregazione di persone, come è, per esempio, un grande ufficio, una scuola, un quartiere, non esiste un’interazione diretta tra tutti gli individui, o, più semplicemente, questi individui non costituiscono un insieme organizzato.

Vediamo le tre caratteristiche che distinguono un gruppo.

– I membri del gruppo interagiscono tra di loro in modo strutturato, secondo le norme o i ruoli che il gruppo si è dato.
– I membri del gruppo hanno la coscienza di essere un gruppo o, meglio, maturano un sentimento di appartenenza al gruppo che, spesso, funziona da barriera nei confronti degli estranei.
– Il gruppo è percepito come un gruppo da parte di chi non ne fa parte.  Vale a dire, il gruppo ha un’identità esplicita e assolutamente percepibile dall’esterno.

Quanto ai gruppi in sé possiamo distinguerli in molti modi.
La classificazione più importante è quella tra gruppi primari e gruppi secondari
I gruppi primari sono anche detti piccoli gruppi.
Il loro carattere principale è la forte integrazione, tipica, per fare un esempio, delle famiglie o delle bande.
Per definizione i gruppi primari sono costituiti da pochi individui.
I gruppi secondari o grandi gruppi sono gruppi composti da un numero elevato di membri.
Sono gruppi nei quali le relazioni interpersonali appaiono neutre e, spesso, il rapporto tra il singolo e gli altri membri è di natura strumentale, cioè, funzionale ad uno scopo.

Le ricerche sul campo hanno dimostrato che appena il numero dei membri di un gruppo supera la mezza dozzina c’è una tendenza, che si può definire spontanea, alla formazione di sottogruppi, dove le affinità sono più forti.

Quando, poi, il numero dei membri di un gruppo supera la dozzina è molto probabile che al suo interno emerga un portavoce o che un membro lo coordini.
In altri termini si è constatato che in qualsiasi gruppo, prima o poi, emerge la figura di un leader.
La velocità con cui questa figura si forma è proporzionale alla grandezza del gruppo.
Più il gruppo e grande e prima si forma una leadership.  

Nella leadership si possono distinguono tre stili:
Quello autoritario, quello democratico e quello improntato al laissez-faire

Nel primo caso la struttura è molto gerarchica e si caratterizza per la direzione degli ordini che influenza il comportamento del gruppo, sempre dall’alto verso il basso.
Questi ordini, in genere, non sono mai messi in discussione, cioè, si subiscono.

La struttura dei gruppi che possiamo definire democratici è caratterizzata dal consenso della maggioranza, vale a dire da un’accettazione consensuale dei programmi del gruppo.

La leadership dei gruppi improntata al laissezfaire si caratterizza dalla mancanza di una vera dirigenza.  In questi gruppi la leadership si limita, in pratica, a far emergere e a gestire le iniziative dei sottogruppi.

Nelle forme di democrazia rappresentativa, come dovrebbero essere le democrazie moderne, una forma particolare di gruppo di una certa importanza è il gruppo di pressione.   

Questi gruppi sono anche detti gruppi d’interesse

In genere sono strutturati nella forma del collettivo che si mobilita per difendere specifici tornaconti, anche ideali, come sono i gruppi ambientalisti o i gruppi che difendono i diritti dei più deboli.

Quando i gruppi di pressione sono organizzati e la loro azione è diretta in modo specifico ad agire sui centri di potere, con lo scopo di influenzare pubblicamente determinate scelte politiche, economiche o etiche, si definiscono lobby.

Questi gruppi di pressione organizzati sono tipici dei paesi di lingua inglese, in cui la corruzione (sotterranea) è severamente sanzionata e le lobby sono, in qualche modo, istituzioni formali accettate, se non altro come un male minore che si vede e che si può contenere.

Il tema dei gruppi nelle scienze sociali è legato a un altro grande tema, quello delle gerarchie sociali.

Qui, non abbiamo il tempo per approfondire i motivi, oltre a quelli economici, per i quali  nelle società si formano le gerarchie, anche perché questo è più un argomento di antropologia e di teorie politiche che di sociologia.
Alla sociologia compete piuttosto lo studio della posizione sociale di un individuo o di un gruppo all’interno di un sistema di relazioni che formano la struttura sociale di una società.

A questo proposito nella società occidentale va costatato, a partire dalla seconda metà dell’800, una costante trasformazione dei ceti in classi
Questa metamorfosi costituisce uno degli effetti della rivoluzione industriale e delle forme di democrazia che in essa si sono sviluppate. 

 

La rivoluzione industriale, di fatto, contribuì a ridurre ogni differenza sociale ai soli fattori economici e all’effettivo controllo della ricchezza.

I suoi esiti sono ben visibili all’interno delle due classi che si affermarono come le sole classi protagoniste della storia della modernità, la borghesia e il proletariato.

Va però notato come, da alcuni decenni a questa parte, nei paesi dell’area temperata del pianeta, le classi si stanno disfacendo nella loro forma storica per ridisegnarsi su altri valori, come sono quelli della conoscenza e dell’accesso all’informazione e all’educazione. 


Il digital divide divario digitale è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso in modo parziale o totale. I motivi dell’esclusione 

comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a gruppi etnici diversi, provenienza geografica. 

 

Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione. 

 

Il termine digital divide può essere utilizzato sia per riferirsi ad un divario esistente tra diverse persone, o gruppi sociali in una stessa area, che al divario esistente tra diverse regioni di uno stesso stato, o tra stati (o regioni del mondo) a livello globale.

 

Il termine è apparso per la prima volta all’inizio degli anni Novanta negli USA in alcuni studi che indicavano come il possesso d uni personal computer aumentasse in modo significativamente differente tra i gruppi etnici. 

Il concetto di divario digitale è poi entrato nell’uso comune quando il presidente americano Bill Clinton e il suo vice Al Gore lo utilizzarono durante un discorso tenuto nel 1996 a Knoxville, in Tennessee. 


A proposito di classi gli scenari della post-modernità daranno vita ad altre forme di conflitto tra le quali, di una certa importanza, saranno:

– quelle di natura generazionale che coinvolgeranno i nativi digitali contro gli anziani analogici.

– quelle tra i localismi e la globalizzazione.

– quelle legate all’equa re-distribuzione delle risorse naturali e al loro costo sociale, come da tempo è il caso del petrolio e di recente dell’acqua o del controllo climatico.   

A questo proposito ricordiamo che i paesi della fascia temperata del pianeta terra costituiscono un terzo della popolazione mondiale e consumano più di due terzi dell’energia totale prodotta.

In un rapporto ufficiale, del 2006, delle Nazioni Unite sulla distribuzione del benessere economico si afferma che l’uno per cento della popolazione mondiale detiene il quaranta per cento del patrimonio finanziario e immobiliare mondiale, mentre il cinquanta per cento della popolazione mondiale accede solo all’uno per cento della ricchezza planetaria.

È indubbio che, in questo scenario, uno degli obiettivi delle scienze sociali dovrebbe essere quello di contribuire a rielaborare degli stili di vita che consentano di riequilibrare questo stato di cose prima che sia troppo tardi.

FINE PRIMA PARTE

Appunti di Sociologia della Comunicazione – A.A.2018-19 – Parte I

SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

(PARTE PRIMA)

APPUNTI NON REDAZIONATI AD USO SCOLASTICO.   – IED 2018-19.

Appunti di Sociologia della Comunicazione – parte II – versione PDF

Grossomodo tutti sanno o credono di sapere che cosa sono la sociologia o le scienze sociali in generale.

In linea di massima si ritiene che siano delle discipline che studiano l’uomo e la società, le istituzioni, le relazioni sociali e i fondamenti della vita sociale.

 

In particolare la sociologia è comunemente definita come uno studio scientifico della società o, se volete, dell’azione sociale e dei rapporti intersoggettivi al fine di interpretarli.

 

Da un punto di vista storico o, meglio, dei processi che la strutturano e la de-strutturano la sociologia è una delle scienze empiriche (o, prasseologiche) del diciannovesimo secolo, nate, nell’alveo del positivismo come risposta ai cambiamenti innovativi e per buona parte imprevisti introdotti dalla modernità.

 

Davanti a un mondo, che appariva sempre più piccolo e integrato e a un’esperienza interpersonale sempre più parcellizzata e dispersiva, la sociologia rappresentava la speranza non solo di capire che cosa univa tra di loro gli individui e i gruppi sociali, ma anche di rimediare alle molteplici forme di disgregazione e di conflitto sociale e culturale in atto.

 

Va aggiunto e evidenziato che all’inizio e per molto tempo fu una disciplina del mondo occidentale elaborata da una cultura permeata di eurocentrismo e istanze colonialiste, solo dopo due guerre mondiali e l’inizio del fenomeno della globalizzazione si diffuse nel resto del mondo, non senza qualche difficoltà che in alcuni casi giunse fino al suo rifiuto o a una sua radicale revisione.

***

Sapientia prima est stultitia caruisse.
Orazio.

 

La sociologia, un tempo definita come una fisica dei fenomeni sociali, da un lato, rappresenta uno dei più efficaci paradigmi per la comprensione della complessità, che caratterizza il mondo moderno, dall’altro, costituisce uno degli strumenti più utilizzati per conoscere il modo di formarsi della cultura, dei valori, degli stili di vita e dei nuovi mutamenti sociali, come sono la globalizzazione dei mercati, l’affermarsi delle società multietniche, l’incidenza dei mass-media sulle mode, i costumi e le abitudini, l’avanzare delle tecniche digitali.

 

L’obiettivo di questa disciplina è quello di illustrare le dinamiche che conciliano e spiegano il divenire delle esperienze, le passioni e il fare degli uomini con la cultura dei segni, delle forme sociali e delle neo-tecnologie che dominano la modernità e le sue rappresentazioni.

Così come di educare gli uomini a decifrare i significati del mondo reale (vissuto) che si nascondono dietro le architetture della rappresentazione e dei suoi simulacri e essere capaci di governarli.

 

In breve, la sociologia si configura come un punto di vista particolare sulla realtà umana, come una ricerca sull’uomo in quanto individuo sociale che vive in collettività consapevole che è la memoria del vissuto che produce la storia, da un senso al presente e configura la sua identità.

In sostanza la sociologia si occupa della società come un prodotto umano e dell’uomo come un prodotto sociale.  Per questa disciplina, è l’esperienza del vissuto che istituisce il tempo della storia e la sua agenda sociale!

 

Per riassumere, il nostro corso di sociologia esamina:

– il divenire della società e delle sue configurazioni sociali.

– le relazioni e le correlazioni che organizzano i fenomeni della vita corrente.

– i rapporti tra le varie componenti che istituiscono e definiscono i sistemi sociali.

– le interdipendenze tra i valori, i significati e i simboli che compongono la cultura e che sono in continua trasformazione.

– i fattori e le modalità dell’azione sociale e della sociabilità.

– i linguaggi condivisi (Che consentono la costruzione di un senso che orienta i comportamenti).

– la costituzione e il funzionamento – attraverso le forme di governo – dell’organizzazione civile e delle forze che in qualche modo la determinano.

 

Prima di procedere proviamo a descrivere cos’è la società come un prodotto della cultura.

Nell’accezione più comune il termine definisce ogni genere di legami esistente tra gli esseri viventi, solo siano essi animali o umani, considerando però il fatto che la società umana si distingue da tutte le altre perché nasce,vive e si sviluppa tramite un insieme di credenze e di rappresentazioni culturali .

Non va dimenticato, sul filo della storia, che è nella stagione del positivismo – che segue quella dell’Illuminismo francese – cioè, è all’inizio dell’800 che la sociologia nasce e si forma per un accumulo di conoscenze ritenute oggettive e razionali, tanto che la sua storia per molto tempo ha camminato a fianco a quella dell’idea di progresso.

Successivamente, nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo, si formeranno le grandi scuole con le loro teorie e i loro protagonisti.

 

Oggi siamo alla fine di una fase che molti definiscono contestualistica.

Per intenderci le teorie sociologiche sono trattate come se fossero degli strumenti ideologici per adattare il comportamento degli uomini ai bisogni dell’epoca e ai suoi oggetti sociali.

In un’ottica politica è come dire che le diverse sociologie, in cui si divide lo studio della società, sono diventate dei mezzi con i quali si legittima l’ordine sociale, sia esso improntato alla conservazione, che al progresso e all’innovazione.

 

Diciamo che la sociologia è la scienza che studia con i propri metodi e strumenti d’indagine i fondamenti, i fenomeni, i processi di strutturazione e destrutturazione, le manifestazioni della vita associata e le loro trasformazioni.
In questo senso è stata anche definita come la scienza dei fenomeni sociali.

 

Per le scienze sociali un fenomeno sociale è caratterizzato dalla proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali, così gl’individui se li trovano di fronte come delle realtà che preesistono loro e che sono indifferenti alla loro presenza.

In secondo luogo, i fenomeni sociali sono  anche dotati di un certo potere imperativo e coercitivo in forza del quale s’impongono agli individui con o senza il loro consenso.

 

Il termine di sociologia fu coniato nel 1824 dal filosofo francese Auguste Comte (1798-1857) che, nel suo Corso di filosofia positiva, pubblicato nel 1839, la impiegò al posto di un’espressione allora più popolare, quella di fisica sociale.

Un’espressione che era stata coniata nella seconda metà del ‘700 per definire lo studio positivo delle leggi fondamentali proprie dei fenomeni sociali.

Questa idea di una fisica sociale, come strumento per studiare gli uomini, può sembrare curiosa ma nella seconda metà del diciottesimo secolo serviva a rivoluzionare un certo modo di vedere il mondo, a capovolgere le certezze centenarie, a seminare il dubbio là dove gli antichi saperi costituiti avevano i loro capisaldi, costruiti – il più delle volte – sulla sabbia dei luoghi comuni.

 

Il termine positivismo (che compare nel titolo del libro di Comte) fu impiegato per la prima volta da  Claude Henri conte di Saint-Simon (1760-1825)  per definire un metodo esatto, dal punto di vista scientifico, con il quale fosse possibile affrontare i grandi temi con i quali la società e gli uomini devono in continuazione misurarsi.

L’idea da cui partì la ricerca di questo metodo affonda nelle tesi dell’Illuminismo, in particolare dai lavori di Jean-Baptiste d’Alembert (1717-1783) e Jacques Turgot (1727-1781).

In prospettiva possiamo dire che il positivismo contribuì a divulgare  i principi o la necessità di una organizzazione scientifica della società (soprattutto di quelle industriali) dando un senso ad un grandissimo fenomeno, sociale, politico ed economico, il fenomeno della tecnica, intesa come una scienza dei mezzi, che si materializza nella tecnologia e da vita alla civiltà industriale.

 

Brevemente le tesi fondative del positivismo si possono sintetizzare così:
La scienza è l’unico strumento di conoscenza reale (dunque, possibile) del mondo da cui ne consegue che solo i principi scientifici e le cause analizzabili con il metodo delle scienze possono dare origine alla conoscenza.

 

Come mostra la storia di questa corrente di pensiero oltre che nel discorso delle scienze dell’uomo, il paradigma del positivismo (nel corso dell’Ottocento) penetrò nella medicina, nella politica, nella giurisprudenza, nell’insegnamento, nell’economia, nella filosofia e in molte altre discipline ancora.
La parola sociologia rimanda dunque a un discorso sull’individuo come membro della società, cioè, ad una disciplina che studia il fondamento dei rapporti intersoggettivi (tra soggetti) come se fossero una scienza, cercandone un senso, una ragione, un obiettivo sociale.

 

Nella scia delle teorie formulate da Auguste Comte incontriamo Herbert Spencer (1820-1903), un filosofo inglese di orientamento positivista, con grandi interessi per la psicologia, considerato il padre della filosofia evoluzionistica.

Spencer è l’autore di un trattato di sociologia in cui, per la prima volta, le teorie di Charles Darwin (1809-1892) sull’evoluzione sono applicato alle scienze sociali.

 

L’evoluzionismo – come visione del mondo – ha avuto, nell’ambito del discorso sociologico, il merito di focalizzare l’attenzione sul legame tra passato, presente e futuro.

Possiamo dire che ha sottratto il passato al suo destino di storia morta, facendolo apparire come un materiale vivente, o con un’immagine positivista, come il materiale geologico con cui l’uomo costruisce il suo presente, cerca d’immaginare il suo avvenire e gli dà un senso che non ha l’arbitrio di un destino ineluttabile .

 

Insieme a Spencer possiamo ricordare John Stuart Mill (1806-1873), filosofo ed economista inglese, studioso di un particolare capitolo delle forme economiche, le forme espresse dall’utilitarismo.

L’utilitarismo, in estrema sintesi, è una dottrina che elabora i modelli di comportamento economico che guidano le scelte individuali.
Di per sé le tesi sull’utilitarismo sono molto antiche, si possono far risalire a Epicuro, vale a dire, al quarto secolo circa prima dell’era comune.

L’utilitarismo elaborato da Mill tende a legare il bene con l’utile e a trasformare l’etica e le forme della morale, in una scienza della condotta umana.

Mill in Inghilterra è ricordato con simpatia, soprattutto dalle femministe, perché fu uno strenuo partigiano del diritto delle donne al voto.

 

Sempre per restare nell’ambito dell’utilitarismo inglese ricordiamo un altro suo padre nobile,  Jeremy Bentham (1748-1832).

Bentham è un filosofo riformatore fautore, in sede politica e legislativa, di un grande disegno organico di riforme sociali fondate sull’equità per tutti.
Questo filosofo è conosciuto nei paesi di lingua inglese come il filosofo della felicità, per aver posto questo sentimento a guida e a motore dell’azione degli uomini.
Le sue tesi possono essere riassunte in questo principio: Il dovere dei legislatori, vale a dire dei parlamenti e dei governi, è quello di assicurare il massimo della felicità possibile al maggior numero possibile di individui.

Va ricordato che la parola felicità compare come un diritto inalienabile dei cittadini insieme alla vita e alla libertà nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana del 4 luglio 1776.

È una prova indiretta della popolarità delle tesi di Bentham (quando era ancora in vita) nell’area dei paesi di lingua inglese.

 

Tornando a Mill.
Per questo filosofo la sola conoscenza possibile è quella empirica e è il metodo della logica che deve guidarla.

Cioè, un metodo per creare inferenze (l’inferenza in logica è un processo per trarre conclusioni dai fatti presi in esame) fondato sull’induzione e la deduzione e, in sub-ordine, sull’abduzione (che è una sorte di sillogismo debole), improntato ad un certo realismo metodologico.
Temi che Mill affronta in un libro famoso, intitolato Sistema della logica deduttiva e induttiva, uscito a Londra nel 1843.

 

Spostiamo il nostro punto di vista.

 

Nelle cosiddette società primitive o tribali non esisteva il problema di dover conoscere e riflettere sui fondamenti dell’ordine sociale.
I rapporti interpersonali all’interno di queste comunità erano basati principalmente sui vincoli di sangue, di latte, di parentela e, non da ultimo, su legami di natura magica o sacra.

Erano società semplici, con strutture organizzative elementari, poco dinamiche, con scambi e contatti ridotti con le altre realtà sociali esterne ad esse, spesso improntati a una certa conflittualità.

Tutto ciò però andò in crisi per due circostanze:

– La prima è la crescita demografica, che si ebbe grazie alla diffusione delle culture cerealicole a cominciare da quella regione che oggi viene definita della “mezzaluna fertile” e che corrisponde grossomodo al Medio-Oriente e, conseguentemente, con la nuova complessità sociale che questo comportò.

Nella storia dell’uomo la cosiddetta svolta cerealicola anticipa la nascita delle città.  Fece aumentare i tassi di natalità e stabilizzò i nuclei familiari che poterono contare sulla certezza di potersi nutrirsi.

– La seconda circostanza si ebbe con il diffondersi dei commerci, dei viaggi e dei trasporti, che fecero collassare le obsolete strutture di tipo ancestrale.

Questo collasso gli storici lo fanno risalire, per quanto riguarda l’area del Mediterraneo, al settimo/sesto secolo prima dell’era comune, a partire dalla Grecia, che allora esprimeva il modello di società più evoluta.
Sono gli anni che vedono nascere la forma della città-stato, delle polis.
Città che, sia pure in forma embrionale, hanno inventato e sviluppato al loro interno delle configurazioni sociali complesse, in continuo movimento e spesso concorrenti tra di loro.

Da un punto di vista funzionale, in queste città-stato l’organizzazione comunitaria cominciò a formarsi faticosamente intorno a due temi chiave contrapposti, della solidarietà sociale e dell’interesse economico.
La considerazione più importante è che queste micro-società diventarono con il tempo dinamiche, improntate, cioè, a un costante mutamento.

Le società primitive erano invece società statiche, lente, fondate su valori considerati sacri, che si ritenevano divini, eterni e indiscutibili.
La città-stato greca, invece, è estremamente articolata, fluida e in qualche misura laica.
Dalla polis è poi derivata la tà politikà, la scienza degli affari pubblici, la politica, che qui possiamo definire come l’insieme dei problemi che riguardano la polis dal punto di vista dell’esercizio del potere nel quadro della forma di Stato.
Problemi che, nella sostanza, erano la conseguenza e il riflesso di due preoccupazioni principali.
– Elaborare nuove forme di legittimazione e di delega per coloro che dovevano guidare la polis, in pratica, esercitarne il governo.  È il cosiddetto tema della rappresentanza.

– Trovare e definire quelle regole che, se osservate da tutti, garantiscono la pace sociale e fanno prosperare il cosiddetto bene comune.
Diciamo che è dallo sviluppo di queste considerazioni che ha origine la teoria contrattualistica della società.
Ne fu uno degli artefici principali un filosofo inglese, Thomas Hobbes (1588-1679).

Thomas Hobbes studiò a Oxford ma la sua formazione fu caratterizzata dai suoi continui contatti con l’ambiente culturale europeo.

Visse a lungo a Parigi, dove conobbe Cartesio.

La sua opera più importante fu il Leviatano, pubblicato nel 1651.

In linea generale possiamo dire che la filosofia di Hobbes rappresentò, nel XVII secolo, un’alternativa alla filosofia di Cartesio, non solo perché la filosofia di Cartesio era legata alla metafisica, mentre quella di Hobbes era legata a presupposti materialistici, ma anche perché i due filosofi scorgeranno nella ragione capacità cognitive diverse.

La filosofia di Hobbes ha come unico scopo quello di porre i fondamenti per una società pacifica e ordinata che lui pensava fosse possibile solo grazie ad un potere assoluto dello stato.

Era convinto che fosse inutile una filosofia basata sulla metafisica,  per questo cerca di creare una filosofia puramente razionale, che escluda il soprannaturale, che escluda ciò che fu affermato dagli autori antichi e che prenda spunto esclusivamente dalla natura.

Egli fu il primo ad affermare in modo chiaro e convincente l’assoluta necessità di una scienza politica, considerato che l’uomo è un animale egoista.

Il punto di partenza di questa teoria è che il mondo dell’agire umano è retto da leggi analoghe a quelle dell’ordine naturale.
In questo modo, pensava Hobbes, si può arrivare a sviluppare una scienza della società umana che ha la stessa oggettività delle scienze esatte, come la geometria o la fisica, considerazione da cui deriva il convincimento che la società e il potere politico non sono affatto naturali per l’uomo, ma costituiscono una convenzione (un compromesso) per mettere fine allo stato d’insicurezza permanente che caratterizza lo stato di natura.

Per Hobbes le origini della società sono fondate su un patto, su di una specie di contratto liberamente sottoscritto, e, attraverso la rappresentanza politica, condiviso dai cittadini i quali, per sottrarsi al disordine dello stato di natura come stato a-sociale, caratterizzato dalla lotta di tutti contro tutti (homo homini lupus), avrebbero convenuto (come male minore) di sottoporsi al governo di un sovrano assoluto.

Appare – come qui è esposta – una teoria semplicistica, ma non va sottovalutata, soprattutto alla luce delle implicazioni che ha avuto nel suo tempo.

 

Vediamo le due principali.
1 – Pensata in questo modo la società diventa una costruzione storica, un prodotto convenzionale privo di una sua necessità ontologica (a limite anche teleologica) o di un destino, cioè, di “un dover essere così”…per esempio, per volere di Dio o di un ente superiore.

2 – Poi, come sosterranno le correnti illuministiche settecentesche, se la società scaturisce da un patto tra gli uomini, questo patto si può anche rivedere e, magari, riformulare più o meno radicalmente.
Nulla esclude, poi, che la revisione di questo patto possa avvenire anche con una rivoluzione, come sogneranno molti uomini dell’Ottocento europeo e tutti i movimenti riformatori d’ispirazione socialista.

 

L’altro grande protagonista di quel pensiero della politica che trasformerà per sempre la cultura occidentale è Charles-Louis di Montesquieu (1689-1755), filosofo e saggista francese.

Con Hobbes rappresenta il fondatore della dottrina politica moderna, il a formulare la teoria della divisione dei poteri.

La sua opera maggiore, De l’esprit des lois, fu pubblicata a Ginevra nel 1748.

 

Di lui vanno ricordate anche le Lettres persanes, che uscirono anonime a Amsterdam nel 1721, in cui tratta in modo letterario molti motivi tipici del suo pensiero, come la polemica contro le dispute religiose e l’intolleranza, la funzione morale e sociale della religione, il rifiuto del dispotismo, la difesa dei parlamenti come garanzia di libertà.

 

Ne l’Esprit des lois egli scrive, “molte cose guidano gli uomini: il clima, la religione, le leggi, le massime di governo, le tradizioni, i costumi, le usanze. Dalla confluenza di queste cose si forma uno spirito generale, che ne è il risultato”.

Per il suo tempo egli distingue tre tipi di governo possibile: repubblicano, monarchico, dispotico.

Il governo repubblicano, poi, può essere democratico o aristocratico.

L’aristocrazia, però, distingue tra nobili e popolo perchè i nobili formano una classe che per difendere i propri interessi reprime il popolo.

Da qui la necessita di una scienza della politica che distingua e renda autonome i tre poteri che possono difendere la libertà e l’equità.

Sono:

– il potere legislativo.

– il potere esecutivo.

– il potere giurisdizionale o giudiziario. …

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Il Settecento, come abbiamo detto fu il secolo dell’Illuminismo e degli enciclopedisti francesi che raccolsero e svilupparono l’eredità dell’empirismo inglese.

L’Illuminismo è un movimento di idee caratterizzato dalla convinzione di poter risolvere i problemi della società con i soli lumi della ragione e a dispetto di ogni rivelazione religiosa o di ogni tradizione.

È il secolo di Diderot, D’Alembert, Rousseau, Helvétius, Voltaire e dei primi filosofi materialisti come Paul-Henry barone d’Holbach.

Proviamo adesso, ad intrecciare la domanda relativa a quando è nata la sociologia con quella che si interroga sulle ragioni della sua comparsa.

Questo perché è importante capire, prima di procedere oltre, il motivo per il quale la sociologia e, in generale, tutte le scienze sociali e/o empiriche (o prasseologiche) hanno avuto la loro culla nel corso dell’Ottocento.
Sono scienze che nel loro specifico campo di studi, ereditano, sia pure in misura diversa, il patrimonio della filosofia classica e in un certo modo, i suoi progetti.

Nel complesso queste scienze rappresentano il tentativo di reagire ad una crisi di portata epocale, la crisi della metafisica, cioè, di quel discorso ideale sulle cose del mondo che si pone oltre la fisica e oltre gli aspetti materiali della mondanità.

 

Diciamo che la metafisica è una dottrina filosofica che si auto-definisce come una scienza della realtà assoluta, capace di fornire una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza.

In breve la metafisica è quella parte della filosofia che, andando oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile, si occupa degli aspetti ritenuti più autentici, sacri e fondamentali della realtà.

 

Questa crisi della conoscenza corre parallela alla nascita dell’idea di modernità che, per convenzione, la maggior parte degli storici fa risalire alla Rivoluzione francese, vale a dire al 1789.

Una delle prime definizioni di modernità appare per la prima volta in un testo di Honoré de Balzac (1799-1850) per indicare la presa di coscienza della singolarità dell’epoca, in materia letteraria ed artistica, in rapporto al passato.

Per estensione, poi, la modernità è diventata il carattere proprio di un mondo, una società, un’epoca che sa che il passato non rinvia più a nulla.

C’è però un idea di modernità molto popolare che interessa questo corso di studi. È quella che riguarda il mondo delle arti.

Nasce in Francia con il Secondo Impero (1852-1870) e si oppone all’arte accademica – in seguito definito stile pompier –  un arte indipendente che si proclama realista e che conosciamo meglio nella sua evoluzione impressionista.

 

In nome della modernità, come ci mostrano gli avvenimenti storici, il realismo opera una serie di rotture.

In politica con il radicalismo, perché i pittori realisti o naturalisti sono repubblicani e si oppongono ai disegni imperiali di Napoleone III.

Nell’estetica, perché questi artisti detestano le grandi scenografie mitologiche e le maestose mitografie dei pittori accademici, rivendicando la bellezza semplice della natura.

Nell’ambito della questione sociale, perché essi provengono – salvo qualche eccezione- dal  mondo popolare, difendono la democrazia e detestano l’aristocrazia al potere.

Perfino nel modo di pensare l’ambiente, rivalutando la campagna contro il moltiplicarsi degli appetiti dell’industria e del capitale che sta cambiando la geografia del territorio.

 

Sul tema della modernità ricordiamo che qualche anno fa un sociologo di origini polacche, Zygmunt Bauman ha introdotto il concetto di  modernità liquida (il saggio omonimo Liquid Modernity è del 2000, la traduzione italiana del 2006) nel tentativo di spiegare la post-modernità.

Questa modernità liquida è una metafora di quel potere che è capace di dissolvere le tradizioni, le istituzioni e perfino la stessa morale, tipico del capitalismo globalizzato.

Si caratterizza per l’impossibilità degl’uomini di individuare dei punti di riferimento stabili – necessari  alla costruzione di una propria identità sociale – e nell’ansia che ne consegue, un’ansia che si invera nel concetto di precarietà economica e dei valori morali.

 

Proseguiamo.

Dal punto di vista delle scienze sociali la crisi della conoscenza classica si colloca tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

Sono gli anni in cui si conclude anche la parabola dell’Illuminismo, che aveva mostrato come il mondo che abitiamo fosse più complesso di quello che sembrava e ancora per buona parte inspiegabile.

Una inspiegabilità che metteva in luce come, con il proseguire della conoscenza sperimentale, tutte le idee semplici ed astratte e tutte le invocazioni della fede religiosa non servissero più a nulla.
Questa crisi, che inizia con il dissolvimento del pensiero della metafisica, può anche essere interpretata come una crisi dell’idealismo e delle sue speranze e un grande impulso a rivalutare i fatti e le loro logiche.
In altre parole, con la Rivoluzione francese giorno dopo giorno l’antico affresco del mondo che era stato dipinto a cominciare dalla filosofia greca va in pezzi dando vita a tutta una serie di tentativi per porvi rimedio.

Generalmente si chiamano conservatori o reazionari gli sforzi impiegati a ricomporlo e progressisti o rivoluzionari quelli impiegati per approdare a nuovi e più avanzati equilibri.

 

Ma, c’è anche un fatto nuovo, decisivo per il mondo Occidentale, l’avanzare prepotente in tutti i campi della vita corrente, dagli affari alla politica, dalla morale al governo delle nazioni, di una nuova classe sociale, quella che aveva vinto la Rivoluzione francese e che adesso esigeva che le venissero riconosciuti quei diritti per i quali aveva preso le armi: la borghesia.

Il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi prende d’assalto la Bastiglia, ma nel suo diario Luigi XVI, quello stesso giorno scrive una sola parola: Rien.

Siccome le idee non cascano dal cielo, ma si formano e si sviluppano tra gli uomini, una tale rottura epocale – che questo aneddoto descrive in modo vivido e che da vita alla modernità e a tutte le sue convulsioni – è soprattutto l’effetto di questa nuova classe in ascesa.

 

La sociologia, dunque, come scienza della società, non poteva nascere in un altro momento.
Questa disciplina era funzionale ad un nuovo modo di vedere il mondo, rispondeva alle aspettative di una classe sociale alla ricerca di un’identità all’altezza della sua storia, fino al punto che non solo ne esprimeva i suoi caratteri, ma arrivava a rafforzarla nelle sue consapevolezze e nelle sue determinazioni e, in prospettiva, nei suoi errori.

La sociologia, soprattutto all’inizio, ha poi contribuito a diffondere, perlomeno tra le classi dominanti, due grandi miti dell’Ottocento:

– il mito della tecnica, più specificatamente, della macchina.

– il mito del progresso (o, dell’idea di progresso), come speranza di un futuro radioso per un numero d’individui sempre più numeroso.

Questo secondo mito rappresenta una fiducia, per molti illimitata, per altri ingenua, nell’avanzamento continuo e instancabile della scienza e con essa delle condizioni materiali e spirituali dell’umanità.

 

Abbiamo accennato a come il positivismo abbia in qualche modo orientato, nel corso dell’Ottocento, le principali ricerche intorno al tema della società e delle sue leggi, mentre alle sue spalle si scolorivano e si dissolvevano le strutture e i valori tradizionali dell’Ancien Régime.

In questo contesto maturarono molte ricerche e si aprirono, spesso in modo esagitato, confronti e dibattiti su concetti, teorie o riflessioni che oggi appaiono popolari, ma che allora sembravano irriverenti, improponibili, blasfemi o addirittura intoccabili.

Per esempio:

Si cominciarono ad affrontare i temi del rispetto culturale dell’Altro, come individuo, e dei popoli come una forma sociale d’identità d’accettare e comprendere.

Della cooperazione internazionale come strumento per un sentire comune delle differenze culturali, sociali e politiche.

Si cominciò a sviluppare l’idea di nazione e di solidarietà sociale.

Si diffuse il principio dell’assistenza agli indigenti e ai malati, l’idea di consenso come base di ogni democrazia, la pratica del suffragio elettorale per eleggere i parlamenti.

Si cominciò a riconoscere il diritto al voto delle donne.

Molti paesi introdussero il divorzio che, implicitamente, trasformava il matrimonio da sacramento divino a semplice contratto tra un uomo e una donna.

Si cominciò a riflettere sul controllo delle nascite.

Sono in buona sostanza temi che ancora oggi costituiscono (o, dovrebbero costituire) la spina dorsale delle democrazie occidentali.

 

Con il nostro secolo, poi, i temi che dominano il mondo sono ancora una volta cambiati radicalmente.

Oggi si parla di contemporaneità.
Secondo i sociologi e i politologi questa società contemporanea si caratterizza per almeno tre aspetti:

– Una spinta globale all’interconnessione attraverso dei sistemi di rete sempre più estesi all’intero pianeta.

– Una evoluzione degli stili di vita sempre più rapidi e profondi che sono, per la prima volta nella storia dell’uomo direttamente legati all’innovazione tecnologica.

– Una trasformazione dell’ambiente e dell’habitat di un’ampiezza senza precedenti dovuta a dei fattori evolutivi di natura sociale, culturale, economica e tecnologica.

Quello che più conta, però, è un’altra cosa ancora.
Si stima che questi mutamenti siano di natura irreversibile e che coinvolgano direttamente tutti, sia pure in modi differenti, a partire dal quotidiano, cioè, dal nostro modo di concepire la convivenza umana.


Alcune note sul concetto di cultura.

Prendiamo in considerazione adesso un concetto chiave degli studi sociologici, il concetto di cultura.

Prima di esaminarlo in dettaglio vediamo come l’UNESCO l’ha definita nella “Dichiarazione di Messico City” sulle politiche culturali del luglio-agosto 1982.
La cultura nel suo significato più ampio è considerata come l’insieme dei tratti distintivi, spirituali, materiali, intellettuali ed affettivi, che caratterizzano una società, un gruppo sociale o un individuo.

Subordinata alla natura essa ingloba, oltre che l’ambiente, le arti e le lettere, i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valore, le tradizioni, le credenze (in buona sostanza le religioni) e le scienze.
Di fatto, a livello politico internazionale si volle riconoscere che ogni società umana possiede una propria cultura, che si distingue dalle altre.

Questa cultura deve saper ammettere l’esistenza delle altre culture e al limite accoglierle.
In questo ambito, il multiculturalismo è l’espressione di una speranza, che le culture siano riconosciute, s’incontrino, si mescolino, si misurino e, soprattutto, si trasformino e si evolvano.
Quello che è problematico è che in questa fase della mondializzazione (globalizzazione) nessuno sa ancora dire se questa evoluzione si muove verso una maggiore diversità, verso delle nuovediversità o verso unaomologazione più o meno importante.

 

 

 

La definizione di cultura nelle scienze sociali è sempre stata al centro di ampi dibattiti.

Il motivo è facile da comprendere, i suoi diversi significati non riflettono solo una diversa visione del concetto di cultura in sé, ma una differente valutazione della realtà.
Una delle prime definizioni di cultura che si allontana dal paradigma illuminista, cioè da una visione etnocentrica della prima antropologia, e sottolinea il carattere relativo della cultura, è quella di Edward Burnett Tylor (1832-1917) un antropologo inglese che nel 1871 definisce la cultura come il complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, le abitudini e gli oggetti materiali acquisiti dall’uomo come membro di una comunità.
I successivi sviluppi dell’antropologia (con Bronislaw Malinowski (1884-1942) un antropologo polacco naturalizzato inglese, Marcel Mauss (1872-1950) un sociologo eantropologo francese, il più famoso allievo (nonché nipote) di Durkheim, e Claude Lévi-Strauss (1908-2009) il fondatore dell’antropologia strutturale francese o, meglio, della sua corrente strutturalista, sottolineeranno ancora di più la dimensione relativista, evidenziando il fatto che solo immergendosi senza preconcetti nel tessuto culturale della comunità presa in esame, se ne possono comprendere i suoi significati.
Al centro del significato di cultura ha poi progressivamente guadagnato importanza da una parte il concetto di vita corrente (vale a dire dei ruoli, delle aspettative, delle credenze, dei miti, dei riti e di tutte le pratiche che strutturano l’agire quotidiano), dall’altra, la sua natura di congegno cognitivo per dare un significato al mondo e farne emergere le identità che lo compongono, pur nelle loro diversità.
Gli sviluppi più recenti degli studi sul concetto di cultura hanno poi posto l’attenzione sui limiti delle definizioni di natura statica, perché se da una parte sono in grado di descriverne l’aspetto, dall’altra acuiscono le differenze, facendo sembrare le culture delle entità astratte nelle quali risulta svalutato lo spazio delle autonomie individuali o dei piccoli gruppi.
James Clifford, un antropologo americano della corrente definita de-costruttivista (insegna storia della conoscenza in California) ha introdotto, sulla scia di queste critiche, l’ipotesi che la cultura non è un bagaglio di modelli definiti, ma un insieme di possibilità e vincoli che strutturano la realtà in un processo dinamico, che si nutre di una continua ibridazione anche con altre culture.

In sostanza si è passati da una visione di cultura come “roots” (radici) ad una come “routes” (percorsi).
Un’altra definizione di cultura è quella elaborata dell’antropologo americano Clifford Geertz (1926-2006), il quale accomuna, per analogia, l’idea di cultura a una rete di significati che gli individui hanno creato e continuano incessanemente a ricreare.

Una rete nella quale essi sono allo stesso tempo i protagonisti e i compromessi.

In sostanza si può asserire che la cultura è sempre stata al centro del discorso sociologico anche se l’interesse non è tanto verso la comparazione con le altre culture, ma piuttosto al ruolo che essa gioca all’interno del sistema sociale.

 

Antonio Gramsci (1891-1937) che qui prendiamo in considerazione non come un politico avversato dal fascismo, ma come uno studioso della cultura popolare,  riprendendo l’approccio critico del pensiero marxiano, introdusse il concetto di egemonia culturale per identificare quei processi di dominio da parte di una classe che impone la propria visione del mondo attraverso le pratiche culturali.
Un altro approccio critico alla cultura è quello rappresentato dalla Scuola di Francoforte (tra coloro che ne fecero parte ricordiamo perlomeno Adorno, Horkheimer e Marcuse) che ha elaborato i concetti di industria culturale e di cultura di massa.


La scuola di Francoforte rappresenta un gruppo di studiosi che indirizzarono i loro sforzi intellettuali, intorno agli anni Trenta, verso i temi della filosofia e della sociologia. Il luogo attorno al quale svilupparono le loro ricerche fu l’Istituto di ricerche sociali, con sede appunto a Francoforte.

Il tema principale, oggetto di studio dell’Istituto, fu quello della cosiddetta “teoria critica della società”. Con questa espressione si indica l’elaborazione intellettuale tesa a criticare l’ideologia capitalistica, evidenziandone le falle interne e con l’intento di offrire modelli d’interpretazione alternativi.

 

Theodor Adorno, come la maggior parte dei suoi colleghi, dovette abbandonare Francoforte in seguito alle politiche repressive naziste, per fuggire prima a Parigi e successivamente a New York. Assieme a Horkheimer scrisse il libro Dialettica dell’Illuminismo. Il pensiero sociologico che perseguì ruotò attorno a tre punti:

– il concetto di razionalità strumentale, ovvero l’abuso degli ideali illuministi da parte del capitalismo, con lo scopo di aumentare il consenso e il controllo sull’uomo.

– l’industria culturale, cioè la sistematica opera di omologazione e appiattimento delle diversità degli uomini, al fine creare bisogni sempre più uguali con l’aiuto indispensabile dei massmedia.

– il mito della personalità autoritaria, riprendendo le idee di Horkheimer, che dà alla famiglia la maggiore responsabilità nella creazione del consenso.

 

La Scuola di Francoforte focalizzò la sua attenzione sul concetto di industria culturale per indicare la produzione omologante di modelli culturali attraverso i media e l’industria che favorirebbero una cultura e una società massificata, ossia uniformata, senza stimoli, priva di creatività.

Una cultura destinata a raggiungere il maggior numero di persone, e quindi funzionalmente omogeneizzante.
Un’altra importante scuola di sociologia, quella di Chicago, partendo dall’analisi dei modelli culturali degli emigrati ha studiato i processi d’ibridazione culturale arrivando a mettere in luce la loro relativa dinamicità e autonomia nell’ambito di quel fenomeno che va sotto il nome di melting pot.

La scuola dell’ecologia sociale urbana, meglio nota come scuola di Chicago dalla sua sede, è stata la prima scuola di sociologia urbana negli USA.

Essa comprende un ampio numero di studiosi che operarono a Chicago nei primi tre decenni del XX secolo.

La nascita ufficiale della scuola risale al 1924, quando Robert Park si insediò nel Dipartimento di sociologia dell’università.

Oltre a Park, la scuola ebbe tra i suoi maggiori esponenti Albion W. Small e altri studiosi tra cuiW: Burgess, D. McKenzie.

Essa affrontò per la prima volta uno studio sistematico della città dal punto di vista sociologico attraverso uno studio sul campo della società urbana.

Alla scuola di Chicago si possono aggregare anche altri sociologi successivi, i quali per interessi e metodi appaiono appartenenti allo stesso filone.

Park, studiando la diversa incidenza di fenomeni come la devianza, la criminalità, il divorzio, il suicidio aree urbane ed in quelle rurali, dimostrò che i rapporti sociali e culturali sono strettamente condizionati dall’ambiente di appartenenza.

Dagli anni venti fino agli anni trenta, la sociologia urbana fu prevalentemente sinonimo del lavoro della scuola di Chicago.

I sociologi dalla metà del ventesimo secolo hanno sollevato una serie di critiche sul suo approccio, compresa la nuova sociologia urbana, che enfatizza la dimensione politica.


In linea generale possiamo dire che gli sviluppi più recenti della sociologia della cultura, in relazione soprattutto alle trasformazioni sociali, si concentrano oggi su due concetti fondamentali: globalizzazione e post-modernità.
Di fatto la cultura viene oggi concepita come una rete di significati continuamente riformulata dalle interazioni e dalle pratiche sociali.

 

Un altro approccio recente a questi temi si concentra sull’analisi della cultura all’interno di quel fenomeno definito della post-modernità.

Tra gli autori più attenti a questo tema troviamo Zygmunt Bauman, un filosofo e sociologo polacco oggi molto popolare per le sue tesi sulla società liquida, con le quali arriva a criticare la cultura contemporanea definendola asservita ai consumi e all’immagine/spettacolo.

Com’è facile intuire ogni definizione di cultura riflette gli orientamenti e gli obiettivi di chi la propone, non è dunque un caso che siano un centinaio almeno quelle più conosciute.

A noi, qui, basta elencare alcuni punti salienti.

La cultura, essendo acquisita e non trasmessa biologicamente, non può essere ricondotta ad una base biologica o psicologica, così come non può essere riportata ad una semplice dimensione sociale e questo perché non è tanto la socialità che contraddistingue l’uomo, ma il fatto culturale in sé o, se si preferisce, la sociabilità, che possiamo definire come l’attitudine a vivere in società.

Con la sociabilità, soprattutto in etologia, si studia il modo in cui gli individui della stessa specie si organizzano in società e sviluppano la socialità.
Per le scienze sociali la socializzazione è l’insieme dei processi grazie ai quali gli individui sono integrati nella società in modo tale da condividerne le norme e i valori.
In questa prospettiva l’acculturazione può anche essere definita un modo specifico dei processi di socializzazione.

La socializzazione, in realtà, è un fenomeno complesso che possiamo riassumere dicendo che è un processo di apprendimento che permette agli individui di acquisire i modelli culturali della società nella quale vive.
Di per sé, poi, la socializzazione definisce l’insieme dei meccanismi attraverso i quali l’individuo interiorizza le norme e i valori del suo gruppo di appartenenza e costruisce la sua identità sociale.
Si può distinguere tra una socializzazione primaria ed una secondaria.

La prima è quella che si elabora all’interno della famiglia, della scuola o con i mezzi di comunicazione.

La seconda è quella che si sviluppa a partire dalle grandi tappe della vita, matrimonio, nascite, lutti, eccetera.

La socializzazione è importante perché si interseca sia con i processi d’interazione sociale, che con il fenomeno della riproduzione sociale.

La riproduzione sociale è quel meccanismo sociologico di mantenimento della posizione sociale e dei modi di agire, di pensare e di sentire di una famiglia o di un gruppo chiuso.
Un esempio può illustrarla meglio della definizione.

I figli delle famiglie medio-basse hanno la tendenza a non intraprendere studi molto lunghi o costosi.

Questo fenomeno (di riproduzione sociale) è determinato dalla ineguale ripartizione del capitale economico, culturale e sociale tra le classi.

Di contro, le famiglie delle classi dominanti cercano di mantenere il loro posto nello spazio sociale e, di conseguenza, sono portate a usufruire dell’istruzione migliore o elitaria al fine di riprodurre e aumentare il loro capitale culturale.

 

L’analisi del concetto di cultura, da un punto di vista storiografico, è stato nel corso del Novecento, soprattutto tra gli anni ’30 e la fine della seconda guerra mondiale, uno dei dibattiti centrali delle scienze sociali.

Uno dei libri più interessanti di questo periodo è Patterns of Culture, edito nel 1934 e scritto da Ruth Benedict, un’antropologa americana, allieva di Franz Boas (1858-1942), un etnologo tedesco che lavorò anche negli Stati Uniti, e che, con Edward Burnett Tylor, è considerato uno dei fondatori della moderna antropologia culturale.

 

In sintesi, a quali conclusioni si arrivò in questi anni?
– che il comportamento culturale è determinato socialmente.
– che la natura umana non stabilisce in modo univoco le risposte che l’uomo da ai propri bisogni.
– che la cultura è costituita non tanto da comportamenti individuali, quanto da comportamenti di gruppo, per cui è essenziale, per le scienze sociali, analizzare la struttura e il processo di formazione di questi comportamenti.

È in questo contesto che Ruth Benedict nel 1929 definì la cultura come “la totalità che include tutti gli abiti o i comportamenti acquisiti dall’uomo in quanto membro della società.”

 

Apriamo adesso una parentesi su alcune distinzioni che possiamo fare all’interno del termine cultura dal punto di vista delle sue configurazioni.
La prima è quella che distingue tra cultura dominante, subcultura, controcultura.

Se intendiamo per cultura dominante la cultura egemone in un dato momento in una data area, la subcultura è un aggregato tendenzialmente omogeneo di conoscenze, valori, credenze, stili di vita e modelli di vita capaci di contraddistinguere un gruppo sociale.

Fattori come la classe sociale, l’età, la provenienza etnica, la religione, la lingua, il luogo di residenza e perfino l’orientamento ideologico e politico possono, infatti, combinarsi tra di loro e creare identità culturali in grado di differenziarsi significativamente dalla cultura dominante.

Gli studiosi delle subculture hanno notato che i membri di una subcultura tendono spesso a differenziarsi dal resto della società con uno stile di vita (che si invera nel modo di vestire, mangiare, celebrare le festività, i gerghi, ecc…) simbolici e alternativi a quelli dominanti.

In questo senso lo studio delle subculture si concentra sullo studio dei simbolismi collegati a queste forme di espressione esteriore e sullo studio di come queste vengono percepite dai membri della società dominante.

Di fatto, tanto più una collettività è differenziata tanto più facilmente sarà possibile rintracciare al suo interno delle subculture che producono propri valori.
Tuttavia, più questi valori sviluppandosi si strutturano, più si fa problematico e complesso il fenomeno dell’integrazione sociale, in sostanza, lo sviluppo di una stabilità e di una convivenza pacifica.

In Europa fino a qualche tempo fa si distinguevano principalmente due modelli d’integrazione sociale, quello francese, fondato sui principi laici dell’illuminismo, e quello inglese, basato sul rispetto formale delle differenze.

Negli Stati Uniti d’America, dove da tempo si sono mescolate subculture provenienti dalle più svariate parti del mondo come una conseguenza dei numerosi processi migratori che hanno interessato questa nazione, si definisce melting pot il fenomeno della convivenza che si è realizzata.  Una convivenza con caratteri suoi propri, al tempo stesso fragili e funzionali.

Va notato che l’uso dell’espressione subcultura non implica necessariamente una situazione conflittuale con la cultura dominante, può infatti costituirne soltanto una variante o un elemento ereditato storicamente.

A proposito delle subculture è interessante ricordare questa osservazione di Claude Lévi-Strauss:

Ogni cultura si nutre degli scambi con altre culture, ma occorre che essa opponga una certa resistenza, in mancanza della quale non avrebbe più nulla che le sia proprio da scambiare.

 

L’espressione di controcultura è, invece, più recente, indica una radicalizzazione delle diversità, essa va intesa come un rifiuto etico e comportamentale dell’insieme dei valori e delle norme dominanti.
Nella seconda metà del Novecento è stata soprattutto un fenomeno legato alla contestazione giovanile, oggi invece ha caratteri più ampi e compromissioni linguistiche, religiose, politiche, economiche.

 

Un altro modo di dividere le varie componenti della cultura in sociologia è quello di distinguere tra cultura materiale e cultura non-materiale.
La cultura materiale, in questo contesto, è la cultura delle cose, composta da oggetti, manufatti, prodotti diversi, merci, a cui si possono contrapporre i significati, i valori, i simboli, i linguaggi, e tutti quei prodotti umani non-materiali.

È una distinzione di comodo, perché sia le cose materiali che i valori immateriali hanno senso solo se è noto il significato culturale che viene loro attribuito.

 

Possiamo poi parlare di cultura sostitutiva e cultura non sostitutiva.

La cultura sostitutiva è formata da tutti quegli elementi culturali che nel tempo possono diventare obsoleti o perdere di valore e di utilità.  Dunque, finire per essere socialmente dimenticati.
In genere è una conseguenza diretta dall’accumulazione dei saperi, delle tecniche e dell’esperienza.

Intrecciando questi aspetti possiamo quattro tipologie di “congegni” culturali:
– Degli elementi culturali materiali sostitutivi

– Degli elementi culturali materiali non-sostitutivi

– Degli elementi culturali non-materiali sostitutivi

– Degli elementi culturali non-materiali non-sostitutivi


Vediamo ora più in dettaglio che cos’è la cultura materiale.

In origine era un’espressione coniata dagli studiosi marxisti dell’Europa orientale per definire l’insieme delle conoscenze e delle pratiche relative ai bisogni e ai comportamenti materiali dell’uomo.

Si identificava con un sapere fattivo che si contrapponeva alla cultura intesa in senso tradizionale.

Su questi distinguo nel 1953 venne fondato a Varsavia l’Istituto per la storia della cultura materiale.

Uno dei primi temi che affrontò questo istituto fu se la cultura materiale poteva essere intesa come una disciplina autonoma o non piuttosto come un paradigma in cui potevano convergere diverse discipline e diverse competenze.

Ciò per meglio gestire altre fonti di conoscenza che possono essere utilizzate per questo genere di indagini: fonti documentarie, fonti archeologiche e fonti iconografiche.

In quest’ottica una definizione di “storia della cultura materiale” fu data da Witold Kula:

È la storia dei mezzi e dei metodi impiegati nella produzione e nel consumo.

Il dibattito sul paradigma della cultura materiale si ampliò negli anni Settanta quando il concetto di cultura materiale acquistò una sua popolarità.

Molti studiosi cominciarono a riservare una certa attenzione ai dati di natura materiale nella ricostruzione delle vicende storiche.

In particolare, nell’ambito della storia dell’arte si affermò una tendenza a considerare i fenomeni storico artistici come delle espressioni di cultura materiale, legate all’ambiente in cui questi fenomeni si erano manifestati o erano stati prodotti.

Da qui, poi, il passo verso la visual culture, da una parte, e la nascita dell’antropologia dell’arte dall’altra, fu breve.

In quest’ottica, lo storico dell’arte americano, George Kubler (1912-1996), che per primo ha sviluppato i temi di questa antropologia, considera la storia dell’arte una “storia delle cose”.

In italiano di Kubler la casa editrice Einaudi ha pubblicato i tre volumi della sua storia sulla forma del tempo e sulla storia delle cose.


Ritorniamo a considerare un compito importante che svolge la cultura dal punto di vista della sociologia e che possiamo definire una funzione di mediazione.

Questo perché le forme espressive che attraverso il linguaggio e la comunicazione in genere si configurano come rappresentazioni della realtà (siano esse rappresentazioni religiose, artistiche, scientifiche, filosofiche, giuridiche, o del comportamento) costituiscono altrettanti modi attraverso i quali l’individuo cosciente di sé riesce a mediare il rapporto con se stesso, gli altri, il suo mondo e le cose.

Per la sociologia la mediazione è il processo con il quale il pensiero generalizza i dati dei sensi e estrae dalla conoscenza sensoriale – che è una sorta di conoscenza immediata – una conoscenza astratta e intellettuale, che possiamo definire una conoscenza mediata.
In questo senso la cultura ha anche una funzione implicita fondamentale, perché la mediazione  s’impone agli uomini come il fondamento della prevedibilità sociale.


Dobbiamo fare attenzione a non confondere la cultura con un’altra espressione che nel linguaggio comune è impiegata in modo analogo, quella di civiltà.

Ricordiamo che il termine di civiltà deriva dal latino civilitas, che a sua volta deriva dall’aggettivo civilis (da civis, cittadino).
La nozione di civiltà in sociologia serve soprattutto a evocare lo stato della tecnica o, in un altro contesto, il risultato di un processo in virtù del quale gli individui apprendono a vivere in società.

A questo proposito usiamo dire civiltà del bronzo, del ferro, civiltà del petrolio, civiltà atomica, civiltà dell’informazione.

Storicamente, l’espressione di civiltà ( Zivilisation/ civilisation), almeno fino al diciannovesimo secolo, serviva anche a definire il processo in virtù del quale gli individui divenivano capaci di vivere in società.

In questo senso, la civiltà tendeva a confondersi con l’atto di civilizzare.

Di solito, poi, si distingue la civiltà dalla cultura in base a due considerazioni.
Un’estensione più vasta in termini di territorio.

Una durata molto più lunga in termini temporali.
Un altro grande lemma che s’intreccia con la nozione di cultura è quello di società.
Anche questo è un concetto importante, soprattutto nell’ambito delle scienze sociali che da molti sono anche definite come una scienza della società.

Ma che cosa è la società, o meglio, come possiamo definire l’espressione di società.

 

Fino a questo momento abbiamo usato questo termine in senso intuitivo.

Le difficoltà nel definire che cosa s’intende per società nascono dal fatto che non ci riferiamo ad un oggetto o ad un fenomeno fisico, ma al risultato di numerosi processi intersoggettivi di interpretazione e di comunicazione, ovvero, a qualcosa che sta essenzialmente nelle rappresentazioni mentali degli individui.

Tali rappresentazioni, per lo più composte da credenze o convinzioni storicamente sedimentate, sono poi intimamente legate all’esperienza soggettiva e all’agire degli individui.

Va anche rilevato che nella cultura occidentale la nozione di società ha spesso oscillato tra una connotazione negativa ed una positiva.
Nel primo caso, generalmente, la società si contrappone alla comunità.

Nel secondo caso è associata alla nozione di Stato.

 

Nel 1887, Ferdinand Tönnies (1855-1936), un filosofo e sociologo tedesco, pubblicò un libro intitolato Gemeinschaft und Gesellschaft (Comunità e società) dove appunto studiava le comunità intese, in senso positivo, contrapposte alle società considerate un insieme di relazioni di natura essenzialmente economiche e burocratiche.

 

Per quanto ci riguarda diciamo che là dove c’è un territorio, un insieme d’individui in relazione reciproca tra di loro, una lingua o, un modo comune d’intendersi, là c’è una “unità sociale” o, meglio, una realtà sociale.
Ma come si costituiscono queste realtà?
Essenzialmente con la coscienza di farne parte.

Va da sé, questa coscienza di esserne parte o, come dicono i filosofi, questa coscienza dell’esserci, è legata strettamente anche al linguaggio, che consente di articolare delle domande sul senso della propria esperienza e della vita.

In questo senso il linguaggio, con le sue forme di rappresentazione di sé, della realtà e dell’esperienza, contiene l’insieme delle forme di mediazione simbolica che in qualche modo costituiscono la cultura.

Ciò ci consente di dire che la complessità del linguaggio è un segnale della specificità culturale, ma non che una cultura è superiore o inferiore a un’altra.


La mediazione simbolica è un’interazione tra dei soggetti che mirano a raggiungere un accordo o un compromesso su un certo modo di risolvere dei conflitti o delle divisioni che hanno a che fare con il loro stare insieme.
In parole povere è la capacità di condividere i processi di socializzazione.


In questa prospettiva la società appare come il risultato dei processi di conoscenza e di autocoscienza che si sviluppano nella comunicazione sociale, verbale e non-verbale.

 

Vediamo ora alla relazione tra cultura e massa.

Fino a qualche tempo fa per il senso comune e per molte ideologie politiche, la cultura di massa era assimilata alla nozione di cultura delle masse.

Una forma di cultura ricca di significati positivi per i progressisti e negativi per i conservatori, anche se entrambe le posizioni concordavano sul loro studio perché le masse, in un modo o nell’altro, costituivano la base e lo strumento, sia pure rozzo e per molti versi incontrollabile, di tutti i cambiamenti sociali.
In questo senso, cultura di massa significava soprattutto cultura per il popolo.

Un’espressione (cultura per il popolo) usata anche per definire il carattere diretto, semplice e genuino delle culture popolari e contadine.

Ma qui sono nati molti equivoci perché in questa accezione le culture popolari si identificavano con il folclore e/o le tradizioni localistiche.  Agli occhi dei suoi detrattori il difetto principale della cultura di massa sta nel fatto che, per risultare più o meno accessibile ai più, è costretta a mettere l’accento sulle emozioni e i sentimenti più facili e diffusi.
Di conseguenza questa cultura appare come una sotto-cultura superficiale e sentimentale, piena di luoghi comuni.

Un concetto che, un tempo, veniva riassunto così:
La cultura di massa esprime i pensieri più profondi degli individui più superficiali.

 

Per coloro che invece tendono a distinguere tra cultura popolare e cultura di massa l’accento è posto sull’autonomia della cultura popolare.

Un’autonomia sempre più minacciata dalla produzione e dalla distribuzione della cultura ridotta a merce delle élite capitalistiche.

Nell’Ottocento la cultura popolare si esprimeva soprattutto nell’abbigliamento, nel canto collettivo, nella danza, nelle abitudini alimentari, nelle piccole cose di artigianato.

Era una cultura che, sia pure involontariamente, aveva esercitato un grande fascino sul Romanticismo, su quel movimento artistico e letterario che rappresentò, per almeno un paio di generazioni, lo spirito più vivo della cultura europea dell’Ottocento.

 

(Qui occorre sottolineare come nella seconda parte dell’Ottocento l’ideologia romantica sia stata banalizzata – nei suoi risvolti idealistici – dal prorompere del positivismo.)
Molti protagonisti di questa corrente artistico-letteraria, che il successo fece diventare anche una moda e uno stile di vita, si prodigarono per salvare la cultura popolare, nella sua originale genuinità, attraverso la promozione, soprattutto nella mitteleuropea, delle scuole di arti e mestieri.

Sono scuole – queste, delle arti e mestieri – che in molti casi, finirono per alimentare una vera è propria ideologia del passato, in contrapposizione alla nascente industrializzazione, snaturando le premesse che avevano portato alla loro istituzione.

Comunque, la cultura popolare nell’Ottocento, a differenza di quella di massa, nasceva ancora in modo spontaneo, avvalendosi soprattutto di materiali e mezzi espressivi tradizionali.

Al contrario, l’odierna cultura di massa tende a sfruttare il patrimonio delle culture popolari per farne dei prodotti-merce da veicolare attraverso i mass-media e da vendere attraverso la grande distribuzione commerciale.
Un patrimonio che viene prelevato dovunque, dalle tradizioni contadine come dalle periferie urbane – vedi il caso di molte forme di musica giovanile – così come dalle etnie emigrate o emergenti.
Su queste espressioni di cultura si opera, poi, quello che i professionisti del marketing chiamano restyling, per poterle far diventare merci a buon mercato da vendere soprattutto a chi abita le aree urbane delle grandi metropoli.

In questo modo il concetto di cultura di massa risulta associato in modo funzionale alla società dei consumi.
Del resto, nella modernità, una parte rilevante dei rapporti che intercorrono tra le persone sono di natura economica e i consumi sono diventati dei veri e propri fenomeni sociali primari.

In questo senso, volenti o nolenti, la cultura di massa ha finito per programmare e uniformizzare la nostra vita su scala planetaria.
Questa cultura, come abbiamo visto, è nata in Europa tra la metà e l’ultima decade dell’Ottocento, ma con il diffondersi della carta stampata e dell’alfabetizzazione primaria, prima, e con l’avvento della radio e del cinema, dopo, è mutata in un fenomeno di costume e di modelli di consumo che oltre oceano chiamano l’american way of life.

Se consideriamo la cultura di massa in filigrana con il tema della cultura popolare possiamo osservare che essa ha integrato l’ambiente operaio, soprattutto delle periferie urbane, con il mondo contadino e, entrambi, con gli stili di vita della borghesia.

 

Passiamo ad esaminare il tema delle strutture sociali.
L’importanza dell’analisi delle strutture sociali deriva dalla considerazione che non è possibile isolare una dimensione pura ed autonoma della soggettività come se fosse un’identità sociale.

Questo perché gli attori sociali (individuali e collettivi) rappresentano, allo stesso tempo il motore e il prodotto che in qualche modo rappresentano queste strutture.

Nel loro significato sociologico il termine fu coniato da Herbert Spencer nel 1858.

Egli mise in luce il fatto che in una struttura sociale, le parti che la compongono s’identificano con le relazioni fra le persone e come, di conseguenza, l’insieme organizzato delle parti può essere inteso come una rappresentazione della società nel suo complesso.

 

Spencer identificò poi nella durata una delle caratteristiche più importanti di una struttura sociale.
Vale a dire, tutte le strutture sociali hanno una vita più o meno lunga e, in genere, la loro durata depone a favore della loro importanza.

Questo studioso si pose anche una domanda: Le strutture sociali si basano sul consenso o sulla coercizione?

Da convinto funzionalista e liberista – la società era per lui un organismo vivente nel quale tutte le parti contribuiscono a mantenerlo in vita – le strutture sociali non avrebbero dovuto produrre conflitti e non avrebbero dovuto fondarsi sulla coercizione.

 

Di diverso avviso, tra i suoi contemporanei, erano i movimenti politici d’ispirazione socialista, per i quali, invece, la società è l’esito di un perenne conflitto tra le classi.

Oggi a questa domanda, se ne sovrappone un’altra: In che modo le strutture sociali sono in grado di favorire il mutamento sociale?

Una società che non muta, infatti, è una società che non cresce o cresce male e così facendo tende a ripiegarsi su se stessa o a implodere.

In questa analisi va tenuto presente anche il fatto che la società è condizionata dall’ambiente naturale e dalle forme di sociabilità che riesce a sviluppare.

Così come le sue strutture sociali sono condizionate anche dalla storia sociale dei suoi attori, siano essi gli individui come i collettivi.

Va anche rilevato che le strutture sociali dipendono in modo stretto dalla qualità dell’ambiente naturale nel quale si realizza lo sviluppo della società.

È un tema che in passato e a diverso titolo, ha interessato molti autori, tra i quali Èmile Durkheim, Max Weber e Georg Simmel.

Diciamo che l’ambiente naturale è il complesso delle possibilità nei confronti delle quali si sviluppa l’azione degli uomini, sia come individui che intesi come gruppi agenti o comunità.

Com’è risaputo non c’è nulla di pre-definito offerto dalla natura all’uomo.

C’è semplicemente la capacità dell’uomo all’adattamento naturale e le sue capacità di agire su di

esso.
In breve dobbiamo tener conto che le strutture pubbliche e politiche – che contribuisco a disegnare le forme urbane, i loro servizi  e a tracciare le vie di comunicazione –  influiscono in maniera rilevante nel condizionare lo spazio sociale della persona, la sua libertà di scelta e di movimento e il suo grado d’interazione sociale.

In questi ultimi anni e per le ragioni più diverse si è anche diffusa una nuova sensibilità per i problemi dell’equilibrio tra l’uomo e il mondo.
Sensibilità che ha messo in luce la grande responsabilità dell’azione umana sia nella conservazione che nella distruzione dell’ambiente.
Da qui la constatazione che l’adattamento non può essere all’insegna del mero sfruttamento della natura, ma deve tener conto del fatto che gli interessi dell’uomo non possono infliggere all’ambiente dei danni irreparabili o superiori ai vantaggi.
Vediamo adesso qualcosa a proposito di un altro importante elemento che ci lega alla natura:

il tempo.  Il tempo rappresenta una delle dimensioni della realtà che abitiamo o, se si preferisce, dello spazio sociale.
Di conseguenza, la temporalità, che definisce ciò che è iscritto nel tempo, deve essere considerata come un carattere essenziale delle relazioni sociali.

Il tempo, in sostanza, è un’infrastruttura strategica dell’azione e dell’interazione sociale, rappresenta e rende visibile il carattere processuale e storico di ogni attività umana, con una particolarità, drammatizzandola, perché il tempo è irreversibile.

In sociologia, il primo a parlare di tempo sociale è stato Durkheim nel 1912.
Con questa espressione si sottolinea la dipendenza del tempo individuale da quello più ampio del gruppo o della comunità che funzionalmente lo comprende.

Ma, qual è la funzione del tempo sociale?
Attraverso la sua percezione gli uomini organizzano e ritmano la loro vita privata e collettiva, di più, questa percezione ne assicura il suo coordinamento e la sua sincronizzazione.

Nella ricerca sul tempo sociale una delle tecniche più utilizzate in sociologia è quella indicata con l’espressione di time-budget (bilancio del tempo).

Storicamente, questa tecnica fu inizialmente elaborata dalla sociologia sovietica per studiare le problematiche della vita quotidiana degli operai.

Oggi, invece, è adoperata per descrivere i modi e gli stili di vita e per disegnare le cosiddette mappe dei comportamenti abituali.

Attraverso il tempo o, meglio, attraverso l’esperienza del tempo, noi stabiliamo una continuità narrativa tra passato, presente e futuro.

Come ha notato Alfred Schütz, un grande filosofo e sociologo di lingua tedesca, il tempo è un fattore essenziale per la comprensione dell’agire umano.

Costituisce una risorsa sociale, la cui disponibilità è diversa da individuo ad individuo e tra comunità e comunità.

Che cosa significa?
Che il tempo degli operai non è quello dei signori.
Che il tempo di una comunità di monaci non è quello di un collegio universitario o di una squadra di calcio.  Non è tutto.

Il tempo è percepito anche come un bene, soprattutto economico, diversamente valutabile e valutato.

In questo senso fu Karl Marx che per primo lo definì come un qualcosa che possiede un valore.
In altri termini, il tempo è una variabile economica dei processi di produzione e di conseguenza, esso costituisce un importante fattore nei processi di razionalizzazione della modernità.

 

Ci sono altri temi sensibili intorno alla relazione ambiente, individuo, natura.

Uno di questi temi, che compare sempre più spesso nel capitolo dedicato alle condizioni dell’ambiente naturale, è la nozione di corpo.

Oggi la sociologia del corpo è una disciplina indirizzata soprattutto alla costruzione di modelli esplicativi relativi al rapporto di reciproca determinazione (o restrizione) tra la società (ovvero i processi sociali) e la corporeità (o, unità psicosomatica).

Due autori che si sono occupati in modo specifico del corpo sono Georg Simmel e Marcel Mauss.

Lo hanno fatto in una prospettiva culturalista creando i presupposti di una vera e propria sociologia del corpo o delle culture corporee successivamente elaborata anche da una grande antropologa inglese Mary Douglas (1921-2007).

Successivamente il corpo, come realtà fenomenologica, ha avuto un particolare rilievo nei lavori di Erving Goffman, Gregory Bateson e David Le Breton.

L’approccio in questi autori è essenzialmente di tipo strutturalista o se si preferisce funzionalista.

 

Viceversa, l’analisi della relazione tra il vissuto, la corporeità, i processi socio-culturali che li riguardano è centrale negli studi di due sociologi di origine austriaca, Thomas Lukmann (il cui libro più famoso è La realtà come costruzione sociale del 1966) e Alfred Schütz, che vedremo in seguito per le sue ricerche sulla vita corrente è ciò che la fenomenologia chiama Lebenswelt, cioè, i mondi di vita.

Sempre sul tema del corpo e di ciò che rappresenta sia come elemento del mondo sensibile che espressione dell’individualità ricordiamo due filosofi francesi Jean-Paul Sartre e Maurice Merleau-Ponty oltre che lo psichiatra inglese Roland Laing.

Infine, da un punto di vista gnoseologico di grande importanza sono le riflessioni di altri due grandi pensatori francesi, George Bataille e Michel Foucault a cui dobbiamo la nozione di biopolitica.

 

Per Foucault la biopolitica è il terreno sul quale agiscono le pratiche con le quali la rete dei poteri costituiti gestisce le discipline del corpo sia in senso individuale che collettivo.

È di fatto un’area d’incontro tra il potere e la sfera della vita.

 

Il corpo in molti di questi studi è inteso soprattutto come una macchina comunicativa.

Una macchina che si può costruire con l’attività fisica, si può modificare con una divisa, si può trasformare in un messaggio con un tatuaggio.

Il discorso sul corpo riguarda anche le cosiddette pratiche centrate sulla “corporeità”, perché servono a delineare, da una parte, gli stili di vita e, dall’altra, hanno un grosso risvolto economico, come sono le attività legate all’industria della cosmesi, alla chirurgia plastica, alle diete, all’abbigliamento, eccetera.

 

Cambiamo argomento.

Passiamo ad un rapido esame delle istituzioni e delle organizzazioni formali, vale a dire di quei sistemi relativamente stabili di relazioni, retti da norme specifiche, che assolvono o dovrebbero assolvere a funzioni e interessi della vita sociale come tale.

In altri termini, queste istituzioni e in parte queste organizzazioni formali sono delle strutture sociali che amministrano e governano il comportamento degli individui.

In particolare le istituzioni materializzano o, meglio, danno visibilità ai principi giuridici fondamentali della forma di Stato, identificandosi con gli organismi politico-costituzionali che ne sono l’espressione.

Costituiscono delle istituzioni formali i parlamenti, le forze armate, i ministeri, le fondazioni, i tribunali, eccetera.

Le organizzazione formali hanno, invece, una natura più privatistica, come sono un’azienda, una squadra di calcio, un club, un’associazione di volontariato, un partito politico.

Ciò che contraddistingue sia le istituzioni che le organizzazioni formali è il carattere della stabilità.
Esse sono stabili nella misura in cui vengono codificate dagli usi, dal costume dalle norme.

Poi, a misura in cui sono stabili, tendono a caricarsi di valori immateriali, come per esempio il prestigio o l’affidabilità.
Sono valori che consentono loro una certa autonomia, ponendole al di sopra delle parti e degli interessi di parte.

La loro stabilità e la loro autonomia, infatti, hanno il potere di agire con autorevolezza sugli attori sociali condizionandoli, educandoli o indirizzandoli nella loro vita sociale.
Al limite, sanzionandoli.

Va sottolineato che le istituzioni e le organizzazioni formali sono profondamente intrecciate al meccanismo dell’interazione sociale.
Per definirla conviene partire dall’esperienza che ognuno di noi ha della società.

Non è difficile constatare che questa esperienza si materializza come l’insieme dei rapporti che intratteniamo a diverso titolo nel nostro habitat sociale.
Si tratta di un insieme di azioni e di reazioni  – da cui il termine interazione – mediante le quali gli individui entrano tra loro in contatto, comunicano, collaborano, giudicano.

In breve l’interazione sociale è quella sequenza dinamica e mutevole di atti sociali fra individui o gruppi di individui che modificano le proprie azioni e reazioni in relazione alle azioni degli individui e dei gruppi con cui interagiscono.
In questo senso l’interazione può essere intesa come il luogo primario in cui si forma, si ratifica, si trasforma il legame sociale.

Da questa definizione si comprende anche come l’interazione sociale determini l’ordine sociale.
Ordine che non si manterrebbe in equilibrio senza una costante e spesso lunga e silenziosa

ri-negoziazione dei suoi valori, delle sue norme, dei suoi saperi o delle sue credenze.

 

Perché il tema dell’interazione è importante?

Perché rappresenta il nodo intorno al quale si sviluppano e si strutturano gli studi del comportamento collettivo e individuale.
Questi studi, che confluiscono in quelle che oggi si chiamano le microsociologie, hanno come argomento principale i cosiddetti rapporti face to face, cioè, i rapporti intersoggettivi.

Diciamo allora che, per definizione, le microsociologie studiano soprattutto i legami sociali elementari.

Il primo a rendersi conto dell’importanza di questi legami fu Georg Simmel, che esaminò l’importanza di alcuni micro-fenomeni sociali come sono i segreti, l’amicizia, l’ubbidienza, la lealtà, la fiducia.

Oggi le microsociologie hanno come campo disciplinare i comportamenti, i ruoli, le interazioni sociali, i conflitti, le identità e il modo di formarsi dei processi decisionali individuali o dei piccoli gruppi.
Per ragioni di economia ci soffermeremo, per esaminare le microsociologie, su Alfred Schütz (1899-1959), uno dei primi ricercatori che si pose il problema di indagare le relazioni tra gli individui, nell’ambito della vita quotidiana.

Schütz era nato in Austria, ma dovette emigrare in America a seguito delle leggi razziali tedesche dopo l’annessione al Terzo Reich e lì, anche per motivi personali, si dedicò all’analisi del comportamento collettivo.

L’opera a cui noi faremo riferimento uscì nel 1932, s’intitola La fenomenologia del mondo sociale, è uno studio nel quale, partendo dalle ricerche di Max Weber, sviluppa le problematiche dell’agire sociale.

Egli definì la vita quotidiana, come l’insieme di azioni, di rapporti, di conoscenze e di credenze familiari all’interno dei quali, per così dire, scorre ciò che conta sul piano individuale e segna, con l’esperienza, l’esistenza degli individui.

Si tratta di quel insieme di relazioni che, il più delle volte consideriamo o passano per scontate, come salutare un conoscente, prendere un appuntamento, uscire in compagnia di amici per una cena, telefonare per informarsi sulla salute di un parente ammalato, avvertire casa per un improvviso contrattempo, mettersi d’accordo per andare ad un concerto, eccetera.

Come Alfred Schütz ebbe modo di dimostrare questi rapporti costituiscono il cemento dell’esperienza sociale di cui cogliamo l’importanza quando entrano in crisi o attraversiamo uno stato di eccezione – come furono per lui le leggi sulla razza.

 

Vediamo, in questa prospettiva, alcuni caratteri della vita quotidiana.

Il primo di essi è la routine.
Costituisce il carattere più evidente della vita quotidiana e, per molti versi, anche il più sorprendente quando lo andiamo a focalizzare.
Questo carattere esprime la ripetitività e la prevedibilità delle azioni, dei comportamenti e dei pensieri.

La prevedibilità, in particolare, agisce sul comportamento abbassando il livello d’interesse dell’osservatore e/o dell’attore sociale e, così agendo, favorisce soprattutto un risparmio di energie.
Ma non è così semplice.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti possono finire per stimolare risposte automatiche o stereotipate, che abbassano il nostro grado di attenzione verso ciò che ci circonda.

Perché sono così importanti per la sociologia?
Perché quando ripetitività e prevedibilità finiscono per invadere massicciamente il tempo della vita quotidiana, siamo in presenza di vissuti che tendono inesorabilmente a deteriorarsi.

O, come dicono i filosofi sociali, siamo davanti ad una alterazione del qui-ora che induce ad una sorta di smarrimento sociale e, spesso, nei casi più gravi, a forme di angoscia e di disagio psichico.

Questi processi interattivi generano anche un altro fenomeno, le tipizzazioni.

La tipizzazione agisce come uno strumento di previsione del comportamento.
È come dire, capovolgendo un proverbio popolare, che l’abito, a dispetto del nostro senso critico, fa il monaco.
La tipizzazione può essere involontaria, ma il più delle volte è il risultato di una scelta consapevole tra i vari modelli di comportamento che l’esperienza sociale ci fornisce.

Perché è consapevole?
Perché ciascuno di noi sa bene che ad ogni passo della nostra giornata come della nostra vita sociale siamo costantemente osservati, e in qualche modo interpretati e giudicati.
Perché ciascuno di noi sa che gli altri reagiscono nei nostri confronti secondo il loro modo di essere.

Modo di essere che si esprime attraverso il loro modo di interpretare e vivere le situazioni sociali.

 

Un altro aspetto importante dell’interazione sociale e ciò che la lega ai processi della rappresentazione.
Gli individui, infatti, non solo sono coscienti delle azioni e delle reazioni che questi processi comportano, ma, in genere, sono consapevoli anche dei loro effetti.

Secondo Erving Goffman (1922-1982) a causa della consapevolezza, che gli individui hanno di influenzare con le proprie azioni l’opinione che gli altri danno della situazione alla quale essi stanno partecipando, questi stessi individui finiscono (inevitabilmente) per comportarsi come se recitassero una parte, come se fossero attori su un palcoscenico.
Come se vivessero dentro una rappresentazione teatrale o uno spettacolo.

Goffman è un sociologo di origine canadese, vissuto negli Usa, ha studiato a Chicago.

Lo ricordiamo perché a Chicago ha operato una delle scuole di sociologia urbana più prestigiose degli Stati Uniti.

Uno degli scritti più importanti di questo studioso, uscito nel 1956, s’intitola, La vita quotidiana come rappresentazione.
Con questa opera, Goffman, introduce nella sociologia il concetto di prospettiva drammaturgica.

Il suo campo di ricerche sono stati gli aspetti trascurati della vita quotidiana, quelli che appaiono banali, ma che possiedono, in sé, una forte carica recitativa.
Costituiscono degli aspetti che, nelle società complesse, come quelle del mondo Occidentale, sono divenuti oscuri e equivoci e che, sempre di più, vengono usati per offrire agli altri un’immagine in qualche modo valorizzata di noi stessi.

I sociologi americani definiscono queste situazioni, come abbiamo già notato, face to face, perché di fatto riflettono le piccole situazioni della vita di tutti i giorni.

Per analizzarle Goffman immaginò la vita quotidiana come se fosse un gioco di rappresentazioni.
Un gioco nel quale l’identità dell’individuo – che nella lingua inglese è definita con l’espressione

di self – coincide di volta in volta con le maschere che costui indossa sul palcoscenico della vita corrente.


Prima di procedere esaminiamo l’espressione di self con la quale nella lingua inglese si identifica l’identità dell’individuo nelle relazioni face to face.

È un concetto molto usato anche in psicologia e in psicanalisi, da cui è stato mediato.

Didier Anzieu (1923-1999,)un protagonista della psicoanalisi francese, scrisse, qualche tempo fa, un libro divenuto un classico sui confini del self, intitolato, Le moi-peau, (L’io-pelle) 1985.

Perché è importante la nozione di self?

Esso gioca un ruolo decisivo nel rapporto che noi abbiamo con il nostro corpo e il corpo degli altri.  Non solo, perché il self caratterizza anche il modo con cui noi percepiamo la sostanza corporale con la quale siamo fatti e che non si limita a un po’ d’acqua, lipidi, aminoacidi, eccetera.

La nostra esperienza della vita quotidiana ci dice che la percezione della nostra sostanza corporale cambia di contenuto davanti ai nostri occhi quando supera i limiti del self.

In questo modo il self si è rivelato un concetto molto importante per studiare il gusto e il disgusto e il modo di percepire la prossimità con gli altri.

Facciamo qualche esempio.

Non abbiamo disgusto della saliva che si trova nella nostra bocca, ma se la raccogliamo in un bicchiere molto difficilmente riusciremo a rimetterla in bocca e inghiottirla.  Perché quando le nostre secrezioni superano (varcano) il limite del nostro io-pelle ci diventano estranee, e simmetricamente, quelle degli altri (che ci penetrano) ci provocano disgusto più si avvicinano.

É come se le vivessimo in modo intrusivo, è come se dovessimo difenderci da esse.

La stessa cosa si può dire per il sangue, a noi non da fastidio succhiare il sangue che esce da un dito che ci siamo feriti affettando del pane, ma se questo sangue lo raccogliamo con una garza, difficilmente avremmo poi il coraggio di succhiarla.

Di contro, il self diventa tollerante con le relazioni di vicinanza derivate da un’attrazione emotiva.

Non a caso nelle relazioni intime il self diventa spesso un acceleratore dell’intimità, come avviene con la saliva del bambino che non è ripugnante agli occhi della madre, così come non lo sono le secrezioni dei nostri partner sessuali, ma che tornano ad esserlo se l’intimità viene spezzata da una separazione o da un litigio.

Con il self, tra l’altro, si possono spiegare anche molti dei meccanismi del feticismo, che trasformano la distanza e la familiarità degli oggetti che appartengono al soggetto amato.

In questo senso l’intimità come la tenerezza contaminano positivamente gli oggetti avvicinandoli a noi, facendoli diventare familiari, esattamente come il disgusto li allontana.

L’identità soggettiva s’intreccia con un altro grande tema che abbiamo accennato, quello della contaminazione, in questo caso serve a completare il paradigma della prossemica, intesa come quel capitolo della semiologia che studia il significato del comportamento umano (gesti, posizioni, distanze posture) dal punto di vista dei processi comunicativi.


In questo contesto la vita di tutti i giorni è analizzata da Goffmann come una scena sulla quale si recita.

Una scena con i suoi attori, il suo pubblico, le sue quinte, dove spesso gli attori contraddicono quello che hanno detto davanti ai riflettori.
Su questa scena gli attori si mettono in gioco, si presentano, si alleano, si scontrano s’ingannano, mostrano la loro capacità d’impersonare un ruolo, s’immergono o prendono le distanze dalle situazioni che li coinvolgono

Occorre persi una domanda: Gli individui sono coscienti di recitare una parte sociale?

Per Goffman lo sono sempre, anche se non sempre ne sono totalmente consapevoli.

In certe occasioni questa recitazione è assolutamente partecipata, in altre è come una parte recitata mille volte, che diventa quasi automatica, in altre ancora è recitata di malavoglia.

C’è poi da considerare ancora una cosa, come l’Altro da noi o gli altri giudicano chi sta recitando.

Questo perché, in base a come chi sta osservando valuta la spontaneità, o se volete, l’abilità, o la qualità della recitazione dell’altro o degli altri suoi interlocutori, ne tira delle conclusioni che, a sua volta, influenzeranno il suo modo di comportarsi.
Come in una partita a ping-pong, ogni tiro a sua volta provoca una reazione di tiro, che a sua volta provoca una reazione…e così via….

 

Passiamo ora ad un altro argomento chiave del discorso sociologico: i gruppi.

Da qualche tempo a questa parte i gruppi sono studiati da una specifica disciplina chiamata analisi  gruppale.
Il riconoscimento dell’importanza dello studio dei gruppi lo dobbiamo, per quanto ci riguarda, soprattutto ad uno psicanalista inglese, Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979), che a sua volta lo riprese dagli studi di Maxwell Jones (1907-1990) sulle piccole comunità terapeutiche.

Come abbiamo osservato per le masse, un gruppo non si riduce alla somma delle coscienze e delle volontà individuali che lo compongono, anzi, è più facile il contrario, che il gruppo trasformi l’individuo che ne fa parte.

In sociologia si definisce gruppo sociale un insieme di persone che entrano in qualche modo in rapporto reciproco, sulla base di valori o interessi comuni.

Oppure, in una forma più articolata:

Un gruppo è un insieme d’individui che interagiscono fra loro influenzandosi reciprocamente e che condividono, più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali.

 

Che cosa distingue un gruppo da una folla o da una comunità di persone?
Il fatto che nella folla, nella comunità o, più in generale, in un’aggregazione di persone, come è, per esempio, un grande ufficio, una scuola, un quartiere, non esiste un’interazione diretta tra tutti gli individui, o, più semplicemente, questi individui non costituiscono un insieme organizzato.

Prima di procedere con i gruppi distinguiamoli subito da un’altra figura della topografia

sociologica, le categorie sociali che rappresentano dei gruppi impropri o degli pseudo-gruppi.
Sono, in genere, il risultato di una costruzione teorica deliberata mediante la quale gli studi sociali raggruppano idealmente o teoricamente in una stessa unità individui con caratteristiche comuni, al fine di poterli monitorare.

Quanto agli aggregati, essi costituisco dei semplici gruppi casuali.
Rispetto ai gruppi veri e propri gli aggregati mancano di una struttura, sono limitati nel tempo e soprattutto mancano di quella qualità delle relazioni interpersonali che costituiscono l’essenza dei gruppi.

Vediamo le tre caratteristiche che distinguono un gruppo.

– I membri del gruppo interagiscono tra di loro in modo strutturato secondo le norme o i ruoli che il gruppo si è dato.
– I membri del gruppo hanno la coscienza di essere un gruppo o, meglio, maturano un sentimento di appartenenza al gruppo che, tra l’altro, funziona da barriera nei confronti degli estranei.
– Il gruppo è percepito come un gruppo da parte di chi non ne fa parte.  Vale a dire il gruppo ha un’identità esplicita e assolutamente percepibile dall’esterno.

 

Quanto ai gruppi in sé possiamo distinguerli in molti modi.
La classificazione più importante è quella tra gruppi primari e gruppi secondari.
I gruppi primari sono anche detti piccoli gruppi.
Il loro carattere principale è la forte integrazione, tipica, per fare un esempio, delle famiglie o delle bande.
Per definizione i gruppi primari sono costituiti da pochi individui.
I gruppi secondari o grandi gruppi sono gruppi composti da un numero elevato di membri.
Sono gruppi nei quali le relazioni interpersonali appaiono neutre e, spesso, il rapporto tra il singolo e gli altri membri è di natura strumentale, cioè, funzionale ad uno scopo.

L’esperienza sul campo ha dimostrato che appena il numero dei membri di un gruppo supera la mezza dozzina c’è una tendenza, che si può definire spontanea, alla formazione di sottogruppi, dove le affinità sono più forti.

Quando, poi, il numero dei membri di un gruppo secondario supera la dozzina è molto probabile che all’interno del gruppo si formi un portavoce o che un membro lo coordini.
A questo proposito si è constatato che in qualsiasi gruppo, prima o poi, emerge la figura di un leader.
La velocità con cui questa figura si forma è proporzionale alla grandezza del gruppo.
Più il gruppo e grande e prima si costituisce una leadership.

Nella leadership si possono distinguono tre stili:
Quello autoritario, quello democratico e quello improntato al laissez-faire.

Nel primo caso la struttura è molto gerarchica e si caratterizza per la direzione degli ordini che influenza il comportamento del gruppo, sempre dall’alto verso il basso.
Questi ordini, in genere, non sono mai messi in discussione, cioè, si subiscono.

La struttura dei gruppi che possiamo definire democratici è caratterizzata dal consenso della maggioranza, vale a dire da un’accettazione consensuale dei programmi del gruppo.

La leadership dei gruppi improntata al laissez-faire si caratterizza dalla mancanza di una vera dirigenza.  In questi gruppi la leadership si limita, in pratica, a far emergere e a gestire le iniziative dei sottogruppi.

 

Ricordiamo anche una particolare forma di gruppo, i gruppi di riferimento.

Sono quei gruppi che s’ispirano all’opera di altri gruppi.  Possono essere gruppi di riferimento positivi o negativi.
Quelli positivi, in genere, si possono definire ed appaiono dall’esterno come una specie di gruppi ideali.
Quelli negativi, invece, sono gruppi di riferimento con i quali prima o poi emergono delle tensioni che possono anche alimentare delle situazioni di conflitto.

È più raro, ma anche i gruppi negativi possono avere dei riferimenti non reali e, tra virgolette, ideali o utopistici.

In generale i gruppi di riferimento negativi compaiono in quei gruppi che si formano per reazione contro l’ambiente in cui vivono, per i motivi più diversi, sia materiali che ideologici, come nel caso delle sette sataniche, delle bande di tifosi o nelle organizzazioni criminali.

Fa scuola il mito di Al Capone o delle famiglie mafiose americane.

Nelle forme di democrazia rappresentativa, come dovrebbero essere le democrazie moderne, una forma di gruppo di una certa importanza è il gruppo di pressione.

Questi gruppi sono anche detti gruppi d’interesse.

In genere sono strutturati nella forma del collettivo che si mobilita per difendere specifici tornaconti, anche ideali, come sono per esempio i gruppi ambientalisti.

Quando i gruppi di pressione sono organizzati e la loro azione è diretta in modo specifico ad agire sui centri di potere, con lo scopo di influenzare pubblicamente determinate scelte politiche, economiche o etiche, si definiscono lobby.

Questi gruppi di pressione organizzati sono tipici dei paesi di lingua inglese, in cui la corruzione (sotterranea) è severamente sanzionata e le lobby sono, in qualche modo, istituzioni formali accettate, se non altro come un male minore che si vede e che si può contenere.

Il tema dei gruppi nelle scienze sociali è legato a un altro grande tema, quello delle gerarchie sociali.

Qui, non abbiamo il tempo per approfondire i motivi, oltre a quelli economici, per i quali  nelle società si formano le gerarchie, anche perché questo è più un argomento di antropologia e di teorie politiche che di sociologia generale.
Alla sociologia compete piuttosto lo studio della posizione sociale di un individuo o di un gruppo all’interno di un sistema di relazioni che formano la struttura sociale di una società.

Nella società occidentale va anche costatato, a partire dalla seconda metà dell’800, una costante trasformazione dei ceti in classi.
Questa metamorfosi costituisce uno degli effetti della rivoluzione industriale e delle forme di democrazia che in essa si sono sviluppate.
La rivoluzione industriale, di fatto, contribuì a ridurre ogni differenza sociale ai soli fattori economici e all’effettivo controllo della ricchezza.

I suoi esiti sono ben visibili all’interno delle due classi che si affermarono come le due sole classi protagoniste della storia della modernità, la borghesia e il proletariato.

Va però notato come, da alcuni decenni a questa parte, nei paesi dell’area temperata del pianeta, le  si stanno disfacendo nella loro forma storica per ridisegnarsi su altri valori, come sono quelli della conoscenza e dell’accesso all’informazione e all’educazione.


Il digital divide o divario digitale è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso in modo parziale o totale. I motivi dell’esclusione

comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a gruppi etnici diversi, provenienza geografica.

Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione.

Il termine digital divide può essere utilizzato sia per riferirsi ad un divario esistente tra diverse persone, o gruppi sociali in una stessa area, che al divario esistente tra diverse regioni di uno stesso stato, o tra stati (o regioni del mondo) a livello globale.

Il termine è apparso per la prima volta all’inizio degli anni Novanta negli USA in alcuni studi che indicavano come il possesso di personal computer aumentasse in modo significativamente differente tra i gruppi etnici.

Il concetto di divario digitale è poi entrato nell’uso comune quando il presidente americano Bill Clinton e il suo vice Al Gore lo utilizzarono durante un discorso tenuto nel 1996 a Knoxville, in Tennessee.


Questi nuovi scenari daranno vita ad altre forme di conflitto tra le quali, di una certa importanza, saranno:

– quelle di natura generazionale che coinvolgeranno i cosiddetti nativi digitali,

– quelle tra i localismi,

– quelle legate all’equa ri-distribuzione delle risorse naturali, come da tempo è il caso del petrolio e di recente dell’acqua o del controllo climatico.

A questo proposito ricordiamo che i paesi della fascia temperata del pianeta terra costituiscono un terzo della popolazione mondiale e consumano i due terzi dell’energia totale prodotta.

In un rapporto del 2006 delle Nazioni Unite sulla distribuzione del benessere economico si afferma che l’uno per cento della popolazione mondiale detiene il quaranta per cento del patrimonio finanziario e immobiliare mondiale, mentre il cinquanta per cento della popolazione mondiale accede solo all’uno per cento della ricchezza planetaria.

È indubbio che, in questo scenario, uno degli obiettivi delle scienze sociali dovrebbe essere quello di contribuire a rielaborare degli stili di vita che consentano di riequilibrare questo stato di cose prima che sia troppo tardi.

 

APPENDICE

La velocità e i numerosi cambiamenti intervenuti, soprattutto nell’ambito della cultura occidentale a partire dalla seconda metà del secolo scorso, hanno in qualche modo portato alla luce e disegnato un mondo costituito da realtà separate le une dalle altre, e dai caratteri specifici e definiti.

Realtà delimitate da confini, reali e simbolici, confini netti e difficili da ridurre a un unico paradigma.

Un paradigma rappresenta un modello di riferimento o, meglio, una matrice disciplinare che delimita il campo, la logica e la prassi della ricerca nell’ambito di un argomento scientifico, in questo caso il concetto di società.

Diciamo che per molto tempo la coincidenza di territorio, cultura, lingua e popolo – che si intravede dietro questo modello, sostanzialmente ideologico e politico – ha rappresentato una delle più forti motivazioni ideali, politiche e economiche per la nascita, la costruzione e la giustificazione degli Stati nazionali.

Un modello che sta alla base di molte opere letterarie, artistiche e musicali, come di rivendicazioni, conflitti ribellioni.

Un modello che ha dato vita a delle analisi politologiche, economiche, sociologiche di costume, analisi che hanno alimentato rimpianti, nostalgie e rivendicazioni di ogni genere.

Con il ventunesimo secolo è in modo piuttosto accelerato c’è stato un radicale sovvertimento del rapporto tra gli spazi nazionali, i territori e gli spazi sociali.

Questo sovvertimento – soprattutto nell’opinione pubblica – ha generato il convincimento che i linguaggi, le pratiche culturali, le relazioni sociali, i patrimoni simbolici, i manufatti siano radicati non già nello Stato nazionale ma in luoghi geograficamente ben definiti.

Soprattutto fuori dall’Europa storica i violenti conflitti etnici che sono scoppiati hanno rivelato, con un certo sgomento, che lo Stato nazionale è spesso un coacervo di gruppi etnici diversi, quasi sempre in polemica o in conflitto, gruppi assimilabili a “comunità immaginarie” più che a un tessuto di comunanze sviluppate e omogenee.

Come oggi è facile costatare molti Stati sono attraversati da tensioni separatiste, altri sono messi in discussione da realtà locali in concorrenza tra di loro altri ancora sono minacciati, soprattutto sul piano economico, da autorità sovra-nazionali.

 

Ha scritto il filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas: Uno dei principi più importanti elaborati negli ultimi due secoli dello scorso millennio – la nozione di sovranità della coppia Stato/Nazione – è stata messa in discussione e si è differenziata frantumandosi tra autorità locali, regionali, nazionali, globali.

 

Le nuove e massicce forme di migrazione, i nuovi sistemi di comunicazione digitale, le nuove strategie finanziarie, i nuovi assetti politici sono paradigmi che attraversano i vecchi confini e generano nuove pratiche socioculturali e una inedita multipolarità territoriale.

Va da se, nella storia questi paradigmi sono sempre esistiti dislocati in aree più o meno vaste e formate dagli stili di vita, dalle relazioni sociali, dagli orientamenti ideologici, dai sistemi simbolici, da manufatti e artefatti diversi, ma avevano una caratteristica: quella di poter essere iscritti in un unico schema di comprensione e di elaborazione comune più o meno condiviso o accettato.

L’esempio classico è il ruolo attivo e organizzativo delle religioni, a partire dalla chiesa cattolica.  Così come il ruolo giocato dai grandi imperi o, nel minuscolo, dalle tradizioni.

 

Oggi è diverso.  Le idee si sono globalizzate, così gli stili di vita e la loro evocazioni all’esotico tende a diventare moda.

Le ragioni sono evidenti a partire dai sistemi di comunicazione di massa in tempo reale, dalle nuove tecnologie di trasporto, dai movimenti reali – spontanei o forzati – e dai movimenti virtuali di centinaia di migliaia di individui spinti a immaginare le nuove Bengodi, i nuovi paesi di Cuccagna, le nuove Calicut dello spettacolo.  Spinti a sognare nuove patrie e nuove opportunità di vita e di lavoro.

Individui che fuggono guerre, carestie, persecuzioni religiose, repressioni politiche, disastri climatici e ambientali.

Individui su cui si innesta – anch’essa globale e multilocale – una circolazione vertiginosa e caotica di immagini, idee, oggetti, usi, consumi e costumi che i vecchi rivoluzionati del 1968 chiamavano il regno o meglio la dittatura della forma di spettacolo.

Tutta questa dislocazione di vissuti, progetti, merci, sogni e la concomitante coesistenza nella stessa area di mutazioni e fluidificazioni culturali e sociali di difficile definizione ha di fatto banalizzato (svalutato) il paradigma che presupponeva una coincidenza tra cultura e territorio.

Sono processi inediti e ancora incontrollabili perchè riguardano l’intero pianeta.

Processi che hanno dilatato all’intera umanità collegamenti, informazioni, mobilità, aspettative di consumo che sono sempre esistite, ma un tempo limitate alle élite (soprattutto imprenditoriali e finanziarie) di piccolissime aree del mondo occidentale.

Realisticamente non tutti sono nomadi, ma è anche vero che non tutti vivono nello spesso mondo o nello stesso sogno post-moderno.

Così come è vero che solo un numero ridotto di individui vive sino in fondo i processi della globalizzazione, infatti, molta parte dell’umanità è ancora oggi dominata dai processi localistici ancora presenti e diffusi da per tutto, spesso degradati o limitanti.

Non è difficile costatare che milioni e milioni di persone vedono sempre più ridursi le opportunità di poter vivere  confinate giocoforza nei micro-territori dove sono nate e cresciute.

Tuttavia, le élite del pianeta – politiche, finanziarie, manufatturiere, militari, religiose, culturali e scientifiche – s’identificano ogni giorno di più, assumendo come modelli di vita, da elaborare, proporre, imporre, i processi (a loro vantaggiosi) della globalizzazione.

 

Che cosa comporta tutto questo al di là dell’epifenomeno del nomadismo di élite?

Che le differenze – profonde e devastanti – che affliggono il mondo assumono fisionomie, percorsi, esiti assolutamente diversi dal passato.

Soprattutto fanno saltare le contrapposizioni binarie, quelle tra culture dominanti e sub-culture, centri e periferie, una certa visibilità tra colonizzatori e colonizzati.

Dal punto di vista dell’identità i nuovi confini socio-culturali sembrano spostarsi in continuazione senza alcuna linearità.

Per esempio i processi di globalizzazione a livello economico e politico da una parte tendono a svalutarsi, dall’altra vengono riproposti per fermare i flussi migratori, per qualificarli e regolarli, così come molto spesso diventano barriere per frenare contatti eversivi, rivoluzionari o criminali.

Va anche rilevato un curioso fenomeno.

Un tempo le diversità culturali, in generale, andavano incontro all’assimilazione o al rifiuto, oggi invece si manifesta nei loro confronti una volontà mimetica, gli avversari dell’Occidente tendono a imitare gli stili di vita e a volere i beni e le tecnologie che l’Occidente produce, feticizzandoli.

Possiamo dire che non solo i beni di consumo e i divertimenti sono globalizzati, ma anche i prodotti digitali e – a livello degli stili di vita – la passività politica, la sottoistruzione, così come, a livello abitativo, le bidonville, i campi profughi stabilizzati, gli accampamenti frutto di stati di eccezione.

D’altro canto, scrive Arjun Appadurai – un antropologo inglese di origine indiana – appena le forze innovatrici provenienti dalle aree metropolitane sono portate all’interno di nuove società, tendono, in un modo o nell’altro, a subire un processo di indigenizzazione.

Questo processo riguarda la musica come i stili abitativi, i procedimenti scientifici come il terrorismo, gli spettacoli come i prodotti alimentari di massa.

In altri termini si da il caso che singole culture possono riprodursi o ricostituire la loro specificità sottoponendo le forme culturali transnazionali a un processo di indigenizzazione.

A questo proposito va notato che in termini antropologici il concetto di deterritorializzazione è estremamente dinamico e veloce.

 

Come ha notato il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, nella contemporaneità i processi e i prodotti culturali tendono a svincolarsi dalla loro aderenza a un particolare spazio, perdono la loro identità territoriale, divengono mobili e a volte liquidi.

Più che la campagna è la città che sperimenta questi processi di globalizzazione.

Li sperimenta nei suoi ritmi di vita, nelle relazioni tra i gruppi – sociali, generazionali, etnici e sessuali – che la abitano.

Oggi, la pluralità culturale della città affonda anche nella costante presenza di localismi e nella continua elaborazione urbana del rapporto tra il locale e il globale.

Diciamo che il tessuto urbano fornisce lo sfondo, i materiali e le occasioni alla celebrazione di rituali propri di ogni gruppo sociale che vuole affermare sia la sua diversità che il proprio inserimento nel contesto in cui si trova a vivere.

In questo contesto i mezzi di comunicazione di massa svolgono un’azione di moltiplicazione,  immettendo gli eventi e i loro protagonisti nella rete (culturale e digitale) che congiunge i diversi luoghi in cui risiedono i gruppi emigrati dalle stesse patrie e figli della stessa lingua.

È facile intuire come tutto ciò alimenti, musiche, vestiario, produzioni artistiche e artigianali, esperienze cucinarie che possono nascere sia come rimpianto, sia come rivendicazione di separatezza identitaria.

 

É anche facile intuire come la realtà urbana tende a rendere tutti complici di un mercato sempre più vorace, trasformando questi gruppi in oggetti/merci di processi globali.

 

In queste condizioni completamente nuove la cultura – da quella di élite a quella diffusa dai mezzi di comunicazione di massa – ha anche cambiato tempi, modi e luoghi della sua produzione.

 

Essa può ancora conservare qualcuna delle sue radici, ma deve saper assimilare anche i nuovi paradigmi transnazionali e deterritorializzati che in qualche modo l’affiancano, le si sovrappongono o la penetrano affinché le sue dimensioni culturali, intese come sistemi di significati socialmente organizzati, siano accettate e condivise divenendo parte sia delle “radici” che dell’alterità che continua a riprodursi.

Così i confini della colonizzazione continuano a essere territoriali e economici, ma essi vengono mescolati, sovvertiti e resi opachi dalla produzione di un immaginario – nella forma spesso di un orientalismo esotico – e da forme di comunicazione sempre più efficaci.

In questo contesto lo studio della cultura è proiettato su dei nuovi paradigmi aperti dai processi di globalizzazione.

Per esempio si è svalutato lo studio della cultura per aree geografiche specifiche e si è sviluppato un dibattito sulle diaspore, sugli esili, sui movimenti migratori che hanno individuato i caratteri e gli ambiti dei nuovi nomadismi.

Ancora, sono emerse delle ricerche sul ruolo della memoria nella formazione dei nazionalismi, sono stati fatti degli studi sulle nuove articolazioni di centro e periferia e sulla crescente difficoltà a applicare i “diritti umani” davanti alla relatività delle culture.

 

Per concludere, oggi, voler studiare le nuove relazioni tra cultura e territorio implica dover porre l’accento sui processi del nomadismo contemporaneo a livello globale e a livello locale con particolare attenzione alla vita corrente, ai sogni, alle speranze e ai vissuti.

 

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Da almeno un ventennio a questa parte la definizione più comune di informazione è quella di “dati” più “significati”.

Dati dotati di significato, che devono rispettare i significati del sistema scelto, il codice e/o il linguaggio in questione.

Va sottolineato: i dati che costituiscono un’informazione possono essere dotati di significato indipendentemente dal destinatario dell’informazione.

Ciò detto, va anche aggiunto come lo sviluppo dei sistemi di comunicazione e di informazione  ha conosciuto, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, una grande accelerazione, destinata ad avere, in questo secolo, importanti ripercussioni sulla vita economica e politica, oltre che sul costume, la cultura, gli stili di vita.

Molti ritengono che questo sviluppo stia trasformando in profondità le stesse basi biosociali della conoscenza e del pensiero umano.

A questo proposito va ricordato che tra le caratteristiche specifiche dei new-media c’è quella di essere fortemente auto-promozionali, vale dire, capaci di promuovere se stessi, generando miti che alimentano l’immaginario collettivo, suscitando attese spesso impossibili da realizzare.

In questo ambito le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in inglese Information and Communication Technology (ICT), sono l’insieme dei metodi e delle tecnologie che realizzano i sistemi di trasmissione, ricezione ed elaborazione di informazione.

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale l’uso della tecnologia nella gestione e nel trattamento delle informazioni ha progressivamente assunto un’importanza strategica crescente sia per le istituzioni che per i singoli.

Oggi possiamo dire che l’informatica –  i congegni digitali e i programmi di software – e le telecomunicazioni – costituite dalle reti telematiche – sono i due pilastri su cui si regge la società dell’informazione.

È difficile dare una definizione univoca delle ICT, perché di esse non esiste una definizione generale e condivisa.

In linea generale possono essere considerate come una risorsa essenziale delle organizzazioni, all’interno delle quali è sempre più importante riuscire a gestire in maniera rapida, efficace ed efficiente il volume crescente di informazioni.

In questo senso vanno considerate come uno strumento strategico in grado di mettere a disposizione dati e informazioni qualitativamente evoluti.

Il fine ultimo delle tecnologie dell’informazione è comunque la manipolazione dei dati tramite la conversione, la conservazione, la protezione, la trasmissione, il recupero, con l’aiuto del computer e delle tecnologie a esso connesse.

 

Con l’espressione tecnologia dell’informazione si indica l’uso della tecnologia nella gestione e nel trattamento dell’informazione, in particolare per quanto riguarda l’uso delle tecnologie digitali che consentono di creare, memorizzare, scambiare e utilizzare informazioni (o “dati”) nei più diversi formati: numerico, testuale, audio, video, immagini e altro.

La trasmissione di informazioni tra calcolatori connessi fra loro, realizzata a partire dagli anni ’60, costituisce poi un fenomeno di grande portata pratica e concettuale, vale a dire, la progressiva convergenza e integrazione di informatica e telecomunicazioni.

Questi due settori per molto tempo si erano sviluppati indipendentemente l’uno dall’altro, perché le telecomunicazioni utilizzavano soprattutto tecnologie analogiche.

Ma a partire dagli anni ’70  le tecnologie dell’informatica hanno cominciato a essere mutuate dalle telecomunicazioni e poi, dalla metà degli anni ’80, anche grazie alla diffusione dei personal computer, e iniziata la rivoluzione digitale applicata al campo audio-visivo.

La successiva diffusione della telefonia cellulare, contemporanea alla digitalizzazione delle reti telefoniche e di tutti i media di comunicazione (voce, video, immagini, documenti) ha portato all’ integrazione e alla globalizzazione di tutte le reti.

La tecnologia dell’informazione comprende oggi le reti di comunicazione, i sistemi di elaborazione (qualunque sia la loro architettura) e la multimedialità.

 

“Le ICT sono dispositivi che comportano trasformazioni radicali, dal momento che costruiscono degli ambienti in cui l’utente è in grado di entrare tramite porte di accesso (possibilmente amichevoli), sperimentando una sorta di iniziazione.

Non vi è termine per indicare questa nuova forma radicale di costruzione, cosicché possiamo usare il neologismo RIONTOLOGIZZARE per fare riferimento al fatto che tale forma non si limita solamente a configurare, costruire o strutturare un sistema (come una società, un’auto o un artefatto) in modo nuovo, ma fondamentalmente comporta la trasformazione della sua natura intrinseca, vale a dire la sua ontologia.

In tal senso, le ICT non stanno soltanto ricostruendo il nostro mondo: lo stanno riontologizzando”.

(Luciano Floridi, La rivoluzione dell’informazione).

 

Possiamo dire che le ICT stanno costruendo un nuovo ambiente informazionale nel quale i nativi digitali trascorreranno la maggior parte del loro tempo e questo è quello che più interessa le scienze sociali.

Ritorniamo ora sulla relazione dei new-media con gli individui.

É molto diffusa l’opinione che le conseguenze dello sviluppo dei sistemi di comunicazione siano sostanzialmente ambivalenti.

Alcuni ritengono che l’aumento delle informazioni e l’accresciuta velocità nella circolazione dei messaggi, tanto a livello micro o su scala locale, quanto a livello macro, vale a dire su scala planetaria, non significano in modo automatico un miglioramento o un peggioramento nella qualità della vita individuale o della società.

Al contrario, altri ritengono che i sistemi di comunicazione e di informazione abbiano portato a un inquinamento culturale e mentale che sta provocando un degrado dell’ambiente simbolico umano, degrado che corre parallelo a quello dell’ambiente fisico e materiale, che altera il modo di produrre e l’organizzazione economica della società.

In breve, lo sviluppo dei new-media può generare, soprattutto nell’opinione pubblica meno scolarizzata o anagraficamente anziana, grandi paure e nuove illusioni.

In questo contesto i new-media possono essere considerati degli apparati sociali nei quali sono incorporate tecnologie per la comunicazione a distanza.

La loro funzione principale è quella di connettere e/o di comunicare con il maggior numero possibile di individui e di istituzioni, riducendo al minimo i tempi di diffusione dei messaggi.

Nel corso di questo ultimo mezzo secolo essi hanno di fatto consentito il moltiplicarsi di contatti fra culture lontane, accrescendo gli scambi a livello planetario, e quindi sono stati un indubbio fattore di sviluppo, anche se ciò non esclude che ci siano fattori ambientali che possono ostacolare o distorcere la loro funzione o inquinare l’identità delle culture più deboli.

Il primo fattore ambientale di una certa rilevanza è costituito dal capitolo delle diseguaglianze sociali.

La mancanza di istruzione e le condizioni di vita precarie (o al limite della sopravvivenza) in molti paesi – definiti del terzo o del quarto mondo – escludono ampi settori della popolazione dalla fruizione dei new-media.

Per di più, molti mass-mediologi sostengono che lo sviluppo dei sistemi mediali e l’affermarsi di quella che viene chiamata la società dell’informazione non contribuisce a ridurre il gap esistente tra paesi ricchi e paesi poveri, ma porta a un suo aggravamento, generando nuove e più insidiose forme di diseguaglianza sociale e di ritardo culturale.

Un altro possibile ostacolo alla funzionalità dei new-media è costituito dal fatto che generalmente in tutti i paesi, compresi quelli definiti democratici, essi subiscono, in una forma o in un’altra, condizionamenti da parte degli ambienti politici, economici e finanziari, e spesso sono sottoposti a forme di controllo più o meno esplicite da parte di strutture più o meno legali e riconosciute.

Va aggiunto che i new-media, che abbiamo definito come apparati sociali, sono organizzati in base a routine formalizzate e dunque sono soggetti a quel fenomeno che in sociologia viene chiamato goal displacement, cioè, a una distorsione degli scopi primari per il quali sono stati costituiti.

Le ragioni classiche di questa distorsione possono essere le più diverse, vale a dire economiche, strategiche, tattiche, politiche.

Tra queste una delle forme più subdole di goal dispacement, perché inavvertita anche da chi ne è un attore, è la cosiddetta auto-referenzialità.

In cosa consiste?

Sempre più spesso coloro che hanno a che fare coi new-media – giornalisti, dirigenti, professionisti dei vari campi della comunicazione – invece di rivolgersi al pubblico finiscono per dialogare tra di loro o con quei pochi che hanno un accesso privilegiato alle fonti della carta stampata e delle televisioni, come sono i leader politici, i grandi manager, gli intellettuali, insieme ad altre categorie di personalità ritenute, non importa se a torto o a ragione, influenti, dai campioni sportivi ai divi dello spettacolo.

Questa auto-referenzialità dei new-media è più evidente se si considera l’importanza attribuita agli eventi e al modo di formarsi delle priorità in fatto di temi etici, economici e sociali e nella costruzione delle agende politiche (di chi governa e di chi sta all’opposizione) portando a uno scollamento tra le élite del potere e l’opinione pubblica.

Tra gli effetti funzionali, prodotti dall’espansione dei sistemi di comunicazione, vi è poi anche quello per cui quanto più cresce la quantità di informazioni diffuse dai new-media, tanto più si appanna o diminuisce l’attenzione del pubblico.

In altre parole, paradossalmente, più i new-media allargano l’area della comunicazione, meno riescono a farsi sentire e più perdono di autorevolezza.

Si tratta di un fenomeno di saturazione che può essere spiegato utilizzando il principio dell’utilità marginale che è alla base di molte analisi economiche classiche.

Nella fase storica di sviluppo dei media, caratterizzata da pochi canali di comunicazione, l’offerta informativa rimaneva relativamente bassa mentre l’attenzione del pubblico e la domanda di comunicazione tendevano costantemente a crescere.

Oggi, invece, il continuo flusso di notizie e d’informazioni di cui il pubblico è fatto oggetto fa sì che esso fruisca o approfitti sempre più distrattamente dei messaggi che gli vengono rivolti.

Così, oggi il valore aggiunto dei new-media, come è illustrato dal funzionamento dei mercati pubblicitari, è relativo alla loro capacità di attirare l’attenzione.

Da un paio di decenni a questa parte, come rilevano le indagini di mercato, il pubblico è in fuga dall’ascolto dei programmi televisivi e dalla lettura dei quotidiani.

Anche se il calo non è strutturale è tuttavia progressivo e si manifesta in tutti i sistemi mediali giunti a una certa soglia di sviluppo.

Di più, sembra irreversibile fuori dagli stati d’eccezione, come sono le catastrofi natali, le guerre, i grandi appuntamenti sportivi, eccetera.

Se non si accetta l’interpretazione secondo la quale il fenomeno sarebbe dovuto a una regressione culturale che prima o poi farà il suo tempo, associata a un disinteresse di massa verso l’informazione generalista, questa contrazione del pubblico va intesa come l’indizio di un mutamento sistemico.

Quale?

Il declino inarrestabile delle comunicazioni di massa tradizionali e l’avvento di modalità nuove di comunicazione mediale.

***

 

PARTE prima SECONDA parte.

Ritorniamo sul tema dello sviluppo dei mezzi di comunicazione.

Questo sviluppo sta trasformando in profondità le stesse basi bio-sociali della conoscenza e dell’esperienza umana.

Ricordiamo che tra le caratteristiche specifiche dei new-media – con i quali oggi conviviamo – c’è quella di essere fortemente auto-promozionali e autoreferenziali, vale a dire, pervasivi, capaci di promuovere se stessi, generando mitografie e suscitando attese più o meno indotte.

 

Un ruolo importante in questi processi lo giocano le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in inglese Information and Communication Technology (ICT).

 

Per usare le parole di Luciano Floridi:

“Le ICT non sono applicazioni che migliorano o aumentano le opportunità (…).

Sono dispositivi che comportano trasformazioni radicali, dal momento che costruiscono degli ambienti in cui l’utente è in grado di entrare tramite porte di accesso (di norma amichevoli), sperimentando una sorta di iniziazione.

 

Non vi è un termine per indicare questa nuova forma di costruzione, cosicché possiamo usare il neologismo riontologizzare per fare riferimento al fatto che tale forma non si limita solamente a configurare, costruire o strutturare un sistema (come una società, un’auto o un artefatto) in modo nuovo, ma fondamentalmente comporta la trasformazione della sua natura intrinseca, vale a dire la sua ontologia.

In tal senso, le ICT non stanno soltanto ricostruendo il nostro mondo: lo stanno riontologizzando”.

( Da, La rivoluzione dell’informazione).

 

In breve le ICT stanno costruendo intorno a noi un nuovo ambiente informazionale nel quale soprattutto i nativi digitali trascorreranno la maggior parte del loro tempo ed è questo l’aspetto che più interessa le scienze sociali.

Oggi, in cui è ancora importante la presenza di larghi strati della popolazione di cultura analogica, è diffusa l’opinione che le conseguenze dello sviluppo dei sistemi di comunicazione siano sostanzialmente ambivalenti.

C’è chi ritiene che l’aumento delle informazioni e l’accresciuta velocità nella circolazione dei dati, tanto a livello micro, interpersonale, che macro, vale a dire su scala planetaria, non significa in modo automatico un miglioramento o un peggioramento nella qualità della vita individuale o della società.

 

Altri, al contrario, ritengono che i sistemi di comunicazione e di informazione abbiano portato a un inquinamento culturale e mentale che sta provocando un degrado dell’ambiente simbolico umano e del vissuto.

 

Un degrado che corre parallelo a quello dell’ambiente fisico e materiale, che sta alterando in modo irreversibile le forme del lavoro, il modello di produzione e l’organizzazione economica della società.

In breve, lo sviluppo dei new-media genera, soprattutto nell’opinione pubblica meno scolarizzata o anagraficamente anziana, grandi paure e nuove illusioni.

 

A parte queste considerazioni, nel corso di questo ultimo mezzo secolo i new-media hanno, di fatto, favorito il moltiplicarsi di contatti fra culture lontane, accrescendo gli scambi e le esperienze e quindi sono diventati un indubbio fattore di sviluppo, anche se ciò non esclude la presenza di fattori ambientali che possono ostacolare o distorcere la loro funzione fino a colonizzare e inquinare l’identità delle culture più deboli.

 

Il primo fattore ambientale di una certa rilevanza è costituito dalle diseguaglianze sociali.

La mancanza di istruzione e le condizioni di vita precarie (o al limite della sopravvivenza) in molti paesi – economicamente definiti del terzo o del quarto mondo – escludono ampi settori della popolazione dalla fruizione delle tecnologie più costose e complesse a partire da quelle digitali.

Per di più, è l’opinione di molti sociologi, lo sviluppo dei sistemi mediali e l’affermarsi di quella che viene chiamata la società dell’informazione non contribuisce a ridurre il gap esistente tra paesi ricchi e paesi poveri, ma porta a un suo aggravamento, generando nuove e più insidiose forme di diseguaglianza sociale e di ritardo culturale.

 

Un altro possibile ostacolo alla funzionalità dei new-media è costituito dal fatto che in tutti i paesi, compresi quelli definiti democratici, essi subiscono, in un modo o nell’altro, condizionamenti da parte degli ambienti economici e finanziari o sono sottoposti a forme di controllo politico più o meno esplicite.

Va aggiunto che i new-media, che abbiamo definito come degli apparati sociali, sono organizzati in base a routine formalizzate e dunque sono spesso condizionati da quel fenomeno che in sociologia viene chiamato goal displacement, cioè, sottoposti a una distorsione degli scopi primari per il quali sono stati pensati.

Le ragioni di questa distorsione possono essere le più diverse, economiche, strategiche, tattiche, politiche, finanziarie.

Tra queste, una delle forme più subdole di goal displacement, perché inavvertita anche da chi ne è coinvolto, è la cosiddetta auto-referenzialità.

In cosa consiste?

Se si prendono in considerazione i programmi di informazione, con sempre più frequenza coloro che hanno a che fare coi new-media – giornalisti, dirigenti, professionisti nei vari campi della comunicazione – invece di rivolgersi al pubblico finiscono per dialogare tra di loro o con quei pochi che hanno un accesso privilegiato alle fonti riservate del digitale, della carta stampata e delle televisioni, come sono i leader politici, i grandi manager, gli intellettuali, insieme ad altre categorie di personalità ritenute, non importa se a torto o a ragione, influenti.

 

Questa auto-referenzialità dei new-media è più evidente se si considera l’importanza attribuita agli eventi e al modo di formarsi delle priorità in fatto di temi etici, economici e sociali e nella costruzione delle agende politiche (sia di chi governa, che di chi sta all’opposizione).

Modi diversi di intendere le priorità che portano a uno scollamento tra le élite del potere e l’opinione pubblica.

 

Tra gli effetti funzionali, prodotti dall’espansione dei sistemi di comunicazione, vi è anche quello per cui quanto più cresce la quantità di informazioni diffuse dai new-media, tanto più diminuisce l’attenzione del pubblico.

 

In altre parole, più i new-media allargano o inflazionano l’area della comunicazione, meno riescono a farsi seguire e più perdono di autorevolezza.

Si tratta di un fenomeno di saturazione che ha molte concause.

 

Nella fase storica di sviluppo dei media, caratterizzata da pochi canali di comunicazione, l’offerta informativa era relativamente bassa mentre l’attenzione del pubblico e la domanda di comunicazione tendevano costantemente a crescere.

 

Oggi, il flusso informazionale di cui il pubblico è fatto oggetto fa sì che esso usufruisca o approfitti sempre più distrattamente dei messaggi che gli vengono rivolti, svalutandone l’importanza.

In questo modo il valore dei new-media, come è mostrato dal funzionamento dei mercati pubblicitari, è relativo alla loro capacità di attirare l’attenzione.

 

Poi, come conseguenza dello sviluppo del digitale da un paio di decenni a questa parte il pubblico si è allontanato dall’ascolto dei programmi televisivi e dalla lettura dei quotidiani.

Anche se questo calo è fisiologico e non ancora strutturale è tuttavia progressivo e si manifesta in tutti i sistemi mediali giunti a una certa soglia di sviluppo.

Di più, sembra irreversibile fuori dagli stati d’eccezione.  …

…..

… Vediamo un po’ di storia.

A partire dalla prima metà degli anni ‘80 il sistema dei media è andato incontro a un cambiamento importante e rapido.

Per verificarlo è sufficiente ricordare che sino ad allora, in quasi tutti i paesi del mondo occidentale, vi erano soltanto pochi canali televisivi, spesso monopolio di Stato e in bianco e nero.

L’introduzione della televisione a colori, avvenuta in quel periodo, apparve da principio solo come un miglioramento tecnologico, in analogia con quello che successe nel cinema con l’introduzione della pellicola a colori.

Più o meno nello stesso periodo in cui fu introdotto il colore vi fu l’esplosione della videoregistrazione e l’arrivo sul mercato dei primi compact disc.

Ciò portò alla nascita di un nuovo settore di consumo mediale, quello del home video.  …

… La conseguenza sul piano strutturale di tutte queste innovazioni fu di portare a una convergenza e a un uso combinato delle diverse tipologie di produzione audiovisiva, diminuendo fortemente i tempi di circolazione dei prodotti comunicativi e riducendo di molto l’intervallo che separa la produzione dal loro consumo.

 

Tra le innovazioni tecnologiche di quegli anni va ricordato anche il telecomando, che è più di una comodità, ma introdusse la pratica dello zapping. …

….

… Per tornare in argomento tutte queste innovazioni produssero una trasformazione degli assetti formali dei media.

Per esempio, negli Stati Uniti nacque la CNN, un canale televisivo che trasmette soltanto informazioni, ventiquattro ore su ventiquattro.

Oltre a rompere il preesistente sistema oligopolistico, dominato da alcune grandi compagnie televisive, la CNN introdusse un modello nuovo di gestione delle informazioni, quello della televisione tematica a flusso continuo che diffonde i programmi via satellite o via cavo e si finanzia tramite abbonamento.

 

In Europa, contemporaneamente, ebbe fine il monopolio statale dell’audiovisivo e si affermò un modello misto di coesistenza tra radiotelevisione pubblica e radiotelevisione commerciale.

La pubblicità, che sino ad allora aveva avuto un’incidenza relativamente ristretta, s’impose come una componente centrale del palinsesto televisivo, investendo il vissuto quotidiano degli spettatori con i suoi stilemi e le sue metafore.

Rappresentava un nuovo linguaggio visivo che contribuì a alimentare un inedito e complesso immaginario collettivo che a sua volta diede vita a nuovi modelli culturali.

Nonostante fosse considerata, soprattutto dal mondo della cultura, come una forma di manipolazione e di persuasione occulta, la pubblicità divenne una tra le forme più originali di espressione della sensibilità e della cultura postmoderna…ma lo divenne a spese dei consumatori e della loro capacità di giudizio.

…è cosi che una affascinante signorina in mutandine mi induce a consumi inutili e a fidelizzarmi verso alcuni prodotti di massa!

 

In sostanza, il cambiamento sistemico sviluppatosi nell’ultimo decennio del ventesimo secolo  portò a un modo diverso di considerare il mezzo televisivo e a mettere in questione il concetto stesso di comunicazione di massa, così com’era stato inteso in precedenza.

 

La comunicazione di massa, in senso classico, indica la comunicazione a un pubblico di grandi dimensioni.

In questo senso la comunicazione di massa è quella forma culturale che ha caratterizzato la società industriale di fine Ottocento e dei primi decenni del Novecento, quando i media di fatto non esistevano o erano fruibili solo da una élite, e la circolazione sociale dei messaggi a larga diffusione era assicurata, più che dai media, dalle numerose occasioni in cui una moltitudine di persone si trovava fisicamente in contatto nei luoghi di lavoro, nelle caserme o nelle manifestazioni di piazza, culturali o politiche, spontanee o organizzate.

 

Tra l’altro, è stata una delle componenti che ha favorito la nascita dei dispotismi politici che hanno caratterizzato il secolo.

 

In questo contesto spetta a Marshall McLuhan (1911-1980) il merito di aver intuito per primo le nuove implicazioni sociali della comunicazione elettronica di massa.

 

Ricordiamo qui una delle sue celebri e controverse tesi secondo cui è il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione, producendo effetti pervasivi sull’immaginario collettivo e indipendentemente dai contenuti dell’informazione che si sta veicolando.

In sostanza per McLuhan, the medium is the message.

 

Al suo nascere la televisione era stata considerata nient’altro che un perfezionamento della radiofonia, una scatola dei suoni a cui veniva ad aggiungersi l’immagine.

McLuhan dimostrò che in realtà la televisione era un medium del tutto diverso.

Non solo perché incorpora una tecnologia nuova, ma perchè comunica in base a una logica mediale sua propria.

 

Il modo che McLuhan usava per esprimersi, aforistico e spregiudicato, costellato da enunciazioni paradossali, fecero sì che venisse amato e sostenuto da una schiera di seguaci entusiasti, quanto avversato aspramente fino ad essere considerato, da molti rappresentanti del mondo accademico, alla stregua di un ciarlatano.

Ciò portò a non poche incomprensioni delle sue teorie e a molti litigi.  Gli studiosi di comunicazione ricordano, a questo proposito, la spregiudicatezza con cui egli attaccò Wilbur Schramm (1907-1987), considerato allora come il maggior esponente della communication research.

Un filone di ricerche empiriche, sviluppatosi sin dagli anni quaranta del secolo scorso negli Stati Uniti, che aveva elaborato importanti conoscenze sui meccanismi della comunicazione di massa.

 

McLuhan sosteneva che la televisione, essendo un mezzo freddo, vale a dire povero di informazioni, in quanto comunica essenzialmente attraverso immagini, richiede per funzionare la collaborazione dello spettatore, che deve poter attribuire un significato a ciò che vede sullo schermo (a differenza della radio, un medium caldo

Da questa osservazione McLuhan, in contrasto con la tradizione di studi sulla comunicazione di massa, ne deduceva – con una capriola logica – che la televisione, malgrado l’apparenza, è un dispositivo interattivo.
Dal canto suo, Schramm sosteneva che il pubblico non è passivo, come afferma la cosiddetta Bullet Theory, o teoria ipodermica, di ispirazione behaviorista, ma sa essere attivo e capace di reagire in molti e diversi modi, a volte inaspettati, a uno stesso messaggio. …

……

… Accantoniamo le polemiche di questa stagione di studi sulla comunicazione visuale di massa e vediamo, invece, che cos’è la BulletTtheory.

 

La teoria ipodermica (Bullet Theory), o anche teoria dell’ago ipodermico (dall’inglese Hypodermic Needle Theory) è una teoria che considera i mass-media come dei potenti strumenti di persuasione che agiscono direttamente sulla massa dei loro fruitori, in genere soggetti passivi e inerti.

Questa teoria rappresenta uno dei primi tentativi di comprendere il funzionamento della comunicazione interpersonale in maniera sistematica.

Fu molto popolare soprattutto negli anni Quaranta del secolo scorso sulla base delle ricerche della psicologia comportamentale (behaviorismo).

Per queste ricerche, infatti, la comunicazione (dei mass-media) è assimilabile a un processo diretto di stimolo e risposta.

 

Traducendo alla lettera, il termine bullet  significa”proiettile”, il messaggio mediale in questa teoria è considerato come un proiettile che colpisce in modo diretto un soggetto – un target – che ha poche possibilità di opporsi.

In altri termini, il messaggio “sparato” dal medium viene “iniettato” direttamente nella coscienza del ricevente senza che questi possa evitarlo e senza che se ne renda conto.

La Bullet Theory, che fin dall’inizio appariva molto schematica, ha oggi solo un valore più che altro documentario.

Per esempio, il concetto di target (alla lettera, bersaglio), usato in pubblicità per indicare i destinatari di un annuncio, deriva da questa teoria.

 

La Bullet Theory si sviluppò negli Stati Uniti soprattutto tra le due guerre mondiali (1920-1930), tra i suoi divulgatori ricordiamo in particolare Harold Lasswell, il teorico della communication research una disciplina che rappresenta, più che una teoria argomentata, un’ideologia che si respirava in quegli anni circa gli effetti dei media.

Occorre tener presente che in quel momento l’Europa era vittima dei grandi assolutismi politici e le masse erano assolutamente inconsapevoli del reale potere dei mezzi di comunicazione di massa, potere che invece spaventava molto gli uomini politici americani.

…Per riassumere.  Prendendo il nome dall’immagine dell’ago ipodermico (utilizzato per le iniezioni), questa teoria afferma che i messaggi colpendo gli individui, in modo diretto e immediato, sono in grado di modificare, gestire e controllare opinioni e comportamenti.

In altri termini, la teoria dell’ago ipodermico (o, teoria del proiettile) postula un forte effetto/potere dei mass-media su un’audience passiva e indifesa, manipolata dalla propaganda e dagli interessi (politici e economici) più o meno occulti.

Così, se una persona è raggiunta da un messaggio di propaganda, questa può essere facilmente manipolata e indotta ad agire secondo il messaggio ricevuto e senza averne una piena consapevolezza.. …

… Ritorniamo a Mc Luhan.

A più di mezzo secolo dalla pubblicazione dell’opera più famosa e completa di McLuhan, Understanding media (1964), molte delle tesi sostenute da questo autore appaiono sorprendentemente attuali, soprattutto se riferite alle reti dei computer e alle nuove prospettive della comunicazione interattiva.

L’idea più sorprendente e funzionale di McLuhan è stata quella dei media come protesi, ossia come un’estensione del sensorio umano nell’ambiente e, insieme, un mezzo di interazione con esso.

In sintesi Mc Luhan sosteneva che la comunicazione elettronica rende “immateriale” il nostro corpo, dilatandolo nell’etere con le nostre idee e che questo fenomeno è in grado di generare (come effetto collaterale) nuove forme di conflitto, sia politico che culturale.

 

Un’altra geniale idea di McLuhan, largamente ripresa in seguito, è quella secondo cui la comunicazione elettronica, considerata la sua velocità e la possibilità di far circolare le informazioni quasi in tempo reale, rende il mondo un “villaggio globale”.

Vale a dire lo rimpicciolisce.
Tra gli interpreti più originali di McLuhan ricordiamo Derrick de Kerckhove (che di McLuhan è stato assistente e collaboratore).

De Kerckhove considera i media elettronici come psicotecnologie che stanno modificando il nostro modo di percepire l’ambiente e di pensare le relazioni fra interno ed esterno.

Sviluppando il tema del villaggio globale de Kerckhove ha anche descritto l’avvento di una intelligenza connettiva basata su un nuovo brain-frame (o, schema-mente), che rende obsoleti i limiti sia dell’individualismo che del collettivismo così come sono pensati dalle scienze sociali e dalla filosofia ottocentesca.

Questo tema di un’intelligenza collettiva/connettiva superindividuale generata dalle reti mediali interattive è stato affrontato anche dal francese Pierre Lévy, che ha cercato di razionalizzarlo e di presentarlo come il progetto ideale di un nuovo legame sociale senza ostacoli.

 

Pierre Lévy (1956) è un filosofo francese che si occupa dell’impatto delle reti sulla società.

È stato allievo di Michel Serres e Cornelius Castoriadis e si è specializzato a Montreal.

È titolare di una cattedra sull’intelligenza collettiva all’università di Ottawa.

Può essere definito uno studioso delle implicazioni culturali dell’informatizzazione, del mondo degli ipertesti e degli effetti della globalizzazione.

Lévy sostiene che il fine etico di Internet dovrebbe essere lo sviluppo dell’intelligenza collettiva, un concetto già introdotto da altri filosofi-informatici.

 

In una intervista Lévy ha dichiarato: “In primo luogo occorre rendersi conto che l’intelligenza è distribuita dovunque c’è umanità, e che questa intelligenza può essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche digitali, soprattutto mettendola in connessione.

Oggi, se due persone distanti fisicamente tra loro sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l’una con l’altra, scambiare il loro sapere, cooperare.  In breve e per grandi linee questa in fondo è il nocciolo dell’intelligenza collettiva”.

 

Quanto alla tesi che il computer sia una protesi della nostra mente e che sia possibile, in un futuro più o meno prossimo, collegarlo a essa in modo da potenziare le nostre facoltà sensoriali e intellettive, è suggestiva e per ora quanto utopica.

In passato è stata spesso sfruttata e resa popolare dalla letteratura di fantascienza, un filone letterario inaugurato da uno scrittore considerato un caso letterario, Philip K. Dick, che ha affrontato il tema dei simulacri, dei cloni e dei cyborg, e ha inaugurato la fantascienza cyberpunk.

 

Oltre a rimpicciolire emotivamente il mondo reale, si ritiene che i new-media digitali, cambiando la nostra concezione dello spazio, consentono la possibilità di creare nuovi luoghi, come le comunità virtuali, che pur non avendo come base una contiguità territoriale generano ugualmente delle relazioni di prossimità.

Vale a dire, spostano il fuoco del problema dal medium all’uomo e alla sua volontà.


Luciano Floridi ha definito l’infosfera come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”.

Dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, codificata e attuata in qualsiasi formato semiotico.

Gli  “agenti” sono qualsiasi sistema in grado di interagire con un documento indipendente (ad esempio una persona, un’organizzazione o un robot software sul web).

Quanto al termine “operazioni” include qualsiasi tipo di azione, interazione e trasformazione che può essere eseguita da un agente e che può essere presentata in un documento.


I limiti delle previsioni sull’evoluzione dei sistemi mediali sono stati quelli di non aver saputo valutare la complessità e le interazioni tra le tecnologie di comunicazione, il funzionamento dei mercati, la forma organizzativa degli apparati e gli stili di fruizione e consumo da parte del pubblico/utente.

Queste difficoltà derivavano dal fatto che è difficile riuscire ad avere dei punti di riferimento sicuri in un settore in continua evoluzione e espansione come questo dei new-media.

 

Pertanto, se negli anni novanta la letteratura sulla comunicazione è stata dominata dalle profezie e dalle mitologie, nate e diffuse soprattutto su internet, la tendenza che sembra affermarsi nel primo decennio del Ventunesimo secolo è quella di un ripensamento critico per un bilancio più realistico dei possibili sviluppi in corso.
Per esempio, non si è ancora completamente realizzata la digitalizzazione completa del flusso televisivo che, grazie alla traduzione in un codice binario delle immagini e dei suoni, consente l’aumento delle frequenze e dei canali disponibili dalle poche decine attuali a più di un migliaio.

Si è costatato che il passaggio dal modello di impresa televisiva finanziata dalla pubblicità, con visione gratuita dei programmi, alla televisione a pagamento nelle sue varie forme, compresa quella on demand, è più complesso di quanto non sembri.

A ciò va aggiunto che i media tradizionali non sono affatto scomparsi, come mostra l’esempio della radiofonia, che ha trovato una propria nicchia e nuove formule di fruizione da parte di settori considerevoli di pubblico.

Lo sviluppo dei cosiddetti web-logs è impressionante, ma non come sarebbe potuta essere e soprattutto la loro qualità – soprattutto sul piano di una semiologia della forma –  è ancora scarsa.

 

Su un altro versante,  negli Stati Uniti, in base a dati che risalgono a diversi anni fa, la percentuale di coloro che apprendono le notizie dalla rete è ormai superiore e in modo significativo a quella di coloro che le apprendono dalla televisione.

Gli spettatori televisivi che guardano i notiziari sono costantemente diminuiti dal 1995 a oggi, passando da valori vicini al sessanta per cento a poco più di un venticinque per cento.

Si stima che oramai circa l’ottantacinque per cento dei giovani attinge le notizie dalla rete, trascurando la televisione.
Va infine segnalata la convergenza multimediale tra video e computer, anche se per ora il computer rimane – soprattutto nelle aree non-urbane – un artefatto usato di preferenza nel lavoro e nella vita attiva, mentre lo schermo televisivo continua a essere la scatola mediale che presiede al divertimento e al relax.

 

In ogni modo, anche se con ritmi più lenti del previsto, l’affermarsi di quella che molti definiscono la società dell’informazione, e che altri preferiscono invece definire società digitale o società in rete, sembra gradualmente proseguire.

Lo dimostra il crescente numero di possessori di personal computer, di tablet e di smartphone, che secondo un dato del 2014 sarebbero più di due miliardi e mezzo nel mondo.

Gli utenti attivi di Internet, cioè coloro che passano almeno un’ora alla settimana collegati alla rete, erano 327,5 milioni nel 2000, secondo alcune stime sono oggi (2016) più di due miliardi e mezzo, vale a dire più del trenta per cento della popolazione mondiale.

 

Un paio di anni fa alcune rilevazioni della Società Nielsen hanno messo in luce che il rapporto degli utenti di lingua inglese con Internet sta cambiando.

Si valuta che le app (ricordiamolo app è l’abbreviazione della parola inglese “application”, ossia applicazione software) rappresentano più dell’80 percento del tempo trascorso su Internet mobile.

Gli intervistati hanno dichiarato che è più comodo scaricare le app che collegarsi a un browser come Chrome, Internet Explorer, Firefox, eccetera.

 

Se questa tendenza si confermerà il web è destinato a diventare un insieme di comunità chiuse, molto diverso dall’idea di rete così come si configurava qualche anno fa.

 

Questa tendenza era stata intuita dalla rivista Wired che nel 2010 annunciò, con un criticato articolo di copertina: “The Web is Dead”, come si poteva stare un giorno intero su Internet senza stare un minuto in rete.

Vale a dire si poteva leggere i giornali, trovare indicazioni stradali, consultare il meteo e intervenire sui social network senza aprire un browser.

 

Per quanto riguarda l’Italia, nelle aree metropolitane si trascorre più tempo navigando sullo smartphone (circa 110 minuti al giorno) che connessi a Internet (circa 80 minuti).

Ancora, il 60 per cento di chi ha meno di venticinque anni naviga solo da mobile.

 

Negli Stati Uniti la popolazione adulta trascorre l’equivalente di circa sei mesi all’anno nell’infosfera.

 

Stiamo dunque passando da una fase, in cui l’attività di connessione e di accesso alle reti che erano appannaggio solo di ristrette élite tecnocratiche o contro-culturali, a una fase in cui entrano in scena fasce sempre più ampie di pubblico che, negli Stati Uniti, arrivano a comprendere più dell’80 per cento delle famiglie.

La rapidità di questa evoluzione, anche se ancora fortemente squilibrata, può essere meglio compresa se si considera che alla radio occorsero circa quaranta anni per raggiungere un pubblico di cinquanta milioni di ascoltatori, alla televisione occorsero tredici anni per diventare popolare, mentre a internet sono bastati solo quattro anni.  …

…  In ogni modo le difficoltà nell’accertare quale sia l’influenza dei media sul pubblico ha portato i sociologi della comunicazione a distinguere tra gli effetti cognitivi della comunicazione e quelli persuasivi.

 

Questa nuova prospettiva di ricerca è stata di fatto aperta dagli studi sul cosiddetto effetto di agenda.

Il termine agenda indica l’insieme dei temi (in inglese issue, in francese enjeux) a cui si attribuisce priorità nei processi di policy making.

Secondo questa teoria, il più importante effetto dei media non è tanto quello di influenzare l’atteggiamento del pubblico pro o contro le alternative che un problema può avere, quanto piuttosto di rendere questo problema più visibile e quindi metterlo all’ordine del giorno e farlo considerare rilevante sia dall’opinione pubblica che dalla politica.

Ciò viene chiamato agenda setting, o predeterminazione dell’agenda politica.


Uno tra i contributi più originali sugli effetti della comunicazione è costituito dalla teoria della spirale del silenzio.

Questa teoria fu elaborata negli anni Settanta del secolo scorso da Elisabeth Noelle-Neumann,  docente di scienza della comunicazione, fondatrice, nel 1947, dell’Istituto di demoscopia Allensbach (Institut für Demoskopie Allensbach) di Magonza in Germania.

Questa teoria riguarda in modo particolare l’analisi del potere persuasivo dei mass-media.

La tesi di fondo è che i mezzi di comunicazione di massa (ieri soprattuttola televisione e oggi la rete), grazie al notevole potere di persuasione che hanno su chi ne usufruisce e quindi, più in generale, sull’opinione pubblica, sono in grado enfatizzare opinioni e sentimenti prevalenti o convenienti, mediante la riduzione al silenzio delle opzioni minoritarie e/o dissenzienti.

In particolare la teoria afferma che una persona singola è disincentivata dall’esprimere apertamente un’opinione – che percepisce essere contraria all’opinione della maggioranza – per paura di riprovazione e di isolamento da parte di questa maggioranza.

Questo fa sì che le persone che si trovano in tale situazione sono spinte a chiudersi in un silenzio che, a sua volta, fa aumentare la percezione collettiva (non necessariamente corretta) di una diversa opinione della maggioranza, rinforzando di conseguenza, in un processo evolutivo, il silenzio di chi si crede minoranza.

 

Questa teoria ha avuto un notevole impatto sulla scienza della comunicazione, in modo particolare sullo sviluppo del dibattito sui poteri di persuasione dei media, in contrasto con le scuole liberali che sostenevano che l’effetto di essi sul pubblico non fosse rilevavate e che comunque fosse gestibile.

In estrema sintesi la tesi centrale della teoria detta della spirale del silenzio può essere riassunta così:  Il costante, ridondante e caotico afflusso di notizie da parte dei new-media col trascorrere del tempo può sviluppare un’incapacità nell’opinione pubblica a selezionare e a  comprendere i processi di percezione e di influenza dei media stessi.

All’interno di questa situazione, come è stato provato, l’individuo singolo matura il timore di essere una minoranza rispetto all’opinione pubblica generale, così che per non rimanere o sentirsi isolato, anche se ha un’idea diversa rispetto alla massa, non esterna questa idea e cerca di conformarsi con il resto dell’opinione generale.

 

Nel corso delle sue ricerche, Noelle-Neumann ha anche dimostrato che le persone posseggono una specie di senso statistico innato, grazie al quale riescono a capire quale è l’opinione prevalente e, in questo modo, a conformarsi a essa senza tradire la propria.

 

Oggi le indagini sul campo hanno provato che i new-media non promuovono da soli la spirale del silenzio (in quanto fenomeni simili sono stati riscontrati anche in società dove i mass-media non sono diffusi), ma sono in grado di accentuare in modo significativo la paura dell’isolamento e quindi il processo di adattamento all’opinione generale.

 

C’è poi da sottolineare uno degli effetti collaterali che conseguono alla spirale del silenzio.

È l’esercizio, da parte dei mass-media, di una pervasiva funzione conformativa di omologazione e di conservazione dell’esistente, che di fatto li spinge a svolgere un ruolo ostile al rinnovamento delle sensibilità, dei gusti e delle opinioni.

(Cfr.,La spirale del silenzio – Per una teoria dell’opinione pubblica. Roma, 2002).

 

Per riassumere, semplificando, secondo Noelle-Neumann gli individui si trovano da almeno mezzo secolo a questa parte immersi in uno stato di isolamento – definito pluralistic ignorance – per il quale sono indotti a cercare di comprendere se il loro punto di vista sia condiviso da altri, prima di esprimersi pubblicamente.

 

Se questi individui trovano delle conferme alla loro opinione, la sostengono apertamente, mentre tendono a tacere in caso contrario.

Si innesca così, anche non volendo, un processo a spirale in cui, di volta in volta, gli uni si zittiscono e gli altri parlano più forte finché non si raggiunge un punto di equilibrio.

Da questo punto di equilibrio scaturisce poi un clima rappresentato dall’opinione dominante.

I new-media in questo processo svolgono un ruolo essenziale perché sono essi che forniscono rappresentazioni e narrazioni delle tendenze che si vanno affermando.

Ma è chiaro che tutto ciò è anche in relazione con il grado, maggiore o minore, di pluralismo dei mezzi di comunicazione.


In una democrazia pluralistica l’agenda politica si dovrebbe formare entro dei forum di discussione aperti e pluralisti, forum di cui possiamo osservare una loro parodia nei talk-show, spettacoli a basso costo nei quali gli opinion leader e i rappresentanti degli apparati politici competono fra loro e interagiscono con i new-media, cercando di stabilire a quali temi vada attribuita la priorità e di affermare una rappresentazione a loro favorevole del clima d’opinione.

 

Va ricordato che la qualità di una democrazia, oltre che dal pluralismo dei mezzi di comunicazione, dipende anche dal mantenimento della distinzione dei ruoli tra coloro che informano e i politici.

Quando questa distinzione tende a scomparire, la capacità di tematizzazione del giornalismo viene meno, il grado di auto-referenzialità del sistema di governo aumenta favorendo un distacco fra élite politica e cittadini.

In questo senso, l’influenza che i new-media hanno sulla politica varia anche a secondo del contesto sociale e politico dell’ambiente in cui operano.

 

Nei paesi dove sono al potere i regimi autoritari, o dove si sta sviluppando una transizione alla democrazia, il giornalismo e i new-media hanno quasi sempre svolto o svolgono una importante funzione democratica e contribuito positivamente al ristabilirsi delle libertà civili.

Viceversa, nelle democrazie consolidate l’interazione fra new-media e politica tende a produrre effetti involutivi.

 

C’è anche da rilevare che nelle democrazie consociative, che si basano su dei sistemi elettorali proporzionali, tende a generarsi il fenomeno della auto-referenzialità.

 

Nelle democrazie maggioritarie, e in particolare nei regimi presidenzialisti, invece, la politica-spettacolo genera forme di campagne negative basate sullo scandalismo e sull’attacco personale degli avversari che, a loro volta, diffondono cinismo e portano al rifiuto della politica da parte di larghi settori dell’opinione pubblica.

 

Tra gli elementi strutturali che invece caratterizzano l’evoluzione attuale delle democrazie mediatizzate, due in particolare vanno segnalati.

Il primo è costituito dall’uso sempre più frequente dei sondaggi d’opinione, non soltanto nell’imminenza delle campagne elettorali, ma in occasione di ogni evento o congiuntura di un qualche rilievo.

Questo crescente ricorso ai sondaggi assume la forma di una continua interrogazione del corpo elettorale e di una ininterrotta messa in discussione del consenso e degli equilibri di potere, che dà luogo al fenomeno delle campagne elettorali permanenti.

Il secondo elemento, intrecciato a questo primo aspetto, è quello della formazione di apparati sempre più massicci di consulenti ed esperti di comunicazione e di campaigning, che devono essere considerati come un tipo nuovo di attore politico, differenziato sia dagli apparati dei new-media che da quelli dei partiti o dei leader.

 

Tutto ciò ha reso popolare la figura dello spin doctor (termine intraducibile in italiano) il cui compito è quello di fornire ai new-media e all’opinione pubblica la versione autentica o meglio, autenticata dei fatti, vale a dire l’interpretazione più favorevole degli eventi e dei temi più scottanti, anche a dispetto dei fatti stessi.


I compiti dello spin doctor sono molto vari, ma tutti riconducibili a una comune radice: massaggiare il messaggio, cioè estrarre il meglio da qualsiasi situazione in cui sia implicato il suo committente, fornendo ai media una versione aggiustata di un evento-notizia in veste volta per volta di consigliere per la comunicazione, capo ufficio stampa, portavoce o campaign manager.

Lo spin doctor gestisce una crisi con messaggi o tattiche comunicative ad hoc, specialmente nel campo della politica, nei confronti ad esempio di una decisione impopolare, correggendo e smussando eventuali incaute prese di parola del politico che assiste, fornendo all’opinione pubblica l’interpretazione sexed up delle esternazioni del soggetto per cui lavora, al fine di evitargli critiche o comunque commenti malevoli.

Un’altra attività dello spin doctor è fornire notizie “informali” ai giornalisti, facendole passare per confidenze o facendole filtrare come notizie anonime.

Altro compito dello spin doctor è promuovere l’immagine di un soggetto come se fosse un prodotto commerciale.

Le attività dello spin doctor, quindi, in un certo senso riassumono e per altro verso travalicano gli incarichi del tradizionale addetto stampa e del consulente d’immagine..


Su questi temi una linea di interpretazione critica che si potrebbe definire neo-tocquevilliana (da Tocqueville) è stata sviluppata in Francia da Pierre Bourdieu, il quale, già in un saggio del 1973, aveva affermato provocatoriamente che l’opinione pubblica non esiste e che le indagini d’opinione, lungi dall’essere obiettive, sono un simulacro della volontà popolare, costruito con la scusa di dare la parola alla gente e utilizzato poi (questo simulacro) come instrumentum regni.

 

Un punto di vista non dissimile è stato sostenuto negli Stati Uniti da Benjamin Ginsberg, un filosofo della politica docente alla John Hopkins University nel Maryland, secondo cui quella attuale è un’età in cui dominano le opinioni delle masse manipolate.

Per Ginsberg, tra le masse e i leader viene a formarsi una specie di circolo vizioso: i politici, interessati a assecondare il pubblico, con i sondaggi ne catturano l’immagine per poi usarla come una loro risorsa di potere.

 

Su questo tema, in particolare, Bourdieu ha insistito nei suoi ultimi scritti, accusando la televisione di cedere alla logica commerciale della misurazione dell’audience e di piegarsi alle esigenze demagogiche di quello che chiama il plebiscito commerciale.  …

 

***

Alcune considerazioni storiche.

… Le straordinarie potenzialità offerte dalle tecnologie della comunicazione, per essere sfruttate appieno, devono essere considerate sia in relazione ai rischi connessi che a un loro inappropriato utilizzo.

Nella modernità il discorso sulla tecnica è così spesso polarizzato:

– o mette in luce, in maniera acritica, il suo potere taumaturgico,

– oppure rievoca angosce e paure.

 

Il timore che la tecnologia possa sfuggirci di mano è sempre in agguato e ha radici profonde: basti pensare al mito di Prometeo o a delle figure come il Golem o Frankenstein.

Diciamo che da qualche tempo a questa parte non sono solo il nucleare, la chimica e la manipolazione genetica a rivelarsi pericolosi,  ma possono diventarlo anche le tecnologie digitali e alcuni fenomeni culturali spesso sottovalutati, come l’esplosione informativa.

Per comprendere queste paure dobbiamo considerare anche le loro proporzioni.

Mentre la Biblioteca di Alessandria, con i suoi circa settecentomila rotoli di papiro e pergamena, conteneva tutto il sapere del mondo occidentale antico, il patrimonio librario della Bibliothèque Nationale de France che occupa oggi oltre 400 chilometri di scaffali, è solo un frammento delle nostre conoscenze.

Questa moltiplicazione delle informazioni, divenuta esponenziale con Internet e la telefonia cellulare, sta generando due fenomeni ancora incontrollati:

– l’anoressia informativa

– e il suo contrario, l’obesità informativa.

In entrambi i casi il crescente proliferare dell’informazione riduce la capacità dell’uomo di assimilare in maniera razionale la conoscenza, spingendo, soprattutto i giovani, a assorbire in maniera ossessiva, e spesso acritica, informazioni non nutrienti.

A ciò si aggiunge il cosiddetto sporco digitale, cioè le tracce che lasciamo sulla rete tendono progressivamente a diventare indelebili.

Come è noto i motori di ricerca registrano tutto, ma non esiste un processo condiviso che elimina dalle liste dei motori le informazioni non più attendibili o invecchiate.


Nella vita reale una buona codificazione è sempre in qualche misura ridondante.

La ridondanza si riferisce alla differenza tra la rappresentazione fisica di un messaggio e la rappresentazione matematica di esso, che non usa più bit di quanti sono necessari.

 

Le procedure di compressione, come sono quelle che riducono il peso delle fotografie digitali, operano riducendo la ridondanza dei dati.

 

In ogni modo la ridondanza non è sempre qualcosa di negativo perché può ridurre i rischi di un fraintendimento (dati inviati e mai ricevuti) o del rumore (dati ricevuti ma mai inviati).

 

Il fine di un processo comunicativo è la fedeltà, cioè, la trasmissione del messaggio originario dall’emittente al ricevente senza alterazione dei dati.


Anche strumenti rivoluzionari e apparentemente democratici come l’enciclopedia online Wikipedia vanno usati con grande cautela perché è la massa dei lettori che decide circa la veridicità dell’informazione, ma questa massa, come è oramai assodato, tende il più delle volte a riportare solo fatti banali e dati ritenuti oggettivi, eliminando giudizi e opinioni.

 

Questo processo di gestione del consenso finisce per creare un’unica base condivisa e massificata di conoscenza, eliminando le differenze, le ambiguità, le incertezze, la criticità.

Ecco perché da occasione democratica Wikipedia si sta mutando, per chi non sa già o non ha dimestichezza con le informazioni, in un pericoloso strumento di omogeneizzazione culturale.

 

Per gli studi sociologici ogni analisi delle nuove tecnologie della comunicazione non dovrebbe assolutamente prescindere da come l’uomo ha reagito e si è adattato a esse.  Questo perché le tecnologie sono da tempo indissociabili dal cammino dell’uomo verso la conoscenza e l’affrancamento dalle forze della natura.

Un tale potenziamento delle capacità umane, infatti, si trascina dietro aspetti fortemente problematici.

Oltre ai benefici immediati e osservabili – maggiore velocità e capacità di calcolo, possibilità di accedere a enormi quantità di informazioni – possono subentrare effetti collaterali che, alla lunga, rischiano di vanificare i benefici conseguiti.

Non è raro che l’espansione di una funzionalità possa tradursi in una atrofizzazione di un’altra, soprattutto a livello dell’esperienza sensoriale.

 

In passato, se l’uomo non era in grado di usare una specifica tecnologia, si limitava a non utilizzarla, o la faceva usare da chi n’era capace.

Con le tecnologie digitali, questo non è più possibile, non soltanto per la pervasività di tali tecnologie, vale a dire che tendono costantemente a diffondersi in ogni aspetto della vita corrente, ma anche e soprattutto, per la loro percepita necessarietà.

Oggi Internet è considerato un diritto e il cosiddetto – divario digitale – la separazione fra chi può accedere alla rete e chi no – viene ritenuta una nuova forma di esclusione che deve, almeno a parole, essere contrastata a ogni costo, con attenzioni e investimenti importanti.

 

Gli individui, dunque, non possono chiamarsi fuori dalle tecnologie digitali e dal loro impatto sulla loro vita corrente, ma non è tutto perché nel frattempo queste tecnologie continuano a progredire parallelamente a un altro fenomeno, quello degli individui che leggono e studiano sempre di meno.

Un tale divario tra l’uomo e la tecnica sta facendo nascere una vera e propria patologia della personalità, intesa come una mancata armonizzazione e sincronizzazione tra il mondo umano e quello rappresentato dalla tecnica e dalle tecnologie.

Le tecnologie, in particolare, stanno assorbendo tutta la capacità intellettuale dell’uomo, ma a danno delle sue potenzialità sentimentali, pulsionali ed emotive.  È come se esse nutrissero la cultura delle cose, invece che la cultura degli individui. …

 

… Nel mondo occidentale dimenticare ha un’accezione prevalentemente negativa.

Colui che dimentica è, per definizione, distratto, poco attento alle cose, svogliato, forse addirittura malato.

Ma per le neuro-scienze non è necessariamente così.  Se non si dimenticano i concetti obsoleti, non c’è spazio per le nuove idee.

In linea generale, se non scordassimo positivamente o attivamente alcune esperienze, o perlomeno se non fossimo in grado di contrastare i ricordi, non sempre potremmo apprendere qualcosa di nuovo, correggere i nostri errori, innovare vecchi schemi.

Per fare buon uso della memoria è quindi necessario sia saper ricordare sia saper dimenticare.

Dimenticare, in buona sostanza, è importante tanto quanto saper accumulare informazioni, tanto quanto saper alleggerire la mente dai suoi fardelli, ogni qualvolta questi tendessero a diventare eccessivi.

Possiamo quindi parlare di una vera e propria auspicabilità dell’oblio, soprattutto nella società attuale, dove il bombardamento informativo supera spesso i livelli di guardia.

Il medium digitale poi è doppiamente pervasivo.

È presente in modo sempre più diffuso negli spazi dove viviamo, ma soprattutto tende a interagire con tutti gli aspetti della nostra vita corrente: lavoro, studio, divertimento, sessualità, religione.

Ciò ha fatto emergere di riflesso un’identità digitale che ci renda riconoscibili e unici anche all’interno di questa sfera e ci consente di costruire relazioni virtuali con altre identità digitali.

Questo processo che permette a ciascun soggetto di costruirsi una vera e propria identità di rete sta avendo negli ultimi anni una vera e propria accelerazione.  …

… Questo uso delle tecnologie digitali, di fatto, non consente solo un’estensione e un potenziamento delle nostre capacità mentali, ma in prospettiva consente un vero e proprio sdoppiamento della nostra personalità.

 

I siti personali possono avere vita propria, possono venire consultati da terzi senza che i proprietari siano in quel momento collegati online, possono raccogliere automaticamente le informazioni, segnalare eventi, rispondere a richieste esterne.

L’esempio più popolare è quello delle nuove tecnologie vocali che permettono ai computer o alle segreterie telefoniche non solo di parlare e leggere i messaggi, ma anche di capire quello che gli chiediamo.

Oppure alle tecnologie di personalizzazione che consentono di lasciare tracce in ambienti digitali pubblici, consentendo all’utilizzatore di essere riconosciuto, di riprendere il lavoro fatto fino all’ultimo collegamento, di ricordare le preferenze manifestate.

 

Tutti questi contenuti richiedono un luogo personale di archiviazione che potremmo chiamare personal digital space i cui aspetti innovativi non sono legati tanto alla dimensione tecnica, quanto alle potenzialità del sistema rese disponibili nella forma di uno strumento conoscitivo.

Potenzialità che consentono di realizzare una vera e propria memoria estesa, a complemento e integrazione di quella fisiologica.

In  breve, ogni riflessione sulla comunicazione digitale non può prescindere da questa trasformazione dei recettori dei messaggi comunicativi.

 

Tra i numerosi caratteri di questi spazi digitali personali, uno è la sua proprietà di forzare la sintesi, la strutturazione e l’organizzazione dell’informazione consentendo un’archiviazione orientata al riutilizzo.

Il riassunto (o la selezione) di un saggio in forma cartacea non è riutilizzabile: si può solo rileggere, invece il riassunto in forma elettronica si può riutilizzare e anche integrare con altri contenuti.

 

La stessa letteratura moderna, che in qualche modo si può definire un’arte combinatoria, con i suoi gettoni lessicali, grammaticali e semantici ereditati può essere continuamente combinata e ricombinata in sequenze di espressioni.

Come è facile costatare una parte importante della letteratura, delle arti e della musica contemporanea è infatti costruita su citazioni e reiterazioni più o meno metaforiche.

 

Il poter disporre quindi in forma digitale di citazioni, frasi, tabelle numeriche, concetti provenienti da saggi e soprattutto di strumenti che ne facilitano il riuso combinatorio diventa uno straordinario strumento per potenziare e controllare il processo creativo.

Inoltre, l’esplicitazione dei collegamenti associativi contenuti rende evidente sul sito ciò che accade anche nella nostra memoria.

Per questo il web può apparire anche come una vera e propria memoria estesa.  …

 

… Il personal digital space, come abbiamo già notato, consente anche il cosiddetto dimenticare consapevole, risparmiando alla memoria lo sforzo di memorizzare informazioni in quel momento non rilevanti.

Il fenomeno dei siti personali è ancora relativamente poco diffuso, anche se la sua componente più narcisistica, il blog, è oramai un congegno di massa.

I blog, infatti, si occupano più di rendere disponibili i punti di vista di chi vi scrive che non di organizzare la propria conoscenza per un facile riutilizzo.

Infatti i contenuti dei blog sono pubblici, mentre le memorie estese tendono a essere protette da password.

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Sotto l’aspetto tecnologico le mutazioni originate dalla crescente disponibilità di banda stanno rendendo possibili nuovi servizi e nuove tipologie di contenuti audiovisivi, cosi come il passare dal testo ai linguaggi visivi aumenta il potenziale espressivo e consente letture più ricche

Un testo ha un inizio, una fine e un percorso obbligato di lettura, mentre un’immagine non lo ha. Inoltre, al contrario delle parole, le immagini posseggono una capacità di estensione verbale quasi infinita, in quanto l’osservatore deve, per poterle gestire, trasformarsi a sua volta in narratore.

 

Le nuove forme comunicative una volta che hanno superato la struttura testuale, che ha caratterizzato le origini di Internet, stanno dando vita a forme espressive contaminate e complesse.

Le complessità e la potenzialità legate ai nuovi linguaggi digitali abilitati dalla banda larga richiedono pertanto uno studio che dovrà fare leva su diversi saperi.

 

Il punto di partenza sono certamente i linguaggi cinematografici e quelli della rete, ma devono essere considerate anche le numerose altre forme espressive non testuali che si sono digitalizzate: fotografia, videogiochi, linguaggi promo-pubblicitari, espressioni artistiche, fumetti e animazioni, rappresentazione dati complessi, nuovi alfabeti grafico/testuali (come per esempio gli “emoticon”) ma anche mappe satellitari, motori visuali e realtà immersive come Second life.

In sintesi, diciamo che i componenti di questo nuovo corpus espressivo stanno creando, in maniera indipendente, le proprie grammatiche e retoriche.

In altri termini sta emergendo un esperanto digitale sempre più complesso, come il Globish, che si diffonderà su i differenti media e che adatterà i singoli contenuti alle più diversificate esigenze di comunicazione.


Globish:  Termine inglese composto da global ed english che designa l’inglese semplificato parlato dai non anglofoni

Il globish è una versione semplificata dell’inglese che si ripropone di usare solo i termini e le frasi più comuni e semplici della lingua.

Esiste un dizionario globish ideato dal francese Jean-Paul Nerriere, che ne ha tratto un marchio e ne detiene i diritti.

L’ideatore è un ex funzionario della IBM, che ha concepito questa sorta di inglese “leggero” che la gente di tutto il mondo dovrebbe capire più facilmente di quello esteso.

Nerriere ha avuto questa idea quando si trovava a un congresso assieme a altri colleghi di tutto il mondo che tra loro comunicavano col globish: quando si sono presentati i due americani che dovevano tenere la conferenza gli altri hanno capito semplicemente i loro nomi e per tutto il resto non sono riusciti ad intendersi.

Nerriere ha quindi deciso di scrivere un dizionario di sole 1500 parole per far imparare un inglese basilare e per far riuscire a farsi capire anche ai parlanti inglesi di madrelingua.


Ritorniamo in argomento.

Come è noto, nel mondo occidentale il settore dei servizi è in continua crescita e il fenomeno è costante e visibile da oltre un secolo.

In quest’ottica le tecnologie digitali stanno danno un ulteriore contributo a questa tendenza realizzando una condizione nella quale il reale si integra con il virtuale, creando un melting pot di esperienze completamente nuovo.

Va osservato che virtuale non vuol dire necessariamente privato della materia e della corporeità.

Nel caso delle emozioni fisiche, per esempio, la loro virtualizzazione spesso implica una compressione del segnale che le rappresenta con l’unico fine di consentirne una trasmissione telematica, senza nulla togliere alla fisicità delle emozioni codificate.

 

Inoltre, la cosiddetta anima digitale – sempre più diffusa nei prodotti usati nella vita quotidiana – non è semplicemente un modo per utilizzare in maniera più efficace tali oggetti, ma diviene, di fatto, una vera e propria forma di comunicazione.

Ciò implica che la progettazione di un prodotto e delle sue prestazioni sia sempre meno separabile dai processi di comunicazione di tale prodotto. …

… La comunicazione pubblicitaria viene sempre più integrata – talvolta addirittura sostituita – dalla comunicazione su web o da quella che il prodotto stesso genera durante il suo utilizzo.

L’attenzione crescente dei designer verso le interfacce nasce da queste considerazioni: l’interfaccia non è più solo il luogo dove si attivano le funzionalità del prodotto, ma tende a diventare il luogo dove si scambiano informazioni e comunicazioni fra il prodotto e il suo utilizzatore.

 

Pierre Lévy, un media philosopher che abbiamo già incontrato, sostiene che l’uso sociale di una tecnologia deriva dalla sua interfaccia.

In pratica non è il principio costitutivo di una macchina a determinarne l’uso, ma le modalità attraverso cui questo principio viene articolato nel rapporto tra uomo e macchina e cioè nell’interfaccia.

 

Dobbiamo anche rilevare, giunti a questo punto, un altro fatto significativo:

In una società che sembra trasformare tutto in virtuale, la dimensione corporea è ritornata a essere centrale, quasi per una sorta di bilanciamento fra aspetti immateriali e aspetti materiali.

Anche la crescente importanza – soprattutto in sede di management  – della comunicazione extralinguistica e in particolare del cosiddetto linguaggio del corpo (per fare un esempio) va in questa direzione.

Ma forse il luogo più interessante ed esplicito dove questo recupero del corpo sta avvenendo è nel mondo dell’arte con la performance.  I casi sono molti, alcuni estremi come le chirurgie plastiche pubbliche di Orlan pseudonimo di Mireille Suzanne Francette Porte o le performance di Stelarc, pseudonimo di Stelios Arkadiou, un artista australiano naturalizzato cipriota e considerato l’esponente teorico dell’estetica “postumana”.

Le stesse abitudini giovanili di comunicare tramite il corpo, non tanto vestendosi in un certo modo, ma utilizzando in maniera diffusa tatuaggi e piercing, sottolineano questa dimensione.

L’utopia cyborg di fondere la tecnologia con il corpo – che ha visto nel Futurismo una lucida e anticipatoria concettualizzazione – sta uscendo dalle avanguardie artistiche e dall’impegno politico per diventare linguaggio quotidiano.

Un altro aspetto di questa nuova centralità del corpo, visto sia come un medium sia come un contenuto, lo ritroviamo nella medicina.

Le nuove tecniche diagnostiche trasformano l’indagine, come nel caso dell’ecografia pre-parto, in una vera è propria comunicazione collettiva.

 

Paradossalmente anche la più antica forma di comunicazione, quella della vita, che sta alla base della nostra riproduzione, sta vivendo una vera e propria rivoluzione comunicativa.

L’incontro tra le scienze chimiche e biologiche e quelle informatiche ha fatto nascere una nuova disciplina, la genomica, che sta mettendo in luce le modalità di quella che possiamo considerare la base generativa di tutte le forme di comunicazione contemporanee: il codice della vita. …

Appendice.

In questa sezione del corso abbiamo esaminato a grandi linee il paradigma esplicativo dell’evoluzione della comunicazione dal punto di vista delle scienze sociali.

In altri termini, il modello di riferimento o, meglio, la matrice disciplinare con cui la sociologia affronta le interconnessioni (interazioni) che strutturano la vita corrente e le forme della comunicazione oltre il face-to-face.

 

C’è un punto critico dal punto di vista delle scienze sociali che deve essere sottolineato e che abbiamo fissato all’inizio del Novecento.
La straordinaria mutazione seguita al diffondersi dell’elettricità, delle reti materiali e immateriali e dei congegni ad essi correlati può essere definita antropomorfa, perché ha coinvolto il rapporto tra corpo, mente ed esperienza della realtà, con esiti che ancora ignoriamo e con metamorfosi che continuano a rendersi palesi e a sorprenderci.

 

Marshall McLuhan (1911-1980) diceva che la storia della comunicazione umana a partire dal congegno voce si può definire composta da tre fasi.
– Una fase predominata dalla forma orale (dall’oralità).
– Una fase dominata dalla scrittura.
– Una fase dominata dall’elettricità o meglio dai suoi artefatti.

La prima è durata circa 250mila anni.  La seconda circa 2500 anni.  La terza, appena iniziata ha poco più di un secolo di vita.  Tendenzialmente sarà molto più breve della seconda.

A proposito della fase dominata dall’elettricità McLuhan commenta:
Nell’era della meccanica avevamo operato una estensione del nostro corpo in senso spaziale.  Oggi, dopo un secolo e passa di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che abolisce tanto il tempo che lo spazio.”

(In pratica è come se vivessimo in un villaggio globale).

 

È come se tutte le forme di esistenza della modernità fossero state unificate da un vettore spaziale-iconologico – cioè, strutturato sulle immagini – che ha finito per rappresentare il senso stesso del mondo.

Questo vettore si è manifestato soprattutto come un potente strumento di sincronia di massa.

 

La sincronia è un concetto elaborato da Ferdinand de Saussure (1857-1913), il fondatore della linguistica, per indicare la capacità di un linguaggio di costruire un senso.
Occorre non sottovalutare il fatto  che i linguaggi non-umani, animali o artificiali, servono a comunicare, non a costruire paradigmi cognitivi sensati (fondati sui processi di simbolizzazione).

 

Poi, parlando dei modi di connessione abbiamo osservato che il modello di connessione che di fatto ha inaugurato il Novecento è stato un congegno straordinario, la radio, che ha dato vita ai primi importanti fenomeni di sincronia di massa.

Il carattere innovativo di questo modello sta nel fatto che il cuore della comunicazione non ha più al centro lo scambio comunicativo tra due o un piccolo gruppo di soggetti, ma il diffondersi rapido dell’informazione come una merce/prodotto da uno o più centri organizzati verso una moltitudine di consumatori.

Per mostrare l’efficacia di questo fenomeno di sincronia va ricordato l’impatto sui radioascoltatori di una trasmissione radiofonica, La guerra dei mondi di Orson Welles (1915-1985), realizzata negli Stati Uniti da questo giovane regista ventitreenne nel 1938, la vigilia di Halloween, la festa che noi chiamiamo di Ognissanti.


Una curiosità. C’è nel Van Nest Park, a Grover’s Mill, nel New Jersey, un monumento commemorativo eretto nell’ottobre 1998 nel luogo di atterraggio dei marziani secondo la trasmissione radiofonica,


In altre parole quello che fino ai primi del Novecento era affidato all’affabulazione di poeti, cantori, scrittori, eruditi, divulgatori comincia a essere distribuito su larga scala prima dalla radio e poi dalla
comunicazione filmica, televisiva, e infine televisivo-informatico-personalizzata.


Apriamo una piccola parentesi su come la sociologia definisce la multimedialità.

Diciamo che è la compresenza di più strutture comunicative sullo stesso supporto informatico che moltiplica i piani di lettura e, per conseguenza, i processi interpretativi.

Per estensione si parla di contenuti multimediali quando un’informazione si avvale di molti media, immagini in movimento (video), immagini statiche (fotografie), musica, grafi e testo.
Wikipedia è l’esempio più popolare di questa multimedialità.

La multimedialità non va però assolutamente confusa con l’interattività.
L’equivoco, in genere, nasce dal fatto che la multimedialità è in genere interattiva, cioè, consente all’utente di interagire con essa. Che cosa vuol dire? Che si può comunicare con il mouse o la tastiera e ricevere delle risposte. Perché è importante la interattività?  Perché essa indica che un sistema non è fisso, ma varia al variare dell’input dell’utente o, meglio, varia in base al “potere cognitivo” di costui.

In questo modo si riproducono le differenze culturali tra gli utenti dei sistemi informatici e spesso si accentuano.

La maggior parte dei sistemi e dei congegni della modernità sono interattivi.
In linea di principio, anche una lavatrice lo è, perché di fatto modifica il suo programma in base alle nostre richieste.

Il sistema interattivo per definizione è il computer.
Mentre non è interattiva la televisione analogica, per questo il suo consumo è definito una fruizione passiva.
La televisione digitale, invece, può essere interattiva e la sua attualità dipende proprio da questo, di essere suscettibile di feedback.


Nota bene.  Mentre l’interfaccia della lavatrice è un pannello di comandi attraverso il quale i suoi programmi entrano nel mondo di chi la utilizza. L’interfaccia digitale è una porta attraverso la quale l’utente è messo in contatto con il cyber-spazio.  In altri termini siamo in presenza di una nuova e assolutamente inedita dimensione del fenomeno migratorio: dall’habitat fisico all’infosfera.

Afferma Luciano Floridi: Quando gli immigranti digitali saranno sostituiti dai nativi digitali il corso dell’e-migrazione sarà completato e le future generazioni si sentiranno sempre più deprivate, escluse, svantaggiate e povere, ogni qual volta si troveranno disconnesse dall’infosfera.

 

Si può dire che la comunicazione digitale permette oramai una simultaneità intercognitiva delle esperienze che ha dato vita alla rimediazione (remediation) della realtà perché – in un certo senso – i new-media sono reali e perché l’esperienza che attraverso essi si acquisisce è il soggetto stesso della rimediazione.

 

Ritorniamo al nostro tema, quello della connessione.
Che cosa va rilevato dal punto di vista fenomenologico?  Che dipende dai metodi, dalle forme, dalle tecniche con cui questa connessione si effettua che la comunicazione stessa evolve anche a dispetto delle attese degli utenti.

Evolve anche e soprattutto “con” e “per mezzo” dei meccanismi socio-economici che con essa interagiscono.

In linea generale va notato però che nell’ambito del paradigma digitale le disparità economiche hanno un impatto minore delle disuguaglianze cognitive.

 

Se osserviamo la storia di questo ultimo secolo vediamo emergere con chiarezza gli effetti di massa che tutto ciò ha generato tra i consumatori-utenti:
* Imitazione massiccia degli stili di vita delle élite dello spettacolo e del potere economico.
* Imitazione degli atteggiamenti divistici dello star-system.
* Uniformazione del modo di pensare il proprio corpo e il proprio modo di abbigliarsi sviluppando       una sorta di conformismo creativo.
* Assimilazione, il più delle volte inconscia, dei messaggi che orientano i consumi e le opinioni politiche ed etiche.

 

Queste nuove forme di comunicazione hanno anche trasformato il modo di pensare il tempo.
Per esempio, il presente che viviamo si è dilatato e in esso non si coglie più il fluire della “temporalità”, cioè, del divenire.

Per di più, viviamo un tempo visuale che fatica a diventare tempo storico.

Con quali conseguenze?
Che le strutture narrative, che un tempo contribuivano alla costruzione del senso, si sono affievolite, mentre il progredire delle frontiere tecnologiche – soprattutto nel digitale – va di pari passo con le trasformazioni dei meccanismi cognitivi e degli artefatti legati alla visione.
In breve, il nuovo dominio del tempo e dello spazio amplia i poteri della mente, nello stesso movimento con il quale altera il fluire della coscienza dandogli una dimensione visuale.

Tutto ciò genera, all’interno delle società avanzate, nuove forme di conflitto e di anomia sociale che non sappiamo ancora gestire.

Sotto un altro aspetto è come se la contingenza legata alla visualità avesse preso il posto della narrazione (story-telling).  Cioè, del fluire del narrato.
Più concretamente, l’avvento del world wide web ha segnato l’inizio di un’era di cui non sappiamo ancora tracciare in modo attendibile il divenire.

Per esempio, nonostante che una grande quantità d’informazioni si sia resa disponibile è sempre più complicato determinarne la veridicità e l’affidabilità soprattutto quando sono in forma visuale.

 

I media – a ragione della loro struttura comunicativa – modificano profondamente la nostra percezione della realtà e della cultura senza per altro che gli uomini lo percepiscano nel momento in cui queste modificazioni avvengono.

Lo intuì Marshall McLuhan (1911-1980), che lo sintetizzò in una formula efficace: Il medium è il messaggio o, meglio, sul piano metaforico, il massaggio.

Il titolo del libro a cui questa formula fa capo è: The medium is the massage, McLuhan lo scrisse con Quentin Fiore nel 1967.


Alcuni dicono che il mezzo è divenuto il massaggio a causa di un errore del tipografo che entusiasmò McLuhan, che lo lesse come “mass.age”.

Più verosimilmente, considerati gli studi di McLuhan, è ricavato da un’affermazione di Thomas S. Eliot, nato in America, ma stimato come uno dei poeti inglesi più famosi del Novecento.

Eliot in un suo saggio critico scrisse che il poeta si serve del significato come un ladro di serve del pezzo di carne che lancia al cane di guardia per distrarlo e entrare in casa.

Per analogia possiamo dire che credere che un sito Internet trasmetta contenuti piuttosto che “forme di mutamento” è come pensare che lo scopo del ladro sia sfamare il cane di guardia.

In realtà noi siamo massaggiati (circuiti) dal mezzo e in qualche modo plasmati da esso.

In altri termini, i new-media ci condizionano e contribuiscono a modellare il nostro modo di pensare.

Non dobbiamo dimenticare che per McLuhan, IL CONTENUTO DI UN MEDIUM È UN ALTRO MEDIUM.


McLuhan è l’autore più famoso di quella che è stata definita la Scuola di Toronto, a cui hanno dato il loro contributo Harold Innis, Walter Ong, Joshua Meyrowitz e molti altri.  …..

 

Il fatto che la comunicazione visuale di massa sia diventata una merce preziosa rende estremamente importante lo studio delle strategie con cui vengono prodotti e diffusi i messaggi, specialmente quando lo scopo di questi è d’influenzare i comportamenti dei destinatari.

Per la sociologia i mass-media vanno dunque considerati dei nuovi, potenti e in parte incontrollabili agenti di socializzazione, come lo erano ieri la famiglia, gli amici, le piazze, i teatri, la stampa popolare.
Incontrollabili soprattutto dal punto di vista della loro capacità di manipolare l’opinione.

Questa socializzazione dipende:
-da strategie intenzionali (come sono quelle contenute nelle trasmissioni radiofoniche, cinematografiche e televisive, in Internet…)

– da effetti indiretti (come la massificazione dei consumi e degli stili di vita che scaturiscono dalla pubblicità mascherata da informazione o occulta, com’è quella dei telefilm, dei reality show, dei serial.

Alcuni ritengono che queste nuove forme di socializzazione siano diseducative perché si concentrano sul solo vedere svalutando gli altri sensi.

Altri, fatalisti o ottimisti, poco conta, ritengono che ci aspetta un futuro all’insegna del visuale o, meglio, di una visual culture.

Nei paesi della fascia temperata del pianeta e, in particolare, in quelli ad industrializzazione avanzata, i bambini stanno davanti alla televisione, ai computer o alle tablet per più di quaranta ore la settimana.  (Dato del 2016)
Cosa comporta questo?
Un’accentuarsi della difficoltà a distinguere la realtà dalla finzione.

Una disumanizzazione dell’Altro da sé.

Il fatto che ci sia tanta violenza sul piccolo schermo induce il bambino ad una vera e propria indifferenza empatica per i problemi altrui.

Come tutti hanno avuto modo di costatare, nel mondo degli adulti ci si commuove per gli avvenimenti di una fiction e si resta indifferenti mentre sullo schermo delle news scorrono scene di fame o di violenza.  Per di più questi adulti non hanno alle spalle una storia televisiva come quella dei loro figli.

Un’accentuata difficoltà a distinguere tra gli oggetti – in particolare quelli animati – e le persone, che induce a pensare di poter trattare le seconde come se fossero cose.

Un accrescimento dell’aggressività (che può essere connessa ai nuovi paradigmi della velocità).
Consideriamo adesso alcune tesi di un sociologo che ha lavorato a lungo con McLuhan, Derrick de Kerckhove, belga di nascita, naturalizzato canadese (è stato uno dei direttori del McLuhan program presso l’Università di Toronto).
Kerckhove, inoltre, è uno dei primi sociologici che ha aperto un dibattito sul tema della connettività.
La connettività va intesa non solo come un problema informatico per la soluzione della comunicazione tra sistemi diversi, ma come un approccio collettivo di singoli soggetti per il raggiungimento di un obiettivo, di un oggetto multimediale o di un artefatto cognitivo.

 

Il suo scopo è di esplorare come le nuove tecnologie influenzeranno la società a partire da un’idea di fondo, quella per la quale queste tecnologie non solo promuoveranno delle inedite espressioni artistiche e culturali, ma le integrano in nuovi sistemi formali.

In altri termini, di come si ricompone il tema della estetizzazione della società e dei  nuovi valori che promuovono l’etica del simbolico e la formazione dell’immaginario.

Il punto di partenza è il superamento della civiltà della televisione – un congegno sostanzialmente passivo che ha relegato lo spettatore a semplice consumatore o adoratore di merci – per arrivare a una società nella quale il computer è il simbolo di una nuova stagione di forme e strategie interattive.
Questa nuova epoca, per Kerckhove, sarà inevitabilmente all’insegna di una nuova estetica.

In particolare, le forme dell’interazione sociale – mediate dai congegni informatici – saranno più artistiche, più visuali e legheranno l’arte ai nuovi paradigmi scientifici.
Tutto questo comporterà la trasformazione dell’estetica del sentire e dei suoi modi d’esprimersi.

In questa prospettiva, per quanto riguarda in particolare le arti, l’attenzione si sposterà dall’artista-produttore, inteso come un creatore, a un soggetto fruitore-consumatore, che interverrà direttamente sull’opera-progetto dialogando con essa, condividendone la “situazione”.

Nascerà, come molti dicono, un “arte situazionale”.

 

La rete, in sostanza, è destinata a diventare uno strumento di nuove aggregazioni socio-culturali basate sia sugli interessi che sulle affinità di coloro che sapranno gestirla.

Qui c’è una considerazione da fare.

Se non saranno alterati eccessivamente (da un punto di vista economico) i parametri per accedere al web, in questa nuova visione sociologica delle reti i rapporti sociali riacquisteranno una parte di quel potere che hanno perduto con l’affievolirsi delle ideologie nel corso del Novecento.

Sotto l’aspetto delle architetture cognitive sembra che tutto tenda a far si che l’informazione diventi il “vero” ambiente (assimilabile alla forma di un neo-luogo) in cui si muovono gli uomini e le idee.

Un ambiente in cui sarà determinante, per stabilirne il valore, l’importanza che acquisteranno i congegni che veicolano i messaggi informativi.

Un’idea già avanzata da McLuhan che affermò come i media moderni possano essere equiparati a delle forme ambientali in cui vive l’uomo che essi stessi modellato.
L’ambiente digitale, dunque, è un nuovo medium e sembra, paradossalmente, che l’uomo abbia realizzato un modo di vivere nelle sue fantasie e nei suoi sogni.

Del resto, quando l’informazione viaggia alla velocità dell’elettricità, il mondo delle tendenze, delle immagini e delle voci diventa il mondo reale, o se si preferisce, lo specchio del mondo che conosciamo.

Ma perché questa nuova configurazione del mondo diventa il mondo reale?

Perché nel sistema delle comunicazioni via web l’intervallo temporale tra lo stimolo e la risposta, tra chi trasmette e chi riceve è collassato.
Da tutto questo deriva una nuova interdipendenza, che si realizzerà pienamente nel ventunesimo secolo, tra le tendenze sociali, economiche, culturali e politiche.

Interdipendenza che renderà tutto apparentemente incerto (liquido) e certamente complesso, facendo crescere la necessità, poco importa se reale o solo immaginaria, di nuove forme di sicurezza non solo sociale.

 

Sotto un altro aspetto, tutto si presenta accelerato e, per questo, vissuto in modo sempre più precario e aggressivo.
C’è continuamente meno spazio tra l’azione e la reazione, tra gli stimoli e le risposte del pensiero connettivo, con la conseguenza che si sta formando una sorta di contiguità tra il pensiero che pianifica e l’azione.

La rete finisce così per diventare una sorta di moltiplicatore, sia positivo che negativo, di tutti i processi reattivi prodotti dal comportamento collettivo.

Dalle attività legate al commercio, al loisir, agli affari, allo sport e, non da ultimo, al terrorismo.

In pratica è come se dicessimo che l’inconscio collettivo sta scivolando o, se si è ottimisti, evolvendosi verso un inconscio connettivo.

Un inconscio dove non domina più il simbolico, ma ciò che è condiviso nel web.

Questo globalismo planetario che sta delineandosi come il nostro futuro si fonda soprattutto su due fattori, il multiculturalismo e la condivisione dei destini.

Come dicono i poeti e i visionari di questa nuova realtà: Una farfalla sbatte le ali in Cina e in Europa trema una montagna.
Una tale condivisione dei destini è un punto importante per le scienze sociali perché ridefinisce l’individuo dal punto di vista delle sue responsabilità sociali, economiche, ecologiche e etiche.

In altri termini si sta sviluppando un nuovo paradigma intorno al tema della responsabilità civica e pubblica, perché globalità significa anche estensione delle responsabilità.

Non per caso nel tempo della velocità elettrica siamo tutti più vicini con il risultato che spesso il problema del mio vicino è anche il mio problema, sia che si parli di politica che di diritti umani, di economia, guerra o privilegi.

Da questo stato di cose si genera per reazione l’atteggiamento nimby – not in my back yard, non nel mio giardino.

In che cosa consiste?

Nel riconoscere come necessari, o possibili, gli oggetti o le circostanze che stanno alla base del contendere, ma allo stesso tempo nel non volerli nel proprio ambiente o nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni o disagi di cui sono portatori.  …

 

… Per concludere la “nuova modernità” si sta dunque configurando secondo tre direttrici fondamentali:

– L’interconnettività globale, vale a dire planetaria.

– Un’accelerazione mai conosciuta nell’evoluzione degli stili di vita.

– Una serie di trasformazioni ecologiche globali dovute all’interazione dei fattori evolutivi, sociali, culturali, economici e tecnologici.

Tutto questo riuscirà compatibile, osservano gli organismi internazionali, se:

– Miglioreranno le condizioni di vita.  Ancora oggi più del venti per cento della popolazione globale vive in condizioni di povertà estrema.

– Se cresceranno le aspettative di vita alla nascita e se si saprà gestirle.

(L’aumento della vita media, infatti, crea dei forti problemi sociali ed economici, come dimostra in Italia la discussione sulle pensioni d’anzianità.)

– Se saranno risolti il problema dell’alfabetizzazione e quello dell’emancipazione delle donne e dei più deboli in genere.

– Se sarà realizzato un accesso diffuso ed economico ai mezzi di comunicazione.

– Se crescerà sia sul piano quantitativo che qualitativo il “prodotto interno lordo” dei paesi

industrializzati e se si svilupperanno le forme della democrazia nei paesi delle zone povere.

– Se le tensioni sociali non si trasformeranno in un rifiuto al cambiamento.

– Infine, ma non da ultimo, se non proseguirà a questa velocità la rottura degli equilibri naturali e climatici.

 

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